lunedì 31 dicembre 2012

in alba

mi appresto al buffo gioco dei denti
dove arraffa chi più strappa
avverto lo schiocco nella stretta
la scapola che cede sotto l’arca
lo sbriciolio del guscio che si spacca
dando spazio al sodo
e cede il braccio nella storta crolla il ponte
e affonda nave appena giunta
nello stretto
in alba c’è solo una promessa ed è
sopravvivenza incerta.

sabato 29 dicembre 2012

la speranza nascosta

Life is people. Ho scoperto questo disco per caso, segnalato su vari siti come uno dei più belli del 2012. Non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che del suo autore, Bill Fay, per quanto abbia cercato, non si conoscono esattamente né l’età né le vicende biografiche. È un uomo di mezza età, di nazionalità inglese e in patria è considerato un piccolo mito. Ha tentato, senza troppo successo, la carriera come cantautore fra il 1968 e il 1971 e poi è sparito nel nulla per circa quarant’anni, diventando nel frattempo, con solo due album all’attivo, e particolarmente col secondo Time of the Last Persecution, un autore di culto accanto a colleghi di uguale potenza intimistica ma oggi ben più famosi come Nick Drake e John Martyn. Life is People è a tutti gli effetti il suo terzo disco, bellissimo, oscuro, pervaso di atmosfere lente, confidenziali e di un fervido misticismo, ma pronunciato tutto a bassa voce, fra le note lente e avvolgenti del suo piano. Un lavoro splendido, mai urlato, come credo siano tutte le opere di gente che ha vissuto (e sofferto) abbastanza a lungo da non avere più nulla da dimostrare.
Di tutte le canzoni del disco, però, il pezzo che personalmente preferisco, è Jesus etc., l’unica cover, dai Wilco. Nella versione di Fay, la canzone viene scarnificata rispetto alla ben più sinuosa versione del gruppo, rallentata nel tempo e ripulita nell’arrangiamento, cantata con l’accompagnamento del solo piano dalla sua voce profonda, solenne, che scava dentro le parole per tirarne fuori l’anima profonda, rivoltandola così da cima a fondo, un po’ come succede in molti degli ultimi pezzi di Johnny Cash, negli American Recordings.
Jesus etc. cantata da Bill Fay è la prova più clamorosa che tutto nella vita ha, e merita, una seconda occasione, perlomeno un diverso punto di vista, che ci dimostra come c’è sempre speranza, a volte è più evidente ed altre è nascosta lì, dietro l’angolo o in fondo all’armadio, nei ricordi, nella gente intorno. Ma c’è, è là, c’è sempre stata. Basta saper guardare.

claudio

giovedì 27 dicembre 2012

non illuderti cuore che un giorno...

Non illuderti cuore che un giorno
libertà alberghi in te o sana passione
amicizia o pietà verso gli altri
necessità di una famiglia. Ti basti
contemplare la bellezza spillata
al disincanto del mondo ghiacciata
nei suoi occhi di schiava e su tutto
l’odore del sesso è più forte.

nel labirinto


C’era un film che girava in tv quand’ero ragazzino, Labyrinth. Parla di Sarah, adolescente a cui il re dei Goblin (interpretato da David Bowie) rapisce il fratello. Per salvarlo, Sarah attraversa un labirinto pieno di trappole insidie e personaggi surreali, al termine del quale si ritrova adulta. È insomma la classica storia di formazione evidenziata, nello scontro finale col Goblin, dalle parole: “La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande. Non hai alcun potere su di me!”
Natale, come Dickens insegna, evoca fantasmi. I nostri, oggi, sono lontani da qualsiasi intento edificatorio. Eppure, quanto sarebbe bello poter pronunciare le stesse parole di Sarah all’indirizzo di chi ci offre un labirinto da attraversare senza alcun premio alla fine né un percorso di crescita, quasi fosse una punizione per la nostra stessa povertà morale.
Se fate attenzione, fra i sintomi più evidenti della recessione vi sono i Compro Oro, spuntano come funghi. Parlando con chi ci lavora, gente abituata a scene di comune disperazione, viene fuori quanto la cosa più assurda sia l’incredulità di quelli toccati solo in parte dalla crisi, i quali pur riconoscendola non riescono lo stesso a immaginare la tavola di chi non sempre ha del pane.
Si dice che i poveri siano diventati più poveri e i ricchi più ricchi, ma ecco il fantasma peggiore: la vittoria del re dei Goblin che è riuscito a separarci dal nostro stesso fratello. A dispetto della sua storia di solidarietà, questo Paese è popolato da persone sole, diffidenti, non sempre pronte a sostenersi nelle difficoltà. Un paese spaventato, egoista e debole, la cui la rabbia che pure potrebbe fornirci l’energia necessaria a risollevarci, non attecchisce come dovrebbe.
Lo si è visto bene a Taranto: uno sciopero enorme, l’intera città bloccata, ma per cosa? Gli operai impotenti, la loro disperazione usata come merce di scambio per salvare i Riva dal disastro. I partiti, che intanto giocavano alle primarie, collusi con un potere cieco, strafottente e corrotto, che non possono o non vogliono negare. E noi?
In questo labirinto senza uscita, senza orizzonte, mi chiedo: avremo la forza di reagire, di ritrovare una dignità di diseredati per fare fronte comune? Oppure, se gli dei della terra sono indifferenti, chi ci offrirà soccorso quando pronunceremo la nostra preghiera di Natale? Guardo al cielo e mi chiedo: c’è vita su Marte?

