giovedì 31 dicembre 2009

per chiudere l'anno in bellezza

E per chiudere l’anno in bellezza uno dei miei pezzi preferiti che però, dato il contenuto, tiro fuori dalla manica solo nelle grandi occasioni, e questa mi sembra una grande occasione. Fra pochi giorni ne compio 33, comincia il mio periodo messianico in cui me ne andrò in giro per le piazze a diffondere il verbo, e cioè che l’amore è la risposta. Perlomeno l’amore degli altri. A Pasqua poi mi crocifiggeranno sul cupolone della chiesa del Luogo Rotondo e più che a Gesù mi vedo simile a Villaggio nel secondo tragico Fantozzi. Per intanto godiamoci la canzone. L’ha scritta Frank Sinatra nei primi anni ’50, ispirato dalla sua tormentata relazione con Ava Gardner, e devo dire che solo per questa, se anche non avesse fatto nient’altro, meriterebbe di entrare negli annali della musica mondiale. È un brano bellissimo e triste e sincero fino alla follia, appunto. Nessuno vorrebbe mai viverle delle storie così eppure, senza, un artista poi di cosa scriverebbe? Come potrebbe mai esprimere al massimo il proprio sentimento? Inappagato, Sinatra ci fece un intero album di canzoni così, che molti considerano il suo capolavoro e intitolato In the wee small hours, da ascoltare solo se si ha il cuore tormentato dalla notte. Conosco bene la sensazione, perché l'ho vissuta a lungo. E infatti anche il mio libro è pronto. Ora devo solo trovare un editore. Il nuovo anno comincerà per me all’insegna di una ricerca, non proprio spirituale ma va bene così.
Ava Gardner disse di quella storia: “È stato l’amore della mia vita. A letto eravamo grandi. Era sulla via del bidet che di solito cominciavano i problemi.” I'm a fool to want you dice in fondo le stesse cose in maniera un po’ più romantica. Questa qui sotto è una versione del 1957. Mentre ve ne linko qui un'altra altrettanto bella, più bluesy, di Billie Holiday. Meglio l’anno non poteva finire. Se poi vi chiedete se ci sono secondi fini o messaggi subliminali nelle mie scelte musicali (come in effetti mi è stato fatto notare) beh io vado a istinto. Magari sarebbe più utile rivolgersi al dottor Freud, no?



SONO UN PAZZO A VOLERTI

Sono un pazzo a volerti
Sono un pazzo a volerti
A volere un amore che non può essere vero
Un amore che è lì anche per altri
Sono un pazzo a tenerti
Così pazzo a tenerti
Per chiedere un bacio che non è solo mio
Per condividere un bacio che il diavolo ha conosciuto
Tante e tante volte ho detto di lasciarti
Tante e tante volte sono andato via
Ma poi arriva il momento che ho bisogno di te
E una volta ancora devo ripetere queste parole
Sono un pazzo a volerti
Abbi pietà, ho bisogno di te
So che è sbagliato, deve essere sbagliato
Ma giusto o sbagliato non posso andare avanti
Senza te

lunedì 28 dicembre 2009

carver e il mostro a due teste



Pensavo a Raymond Carver. Ultimamente, com’è solito per i grandi, è tutto un ritorno alla sua opera, con una nuova operazione di mercato tesa al recupero dei suoi testi originali. Operazione che in sé ha qualcosa di nobile e insieme di ambiguo, se si considera che sono state proprio le leggi di mercato a creare il caso Carver.
Oggi che gli si riconosce d’essere stato lo scrittore americano più influente del secondo ‘900 e il più grande del secolo con Hemingway, leggendo le sue biografie viene quasi fuori come una vittima inerme di Gordon Lish, il suo editor. Se non fosse che fu proprio Lish a consentirgli di pubblicare con delle grandi case editrici e quindi arrivare al grosso pubblico in maniera tale da potersi far notare e diventare economicamente indipendente. E poi Lish, al di là di tutto, come editor era bravo, aveva talento e fiuto. Il fatto che, con tutto il suo fiuto, avesse capito che Carver era bravo, uno su cui investire, ma non che fosse un vero genio, per cui si permetteva di trattarlo come qualsiasi altro scrittore, non è di per sé una colpa. Carver lo lasciava fare perché, nonostante la sofferenza e l’umiliazione provate nel vedere il proprio lavoro fatto a pezzi dalle revisioni talvolta brutali di Lish, disperazione che si può ben leggere nelle sue lettere, la possibilità di venire pagato per il proprio lavoro era più forte. Certo, ha guadagnato più il mercato con Carver che non viceversa, e Carver preso in questa contraddizione fra arte e necessità è rimasto schiacciato, ma Lish più che un sadico aguzzino, come viene spesso descritto, era la norma con un pizzico di gusto in più. Tutto il sistema editoriale, confessa chi ci lavora, quasi a giustificare i propri metodi, ubbidisce a queste leggi, e il caso Carver è venuto allo scoperto e sembra starsene lì come una pianta grassa nel deserto, solo perché Carver è diventato, per una serie di casi fortunati, più grande del mercato.
E questo ci riporta a oggi che il mercato fa mea culpa nei suoi confronti. Rispuntano le edizioni originali dei suoi lavori. Poiché però c’è un interesse filologico nella cosa è possibile trovare, accanto agli originali, anche i racconti rimaneggiati da Lish, a cui a questo punto andrebbe riconosciuto insieme a Carver il ruolo di padre del minimalismo americano. Fare un confronto fra i racconti prima e dopo il suo intervento è davvero una cosa interessante. Non so se riesco a spiegarlo, è sempre una questione di sfumature, ma nei racconti originali di Carver ci senti l’aria intorno ai personaggi, un’aria densa e calda, immobile. Con Lish tutto diventa più freddo, più asettico, come se quest’aria fosse stata tagliata con un bisturi di precisione, tutto ripulito per bene e gettati via gli scarti. Non c’è abbastanza aria da riempirti i polmoni. Il risultato è così intenso da aver modificato l’idea stessa di scrittura narrativa e, se non fosse stato il frutto di una sopraffazione, si potrebbe tranquillamente considerare il lavoro a quattro mani di due autori a confronto. Lish non era un idiota, aveva una visione poetica simile a quella di Carver ma più dura, ma gli mancava la grandezza necessaria a realizzarla da solo e così si imponeva con brutalità all’altro, che trattava un po’ come un facchino. Carver faceva il lavoro sporco, scrivendo le storie e Lish le rifiniva a modo suo, cioè togliendo ad arte quanto più respiro poteva all’opera. Solo con Cattedrale, quando sentì di aver scritto il suo capolavoro ma era anche abbastanza famoso da potersi permettere delle alternative, Carver trovò la forza per liberarsi di lui e dare spazio alla propria creatività.
L’ambiguità a cui accennavo sopra deriva dal fatto che se il mercato, anche se con interessi economici, riconosce la necessità di ripubblicare il materiale originale di Carver, che proprio il modello di revisione editoriale teso esclusivamente alla vendita aveva modificato, di contro è come se ammettesse la propria estraneità e fondamentale indifferenza al mondo della Scrittura. Ma poi, ammettendo pure che Carver era un genio ma non necessariamente un unicum, uno che operava nel mondo della Scrittura ed è stato inglobato dal mondo dell’Editoria, e che il mercato pur investendo in lui non ha saputo (o voluto) riconoscere e valorizzare il suo talento e quindi, maltrattandolo dal punto di vista creativo come ha fatto attraverso Lish, ha contribuito alla sua depressione e all’alcolismo, ammettendo tutto questo il mercato della Cultura che ci sta intorno e ci permea non svela anche, ironicamente, che le leggi su cui basa la nostra esistenza sono del tutto amorali?

venerdì 25 dicembre 2009

fantasmi del natale

Sapete, sarà perché sono uno scrittore e guardo il mondo con degli occhi particolari, ma penso che a volte può capitare di ritrovarsi in situazioni che, sebbene sembrino prese pari pari da un libro, ti accadono come se fossero le più naturali del mondo, con la differenza che noi, non essendo degli eroi di carta, spesso non sappiamo come comportarci e falliamo su tutta la linea nel cogliere le occasioni che il caso ci offre, con delle varianti da persona a persona, determinate dal grado di dignità che riusciamo a mantenere.
A me una cosa così è capitata poche ore fa, quando mi sono ritrovato, proprio come nel famoso Canto di Natale di Dickens, di fronte al fantasma del mio passato. E, per quanto mi fossi sognato questo incontro per mesi, pensando a una qualche sorta di rivelazione che avrei avuto o frase storica che avrei pronunciato o a una nuova magia che sarebbe scoccata fra noi, non è successo un bel niente. Mi sono ritrovato lì, davanti al mio fantasma senza nulla da dire e senza nessuna volontà di avere un contatto, abbracciarlo o sorridergli, fare anche solo un gesto che potesse fargli intendere come mi sentissi. In effetti non lo so neanch’io come mi sentivo, i fantasmi sono brutte creature anche per questo. Di una cosa però sono sicuro. Non mi ha cambiato né in meglio né in peggio. Mi ha solo turbato e tanto, ma senza vere rivoluzioni.
E il punto è proprio questo: a che serve rivedere un fantasma se l’incontro non si trasforma in nient’altro che un semplice scambio di saluti? Dickens su questo è stato chiaro e aveva ragione secondo me. Il tormento interiore che necessariamente comporta la prova a cui ci si sottopone deve avere come risultato la possibilità di migliorarsi, di poter sciogliere dei nodi per giungere a uno stato più alto di consapevolezza e quindi a un momentaneo sollievo se non proprio a uno stato di felicità. Altrimenti non ha senso farsi tutto questo male. Meglio restare un po’ più poveri ma ignari di quanto è profonda la nostra infelicità. Così la prossima volta, se mi ricapita, credo che dovrò impegnarmi di più oppure evitare l’incontro. E intanto mi chiedo cos’ha provato il fantasma in questione a rivedermi perché in fondo, mi dico, sono stato il suo fantasma reciproco.



