mercoledì 24 febbraio 2010

quarantane



Una volta le quarantane si appendevano per il collo fra le case durante i periodi di quaresima come rappresentazione del digiuno che ci si imponeva in quel periodo e quindi della fame stessa. Per questo le bambole avevano la forma di brutte vecchiacce vestite a lutto. Poiché la fame era un male odiato e diffuso, a fine quaresima ci si avventava su queste streghe con una violenza senza pari, ebbri del vino e del cibo che ci si concedeva per la festa. Durante la Pasqua le bambole venivano, come in un rito orgiastico, picchiate, accoltellate, sparate, bruciate e offese in ogni modo sconcio o no che fosse. Ci si scagliava addosso a loro con tutta la furia di cui si era capaci e quindi, per estensione, addosso al proprio destino di povertà e miseria. Ogni anno questa incontrollabile furia sociale si ripeteva, sfogava in parte il proprio malumore e poi tornava innocentemente ai propri ranghi, attraverso l’alibi della festa. Ecco perché questo rito di chiara matrice pagana, seppure non visto di buon occhio dal potere, era tollerato persino dalla Chiesa. Ora del rito, un tempo diffuso in tutto il Sud, resta solo il vuoto simulacro offerto ai maniaci della tradizione e ai turisti malati di fotografia.

martedì 23 febbraio 2010

nuovo mattino

Mi sveglio e faccio colazione, e intanto ascolto l’oroscopo in tv che consiglia ai capricorno di indagare l’attimo, il particolare, per coglierne indizi utili a capirsi e darsi una direzione. Credevo di farlo già da prima, ma caspita, se me lo dici così allora mi ci metto con più impegno. Mi guardo intorno, fuori piove e la giornata non promette niente di buono, ho mal di testa, la bocca impastata e non mi ricordo nulla di cos’è successo da ierisera a cena con amici a stamattina. Cosa mai potrà significare tutto ciò? La cosa più fastidiosa comunque è questa continua pulsante sensazione che ho dietro gli occhi di non farne mai una giusta. Sto sbagliando tutto in questi giorni, ma chissà, forse è perché non riesco a concentrarmi come dovrei sulle mie cose, mi sembrano tutte così sciocche e inutili. Così non concludo nulla, non vado avanti e non posso tornare indietro. Mi sento come un cieco senza un cane guida. Sono confuso ma la cosa peggiore è che non riesco a concentrarmi perché c’è troppo rumore intorno e da quello non riesco a mettermi al riparo. C’è così tanto rumore e mi sento come un cieco nel traffico. Sono perso nel traffico e ho mal di mare e sto lì aggrappato a un semaforo cercando di non affondare nell’asfalto o di finire sotto un camion. E so che dovrei tornarmene a dormire, perché dalle mie occhiaie è evidente che non sono in vena, ma mi ero ripromesso di tornare a vivere e ora credo di doverci almeno provare, anche se il valore della vita oggi è in ribasso. Me l’ha detto l’Indice Dow Jones e quello, si sa, non mente mai.



Comunque procediamo
lo so, ti sembro strano
ma sono gli anni, il vino e la miopia
che poi non è che beva molto
e qualche volto ancora lo ricordo
e non ingrasso
non sono sordo
e ho ancora molta, molta fantasia
Bisogna essere ottimisti
fino in fondo
perché potrebbe essere domani
la fine del mondo

