martedì 15 giugno 2010

volevo mostri che odiassero intere città - stephen king e il suo doppio


“Volevo mostri che odiassero intere città, cadaveri radioattivi che emergessero dall'oceano e che odiavano i surfisti, ragazzi vestiti di nero che sembrassero figli della spazzatura.” Stephen King.

In genere, il bello di essere dei giovani lettori è di potersi permetter di tutto senza preoccuparsi di cosa stai leggendo. L’importante è leggere, poi viene la qualità del testo. Devo dire di essere stato, da ragazzo, sì un lettore vorace (più di quanto non mi riesca ora, purtroppo), ma anche di aver avuto la fortuna di leggere davvero poche porcherie. E ci ripensavo proprio ieri quando, spolverando lo scaffale mi sono trovato di fronte all’angolo dedicato a Stephen King, di cui ho quasi tutti i primi romanzi. Da adolescente ne ero un fan accanito, poi l’ho perso di vista, c’è stato un momento in cui l’ho rinnegato e infine l’ho quasi del tutto rivalutato col senno di poi, rendendomi conto del suo reale valore anche se, ammetto ancora, leggermi uno dei suoi libri oggi per me sarebbe impossibile. Troppo lunghi per i miei tempi.
Eppure King resta un grande. L’immagine più forte che ho di lui è contenuta in On writing, la sua autobiografia, e ce lo descrive mentre scriveva Misery e se ne stava lì a battere senza posa sulla tastiera del pc, talmente strafatto di coca da avere dei tamponi di carta nel naso per evitare che il sangue gli schizzasse fuori, sporcandogli il computer.
È un’immagine agghiacciante e incredibilmente macabra, persino per un grande scrittore dell’orrore com’è stato lui. Uso il passato perché è risaputo che proprio dopo Misery, quando incominciò la lunga cura che l’avrebbe portato a disintossicarsi, il valore del suo lavoro di pari passo ha cominciato a scemare. Tanto che qualcuno, stupidamente, ha addirittura insinuato che fossero la droga e l’alcol il segreto nascosto del suo genio, e non capendo invece che non erano altro che l’anestetico necessario a tirar fuori da sé tutto il dolore di un’infanzia “difficile” e dargli nuova forma per gli altri. E in fondo non si dice niente di nuovo se si osserva che più ancora che di licantropi e fantasmi e pazzi furiosi e alieni assassini il tema fondamentale della sua opera riguarda la paura del crescere e del diventare grandi (e di cui i mostri sono in realtà la proiezione), tanto che da alcuni critici King è stato paragonato a Dickens, altro grandissimo narratore dell’infanzia.
In questo IT resta il suo formidabile capolavoro ma non certo l’unico. Carrie, Shining, Il corpo, Unico indizio la luna piena, Gli occhi del drago e Il Fotocane affrontano tutti il tema dell’infanzia minacciata e del superamento di un grosso orrore come necessario al passaggio all’età adulta. Da questo punto di vista il fatto che nei romanzi di King l’infanzia vinca sempre sul male e che nonostante le perdite e la sofferenza vissuta ai suoi bambini sia sempre promesso un lieto fine, fa dell’opera di King qualcosa di più maturo e vicino alle favole antiche di natura iniziatica (come Cappuccetto Rosso per intenderci) che non alla letteratura di serie B a cui spesso è stato associato all’inizio della carriera o a Dickens stesso, d’altro canto. Né, del resto, è l’unico ad aver attinto agli stilemi di un genere popolare per arrivare a una forma d’arte più raffinata. Chandler ha fatto lo stesso col romanzo poliziesco, anche se va detto che la visione artistica di King ha una vastità enorme, spaventosa e tipicamente americana di cui Chandler fa volentieri a meno.
L’altro grande tema del primo King (quello maledetto e affascinante) riguarda il confronto col proprio doppio, cioè con la parte oscura di sé che molto spesso, nei suoi romanzi, prende il sopravvento. Si affronta questo tema in quasi tutti i suoi libri ma particolarmente in: Shining, La metà oscura e Finestra segreta, giardino segreto dove, guarda caso, alla doppiezza dell’animo si affianca anche l’atto della scrittura. Se il tema dell’infanzia spesso rievocava gl’incubi legati al suo passato e il tentativo continuamente frustrato di superarli e abbattere quell’altissima torre di brutti ricordi, il tema del doppio negativo ha più a che fare col confronto a cui, ormai all’apice della sua dipendenza, King era costretto quando fissava l’immagine che lo specchio gli restituiva.
Questa cosa mi ha sempre affascinato. Il fatto che, nella sua opera, da una parte King cercasse di salvare il bambino infelice che era stato e dall’altra di uccidere la metà oscura ch'era in lui nascosta. C’è una sorta di coincidenza, quasi puritana alla fin fine, fra male esterno che lo condanna avendone inquinato l’infanzia e male interno che si porta dietro in quanto proprio, in quanto lui inquinato. Qualcosa di non detto, del tipo: “me lo meritavo perché in fondo lo so che sono cattivo.” Talvolta pare quasi che King voglia, per salvare il bambino e quella purezza perduta, uccidere la metà oscura dentro di sé, sacrificarla per purificarsi. Ma è solo un’illusione. Nel momento stesso in cui si uccide la metà oscura, l’uccisore si ritrova comunque ad essere un po’ più sporco, un po’ meno felice di com’era all’inizio del romanzo. Né potrà più tornare a quella felicità perduta. In fondo è questo, per King, il senso vero del crescere: l’accettazione del dolore come condizione necessaria alla vita. Ma la salvezza che concede ai piccoli protagonisti delle sue storie, King non riesce a ricrearla per sé. La sua opera è tutta pervasa dall’estenuante e angosciosa ricerca di motivi per dare un senso al proprio dolore. Da ciò nasceva la sua arte. E anche quando ha provato a eliminare sul serio il suo demone interiore, con la disintossicazione, questi è tornato prepotentemente a rivendicare la sua importanza, negandogli l’ispirazione per anni.
Perché, se è vero, come racconta nella sua autobiografia, che talvolta l’unico prodotto delle sue lunghe ore di lavoro giornaliero nello studio erano pagine e pagine di frasi sconnesse tipo il mattino ha l’oro in bocca per citare la famosissima scena di Shining, allora resta il mistero di come abbia fatto King a scrivere, pur con l’aiuto della droga, una tale mole di romanzi perfetti (in tutti gli anni ’80 quasi quaranta di cui almeno una ventina sono dei capolavori) e soprattutto un libro così lucido com’è appunto Misery, lunga discesa nell’inferno generato dal blocco creativo dell’artista e dal violento scontro con l’ingordigia senza pietà del suo pubblico e senza ricordare, come ha ammesso poi, quasi nulla dei lunghi mesi di scrittura se non il sangue versato sulla tastiera. Chi mai può aver partorito un simile incubo se non la sua metà oscura e demoniaca?