And no one knows where the night is going
And no one knows why the wine is flowing
Oh love I need you I need you I need you I need you
Oh I need you now

martedì 22 dicembre 2009

la canzone perduta: un'idea per un regalo da farmi a natale


Come sempre succede tutte le volte che faccio ascoltare l’amato Piero Ciampi a qualcuno, quel qualcuno poi mi chiede di passargli qualcosa. È successo anche ieri sera con un amico. E quando gli ho risposto con la mia solita nonchalance “ok, va bene” e lui mi ha chiesto “ma perché, tu cos’hai?” io, come ogni volta che mi succede, gli ho risposto “tutto, meno una canzone”.
Infatti, se provate a scaricare la sua discografia, e dico scaricare perché comprarla non è possibile in quanto in giro ci sono solo due suoi dischi ristampati in cd e qualche raccolta che ripropone sempre gli stessi pezzi, riuscirete a trovare tutto quel che c’è meno quella canzone.
La discografia di Piero Ciampi è davvero esigua, in tutto una sessantina di brani registrati nell’arco di vent’anni. Di quelli in cd l’album più accessibile e rappresentativo del suo mondo poetico è il secondo, intitolato semplicemente Piero Ciampi. L’ultimo dei suoi dischi invece, Dentro e fuori, è una lunga e rarefatta discesa verso “l’assenza” che si concretizzerà di lì a poco, nel 1976, con la sua definitiva uscita dal mondo del mercato musicale. Ma la canzone perduta di cui dicevo sopra appartiene invece al terzo dei suoi dischi, Io e te abbiamo perso la bussola, la cronaca dura, sincera e disperata della fine del suo matrimonio e uno degli autoritratti più riusciti della canzone d’autore italiana. Non solo, da un punto di vista sociale le problematiche affrontate dal disco andavano a toccare con mano i nervi scoperti di una nazione che cominciava a fare i conti con la propria coscienza: era infatti il 1973 e si era alle soglie del fondamentale referendum sul divorzio. Non scordiamo che nello stesso anno, sempre Ciampi scrisse e produsse per Nada il suo primo disco “serio” che si intitolava, significativamente, Ho scoperto che esisto anch’io.
Il terzo disco di Ciampi, il suo capolavoro, è così grande che a mio avviso lo si può paragonare solamente a Berlin di Lou Reed, disco uscito nello stesso anno e che guarda caso affronta lo stesso tema nello stesso modo. Ma se l’album di Reed sul mercato americano fece perlomeno scandalo, quello di Ciampi fu bellamente ignorato. Tanto che nessuno ha mai ritenuto necessario ristamparlo in versione digitale. Entrambi i dischi trattano di una situazione reale che proviene direttamente dal vissuto dei due artisti e che viene trasfigurata artisticamente in una metafora dell’incomunicabilità, dell’infelicità e della solitudine umana. Quella di Reed ha un taglio europeo e maledetto, quella di Ciampi invece è più italiana, drammatica ma con delle punte di ironia disarmante, assurda e impagabile che splendono nel buio come fari. Altra nota in comune, entrambi ambiscono a raccontare la loro storia con un taglio molto cinematografico, come se fosse un film sonoro e, a mio avviso e con tutto il rispetto per Bob Ezrin, produttore di Berlin, il lavoro di Ciampi riesce in questo addirittura meglio di quello di Reed, grazie alla collaborazione di Gianni Marchetti che, in virtù della sua esperienza come autore di colonne sonore, ha arrangiato e prodotto il disco proprio con le sfumature tipiche di quel genere musicale. Su questo tappeto sonoro così inusuale per un’opera cantautorale il quasi recitato di Ciampi si dispiega in otto lunghi capitoli (la lunghezza media dei brani si aggira intorno ai cinque minuti) per raccontare il proprio disagio esistenziale di uomo e di artista, il suo fallimento come marito, la mancanza di lavoro, lo sfascio del suo matrimonio, la separazione con conseguente allontanamento dei figli, concludendosi col lungo e scalcagnato canto ubriaco di Io e te Maria, quasi il sogno a occhi aperti di un’impossibile felicità.
Prima di quest’ultima traccia, nel disco originale, c’era un pezzo intitolato Tu con la testa, io con il cuore che, nella maniera più lucida possibile (almeno stando al testo) cercava di imporre ai fatti narrati quasi una logica, di offrirsi dei motivi che potessero giustificare tanto dolore. Il canto disperato di Io e te Maria a questo punto avrebbe dovuto annullare quanto esposto poco prima per ricordare a se stesso che l’unico rimedio possibile contro il dolore è il vino, l’illusione. La mancanza di questo penultimo brano in parte diminuisce l’impatto in effetti assai commovente dell’ultima canzone del disco. Io lo ripeto, per me è introvabile, ma se qualcuno ce l’ha o riesce a trovarlo lo prego di contattarmi per passarmelo, magari come regalo di natale. Nella mia discografia, che credo sia ragguardevole, l’ho inserito in una minuscola lista di dischi storici ma evanescenti che spero un giorno di riuscire a procurarmi e in cui Piero Ciampi sta seduto proprio accanto al Neil Young di Time fides away e, se posso dirlo, ci sta seduto degnamente.

giovedì 17 dicembre 2009

in memoria

L’ultima volta che l’ho visto se ne stava disteso su uno scoglio, un po’ imbronciato con le mani dietro la testa e la pistola nella fondina. Poi ne ho sentito parlare una trentina di tavole dopo e se controllo la data sulla copertina della rivista non riesco a crederci: era il settembre del 1991. In quella tavola c’era questo suo amico/nemico, il suo antagonista di sempre, che diceva di lui: “Beh, è l’unico di cui non mi preoccuperei. Riuscirà sempre a farcela. È indistruttibile…” poi più nulla per quasi vent’anni. Fino a stamattina che accendendo la tv mi sono ritrovato a guardare un servizio di Gianni Bisiach sull’uomo da cui Hugo Pratt trasse il suo nome, il monaco nero Rasputin, di cui oggi 17 dicembre cade l’anniversario della morte, e a me è tornato in mente quel giorno di settembre del 1991 che lessi di lui e non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta. A saperlo gli avrei fatto almeno un brindisi da marinaio, gli avrei detto addio con più attenzione. Ho sempre avuto una forte simpatia per il personaggio di Rasputin, uno che non ci metteva nulla a spararti se non gli servivi ma che poi si scopriva avere un suo codice d’onore tutto speciale, e poi un’ironia unica, di un cinismo assoluto. Tanto che, come Pratt ha preso il suo nome dal monaco nero, io ho preso da lui il mio per questo blog. Come fanno i bambini che cambiandosi il nome cercano in qualche modo di avvicinarsi al personaggio a cui vogliono più assomigliare.
Dal 1991 è passato un sacco di tempo. Molte cose sono cambiate. La morte ha fatto il suo bravo lavoro intorno a noi. E quello che non ha fatto la morte spesso ha fatto la distanza, una morte minore. La rivista su cui ho letto quell’ultima avventura ha chiuso i battenti nel 1993. Hugo Pratt è morto nel 1995. E quel particolare romanticismo di cui tanto spesso ci aveva raccontato per un attimo ha rischiato di finire con lui, o peggio di finire mutilato nell’orrido tritacarne delle mode da un’estate.
Del monaco nero Rasputin si può dire tranquillamente che fu un mistero fattosi carne. E per ucciderlo, se andate a guardare, ce ne volle eccome. Dovettero avvelenarlo, sparargli, bastonarlo, buttarlo in un fiume e poi dargli fuoco perché tirasse le cuoia. E a me piace pensare che, per il potere sciamanico conferito dall’assunzione di un nome, anche il personaggio Rasputin dei fumetti viva ancora immortale, indistruttibile, navigando assieme al suo amico/nemico di sempre e col suo ghigno strafottente sotto i baffi, nei nostri sogni di pirateria.

lunedì 14 dicembre 2009

considerazioni sul pestaggio di berlusconi

Ieri avevo mal di testa per cui, pur rammaricandomene, sono riuscito a prestare poca attenzione al pestaggio del presidente del Consiglio. Nondimeno non mi sono sfuggite alcune delle dichiarazioni che per tutta la serata hanno condito i vari Tg, FB oppure i blog a tema politico di alcuni amici. Tutti solidali al presidente, tutti contrari agli atti di violenza eppure tutti convinti che quello che è successo era inevitabile dato il clima politico che sta lentamente spaccando in due l’Italia, fra fanatici e oppositori del berlusconismo.
Certo il viso del presidente insanguinato, col dente rotto e gli occhi lucidi è un’immagine che desta impressione in chiunque. Non solo come può farlo quella di una qualsiasi vittima di guerra. Mette sgomento addosso perché è in sé l’immagine di un attacco al potere. È un qualcosa che molti sognano ma pochi sono in grado di affrontare concretamente. Se quel tizio ieri, Tartaglia, invece di lanciargli in faccia un souvenir gli avesse sparato, oggi l’Italia sarebbe nel caos più totale. Tanto che qualcuno ha parlato di attentato “terroristico”.
La polizia smentisce però, attribuendo il gesto a un pazzoide. Ecco, a me, sulla parola “pazzoide” è venuta in mente una striscia a fumetti pubblicata negli Stati Uniti agli inizi del ‘900 e intitolata Krazy Kat. La striscia era semplicissima: rappresentava il rapporto un po’ stralunato fra un topo e un gatto, col topo che lanciava ogni volta in testa al gatto un mattone, finendo poi in prigione, e il gatto che interpretava questo gesto del topo come un atto d’amore.



Ecco, mi chiedo, e se avessimo sbagliato tutto? Noi subito abbiamo pensato a un attacco allo Stato, attraverso il personaggio pubblico Berlusconi. Ma se invece di un gesto d’odio quello di Tartaglia fosse stato un gesto d’amore? Se nella follia dell’uomo invisibile nella folla ci fosse nascosta solo la volontà di richiamare l’attenzione di un presidente che ha fatto della sua empatia col popolo il proprio vessillo? Berlusconi è stato e rimane il primo presidente mediatico della nostra storia, il primo a capire e sfruttare al massimo il potenziale offerto dai media per una più capillare diffusione del proprio messaggio. Facendo questo ha irrimediabilmente modificato anche il modus pensandi delle persone che sono cresciute nel suo raggio d’azione. E il suo raggio d’azione è immenso, tanto che personalmente diffido più di chi gli si dice nemico asserendo di non avere niente in comune con lui che non di un suo fedele. Per combattere un nemico potente bisogna prima saper riconoscere quanto di lui c’è in noi e io credo che, volenti o no, dopo trent’anni di televisione e venti di sua politica ci sia un po’ di berlusconismo in ciascuno di noi.
Qualcuno ha assorbito più berlusconismo di altri. Ecco quel che penso. E se Tartaglia abbia agito per vero odio verso il presidente, e quindi anche un po’ verso se stesso, oppure per amore, non lo so. Ma credo anche che, se la notizia verrà trasmessa troppo in Tv, così come da una parte favorirà nei sondaggi il presidente, che adesso assumerà agli occhi di molti l’aura del martire delle libertà (statene certi) allo stesso modo rischierà pure, come l’effetto di un bumerang, di favorire il ripetersi di atti simili da parte di persone ugualmente disturbate, che provano un’attrazione morbosa per lui.

giovedì 10 dicembre 2009

lou reed e l'amore, premessa

L’altra sera ascoltavo su internet l’ultimo singolo di Lou Reed, The power of the heart, pezzo scritto su commissione per Cartier e ripensavo, cullandomi nella bellezza della canzone, alla biografia che Victor Bockris gli ha dedicato, mi pare una quindicina di anni fa. Così mi sono alzato, sono andato a cercarla sullo scaffale e ho ripreso in mano il libro. E mentre facevo ripartire il pezzo sul pc, ho cominciato a sfogliarlo per ricordarmi alcune cose. Quella biografia, per quanto affascinante, non mi ha mai del tutto convinto perché sembra descrivere due Lou Reed diversi, uno cinico e romantico degli inizi e un altro cattivo, egoista e infantile degli ultimi anni. Lou Reed ha sempre sostenuto di avere più personalità al suo interno ma è anche vero che Bockris non gli ha mai perdonato di aver sabotato la reunion dei Velvet Underground nel ’93. La verità è che Bockris aveva più bisogno dei VU di quanto ne avesse Lou Reed. E la biografia passa dal racconto eroico dei suoi primi anni bohemien a una narrazione tutto sommato pettegola di alcuni episodi irrilevanti della biografia di Reed, messi lì apparentemente con l’alto scopo di raccontare la vita e la personalità dell’artista, ma che secondo me vogliono solo metterlo in imbarazzo. Cosa perdonabile in parte, se si considera che i due sono amici, ma di un’amicizia nata nell’entourage di Andy Warhol e quindi illuminata dalle regole vigenti in quello strambo mondo.