martedì 16 febbraio 2010

ricorda con rabbia

Ad agosto, dopo uno dei soliti litigi, ricordo che mi disse: “Se vuoi che ci lasciamo, allora prima cerca di farti odiare da me, perché altrimenti, se non ti odio, io non ce la faccio.” Poi facemmo pace e ci abbracciammo a lungo. Invece, dopo decine di altri litigi andati avanti per mesi, direi che siamo riusciti a lasciarci anche senza mai arrivare a odiarci. Direi che trovare una giustificazione a tutto questo, al fatto che ora non ci sentiamo più né ci sentiremo per il resto della vita, o almeno io non voglio, trovare qualcosa di logico in questo mi è del tutto impossibile. Non riesco a trasformare tutti i miei sentimenti contrastanti in pensieri sensati. Non ce la faccio per quanto mi sforzi. Eppure, subito dopo la separazione stavo bene, ma davvero, sentivo di essere tornato a respirare, il senso di liberazione mi riempiva di pace e serenità i polmoni. Adesso invece che un po’ di tempo è passato e comincio a sentire la sua mancanza, le cose cominciano a farsi più dure.
Soprattutto da ieri, che sono bloccato a casa con l’influenza e il fatto di non potermi muovere o distrarmi non mi aiuta, il mio pensiero ritorna continuamente a lei, alle cose che mi ha detto, deforma ogni cosa, scandaglia, cerca delle tracce per capire meglio tutto quanto. Ma continuano a rimanermi infiniti dubbi. Ho sempre la sensazione che qualcosa mi sia sfuggita, che molte cose non mi siano state dette. E giusto o sbagliato che sia, considerato che ora non ci saranno mai delle vere risposte, l’unica cosa in cui riesce tutto questo è farmi crescere dentro un sentimento di rabbia soffusa, sottile, che non monta mai fino al suo culmine ma nemmeno vuole passare. Lentamente comincio ad associare la sua immagine all’idea di un grande dolore, una lunga ferita, una sofferenza prolungata e senza scopo e anche se questo non è giusto nei suoi confronti, per tutti i momenti di gioia assoluta che mi ha dato, non riesco proprio a impedirmelo. Chissà forse l’ho idealizzata troppo e ora che l’ho scoperta semplicemente umana non riesco a perdonarla. Oppure è davvero questa la cura e aveva ragione lei, bisogna arrivare a odiarsi per lasciarsi davvero. Non ci ho mai creduto ma forse mi sbagliavo.
Così, come vedete, anche questo post non ha uno scopo né una soluzione. È stato scritto per tirare fuori un sentimento, e come reazione a una piccola occasione: stamattina, mentre cancellavo una serie di messaggi dal cellulare per far spazio nella memoria, ho trovato il suo ultimo sms, risalente a circa due mesi fa. Credevo di averli cancellati tutti e invece, a quanto pare, quest’ultimo non mi è riuscito di eliminarlo. Il messaggio diceva semplicemente: “ti voglio bene”, nient’altro. Ma non so perché mi sono ritrovato gli occhi umidi. Ora potrei credere sia stata colpa dell’influenza oppure della mia innata stupidità, ma è più probabile che, come mi dice Licia, sono io ad essere troppo romantico e lumacone. Maledetti romantici, allora. Maledette lumache.

lunedì 15 febbraio 2010

tu come ti senti?

Tu come ti senti?
Avverti anche tu la paura strisciarti sottopelle?
E come stai? Cosa mi dici di te?
Perché ti agiti così? Perché tanto rumore per nulla?
Hai gli occhi belli e lucidi di vita questa notte
che splendono come fari dall’altra parte del mare.

E come combatti la nausea
o contro la depressione?
Quali trucchi conosci per frenare questa caduta insensata?
E che armi usi contro il buio che scende piano piano nel cuore?
Forse i tuoi occhi lucidi da matto
che splendono come abbaglianti lanciati in corsa nella notte?

Ma tu ci credi nel mattino?
Sei anche tu convinto che per ogni notte c’è una fine?
E che poi all’alba il sole aggiusta tutto?
Sei pronto a dirmi che ci credi? E sarai lì con me quando arriva?
Avremo gli occhi lucidi di pianto
che riflettono come finestre quella luce.

domenica 14 febbraio 2010

5 poesie di william blake

Da Songs of Experience. Traduzione mia. Buon San Valentino a tutti. Ah, Il giglio è per Daniela ;)

IL GIARDINO DELL’AMORE

Sono stato nel Giardino dell’Amore
per vedere quel che mai avevo visto
una Cappella costruita al suo centro
dove un tempo sul verde giocavo.

E i cancelli di questa Cappella erano chiusi
e “Tu non puoi” scritto sulle porte
così mi son voltato al Giardino dell’Amore
che tanti dolci fiori mi portava.

E ho visto ch’era pieno di tombe
e pietre tombali invece dei fiori
e Preti in nere gonne si muovevano là intorno
e legavano coi rovi le mie gioie e i desideri.