Articolo uscito su Largo Belllavista n°65, dicembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Jack Nicholson osserva il labirinto dall’alto, in una scena di Shining, di Stanley Kubrick.

lunedì 24 dicembre 2012

cometa

Entroterra oltremare sarai
sempre oltre il limite
tu l’orizzonte
tu la linea immaginaria
che nasconde
tutto il resto del cielo.

Tu il giallo che illumini
il mio canto dallo scoglio.

sabato 22 dicembre 2012

storia di un canarino

Al lettore

Se leggi questi versi e se in profondo
senti che belli non sono, son veri,
ci trovi un canarino e TUTTO IL MONDO.


Nel 1951 Umberto Saba pubblica Quasi un racconto, l’ultima sua raccolta di poesie pubblicata in vita, che si appaia alla precedente Uccelli (1948), e raccoglie una selezione di versi scritti a partire dal 1948 e incentrati sul particolare rapporto di amicizia instaurato col canarino di casa.
Saba viveva in quegli anni un difficilissimo stato depressivo e tale amicizia riusciva, proprio per la sua particolare innocenza, a rincuorarlo da tanto dolore.

A un giovane comunista

Ho in casa – come vedi – un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.

È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno in sua cara compagnia, bambino.

Ma tu pensi: I poeti sono matti.
Guardi appena; lo trovi stupidino.
Ti piace più Togliatti.

È la poesia che apre la sezione Dieci poesie per un canarino, chiamato “Palla d’oro” ed è la più evidente, e ispirata, dimostrazione di un sentimento sincero e dolce, gioioso.
È stata Linuccia, la figlia di Saba, a convincerlo a pubblicare il libro, mettendo insieme una serie di poesie per certi versi private. Nel momento stesso in cui Saba si decide a pubblicare, però, la storia assume le tinte di un vero e proprio piccolo romanzo.

“Per una strana coincidenza, una coincidenza che fa pensare, il protagonista di “Quasi un racconto” – il canarino – fuggì, attraverso una griglia lasciata, e non da me, PER CASO, aperta. Fuggì, e non lo vidi più, tranne una volta che si posò, assieme ai passeri, ai quali s’era evidentemente riunito, sul davanzale della finestra, dove, nella speranza che vi rientrasse, avevo lasciata aperta e ben fornita di cibo, la gabbia. […] Un imbecille (che viceversa è un grand’uomo) scrisse, anzi telefonò, per “congratularsi” dell’accaduto. Secondo quell’euforico, il canarino s’era involato giusto quando, avendo esaurito il suo compito, la sua presenza era diventata inutile. Tutto insomma si sarebbe svolto come in una favola… Ma io non pensavo a me, e alle mie-sue poesie: pensavo a lui, alla sua probabile lenta agonia. Prova ne sia che il mio primo impulso, quando non lo vidi più, e vidi invece la griglia aperta alla sua sventura, fu quello di buttarmi dalla finestra.”

È una nota che Saba avrebbe voluto pubblicare in appendice al volume del 1951 e che poi non fu inserita, si dice, per questioni di tempi tipografici. L’imbecille, come lo definisce Saba, era in realtà Carlo Levi, suo vecchio amico, che dette il suo consenso alla pubblicazione della nota “un po’ a denti stretti”, e solo dopo l’accorato intervento di Linuccia che cercò di riappacificare gli animi fra i due. Alla fine, comunque, non se ne fece nulla.


La nota ha, per certi versi, un carattere semiserio, e d’altra parte rivela il profondo senso di angoscia vissuto in quegli anni da Saba (l’accenno a buttarsi giù dalla finestra è rivelatore in tal senso). Ma Saba era anche realmente preoccupato per il canarino, che avendo vissuto sempre in cattività non era in grado di procurarsi il cibo da solo.
La storia ha un epilogo triste quanto tragicomico, così come viene raccontato da Herbert L. Jacobson, allora direttore di Radio Trieste:

“Quando fuggì, Umberto Saba telefonò alla nostra sede per sapere se era possibile lanciare un appello via radio, per la ricerca del volatile. Poiché quel canarino rappresentava un simbolo letterario, e quasi un personaggio nazionale, ero ben disposto ad accontentarlo. Ma i miei colleghi, soprattutto i burocratici e i tecnici, mi dissuasero: per regolamento, la radio rifiutava appelli quasi quotidiani alla ricerca di piccoli animali perduti. Fatta un’eccezione per Saba, non avrebbero potuto rifiutare gli altri. Fu raggiunto un accordo: nessun appello radiofonico, però, data la mia posizione ufficiale nel Governo Alleato, avrei mobilitato alla ricerca del canarino polizia e vigili del fuoco. Lo feci, invano.”