Questo non significa che Bockris abbia mentito. Magari ha calcato un po’ la mano su alcuni aspetti, e tutti sappiamo quanto influisca il particolare taglio che dai a un racconto, ma Lou Reed stronzo lo è sempre stato. Un po’ per autodifesa un po’ per profitto, certo, e anche con molta classe, ma stronzo sempre. Lo raccontano bene, in tutte le interviste che hanno rilasciato, le varie persone che si son trovate a vivere e lavorare con lui. Tutte hanno raccontato la propria storia, più o meno diversa dalle altre, ma tutte hanno concluso questa storia diversa nello stesso identico modo: con lui che le feriva irrimediabilmente. Poi certo, molte di queste persone lo hanno anche difeso, giustificato. Non puoi sperare che un uomo ferito egli stesso nell’anima e profondamente, abbia dei comportamenti normali con te. Dalle ferite, lasciandole aperte, può venire la luce e Lou Reed ha volutamente scelto di esplorare le proprie ferite per farne dell’arte. E spesso credo abbia addirittura fomentato il fuoco intorno a sé apposta per trasformarlo in musica. Chi gli è stato vicino e gli ha voluto bene ha pagato lo scotto di vivere accanto a un artista il cui tema di fondo è il dolore.
Nonostante tutto questo, anzi proprio per quanto detto sopra, forse le canzoni che preferisco di Lou Reed, ma non solo io, più ancora di Heroin, più di Waiting for my man, quelle che arrivano dritte al cuore e lì restano per sempre, sono le canzoni d’amore. Per la sua particolare incapacità di vivere pienamente una relazione sentimentale con serenità, le canzoni d’amore di Reed sono sempre, allo stesso tempo, totalmente intrise di romanticismo ma anche di fragilità, di sospetto a volte, e di pessimismo, come se tutto fosse necessariamente destinato a concludersi nella maniera peggiore. Il suo è un amore senza speranze. Il riflesso perfetto del suo mondo interiore e ciò che poi lo ha portato a distruggere, volente o no, ogni suo rapporto. Per quel che ne penso io, l’unico altro capace di scrivere e cantare canzoni dello stesso tipo allo stesso livello è stato John Lennon, il quale aveva avuto anche lui, proprio come Reed (che lo ha sempre considerato un fratello spirituale), un rapporto complicato coi genitori.
Per tutti questi motivi, e anche perché lo sto ascoltando parecchio in questi giorni, avevo pensato di scrivere (non necessariamente di seguito) una piccola serie di post dedicati alle canzoni d’amore di Lou Reed, alla loro storia. Perché se anche è vero che la storia dietro l’opera non sempre è necessaria alla comprensione dell’opera stessa, è invece sempre necessaria alla comprensione dell’uomo, e noi qui stiamo cercando l’uomo.

lunedì 7 dicembre 2009

pilota di guerra

È una canzone di De Gregori che conoscevo in versione live dall’album La valigia dell’attore ma che ho realmente scoperto sentendola nel suo contesto originario, l’album Terra di nessuno, uno dei dischi più notturni che mi sia mai capitato di ascoltare, grazie a Sergio del blog Ruminazioni. La metto spesso ultimamente e la sento così assolutamente mia da crederla quasi il mio ritratto. Yasemin mi dice che è ovvio, perché è stata scritta come omaggio ad Antoine de Saint-Exupéry, autore del Piccolo principe, col quale ho in comune sia il nome sia l’essere innamorato di una rosa.



Non per entrare nel merito del motore
ma ogni motore ha una musica ed io la so.
Così per sempre nel vento la farò cantare
per questa mia povera terra da sud a nord.
E quanto è solo un uomo lo so solo io
mentre volo sopra le ferite delle città.
E come un grande amore gli dico addio
e come è solo un uomo lo so solo io.

Oltre le nuvole, oltre le nuvole
o se possibile ancora un minuto più in là
con questa terra ai miei piedi
più scura e più nera a vederla da qua
ma un giorno il giorno tornerà.

Così la vita vola sotto le ali
e passa un’altra notte su questa guerra
e sulle case degli uomini tutti uguali
nel grande orfanotrofio della terra.
E a cosa serve un uomo lo so solo io
che spargo sale sopra le ferite delle città.
E come a un grande amore gli dico addio
e a cosa serve un uomo lo sa solo Dio.

Oltre le nuvole, oltre le nuvole
o se possibile ancora un minuto più in là
con questa terra ai miei piedi
più scura e più nera a vederla da qua
ma un giorno il giorno tornerà.

sabato 5 dicembre 2009

fa' piano

Quella volta che ho afferrato con mano
la bellezza, mi hai detto fa’ piano.
Ti stringevo ancora a me per trattenerti
e tu pensavi ti cercassi il culo.
Non ci siamo mai capiti noi ma ridevamo.
Ne ho un ricordo impastato ora
che mi tengo nelle fauci nella gola
come l’ubriaco al mattino il canto rauco.

venerdì 4 dicembre 2009

gli ospiti notturni

Scoprimmo, dopo lunghi appostamenti, ch’era un riccio a spazzolarsi il piatto che ogni sera mettevo fuori per i gatti, sotto la veranda. All’inizio sospettammo, senza un vero motivo, d’una coppia di cani liberi che già da un anno si aggiravano in zona, l’uno dal pelo scarmigliato e l’aria dolce e furbissima, l’altro più solido, dal pelo corto e nero come la notte. In verità li avevo in simpatia, facevo il tifo per loro ogni volta che vedevo passare la camionetta dell’accalappiacani, e davo un sospiro di sollievo quando la sera li vedevo riapparire dai campi dietro casa.
Fino a poco tempo fa bastava loro scavalcare il muretto del giardino per venire a mangiucchiare gli avanzi dei miei gatti. Poi è stata montata una rete tutt’intorno al muretto, il cancello ben chiuso, e si sono allontanati. Ogni tanto li vedevo andarsene in giro per il paese, ma separati. Quello furbissimo sempre più magro e il nero circospetto, come se avesse un po’ paura adesso che nessuno gli guardava le spalle. Poi più nulla. Il loro posto è stato preso da un riccetto lucido che viene la notte dai campi e passa tranquillamente fra le sbarre del cancello. L’ho scoperto una sera per caso, al rientro, tutto concentrato sul contenuto del piattino. E quando mi ha sentito è corso a nascondersi dietro una scopa lì accanto. Ho fatto finta di nulla passando, per non spaventarlo, e infatti la sera dopo è tornato.
E io, per festeggiare il suo ritorno, gli ho preparato due spaghetti al ragù. E mentre mettevo fuori il piatto ho pensato che questa dovevo proprio raccontarla a Licia, che sembra non stupirsi mai di nulla e chissà, forse per una volta l’avrei sorpresa.

martedì 1 dicembre 2009

parlando di simone gatti



Si chiama Simone ma è detto semplicemente il gatto. Da qualcuno è considerato l’ottava piaga d'Egitto, il più pestifero dei ragazzini che mai abbiamo visto in paese, da qualcun altro una fonte di divertimento continua, una sorta di Gianburrasca dei poveri. Passa la maggior parte del tempo per strada, ficcandosi con assoluta incoscienza in qualsiasi guaio gli capiti a tiro. Oppure al cinema, dove ha l’ingresso gratuito perché è amico di Mimmo, la maschera. Con lui ha un rapporto di odio e amore, e talvolta si becca una poltrona in platea, talaltra un meritato schiaffone. Simone da grande sogna di fare il carabiniere, e per questo lo si vede spesso girare con addosso un gilet della Protezione Civile di cui va molto orgoglioso. Con quello addosso si fionda nel traffico di mezzogiorno e cerca di districarlo al meglio che può, incurante del rischio che corre di farsi mettere sotto da qualcuno e anche delle battute salaci di chi passa e gli urla che ha sbagliato divisa e che quello è mica compito dei carabinieri ma dei vigili urbani.

lunedì 30 novembre 2009

poesie d'amore di dario bellezza

Di una sola cosa ringrazio Maurizio Costanzo. Di avermi fatto conoscere Dario Bellezza. Senza di lui, senza Invettive e Licenze, il suo primo libro scoperto dopo averlo visto in tv, molta della mia poesia sarebbe stata diversa. E poi mi piaceva la sua immagine di poeta scroccone. Alcuni miei amici che lo hanno conosciuto personalmente mi hanno raccontato che incontrarlo verso l’ora di pranzo significava al 90% pagarglielo in qualche bettola. La sua vita sentimentale, per ovvi motivi, fu alquanto complicata. Però Bellezza, proprio come Pasolini, di cui fu segretario, non si vergognò mai di dirsi omosessuale. In realtà quelle che pubblico più che d’amore sono poesie sui gatti. A loro Bellezza, che era uno di quelli che come trovava un micino abbandonato per strada lo prendeva e se lo portava a casa, ha dedicato un intero libro, nel 1993. Mi sono accorto, leggendole, che quelle per i suoi gatti sono le poesie più luminose della sua produzione. Sono poesie di un amore incondizionato e dolcissimo. Nei rapporti umani non fu felice quasi mai, e in loro riversava tutto il suo affetto. Agli uomini erano destinati il letto, la passione, e al massimo il “peccatore cuore”. Ai gatti la casa, le acciughine, e il Paradiso a lui precluso.



***
Alzarmi, darti luce mentre
me la dai. Uccidere l’angoscia
calzando guanti di gomma
per pulire i resti dei tuoi
magri pranzi che talvolta
diventano festini,
se torno felice da Campo
con un etto di fresche
acciughine, pesce azzurro
lo chiamano in Cronaca
improvvisati articolisti
dibattendo il costo
della vita. Ma tu non sai niente
di tutto ciò: divori
fra mille fusa
i saporiti pescetti
da me liscati di tutto punto
e per gratitudine mi lecchi
le mani ancora impregnate
della tua golosità.


***
Rimorso a guardarti nella confusione;
sei solo una gatta, anzi sei una gatta,
una natura felice, un miracolo, un incanto:
quando agiti la coda o cerchi di afferrarla
sei più dispettosa di ogni ragazzo,
più dolce di ogni zucchero filato.
Ma il rimorso mi divora, sapessi,
pensando che dovrò lasciarti,
non sono fedele negli amori,
non so sacrificarmi.
Dimmi che fine farai
lasciami libero di decidere,
di perdermi in un altro destino.

***
Una giornata di maggio, piovosa
il cielo lassù senza speranza
incerto, timido di pioggia
da buttare purificando le Creature
Io passai, fantasma assorto
in un peccato paradisiaco
davanti a rovine antiche
e lì tre creaturine miagolanti
m’invitarono a soffrire con loro.
Erano dentro una busta di plastica:
umidi di guazza ma vivi, ed io
li raccolsi davanti a tutto
il concerto di gatti randagi
che aspettavano il cibo delle gattare
Io ero ormai un gatto: gli occhi
di sirena delle femmine-gatto
mi guardavano cantando mentre
accorrevo al trepido soccorso.
Io fuggivo con la busta, e le gatte
mi correvano dietro contente.
I ciechi pulcini si agitavano
in cerca delle poppe
che io non avevo, armandomi
di un sottile contagocce
Fui certo di perdermi
in quell’universo gattesco…


***
Ti basta un filo di cotone, un pezzo
di carta raggomitolando il tutto
niente parole per fortuna, solo
qualche bacetto dato di nascosto
al tuo faccino, davanti allo specchio
di tutte le meraviglie. In paradiso
ci andrai dritta, con vele bianche e
la fanfara, io a stento ti terrò
dietro sapendo di fermarmi
molto prima.

venerdì 27 novembre 2009

primamore

L’amore è strano, lo sanno tutti. Ti colpisce quando meno te lo aspetti e nella maniera più insolita, lasciandoti spesso in mano solo una manciata di ricordi, più o meno dolci, o amari. Il mio primo grandissimo amore, ad esempio, l’ho incontrato in terza media: era una ragazza di dieci anni più grande di me, con gli occhi grandi e verdi come quelli di un gatto, la pelle bianchissima che sembrava un’aliena, i capelli tagliati a zero e una voce di quelle che ti metteva i brividi addosso quando cantava. Si chiamava Sinead O’Connor, era irlandese e da quando l’ho vista per la prima volta su MTV, nel video di quella che ancora oggi è la sua canzone manifesto, Nothing compares 2U, per tutti i primi anni ’90 non potevo parlare di lei senza sentire un piccolo singhiozzo al cuore. Son cose che adesso fanno sorridere ma davvero a un ragazzino basta poco per sognare. Ci si può davvero innamorare della ragazza in un video? Certo! Io l’amavo così come mia cugina era cotta di Madonna e si discuteva sempre di chi fosse la migliore delle due. Ma non c’era storia. Madonna era finta, anticonformista solo per i soldi. La O’Connor era come Giovanna d’Arco, per metà santa e per metà guerriera.