LA ROSA MALATA

O Rosa, tu sei malata:
l’invisibile verme
che vola di notte
nell’ululante tempesta

ha trovato il tuo letto
di cremisi gioia
e il suo nero segreto amore
la tua vita distrugge.


IL GIGLIO

La modesta Rosa fa spuntare una spina.
L’umile Pecora un minaccioso corno.
Quando il Giglio bianco si delizierà d’Amore
né una spina né un corno macchieranno la sua bellezza vivace.


LA MIA ROSA GRAZIOSA

Un fiore mi fu offerto
un fiore tale come Maggio mai ha portato
ma io dissi: “Ho già la mia Rosa graziosa”
e passai il dolce fiore ad altri.

Dopo andai dalla mia Rosa graziosa
per curarmi di lei giorno e notte
ma la mia Rosa mi rifiutò, gelosa
e le sue spine furono la mia sola delizia.


L’ALBERO DEL VELENO

Ero arrabbiato con l’amico
gli ho parlato, l’ira è finita.
Ero arrabbiato col nemico
non ho parlato, l’ira ha attecchito.

E l’ho innaffiata di paure
notte e giorno con le lacrime,
l’ho esposta al sole dei sorrisi
e d’insidiosi dolci inganni.

Ed è cresciuta giorno e notte
fin a darmi una mela brillante
che il mio nemico ha visto risplendere
sapendo bene ch’era la mia.

Nel mio giardino è venuto a rubare
quando la notte ha velato il cielo
e nel mattino trovo felice
il mio nemico sotto l’albero, morto.

venerdì 12 febbraio 2010

i tempi stanno cambiando

Non lo nego. Quello appena trascorso è stato un anno infelice sotto molti punti di vista. Eppure dire che in tanta sfortuna non ci sia stato nulla di buono sarebbe ingiusto. Dopotutto nell’ultimo anno ho concluso, tirandolo fuori dalle vene col sangue, il mio libro più bello. Ho cominciato a lavorare in teatro con un regista bravo e importante. Ho scoperto la fotografia, un’arte che mi riempie di felicità ogni volta che punto l’obiettivo. E in fondo ho pure sistemato una serie di problemi sentimentali che mi portavo dietro da troppo tempo. Ora sto meglio. In questo periodo mi muovo molto, sono sempre in giro, mi guardo attorno. Ho dei buoni amici vicino. Bevo un po’ meno ma non ho perso altro pelo (grazie a dio!). Insomma, per dirla come i miei amici buddisti, se cadi cento volte allora ti rialzerai centouno volte.
Per tutto questo mi accorgo che la mia colonna sonora dell’anno appena trascorso l’ha scritta Bob Dylan. Il che, per quel che mi riguarda come fan, è importante perché: primo, non faceva un bel disco dal 2001, perché Modern Times a dispetto di quel che ne dice la critica, è uno dei suoi lavori che mi piace di meno; e secondo, nel 2009 ha sfornato ben due dischi nel giro di pochi mesi, che invece ho amato con uguale spirito, quello che si prova a ritrovare un vecchio amico e tu sei felice non perché abbia qualcosa di nuovo o strabiliante da dirti o darti (come mi è successo di leggere su molti blog) ma perché è lui e parla sempre al tuo cuore e perché avete quel rapporto speciale.
Certo, molti storcono il naso di fronte agli ultimi suoi dischi assolutamente non innovativi. Ma chi se ne frega degli altri? A me Dylan ha dato e continua a dare così tanto che davvero non ha nulla da dimostrarmi. Ma poi perché dovrebbe farlo? In fondo i suoi ultimi album sono belli, semplici, leggeri ma non stupidi, e ti fanno stare bene ad ascoltarli o ti commuovono ma senza mai essere drammatici. Cos’altro si può volere di più da lui? A me pare una persona anziana (quasi 70) che abbia capito cos’è che realmente conta nella vita, senza volerti ossessionare a tutti i costi col pensiero della sua prossima morte. Io nell’ultimo anno li ho messi spesso nel lettore e con grande piacere, ancora più grande se stavo male e chiedevo di poter staccare la spina dai miei problemi almeno mezz’ora. Questo è tutto per me. È questo il tipo di arte che sogno di arrivare a produrre, qualcosa di così semplice e universale che parli a quanta più gente possibile e offra una possibilità di sollievo al dolore, ai dispiaceri e alle sofferenze a cui siamo sottoposti ogni giorno. Ragazzi, magari qui non si parla dei massimi sistemi, ma se questa non è arte allora cos’è? E poi, ve lo immaginate sentire il disco di natale ad agosto? Io credo che si possa fare e ci proverò di sicuro. Fra l’altro non riesco nemmeno a separarli i due album del 2009, per me sono come gemelli, li sento sempre insieme e li considero un po’ i Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza di Dylan. Magari è solo una mia fantasia, ma forse mentre li pensava si è riletto Blake, come ho fatto io, e gli è venuto da sorridere, proprio com’è successo a me. In fondo che ne sappiamo noi? Dylan resta imperscrutabile come la Sfinge. Non sai mai con quale nuova sorpresa o emozione ti stupirà.