7 commenti:

amanda ha detto...

ma il male interno alla fine non è il frutto del male esterno che ha scandito e segnato la sua infanzia? Se così fosse per avere la salvezza indubbiamente andrebbero eliminati entrambi

lillo ha detto...

fino a un certo punto. alla fine king, pur provandoci, non ha salvato nessuno e allo stesso tempo ha perso l'ispirazione...

amanda ha detto...

ma magari vive meglio lui, non lo sappiamo, non ci sono più mostri da cacciare, non c'è più desiderio di annientare la metà oscura di sè, spariscono i mostri e l'ispirazione, ma si è rappacificato con sè stesso, dorme sereno. Lo so, lo so banalità

petrolio ha detto...

ehi… ma che fai leggi nel pensiero? L'altra sera stavo pensando che chiamerò la mia auto "Christine" e le darò il permesso di far fuori qualcuno… mamma mia, quanto l'ho sognata un'amica così! :)))

p.s. bellissima la rollingstones'song!

lillo ha detto...

;)
sì ci stava a pennello...

amanda, banalità no, però c'è da dire che 1) se il principio che ti guida è quello di arrivare ad accettare il dolore come necessario, allora volerlo uccidere significa che il principio in king non si è mai concretizzato, e infatti lui si definisce ancora un eterno bambino e 2) un artista che fa del dolore il materiale della sua sacrittura senza dolore non ha più scrittura...
poi certo sono d'accordo con te, meglio in pace che piagato dalle sofferenze... peccato che circa dieci anni fa king, che è ancora abbastanza maledetto, è stato messo sotto da un pirata della strada per cui, pur essendosi disintossicato soffre, fisicamente, le pene dell'inferno per dolori vari nel fisico che non si è mai ripreso del tutto dal trauma dell'incidente...
insomma un nome un destino...

lodolite ha detto...

caro lillo, qui si impara sempre.
ed infine un grazie perchè anche se i nostri percorsi sono diversi,azzardo dicendo io la psicoanalisi e tu la lettura,oggi mi si sono accese delle lampadine che credevo fulminate...
un sorriso, una strizzatina d'occhio e una carezza (prova un pò a farlo con le faccette...)
ciao simona

ARIS ha detto...

Accidenti, ora ci sarebbe da trovarsi al tavolino di un bar e parlare di quello che hai scritto in questo post per almeno.... diciamo, otto ore, per cominciare, poi fissare per il giorno dopo, e quello dopo ancora....
...che te ne pare? ;)
bravo lillo