Adoro quel video ancora adesso (lo linko qui perché impossibile da incorporare). Mi piace il modo in cui lei guarda decisa in macchina da presa e subito dopo abbassa o sposta lo sguardo di lato in maniera così schiva, quella lacrima che a un certo punto le si vede scendere lungo la guancia mentre canta e tu sai che non è finzione, che si è davvero commossa, il modo in cui modula la voce ora deciso ora tremante e anche se allora non capivo quasi nulla di quel che diceva sapevo che parlava al mio cuore. Era bellissima, e diversa da tutte le altre!
La canzone era pregna del suono degli anni ’80, che molti oggi detestano, ma ho sempre pensato che la musica di quel decennio fosse la più disperata di sempre, così legata alla poetica del carpe diem, del cogli l’attimo prima che sia troppo tardi. Di sicuro a ispirare tutto questo era l’ansia per le incerte sorti della guerra fredda, il consumismo imperante, il rampantismo assurto a stile di vita sul modello americano. E non per nulla a fine decennio venne girato quel capolavoro assoluto che è L’attimo fuggente, che mostrò alla mia generazione, cresciuta a dosi di tette e battutacce del Drive-in, le possibilità offerte dalla riscoperta del romanticismo e della poesia come unica alternativa alla volgarità e al grigiore del mondo. In quei giorni decine di ragazzi come me vennero grandemente colpiti dalla visione di quel film, che fu un po’ il nostro Gioventù bruciata. Forse non ebbe lo stesso impatto sociale, ma fu sufficiente. Ecco, la musica degli anni ’80 aveva lo stesso fascino malinconico e un po’ decadente.


La O’Connor veniva da quegli anni e quella canzone aveva qualcosa di quello spirito ma lei era diversa. Era Giovanna D’Arco, un po’ santa e un po’ guerriera. Lo si capì due anni dopo quando, ospite del Saturday Night Live, una delle più importanti trasmissioni televisive degli Stati Uniti, strappò in diretta, lei che da irlandese era una fervente cattolica, la foto di papa Giovanni Paolo II gridando “Combatti il vero nemico!” (e non intendeva ovviamente il papa in sé ma la Chiesa, in quei giorni coinvolta in una serie di scandali sulla pedofilia), scatenando così contro se stessa le ire dei benpensanti. Poco dopo venne invitata al Madison Square Garden a un concerto tributo per il trentennale della carriera di Bob Dylan. Avrebbe dovuto cantare I believe in you, una sentita preghiera a Dio scritta da Dylan a fine anni ’70, ma una volta sul palco il pubblico, ancora irritato da quanto successo in tv, cominciò a fischiarle contro impedendole di cantare. A quel punto successe qualcosa di incredibile: la O’Connor venne presa da sacro furore artistico, afferrò il microfono e cantò a cappella War di Bob Marley, cantò con tutta la rabbia che aveva in corpo fino a zittire un intero stadio. Finita l’esibizione lanciò un ultimo sguardo, di quelli che ti gelano il sangue, alla gente davanti a sé, poi si voltò e tornò dietro le quinte dove si abbandonò in lacrime fra le braccia di Kris Kristofferson. Fu una cosa straordinaria e secondo me fu l’apice della sua carriera (che dopo si affossò lentamente e senza rimedio), e anche di quella serata. Nella performance improvvisata della O’Connor rivisse lo stesso spirito che animò Dylan quella sera del 1966 in cui sfidò il pubblico di Manchester cantando a volume “fottutamente alto” Like a Rolling Stone dopo che qualcuno gli aveva gridato “Judas!” dalla platea. Fu lo stesso spirito che, passando attraverso l’anarchia del punk e di pochi altri eroi solitari, creò un filo invisibile che li legava, una linea tesa a delimitare i confini di una zona in cui ancora più di Nothing compares 2U quell’esplosione di rabbia e dolore, quell’esibizione dettata unicamente dall’istinto e dal coraggio avevano un senso. Quella linea che mostra la distanza che passa fra chi vuole fare i soldi e chi invece fa dell’arte.

giovedì 26 novembre 2009

terra di nessuno

Stanotte mordono i rimpianti, diventano rimorsi.
E quel che ti ho promesso ora non vale. Spingo giù
il magone con la grappa, abbasso le luci
per non farmi trovare, lì dove male non fa più
sentirsi parte di qualcosa ch’è più grande di noi, cercare
altri motivi oltre i tuoi. Non sono buono per le novità
mai stato buono a capire. Se sono buono a nulla
tu perdonami, se quando avrei potuto non ti ho amata.

mercoledì 25 novembre 2009

chi non conosce joe d'amato?

Ovvero vita associazionistica di paese, una serata tipo...

Lo so che è una fesseria, ma mi è successo l’altra sera e ve lo voglio raccontare. Ero a una riunione fra le associazioni giovanili del paese, per studiarci la programmazione di alcune iniziative invernali. Stavamo tutti lì intorno a un tavolo, circa una ventina di persone, ad ascoltare un tipo di cui non ricordo il nome, portato da Livianna, uno di quei geniacci pure simpatici ma che si gasano per le cose più astruse e folli, e ‘sto tizio stava presentando una particolare rassegna cinematografica che aveva intenzione di proporci per un cineforum, legata alla scoperta dell’arte attraverso il cinema. E lui elencava una serie di film a cui aveva pensato che possono definirsi impegnativi per un esperto, figurarsi per dei profani! Roba tipo L’arca Russa di Sokurov, un film di una pesantezza allucinante che il tizio diceva avergli cambiato la vita in meglio e ho detto tutto. Altri che mi ricordo sono Bella di notte, un documentario su Villa Borghese visitata ovviamente di notte ma con una torcia elettrica, e poi i più abbordabili, e anche gli unici che ho visto: Sogni di Kurosawa con l’episodio di Van Gogh, La ricotta di Pasolini e l’ultimo di Antonioni sul Mosè di Michelangelo.
Insomma io non ero convinto, gli altri neppure ma per motivi diversi. E infatti a un certo punto Marco, il portavoce del gruppo, ha preso la parola e si è messo a discutere dell’opportunità o meno di presentare dei film che in pochi avrebbero realmente potuto apprezzare ma soprattutto discutere (sapete com’è per la gente di sinistra, se non c’è il forum costruttivo dopo allora il cine prima è stato un fallimento) e persino Luca, che è un vero esperto ma anche diplomatico come pochi, ha sollevato il sopracciglio perplesso. Insomma Marco ha detto che avrebbe preferito qualcosa di meno elitario, qualcosa di più popolare ma fatto con gusto, in modo da evitarsi le solite seghe mentali e parlare. Il povero ragazzo senza nome veniva scaricato e infatti, per il nervoso, la gamba gli si agitava così freneticamente che avrebbe potuto schizzargli via in qualsiasi momento. Io, che me ne stavo nell’angolo, mi dividevo con difficoltà fra l’interessantissimo discorso e le gambe di Vanessa, che quella sera portava la gonna (chiamiamola pure contemplazione della bellezza). Sull’espressione “seghe mentali” però mi sono illuminato. Così, il più seriamente possibile, ho preso la parola e ho detto la mia: “Scusate ma se volete qualcosa che sia da una parte un po’ di nicchia e dall’altra abbordabile per tutti, ma perché non facciamo una bella rassegna dedicata a Joe D’Amato!”
Martin in fondo alla stanza è scoppiato a ridere. Tutti gli altri sono rimasti ammutoliti e con le espressioni che andavano dalla perplessità del tipo “l’ho già sentito ma non ricordo bene dove” all’interrogativo puro. È durato tutto pochi secondi ma si potevano sentire come in un film di Sergio Leone la balle di polvere rotolare per la stanza al suono dello scacciapensieri. A quel punto Luca, l’unico altro che aveva capito, mi ha detto, quasi sbuffando: “Spiegali chi è Joe D’Amato, perché non lo sanno…” “Ma davvero non sapete chi è Joe D’Amato?” ho insistito io incredulo. Nuove espressioni di diniego. “Ma miseriaccia!” m’infuoco. “È il Martin Scorsese del cinema porno!” Lo sguardo delle ragazze si è fatto gelido, gli altri hanno taciuto. “Perdonatelo, ma certe volte se n’esce con queste idee, voi non gli date corda…” ha detto Rob ridendo, sfottendomi. A quel punto mi sono ammutolito anch’io, un po’ contrariato. Anche perché ai nostri cineforum se vengono dieci persone è un miracolo, e secondo me con Joe D’amato avremmo davvero spaccato il mondo. Invece non mi hanno preso sul serio. Pure il tipo dei film impossibili se n’è andato deluso quanto me quella sera, e almeno di questo ero contento. Meglio evitarsi altre seghe mentali.
Solo più tardi, all’arrivo di Vito, tutto si è mostrato per quello che è, un grosso imbroglio. Quando si è seduto e ha chiesto di cosa avessimo discusso nelle ultime due ore, io gli ho chiesto, a bruciapelo: “Vito, ma tu lo conosci Joe D’Amato?” “Cazzo se lo conosco!” fa Vito: “Dei pornazzi fantastici! Ma pure gli splatter non sono male!” A quel punto Annalisa, la ragazza di Vito, ha cominciato “Ma bravo! Ma bravo!” poi si è alzata ed è andata fuori a fumare seguita dalle altre ragazze. Vito ha chiesto entusiasta: “Ma perché, volete fare un cineforum sui suoi film?” E io: “No, non si può, qui non li conosce nessuno!” E Marco, guardando fisso lo schermo col viso inespressivo: “Beh io sì, li conosco.” E Rob, accanto a me: “Pure io in effetti. Cioè, per sentito dire…”
A quel punto, tirando fuori la voce in modo da abbracciarli tutti quanti con poche semplici paroline, ho detto: “Brutti stronzi che non siete altro!” e me ne sono andato fuori anch’io.