E infatti, di soppiatto, per me l’apice di quest’anno da fan è giunto ieri, quando l’ho ascoltato cantare The times they are a-changin’ e non ho potuto fare a meno poi di risentirlo decine di volte. Ecco che Dylan chiude uno dei cerchi della sua lunga opera e zittisce in un solo colpo, come spesso è già accaduto, tutti coloro che lo davano per spacciato, reinterpretando dentro la Casa Bianca e non fuori dai suoi cancelli, a un presidente nero, il suo vecchio inno sui tempi che cambiano e per questo ammoniscono che prima o poi anche l’ultimo potrà essere il primo, e ricordandoci così che un capolavoro non ha età e vive di vita sua al di là dell’artista che gli ha dato forma. E il fatto di essere riuscito a catturarlo e rifarlo suo per quei quattro intensi minuti è la prova che di Dylan abbiamo bisogno al di là di quello che crediamo. Nessun altro avrebbe potuto cantarlo così e ora sappiamo, per l’ennesima volta, che toccava solamente a lui.

domenica 7 febbraio 2010

la scimmia

C’è una zona d’ombra in me nascosta
sempre troppo laterale perché possa
illuminarla con la torcia per guardarti
in cui tu sei, e rimani lì non più reale
e leggera ma presente. Ed è impossibile
per me ignorarti se talvolta, voltandomi
di scatto, catturo a stento nella fuga
la tua spalla nuda o il dente aguzzo
che riluce sotto il pelo nero, i pochi indizi
della tua certezza. Lì stai aggrappata
e non mi riesce di scacciarti. Lì alimenti
il mio rancore e l’inquietudine.
E se anche è vero che lasciarsi ci ha ridato
il silenzio, è pur vero che non dormo
per paura del buio. Fino a quando
non riuscirò ad abbattere la scimmia
che mi porto sulla schiena ed ha
le tue fattezze neroangeliche e dispera
perché creda a quelle lacrime che mai
ti ho conosciuto, col fucile che ho pronto
accanto al letto.

venerdì 5 febbraio 2010

i dubbi di ulisse

La poesia è di Antonio Bassano, uno dei migliori poeti della mia generazione. Da L'imperfezione dei cardini, 2009.

Voglio rimanere nella parte più profonda della casa
dove il silenzio è lo stesso da sempre, dove è più forte
l’abbandono al ricordo, più forte del vento che s’alza,
dell’ulivo e del remo, della rabbia per il giardino incolto.
Per tornare a scoprire come siamo fatti ci vuole tempo
ma affinché il mio sfiorarti non sia un nuovo addio
bisogna che non ci sia più mare, che io non sia mai partito.