domenica 22 novembre 2009

pasolini

Oggi ho ricordato per caso, girando in internet, che Pasolini è morto in novembre. E mi è venuto in mente che ormai è impossibile trovare qualcuno che ti venga a dire: “ma quello era un pirla e uno schifoso e mi sta sul cazzo!” Che fosse un pirla era difficile dirlo pure quand’era in vita, e a dargli dello schifoso si rischiava brutto perché se si arrabbiava non si faceva problemi ad alzare le mani. Invece che non stia sul cazzo a nessuno mi pare più il segno che, come sempre succede, da morto, quando non sei più pericoloso per nessuno, ti sono tutti amici. Tanto più che a dir bene di Pasolini, martire della Cultura in Italia, ci fai pure una bella figura. In fondo non devi nemmeno leggerti i suoi libri o guardarti i suoi film. Quanta gente li conosce? Tiri fuori dal cappello la mitica frase “io credo nel progresso, non credo nello sviluppo” che tutti avranno sentito almeno una volta nella vita o in televisione, dici mi piace e sei a posto, un vero pasoliniano col bollino, di quelli omologati che lui non sopportava. Del resto non so neppure se posso permettermi di parlare così. Personalmente con Pasolini ho sempre avuto un rapporto di amore/odio. Rispetto incondizionato per l’uomo: coraggioso, testardo, intelligentissimo e generoso, senza compromessi, sempre pronto a lottare per le sue idee, onesto fino alla disperazione. Odio per l’intellettuale e non perché non fosse un genio ma perché talmente genio che spesso mi sono sentito incapace di seguirlo fino in fondo, di cogliere tutte le sfumature del suo pensiero vastissimo. Perché con Pasolini ho sempre l’impressione di trovarmi di fronte a qualcosa di più grande di me, di così grande da non riuscire ad abbracciarlo tutto e contenerlo. Poi però dal nulla, in tanto magma, se n’esce con una intuizione così semplice e perfetta, così giusta che rimango lì stupito a rimuginarci su per ore e mi rendo conto di quanto davvero oggi avremmo bisogno di lui. Perché oggi, se fosse vivo, Pasolini di certo non apparirebbe più in tv, non lo chiamerebbero, forse Fazio chissà, per quelle sue interviste al borotalco, o Ballarò. Ma di certo sarebbe stato un continuo punto di riferimento per tanti ragazzi, quelli detti contro, a cui non sta bene ciò che hanno intorno ma non sanno come opporsi, come dirlo. Quei ragazzi avrebbero guardato a lui e si sarebbero sentiti rincuorati. Altre volte, invece, m’incanta per certe sue uscite disarmanti, dolcissime, in cui ti si mette davanti così nudo e fragile e ti parla col cuore in mano come pochi, e a te la sua parola resta a lungo sulla pelle come una carezza, o pesante come un sasso sullo stomaco. Aveva proprio ragione Moravia, con Pasolini abbiamo perso prima di tutto un poeta. Purtroppo, dei poeti, il mondo non sa più che farsene. Per tutto questo, anche se non sempre lo capisco, io amo Pasolini.



“Mah, io mi domando… perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto…” dal Decameron di Pasolini.

venerdì 20 novembre 2009

dopo un lungo silenzio

Meravigliosa poesia scritta da W.B. Yeats e tradotta da Montale.

Parlare dopo un lungo silenzio è cosa giusta.
Perduti o morti gli altri esseri amati,
nascosta nell'abat-jour l'ostile lampada
e calate le tende sulla nemica notte
che si parli così tra noi e noi
su questo tema eccelso, l'Arte e il Canto.
La decrepitudine del corpo è saggia: giovani
ci siamo amati senza saperne nulla.

mercoledì 18 novembre 2009

cosa resta di un amore

Vi dico la verità. Io della storia d’amore fra Bob Dylan e Joan Baez non ci ho mai capito granché. E forse parlarne oggi, a più di quarant’anni di distanza sembrerebbe quasi ridicolo se non fosse che si tratta di due artisti che, profondamente coinvolti da tale relazione, hanno prodotto di conseguenza alcune bellissime canzoni. La verità è che questa storia d’amore, durata appena tre anni e poi trascinatasi a distanza (almeno da parte della Baez) per quasi dieci, credo non l’abbia capita bene nessuno, tanto è stato il riserbo (soprattutto da parte di Dylan) che i due hanno dimostrato di avere a riguardo. E solo negli ultimi anni stanno venendo fuori delle dichiarazioni che qualcosa sembrano voler raccontare, chiarire, ammettere.
Per molto tempo il pubblico e la critica si sono divisi fra chi difendeva Dylan (“la amava ma era così giovane e fuori di testa, sempre strafatto e arrabbiato, in lotta contro il mondo intero, che alla fine doveva mollarla per forza, perché lei non sarebbe riuscita a seguirlo”) e chi invece gli puntava il dito contro (“l’ha usata quando gli era più utile e poi l’ha mollata con un bel calcio in culo quando non gli serviva più”). Lui, come suo solito, taceva. Lei si difendeva dicendo che in fondo lo aveva usato anche lei. Per molto tempo non l’avevo capita questa affermazione. Poi mi sono reso conto che se ami l’arte e la bellezza con tutto te stesso e consideri una persona un vero genio, persino l’opportunità di stargli accanto, di vederlo creare per te è preziosa. C’è gente che ha pagato per poter assistere a una seduta di Picasso. Io lo farei. E se sei uno di quelli che considera Dylan un genio assoluto il sentimento è lo stesso. Eppure la Baez lo amava davvero. Non serve molto intuito per capirlo. Tutto quello che ha fatto dopo la loro separazione ne è la prova evidente. Non ve lo racconto solo per questioni di spazio. E perché in fondo basta la canzone qui sotto per eliminare ogni dubbio.
Ma Dylan? Io credo che Dylan a un certo punto fosse sì sotto pressione, ma anche che vedesse in lei, nella regina del folk, il simbolo di tutto un mondo che stava cercando di abbattere e a cui si opponeva con tutto se stesso, quello della tradizione un po’ bigotta e dei buoni propositi, della militanza politica coi paraocchi che vede solo bianco e nero. Opponendosi a quel mondo Dylan entrò in conflitto anche con lei. Questo penso. Non riesco a convincermi che uno come Dylan, pur con tutti i suoi difetti e i suoi casini, potesse stare per ben tre anni con una donna senza amarla. Una come lei, poi! Qualcosa c’era, ne sono convinto. Magari non era proprio amore ma qualcosa di simile. Ma poi non è che le storie d’amore debbano per forza finire bene, sarebbe meraviglioso ma non è così.
Fatto sta che di tutte le donne che Dylan ha avuto, con tutte le grandi canzoni dolci o avvelenate che ha scritto per loro, l’unica donna che abbia saputo tenergli testa e scrivere su di lui una canzone altrettanto grande, in cui in poche strofe riesce a fondere tutto: amore passione rimpianto rabbia ironia arrivando a fare della propria storia personale un’opera d’arte universale, l’unica è stata la Baez, nonostante la sua “pessima qualità poetica”. La canzone definitiva su Dylan l’ha scritta lei. Un giorno, quando avremo del tutto scordato la loro breve storia, ci ricorderemo di lei non perché fu l’amante infelice di Bob Dylan ma, com’è giusto che sia, per questa splendida canzone ispirata a lui.



DIAMANTI E RUGGINE (1975)

Beh che io sia dannata
Ecco che torna il tuo fantasma
Ma non è così strano
È soltanto che c’è la luna piena
E tu mi hai chiamato
E sto qui seduta
La mano sul telefono
Ad ascoltare una voce che conoscevo
Un paio di anni luce fa
Mentre andavo dritta verso l’inferno

Come ricordo i tuoi occhi
Erano più azzurri delle uova del pettirosso
La mia qualità poetica era pessima dicevi
Da dove stai chiamando?
Un palco improvvisato nel Midwest
Dieci anni fa
Ti comprai un paio di gemelli
Tu mi portasti qualcosa
Sappiamo entrambi cosa possono portare i ricordi
Portano diamanti e ruggine

Beh sei esploso sulla scena
Oramai una leggenda
Il fenomeno che non si lavava
Il vero vagabondo
Ti sei smarrito fra le mie braccia
E sei rimasto lì
Temporaneamente perso in mare
La Madonna era tua gratis
Sì la ragazza sulla conchiglia
Ti avrebbe tenuto al sicuro

Ora ti vedo in piedi
Con le foglie secche che ti cadono intorno
E la neve nei capelli
Ora stai sorridendo fuori dalla finestra
Di quell’hotel scalcinato
A Washington Square
Il nostro fiato crea nuvole bianche
Che si fondono e si perdono nell’aria
Parlando solo per me
Avremmo potuto morire lì allora

Ora mi racconti
Che non hai nostalgia
Allora concedimi un’altra parola per questo
Tu che sei così bravo con le parole
E nel tenere le cose sul vago
Perché adesso ho bisogno di un po’ di quella vaghezza
Tutto sta tornando troppo chiaro
Sì ti ho amato con passione
Ma se mi stai offrendo diamanti e ruggine
Ho già pagato abbastanza

incontro notturno

mercoledì 11 novembre 2009

canzone per marian

(ovviamente sperando che Passero campi a lungo e in salute) ;)



E pensavo dondolato dal vagone
cara amica il tempo prende il tempo dà
noi corriamo sempre in una direzione
ma qual sia e che senso abbia chi lo sa.
Restano i sogni senza tempo
le impressioni di un momento
le luci nel buio di case intraviste da un treno.
Siamo qualcosa che non resta
frasi vuote nella testa
e il cuore di simboli pieno...

martedì 10 novembre 2009

ancora a proposito della vecchiezza


Michelangelo Buonarroti (morto nel 1564 a 89 anni) negli ultimi vent’anni di vita, come apprendiamo dalle fonti, avendo avuto in affidamento tutti i maggiori cantieri di Roma, fra cui la piazza del Campidoglio e la basilica di San Pietro, attraversava tutti i giorni a cavallo la città per seguire i lavori sul posto, e nonostante si descrivesse nelle sue lettere come “vechio, cieco e sordo e mal d’acordo con le mani e con la persona”. Di sera, quando se ne tornava a casa, scriveva poesie, alcune fra le più belle del ‘500. Quand’aveva un po’ di tempo in più si dedicava ancora, per fatti suoi, alla scultura. Il tema preferito degli ultimi anni era quello della Pietà, lavorando al quale elaborò la poetica del non finito. Ecco che intendo per vecchiaia invidiabile.

domenica 8 novembre 2009

pensiero sulla vecchiezza a metà giornata

Una volta, quand’ero più piccolo e spaventato a morte dall’idea di invecchiare, dicevo a chi mi chiedeva che io sarei morto a 30 anni, era certo, sicuro come il fatto che mi chiamassi Lillo, potevo metterci la firma! In base a cosa lo dicessi non lo so e infatti menomale che non ho firmato nulla. Ora di anni ne ho 32 e viva dio ho una salute invidiabile. Certo vedere su mio nonno i segni di come può ridurti un’età avanzata non mi rassicura, e sono ancora convinto che, come uno dei personaggi dell’Amore ai tempi del colera di Marquez (mi pare nel primo capitolo), la cosa migliore sia togliere il disturbo a un’età ragionevole anche se poi, lo so, ci sarebbe da discutere su come misurare tale “ragionevolezza”. E può anche darsi che con l’andar del tempo cambi idea, perché, come dice il proverbio, l’appetito vien mangiando. Intanto però mi guardo intorno e mi dico che, se proprio devo invecchiare voglio farlo così, come questi due signori qui sotto, o per citare Alberto (dopo un concerto di Dylan cui assistemmo a Napoli alcuni anni fa, credo fosse il luglio del 2001, e in cui mezza arena si sollevò a ballare): alla faccia dei vecchietti!

venerdì 6 novembre 2009

ma voleremo in cielo in carne ed ossa

Quand’ero all’università e andavo di straforo ad assistere alle lezioni di disegno in accademia, ricordo che una volta un professore ci disse che non ci sono temi noiosi, che tutto dipende dal modo in cui li si affronta.
Ho sempre trovato affascinante il modo in cui più artisti possano reinterpretare nella maniera più diversa lo stesso soggetto. E non ho mai trovato niente di più stimolante (per i miei gusti) che il tema dell’amore. Lì davvero ci si gioca il tutto per tutto perché non è più solo una questione estetica o anche morale o emotiva, lì fai entrare gente nell’intimità di casa tua.
Nell’ultimo periodo mi sono ricapitate sotto gli occhi due opere di due artisti da me molto amati. Entrambe le opere sono state dipinte nello stesso periodo, durante la prima guerra mondiale, col mondo che impazziva intorno. Entrambe parlano di un rapporto d’amore particolarmente importante per la vita dei due autori. E anche se l’una parla della sua nascita e l’altra del suo tormentoso declino, entrambe sono legate all’assai abusata immagine (freudiana) dell’amore come volo. Una l’ha dipinta Oscar Kokoschka e l’altra Marc Chagall.