mercoledì 3 febbraio 2010

mare d'amore

Nel 1989 venne chiesto a Tom Waits di reinterpretare uno standard della canzone d’amore americana per inserirlo nella colonna sonora di un noir con uguale titolo, interpretato da Al Pacino ed Ellen Barkin. Tom Waits, come sempre fa, prese la canzone e la rivoltò come un calzino, nel senso che ne tirò fuori l’anima segreta, malata, quella che nel 1959, quando venne scritta da Phil Phillips, non si sarebbe mai potuta mostrare. Perché Sea of love più che una canzone d’amore, è una canzone sull’ossessione d’amore, sull’impossibilità di razionalizzare tale sentimento, a tal punto da lasciarsi sopraffare da esso: “sto affogando in un mare d’amore”, cioè questo amore è troppo grande per me, non riesco a contenerlo, mi sommerge. Riletto in questa luce, l’invito: “vieni con me al mare” assume tutto un altro significato, per nulla rassicurante. L’arrangiamento notturno di Waits non fa che amplificare la carica di morbosa disperazione già espressa nel testo. Il film a cui venne abbinata la canzone, una sorta di prova generale di Basic Instinct ma con ben altri interpreti, è stato dimenticato quasi del tutto. La canzone è stata invece recuperata da Waits in Orphans, nel 2006.



Vieni con me amore al mare
Il mare dell’amore
Ti voglio raccontare
Oh quanto ti amo
Sto affogando in un mare d’amore

Ti ricordi la notte in cui ci incontrammo?
Fu la notte in cui seppi che tu eri il mio amore
Ti voglio raccontare
Oh quanto ti amo
Sto affogando in un mare d’amore

Vieni con me al mare

martedì 2 febbraio 2010

fizz in the city

È l’esperimento dell’amico Tommaso Urselli, sceneggiatore per il teatro, che sta raccogliendo del materiale per una sorta di testo collettivo sul problema delle discariche. Può parteciparvi chiunque con un proprio scritto a tema. Se siete interessati o semplicemente incuriositi dalla cosa, il link è questo. Qui sotto il mio personale contributo al testo.

L’IMMINENTE CATASTROFE

Oggi a L abbiamo fatto una scoperta straordinaria.
C’è l’ha raccontata un vecchio questa cosa, uno di quelli che se ne stanno tutto il giorno seduti sui gradini delle porte a sciacquarsi le budella col loro vino fatto in casa. Ci ha bloccato mentre passeggiavamo per il corso e, fra una chiacchiera e l’altra, mentre si tentava in tutti i modi di sfuggire alle sue grinfie, ce l’ha detta quasi per caso. E cioè che la villa comunale con tutti i suoi bellissimi giardini sorge sull’area un tempo destinata all’antica discarica del paese, poco fuori dal vecchio perimetro abitato. Hanno sepolto tutto sotto la terra e sopra ci hanno piantato gli alberi, e intorno costruito altre case. Ci abbiamo pensato per tutto il pomeriggio, fantasticando sul tipo di rifiuti sepolti qua sotto. Ce ne stiamo seduti sulle panchine all’ombra, e Fizz mi dice:
“Ti immagini? Che forse questa qui sotto è la più antica discarica della storia?”
“Ma no!” gli rispondo. “La più antica no, che ti credi? Però cazzo è vecchia la villa, l’hanno costruita che c’era ancora il re!”
“Una cosa è certa comunque…”
“Che cosa?”
“Dico che avevamo ragione noi…”
“Quando?”
“Quando dicevamo che il paese ha un cuore di merda!”
Sghignazziamo compiaciuti della nostra battutina.
“Hai capito perché gli alberi vengono su così bene?” Sghignazziamo ancora.
Li guardiamo gli alberi. Ne osserviamo le punte nere mosse dal vento, i tronchi solidi ancorati al suolo, le radici che intorno premono per farsi spazio e spaccano l’asfalto intorno in lunghe e sottili crepe. “Mi chiedevo…” ricomincia Fizz. “E se spacca spacca quando l’asfalto viene via tutto la cacca che c’è sotto salta fuori?”
“Impossibile!”
“Sì, ma dai… io me lo immagino come un piccolo geiser. Tutta st’immondizia che preme per scoppiare e appena le dai un po’ di largo prende e viene sparata in alto!”
“Bello sarebbe!” ridacchio. “Ma è impossibile…”
Ce ne stiamo all’ombra degli alberi in silenzio e osserviamo le crepe nell’asfalto. I vecchi passeggiano tranquilli, coi loro occhiali da sole e le scarpette sportive, quasi fossero ignari di quello che bolle sotto i loro piedi. Osserviamo le crepe e quando si alza il vento puntiamo il naso e cerchiamo nell’aria i segni dell’imminente catastrofe: la scia dell’odore di merda che immaginiamo un giorno verrà fuori di là.