Uomo cupo, viscerale e un po’ eccentrico, Oscar Kokoschka incontra Alma Mahler, donna bellissima, fiera e indipendente che lo segnerà per sempre, nella Vienna del 1912, all’epoca una delle capitali artistiche d’Europa. Di lei s’innamora e ne diviene l’amante per due anni. Lui ne ha 26, lei 33.
Alma lo ammalia completamente e al contempo è incapace di legarsi a lui, tanta è la sua sete di vita e di avventure. Kokoschka, succube di lei, riversa nel suo lavoro tutto il sentimento di angoscia che avverte crescergli dentro giorno dopo giorno, man mano che avverte avvicinarsi il momento dell’inevitabile separazione. Ne nascono una serie di disegni e dipinti cupamente morbosi o grandemente disperati, in cui la pennellata si fa pastosa e densa, i colori abbaglianti, come il sentimento che lo pervade. Di questi dipinti il più famoso resta La sposa del vento, fra i quadri simbolo del ‘900.
Come per tutti i capolavori dell’arte si può attribuire a un’opera una lunga serie di significati che vanno ben oltre il semplice dato biografico, e anche in questo caso si può parlare di riferimenti alla mitologia germanica oltre che all’angosciosa situazione verso cui si precipitava l’impero austriaco, alle soglie della guerra. Ma personalmente io ci vedo soprattutto il ritratto di due amanti alla fine di un rapporto.
Alla deriva nella notte dopo un incontro d’amore, avvolti dalle lenzuola sfatte e dall’universo intorno, i due sono stretti l’uno all’altra. Lei, meno innamorata, dorme soddisfatta contro la sua spalla. Lui invece, sofferente, si tormenta le mani, ha gli occhi spalancati nel vuoto, è un insonne divorato dall’incertezza. Sa già, ma non vuole ammetterlo, che quella zattera di fortuna finirà presto per sfasciarsi contro gli scogli del tempo e della volubilità di lei.
Quando poi, di lì a poco, Alma lo lascerà per davvero, Kokoschka impazzirà del tutto. Andrà volontario in guerra, sarà ferito più volte e gravemente, ma non riuscirà a dimenticarla. Si trasferirà poi a Dresda dove, come in un racconto gotico, lo si vedrà accompagnarsi spesso al fantoccio di una donna a grandezza naturale (perfetto persino nelle parti intime, per gli ovvi scopi del caso) che presentava agli amici increduli come Alma. Guarirà del tutto solo a metà degli anni ’30, dopo un lunghissimo viaggio (durato più di dieci anni) in Africa e Medioriente.



Ebreo russo e perciò perseguitato, poeta nell’animo e meraviglioso inventore di favole, nel 1909 Marc Chagall, all’epoca 22 anni, conosce Bella, una ragazza dolce e dallo sguardo malinconico. La incontra per le strade di Vitebsk, città in cui sono nati entrambi e che poi, nel suo inquieto girovagare per l’Europa, si porterà in cuore per tutta la vita come fonte di continua ispirazione, di storie e di immagini a cui attingere per raccontarsi.
La perde di vista nel 1910 quando si trasferisce a Parigi per un lungo soggiorno di studio e d’esilio, a causa delle persecuzioni razziali cui è sottoposto in patria. A Parigi, sull’onda della nostalgia, si forma definitivamente il suo linguaggio e il suo mondo poetico fatto di colori luminosi, folclore e immagini gentili.
Poi il caso ci mette il suo zampino e nel 1914 Chagall torna in Russia per una vacanza di tre mesi e ci resta bloccato otto anni, per via della guerra e poi della rivoluzione. A Vitebsk però ritrova Bella, e la sposa l’anno dopo. Non più solo adesso, ormai artista apprezzato, Chagall respira il fermento rivoluzionario che sta per esplodere in Russia. Sono anni eccezionali che culmineranno, con la rivoluzione comunista, nell’abolizione di qualsiasi discriminazione contro gli ebrei. Un senso di totale felicità si impossessa di Chagall e lo porta a dipingere, nel 1917, alcuni dei quadri più assolutamente romantici della sua produzione, di cui Sopra la città resta forse il più famoso.
Nel quadro lui e Bella, abbracciati, si librano nel cielo sopra Vitebsk, sopra il mondo intero (perché Vitebsk nell’immaginario chagalliano è allo stesso tempo metafora del mondo e proiezione della sua città interiore), trasportati dal vento dell’amore e della libertà. Tutto è luminoso e magico, o meglio ancora stregonesco, ma serpeggia sotto l’apparente serenità una sottile inquietudine. Dall’immagine traspare un totale senso di leggerezza, alterato in minima parte dall’espressione un po’ ansiosa di lui. Perché il vento che li ha rapiti (il vento della storia) è così forte, impetuoso e dirompente da lasciarlo in parte stordito. Chagall stringe forte Bella per proteggerla e portarla con sé ovunque questo vento li trascinerà.
L’intuito dell’artista ha visto giusto. Nel 1923 Chagall, in rotta col partito, sarà di nuovo esule a Parigi. Bella lo segue fiduciosa come farà per tutto il resto della vita. Morirà nel 1944. Dal giorno della sua morte, lui non toccherà più i pennelli per un anno.



A chiusura, anche se c’entra solo per caso, per il fatto che mi è venuto in mente nelle ultime ore, mentre scrivevo questo testo, un altro volo che ha tempi, origini e motivi in parte diversi da quelli sopra descritti, ma ugualmente straordinario e irrequieto come quello di Chagall, e destinato a una rovinosa caduta come quello di Kokoschka. Non ci sono donne nella scena ma questo è un film e non un quadro, e di donne poi se ne vedranno anche troppe, essendo il ritratto più intimo, sincero (e junghiano) di Fellini.
Credo, anche se forse mi sbaglio, che di voli così ormai, non se ne vedano più tanti in giro. Non c'è più il coraggio di mostrarli e farne arte (e non esibizionismo). Se però mi sbaglio, vi prego, fatemi sapere.

giovedì 5 novembre 2009

canzone dopo mezzanotte

Era tanto che volevo pubblicare questa canzone ma non l’ho mai fatto prima perché qualcosa mi bloccava. Forse dice così tanto di me che, inconsciamente, mi pareva di mettere in piazza i fatti miei e restare lì nudo come un verme. Poi magari mi sbaglio e nessuno può capire i veri motivi del perché la sento così mia anche se, dato il tema, non è poi difficile. È di John Lennon e già questo basterebbe. È una canzone scritta nel weekend perduto, il periodo di lui che preferisco e anche questo aggiunge punti. Ed è di per sé un gran pezzo, che supera in parte le convenzioni del pop per arrivare a ben più raffinate soluzioni musicali. Ma soprattutto, credo, è il dono degli artisti. Di chi, creando, riesce sempre a dare vita a un’opera che parla insieme per lui e per tutti, un’opera aperta al mondo insomma, e in cui puoi rifugiarti se hai bisogno. Un riparo dalla tempesta. Poi, come già si diceva tempo fa, l’arte non può cambiare il mondo. Si può solo caparbiamente andare avanti, un passo per volta, come dice mio nonno. Fare esperienza. Diventare un po’ più duri. E ascoltare della buona musica se è il caso.



TI BENEDICO (1974, da Walls & Bridges)

Ti benedico, dovunque tu sia
bambina portata dal vento su una stella cadente
gli spiriti irrequieti si separano
ma sono ancora profondamente legati

Qualcuno dice che è tutto finito
adesso che spieghiamo le nostre ali
ma noi lo sappiamo bene, cara
l’anello vuoto è solo l’eco dell’anno passato

Ti benedico, chiunque tu sia
che adesso la stringi, sii caldo e gentile
e ricorda che se anche l’amore è strano
il nostro amore rimarrà per sempre

domenica 1 novembre 2009

requiem per la merini

È morta Alda Merini e mi piacerebbe dire quanto mi dispiace come faranno nelle stesse ore centinaia di persone impietosite ma il fatto è che non mi dispiace a sufficienza da potermi unire al coro. Ho pena di lei, questo sì, in quanto essere umano, in quanto vorremmo che la vita fosse equa e giusta ma non è così e qualcuno soffre più di altri. Vorrei poter dire che almeno questo ha aiutato la scrittrice ispirandola nella creazione della sua opera straordinaria ma la verità è che, se anche trovavo simpatica lei e quella sua aria da zia un po’ folle con l’alito pestilenziale per le troppe sigarette, ho sempre mal sopportato il suo lavoro di poetessa. Non mi piaceva quella sua carica sempre in bilico fra misticismo ed erotismo vagamente morboso, non la sentivo mia, non mi catturava la sua voce e negli ultimi anni detestavo l’orribile rete in cui era caduta, quella del commercio della poesia per cui, unico esempio di poetessa seria e commerciale insieme, o meglio divenuta smerciabile alle masse per chissà qualche strano caso del mercato editoriale, veniva di continuo sfruttata da detto mercato che vendeva di tutto a suo nome, poesie ma pure versicoli appena sbozzati, scarabocchi, pensierini delle elementari e persino, mi è capitato di vedere una volta, un libro che raccoglieva foto delle sue mani che nulla avevano da invidiare ai santini di Padre Pio. E lei che, poverina, aveva continuo bisogno di denaro perché quasi indigente, firmava proprio tutto. Ecco, solo per questo avrebbe meritato il mio rispetto, solo per il fatto d’essere stata in fondo e per tutta la sua vita una vittima, prima di se stessa e della sua malattia, poi della poesia che aveva continuamente perseguito e infine degli altri, pubblico e mercato che, come cannibali, l’hanno divorata senza pietà. Se solo penso a cosa mi aspetterà di vedere nei prossimi giorni sui banconi delle librerie mi sento girare la testa per la rabbia e il disgusto. E rabbrividisco all'idea di cosa diranno di lei e di quello che già se ne legge in giro, da tutta questa bella gente tirata a lucido che piange per la perdita di una grande poetessa e amica e per l’enorme danno subito dalla cultura italiana. Ma la verità è che della Merini come persona importava davvero a pochi e quanto alla cultura in Italia, di quella oggi non frega proprio niente a nessuno.

la mia prima foto di copertina



Titolo: Via S. Michele A. Pubblicata su Largo Bellavista, mensile della Valle d'Itria, n° 34 novembre 2009.

venerdì 30 ottobre 2009

doppia canzone



Avevo appena pubblicato una canzone stamattina quando mio fratello, che era lì alle mie spalle, mi ha detto che basta!, metto sempre musica triste sul mio blog e questo non fa bene all’umore. Stessa cosa che mi è stata detta ierisera da Yasemin. Il fatto è che credo che non è la musica a fare l’umore ma è l’umore a richiedere la musica adatta a lui. E poi io ascolto dello splendido rock se mi gira bene. Appunto. Però è anche vero che magari voi vi ci annoiate con la mia musica triste. E allora cambio il post. E metto due pezzi, che potete ascoltare a vostra discrezione, che dovrebbero rappresentare, per chi non lo avesse ancora capito, le mie due anime. Uno è di John Martyn, meraviglioso cantautore inglese, si intitola Solid Air ed è stato scritto per la morte di Nick Drake, altro grandissimo (e credo che un giorno ci tornerò su questa cosa delle canzoni scritte in morte di). Mentre l'altro, Gimme Danger, è degli Stooges, il più oltraggioso e cattivo gruppo rock di fine anni '60 inizi '70, perché ricordiate che quando qualcuno di voi era ancora lì a pettinare le bambole coi Led Zeppelin, c’era gente seria che ascoltava rock con le palle e fatto prima dei Nirvana e compagnia bella (quest'ultima è per Maria che invece si lamenta che ascolto sempre musica fatta da gente ch'è già “morta” da un pezzo e quindi vecchia come il cucco). Ciao cari! :P

mercoledì 28 ottobre 2009

autoritratto di notte

mr stevens e la dignità

Ho finito da poco di leggere un libro splendido ma che, ammetto, mi ha lasciato un amaro in bocca di quelli che ti porti dietro il retrogusto per giorni. Il libro si intitola Quel che resta del giorno ed è stato scritto da Kazuo Ishiguro. Dal libro è stato tratto nel 1993 un film bellissimo e struggente diretto da James Ivory, con Anthony Hopkins e Emma Thompson, che però non rende giustizia agli intenti del romanzo. Di per sé la storia è semplicissima. Nella prima metà del ‘900 un maggiordomo inglese è talmente ligio al suo dovere da lasciarsi scappare poco per volta, al servizio del suo padrone, che poi si scoprirà essere (per ingenuità) un filonazista, tutte le piccole gioie che la vita gli potrebbe offrire fino al culmine rappresentato dalla perdita della donna amata. Si potrebbe considerare la storia di un fallimento. E così la interpreta il film, e così molti l’hanno letta. Ma questo non basta, ancora non rende giustizia al senso del romanzo.
Ho letto in giro alcune recensioni per chiarirmi le idee e tutte colgono qualcosa senza che nessuna convinca però del tutto. Una ragazza, ad esempio, su un forum lamenta di essersi annoiata in quanto non succede niente. E per quanto sia un discorso approssimativo è anche inopinabile: tutto il romanzo vive di piccoli scarti, episodi insignificanti o marginali, due interi capitoli sono dedicati a un ricevimento e a una importante discussione in salotto, altri si perdono dietro conversazioni in merito all’andamento del personale o alla pulizia delle posate e alla fine della vita privata (e sentimentale) dei protagonisti non resta quasi nulla, appena pochissimi accenni perduti nell’immensa matassa di considerazioni sul lavoro. E invero non è un romanzo facile da leggere, scorre via piuttosto lentamente per quanto non sia molto lungo.
Un altro, su un blog, diceva che la cosa che apprezzava di più della storia fosse il fatto che Mr Stevens, il protagonista e narratore, non fosse un testimone attendibile, che il suo racconto fosse pieno di falle, menzogne palesi, omissioni, tutte tese a distrarre l’attenzione del lettore dal suo reale pensiero, che ovviamente è invece chiarissimo. Tutto il libro è costruito così, come un lungo tentativo di raccontarsi negando, senza mai svelarsi del tutto e questo ovviamente non si poteva mettere nel film, che di conseguenza perde completamente questa caratteristica, acquistando però in fluidità e dando maggiore risalto al personaggio di Miss Kenton, la donna che Stevens ama.
Ma nemmeno questo è il succo, e neanche il finale fatto della morale spicciola che bisogna (si può solo) andare avanti con fiducia, perché la parte più bella della giornata è la sera, come gli viene detto da un passante con cui scambia poche parole nelle ultime pagine. No. In verità la chiave del libro si trova nel penultimo capitolo, quando viene chiesto a Mr Stevens di dire la sua, durante un discorso in cui si cerca di definire cosa sia la dignità. E Stevens risponde: “ho il sospetto che sostanzialmente consista nel non togliersi i panni di dosso in pubblico.” Cosa che in parte giustifica quanto detto sopra, ma ancora di più apre uno spiraglio sul senso del libro e sulla vera natura di Stevens, non un personaggio così grigio e insignificante come può apparire nella descrizione che lui stesso fa di sé.
Per quel che ne penso io Quel che resta del giorno è un romanzo sulla dignità e sul perseguimento della stessa. Mr Stevens in cuor suo è un personaggio molto classico, molto “romano” mi verrebbe da dire, permeato degli stessi ideali di quel mondo. Proprio come un soldato romano il suo interesse personale viene sacrificato costantemente alla causa, cioè seguire il proprio generale fino in fondo, credendo ciecamente in lui. Questo fa Stevens per tutto il libro. Per il proprio generale, per il suo signore, Sir Darlington, sacrifica tutto, persino Miss Kenton. E lo fa perché è convito che la causa perseguita dal suo padrone, la pace fra Inghilterra e Germania nazista, sia più alta e importante di lui e dei suoi bisogni. Quando, a un certo punto, Miss Kenton cerca di parlargli per fargli capire che andrà via con un altro se lui non farà niente per trattenerla, lui, che in quel momento è indaffarato per conto del suo padrone, le risponde che quello non è il momento perché di là si sta discutendo dei problemi del pianeta. Potrebbe sembrare una follia oggi, perché quel concetto di dignità non esiste più, ma c’è della nobiltà antica in questo. In fondo la natura di Stevens è nobile. Il suo è il tentativo di partecipare alla realizzazione di un mondo migliore e a questo scopo sacrifica tutto se stesso. La delusione finale di Stevens consiste nel rendersi conto del fatto di avere lottato e sacrificato l’intera sua vita senza ricevere in cambio il suo premio. Che non è Miss Kenton, per rivedere la quale, ormai anziano, si mette in viaggio attraverso l’Inghilterra (viaggio che gli darà l’occasione di ripensare al suo passato) ma, in linea coi principi classici di cui è formato, avrebbe dovuto consistere nella gloria del suo signore e, per riflesso, della sua. Il suo signore invece è caduto in disgrazia dopo la fine della guerra, è morto ed è stato dimenticato. Ora persino parlare di lui crea imbarazzo. Mr Stevens ha servito il padrone sbagliato e si è ritrovato a sacrificare se stesso per una causa che la storia non vuol ricordare. Per lui che ha dato tutto quello che aveva da dare alla causa della storia, nella storia non ci sarà posto. “Io mi sono fidato” e il suo ultimo amaro commento, a chiusura del libro. Tutto quello che gli resta è una lunga sera da vivere.

martedì 27 ottobre 2009

dualismo e stress da ambivalenza

Alcuni anni fa, quand’ero all’università, ho conosciuto un trans. Viveva di fronte a casa mia e per un breve periodo l’ho frequentato/a. Si faceva chiamare Bella. Era una sagoma, una enciclopedia vivente di barzellette sconce e anche un po’ idiote. Parlava con lieve accento spagnolo e ovviamente, ovviamente, la sua canzone preferita l’aveva scritta Fabrizio De Andrè. Me la cantava sempre quando, dopo aver bevuto qualcosa al bar, ce ne tornavamo a casa, verso la stazione, dal centro. Ora l’ho perso/a di vista, come ho perso di vista tutti i vecchi compagni dell’università. Ma stamattina, mentre guardavo al telegiornale la storia di un uomo finito e consumato dalla tensione e dallo stress, mi è tornata in mente una sera che mezzi ciucchi su di una panchina mi fece tutto un discorso sulla sincerità, dicendomi: “Guarda che qui, caro il mio Lillo, la più sincera di tutti sono io! Io almeno che sono una doppia persona lo faccio vedere!”
Pensate al povero Marrazzo. Essere in una sola volta così tante persone, né una né due, ma inventarsene una terza, a volte una quarta o una quinta per gli altri, moglie e figlia, avversari politici e compagni di partito, amici ed elettori, pubblico e privato e amanti vari nell’armadio. Chissà se nell’amplesso era uomo o donna? Chissà se davanti allo specchio si riconosceva più, alla fine? Vi immaginate la pressione a cui era sottoposto? Definirlo solo uno stress mi pare poco.
A me fa proprio pena, sapete? M’indigna certo, per alcune scorrettezze verso gli elettori, ma umanamente mi fa pena. Per quanto se ne possa dire male, queste sono cose che ti distruggono da dentro. Ti maturano lentamente in corpo, come un cancro, attraverso il lungo processo che immagino ci sarà e ti invecchiano e ti rattristano senza rimedio. Né credo che si possa mai guarire da ferite così. E poi, se parliamo di ambivalenza, allora non è che i carabinieri ci facciamo una così bella figura. I sempre fedeli alla patria. Né tutti gli altri coinvolti e che non dico, tutti protesi all’interesse generale di chissà quale astratta entità partitica o di potere. A me fa pena l’uomo e credo che alla fine avesse ragione Bella. In tutta questa storia gli unici sinceri per davvero, perché un semplice dualismo, sono stati i trans.

sabato 24 ottobre 2009

voglio amare

Sabato sera e sono chiuso in casa col raffreddore. La mia solita sfiga, mi hanno detto. Immagino sia vero. Mi rifaccio ascoltando un po’ di musica. Will to love, scritta e registrata in una sola notte del 1976 da un Neil Young così strafatto di roba da perdere ogni inibizione e mettersi completamente a nudo, è una canzone che non ascoltavo da anni, ma c’è stato un lungo inverno della mia vita in cui la mettevo nel lettore quasi tutte le sere. Tanto per darmi coraggio oppure, come mi diceva mio fratello, per crogiolarmi meglio nelle mie paturnie. Forse è vero, ma non sono così convinto. Will to love è un lungo sogno in fondo. E forse lo vivo ancora, chissà.
Sapete, oggi ero in macchina con una amica e le ho detto che non voglio più innamorarmi, mai più, che sono ormai troppo cinico per fidarmi ancora. Ma mentivo. In fondo è anche una questione di poetica. Lo dicevamo ieri a cena con Lino, un mio amico poeta. Lui asseriva che fare poesia è prima di tutto e dall’origine un modo di celebrare il ricordo, o meglio il ricordo dei nostri morti. Uno scrive per non dimenticare e perché non si dimentichi. Poi, diceva Lino, per astrazione tu puoi volerti ricordare di quello che ti pare, dei pomodori come di un tramonto.
Il mio talento speciale, mi diceva Lino, o quello in cui riesco meglio è scrivere di tutte queste storie d’amore infelici, perché riassumono per episodi la mia visione fallimentare della vita, mi ricordano quello che in fondo al cuore sento come verità assoluta, e cioè che una vera sincera e profonda comunicazione fra le persone non potrà mai avvenire.
Questo diceva lui e non so se abbia ragione o no. Ma in questo caso, mi dico io, il mio è un esercizio di memoria malata, tutta protesa alla mia infelicità celebrando, e così non permettendomi di dimenticare, episodi infelici affinché sia io stesso a rendermi impossibile un rapporto semplice, completo. Oppure forse, ho pensato poi, magari qui ci sbagliamo tutti e il mio è solo un tentativo di esorcizzare la mia più grande paura, cioè quella di rimanere solo.



I'll never lose it, never lose the will to love
Never lose the will
(Da ascoltare esclusivamente di notte)

dalla torre del castello

venerdì 23 ottobre 2009

tre pezzi d'occasione

Siccome è un po’ che non scrivo a un certo ritmo, ieri per riprenderci la mano mi son dato la sfida di scrivere tre pezzi entro fine giornata. Questo è il risultato. Peace Love & Respect.

1.“BASTA CHE FUNZIONI” RACCONTATO A DANI (E A VOI)

Ierisera ho visto il nuovo film di Woody Allen, intitolato “Basta che funzioni”. È un film di cui mi avevano parlato assai bene e comunque a me di Allen piace quasi tutto. Avrei dovuto andarci con Dani ma Dani ha avuto un contrattempo e così ci sono finito con Martin. Così lo racconto a lei e fra l’altro pago un debito preso con Sciuscia che mi aveva chiesto una recensione.
Dunque di cosa parla il nuovo film di Woody Allen? Beh, in due parole parla di un vecchio cinico, di quelli che più acidi e sarcastici non si può, ma anche talmente fragile da tentare il suicidio, il quale un giorno incontra una ragazza molto più giovane di lui, scappata di casa, la accoglie “per una sola notte” e finisce per sposarla. La storia, com’è logico, non ha futuro e lei lo mollerà per un altro, dopo ovviamente una serie di accadimenti che coinvolgeranno tutta una serie di personaggi che girano intorno a loro, a cominciare dalla madre di lei. Detto così in effetti, scarnificato il tutto degli elementi tipici della commedia, mi rendo conto che può sembrar piuttosto triste. In realtà il soggetto viene trattato in maniera così lieve e antisentimentale da lasciare che la disperazione di fondo dei personaggi non venga mai alla luce, se non a tratti.
Qualcuno, ho letto in alcune recensioni, ha accusato Allen di essere tornato a New York con una sceneggiatura vecchia di trent’anni e di non avere più niente di nuovo da offrirci. Ma è gente che capisce solo di film e niente di uomini, è gente che spesso scorda l’uomo dietro il prodotto cinematografico. Del resto se ha rimesso mano a una sceneggiatura scritta e chiusa nel cassetto nel 1977 un motivo ci sarà. E questo film, pur se con modestia, rappresenta una piccola evoluzione nel percorso umano e artistico di Allen. Un’evoluzione a cui ammetto di non aver mai creduto di poter assistere. Perché forse per la prima volta contro il nero, contro l’oscurità e il pessimismo che comunque caratterizzano la sua visione delle cose, Allen propone la quieta accettazione. È una cosa importante perché, se anche non è la prima volta che, nei suoi film, si parla dell’accettazione come unica forma di resistenza allo scetticismo, è la prima volta che a proporla non è un comprimario come consiglio al personaggio dietro cui si sublima Allen, ma è l’alter ego stesso di Allen a farla sua. Non so se riuscite ad afferrare lo scarto avvenuto in questo passaggio di consegne. È importantissimo, è tutto qui! Non è più Tracy, la ragazzina di Manhattan che dice ad Allen “devi avere fiducia nella gente” perché Allen ha bisogno di sentirselo dire ma non riesce ad ammetterlo in prima persona. È Allen stesso che parla a noi, attraverso il protagonista Larry David, che guarda dritto in camera (proprio come nel finale di Amore e Guerra) e ci dice “questo ho capito, gente, che non si potrà mai raggiungere la piena felicità, l’assoluta serenità ma l’importante è che vada bene, che la felicità funzioni anche solo per quei cinque minuti.” Godere al massimo di ogni istante prezioso, ecco il suo messaggio all’umanità. E so che detto così pare molto elementare ma in fondo la conquista più difficile è proprio quella della semplicità. E una cosa è dire e un’altra è sentire pienamente col cuore. Questa è in fondo una vittoria dell’uomo Allen contro il proprio pessimismo. Per cui forse è vero che non riuscirà più a rinnovarsi formalmente, ma non si può venire a propinarmi che è un film senza niente da dire. Chi lo dice non ha saputo vedere proprio la più semplice delle verità.
A parte questo Larry David è bravo ma ovviamente non è Woody, anche se capisco che Allen si sarebbe potuto trovare a disagio a recitare tutte quelle battute in cui ammette, anche se con molta autoironia, la proprio consapevolezza di essere un genio e poi gli manca la prestanza fisica per sembrare un arrabbiato credibile. (E a proposito mi interrogo sullo shock che proverò quando al prossimo film non sentirò più la sua voce doppiata da Oreste Lionello). Evan Rachel Wood, la coprotagonista, è perfetta ed è anche un gran bel pezzo di ragazza! La regia di Allen è al solito rigorosa e molto essenziale, pulita, i tempi comici perfetti. E se anche il film non è il suo capolavoro, né credo che Allen possa farne un altro dopo Match Point, ma poi perché ci si dovrebbe impegnare? Ha già dato e tanto al cinema! Non ha niente da dimostrare a nessuno e si può vivere anche del semplice piacere di raccontare belle storie, no? Alla fine questo è un film grazioso, fatto bene, non originale certo ma che perlomeno ci offre una briciola di serenità se non proprio di speranza, da parte di uno degli intellettuali più cupi e pessimisti in circolazione. E scusate se è poco.


2.ZIA CECCA LA SPUTATRICE

Zia Cecca (zia Francesca) era la sorella di mio nonno. È morta quattro anni fa, a distanza di un mese da suo marito e appena due dopo mia nonna. In famiglia la chiamavano tutti ‘a mucetazze (la sporcacciona) per la scarsissima attenzione che aveva per qualsiasi forma di igiene. Non aveva peli sulla lingua e mi dicono che da giovane fosse una vera gatta selvatica, una indomabile lottatrice di quelle a cui piacciono le risse per sport. Poi, come sempre succede, tutti i pregi della giovinezza ti si rivoltano contro in tarda età, trasformandosi nei tuoi peggiori difetti. Negli ultimi anni tutti la ritenevano una vecchia pazza. Viveva in un palazzo vicino casa mia, dove si era trasferita da vecchia e i suoi vicini la odiavano perché di notte, se aveva dei motivi di astio contro qualcuno (e ne aveva di continuo dato il suo carattere) andava davanti alla casa del malcapitato di turno, tirava su la gonna e gli pisciava sulla soglia. Insomma l’avete capito, una scassapalle autentica, proprio nella migliore tradizione della mia famiglia. Di lei si dicevano cose strane e folli, tipo che conservasse il pane sotto il letto perché lì rimaneva morbido, ma la cosa che più di tutte incantava me e mio fratello da bambini, era la sua straordinaria abilità di sputatrice. Già sdentata all’epoca della nostra infanzia, faceva per noi sempre questo giochetto: si metteva in bocca un Ferrero Rocher di quelli che le offrivamo nel vassoio, si mangiava tutto il cioccolato intorno ripulendo per bene la nocciola al centro, poi una volta ripulita ci diceva “guardate lì!” puntando il dito verso uno degli Swarovski di mia madre, prendeva la mira e sputava! E la nocciola inevitabilmente colpiva quello che aveva puntato, con grandissimo e malcelato disappunto di mamma. Ci incantava e per quanti sforzi facessimo non siamo mai riusciti a imitarla. Capimmo che sarebbe morta presto il giorno che si trovava a casa nostra per una visita e aveva ripulito per bene il suo bel proiettile con le gengive, e presa la mira all’ultimo momento scosse la testa, tirò un grosso respiro, poi afferrò la mano di mio fratello, ci sputò dentro la nocciola e gli disse: “Tieni, mangiatela tu!” Poi più niente. Morì due settimane dopo. Ieri mentre imboccavo mio nonno all’ora di pranzo, guardando il suo viso smunto che masticava lentamente la pasta, mi è tornata in mente zia Cecca. Per certi versi si assomigliavano molto.


3.A UN FINGITORE NEL PALLONE

Nelle prossime settimane, con la mia associazione, stiamo promuovendo alcuni incontri letterari in Valle d’Itria con alcuni scrittori più o meno famosi. Una sera, per organizzare uno di questi appuntamenti, siamo andati a Bari a sentire un’intervista organizzata da uno di questi scrittori per lanciare il suo nuovo libro, la classica storia ben scritta ma tutto sommato inutile, ma pubblicata da una grossa casa editrice. Durante l’incontro lo scrittore ha più volte rimarcato quanto il suo libro fosse permeato di musica, e in particolar modo della musica di Marvin Gaye, suo idolo e per lui un continuo punto di riferimento. Io da fan di Gaye mi sono gasato per queste dichiarazioni. Per cui dopo l’intervista, quando ci siamo avvicinati per prendere appuntamento, tanto per rompere il ghiaccio gli ho fatto un paio di domande sui suoi dischi preferiti di Gaye e insomma le solite cose che si chiedono in certe circostanze fra fan, e mi sono accorto di aver messo in difficoltà il tipo che continuava a rispondermi “Ah sì! Ah sì!” ma basta. Lui mi stava simpatico per cui ammetto di essermi quasi sentito in colpa, tanto più che i miei soci dopo mi hanno rimproverato di non stare mai zitto quando devo. Finché non ho letto il libro e mi sono accorto che tutta questa influenza di Gaye si riduce ai soliti due-tre pezzi famosi, di quelli che trasmettono sempre di notte in radio, per tener svegli i guidatori un po’ intontiti dalla strada.
Questo mi ha suscitato una reazione di sdegno e vorrei dire che se anche è vero, come diceva Pessoa, che il poeta è un fingitore, è anche vero che ‘sta cosa inculcataci dal sistema scolastico che basta leggere e analizzare (ad esempio) “Meriggiare pallido e assorto…” per aver capito tutto della disperazione di Montale, è una grossa cazzata! Ma miseriaccia siamo uomini, la nostra vita è qualcosa più di un’opera d’arte e un’opera d’arte, per quanto bella, non è che un piccolo momento nella vita e nella ricerca di un uomo. Ok, può piacerti quanto vuoi e magari leggerla ti ha cambiato la vita ed è anche vero che pure conoscendo a memoria tutta la sua opera non potrai mai sapere TUTTO di lui. Ma almeno non avere la presunzione di dire che lo hai capito solo perché un giorno gli è scappato fuori un verso e tu per caso l’hai ascoltato. Ma cazzo leggiti almeno il libro! E lo stesso vale per tutti gli altri. Avrei potuto fare lo stesso esempio per Munch e L’urlo e non sarebbe cambiata una virgola. Così anche per Marvin Gaye.



Così questa canzone (una delle mie preferite) è dedicata a un grande fingitore che secondo me non ha studiato abbastanza il suo pollo. Ha un titolo lunghissimo, quasi uno scioglilingua "When did you stop loving me, when did I stop loving you" e viene da un disco intitolato Here my dear del 1978, il più autobiografico di Gaye. E parla della dolorosa fine del suo matrimonio. Gaye si era innamorato di un’altra donna e questo disco ( i cui diritti sarebbero dovuti servire per pagare gli alimenti alla ex moglie) è un continuo e doloroso interrogarsi dell’uomo e dell’artista Gaye sul perché i sentimenti finiscono o vengono scalzati da altri più forti o mutano fino al punto da diventare irriconoscibili. Buon ascolto.