Il canarino non verrà mai ritrovato e Saba morirà pochi anni dopo, nel 1957, lasciando una manciata di poesie piene di fatalistica rassegnazione sulla solitudine della vecchiaia e la morte imminente, pubblicate due anni dopo sotto il titolo di Epigrafe.

[…] Fanciullo,
od altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva o in letizia (e più se in pena) apprendi
da chi ha molto sofferto, molto errato,
che ancora esiste la Grazia, e che il mondo
– TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.

(Nelle immagini opere di Juan Mirò. Per approfondire il complesso rapporto esistente fra Saba, Linuccia e Carlo Levi, si legga lo studio, a cura di Silvana Ghiazza, “Carlo Levi e Umberto Saba: storia di un’amicizia”, ed. Dedalo).

venerdì 21 dicembre 2012

la famiglia è una trappola...

La famiglia è una trappola
con denti sottili di plastica
affondano
per arrivare all’osso
e renderlo
compatto nella morsa.

giovedì 20 dicembre 2012

non scalfirai i miei sogni...

Non scalfirai i miei sogni
neppure quando dici:

“Non vedi più bellezza nelle cose
e scrivi versi solo per nasconderlo:
i tuoi versi bastardi e sensibili
che ami più delle stesse cose.”

Nei miei sogni cavalli di vetro
si muovono per città fatte d’aria
e di foglie
dietro i palazzi universitari
si celebra
l’incerto egoismo della tua giovinezza.

Io sono libero come vedi
tu non puoi toccarmi.

mercoledì 19 dicembre 2012

noir

Mai uno spavento mi presi
più forte di quello provato
al crollo del fiore dal vaso.
Il suo grido lento compresso
nella scia viola
graffiava dell’occhio la coda.

Era tutto insensato persino
la pioggia di fuori il lamento
che appena accennato
sembrava di lontano un canto.

E sarei per te il cardellino
dicevi
sarei la chiusura del cerchio
tu la mia gabbia dorata.

martedì 18 dicembre 2012

autoritratto in via della sacca


Immagina com’era questa strada
al tempo prima dei lampioni
i sassi riflettevano la luna meridiana
infilatasi fra i muri
incagliatasi sul fondo della città.
Non è cambiato nulla da quel giorno
la stessa pace senza l’obbligo di un dazio
senza il chiasso famigliare soffocante
il suo buco agghindato accogliente
in Via della Sacca dove sei stato felice
per quanto i piedi
si consumassero nervosi nella corsa
dei tuoi giorni ormai contati.

domenica 16 dicembre 2012

anguilla che mi bagni...

Anguilla che mi bagni
d’acqua dolce e salata,

della mia assenza ti lagni
Anguilla innamorata.

Mi trattengo per pudore
dal regalarti il cuore,

tu sorella nello scarto
nello starmi sempre appresso.

Vivere con te e senza te
questo è promesso.

sabato 15 dicembre 2012

licia e il bianco

non c'è scampo...

Non c’è scampo
quando dice che tu muori
il gelo ti acchiappa
per i piedi e il cielo grigio
si annida fra i capelli
come cenere. L’autista
ti porge il conto
per il viaggio e in genere
si resta a bocca secca.

tu non conosci il potere di una rima

Né mai saprai del bene che ti porto
il conto dei giorni negati
alla pienezza di un rapporto
che io so e tu sospetti amore.
Inutile mostrarti ancora
il punto debole del cuore
nient’altro che il tuo specchio.
I nidi vuoti sul bordo
della strada riempivano i miei occhi di rimorso.

venerdì 14 dicembre 2012

selezionato!

Miei cari amici, vi comunico che ho passato la prima selezione del concorso Leica Talent. Adesso comincia la seconda prova, vediamo che succederà. Intanto grazie per il vostro tifo, che mi è sempre caro. Lillus.

giovedì 13 dicembre 2012

domani cannibale e fuggiasco...

domani cannibale e fuggiasco
domani asceta oppure a dieta

domani eldorado sa d’aprile
non ce l’ha una storia incerta

domani ti coglierà un inverno mite
prima di domani è già notte

lunedì 10 dicembre 2012

il limone

Con cura mio padre attende al suo limone
lo ripara con un telo dal maestrale dalla tramontana
lo fortifica in vista dell’inverno e taglia via
i rami d’intralcio accarezza i frutti più maturi
con l’orgoglio di chi recuperasse da quelli
ogni anno di vita perduto trascurando la famiglia
per inseguire inutilmente i suoi sogni.

chi potrebbe credere a quello che una voce innocente può fare?

il peso di una musa...

Il peso di una musa è costante
spesso nemmeno gratificante.
Anche quando si rilegge si chiede:
Ah, ma dunque ero io?

macello (2)

sabato 8 dicembre 2012

guarda che non sono io



È da alcuni giorni che ascolto spesso, a ripetizione, Sulla Strada di De Gregori. L’ho ascoltato più volte per esserne convinto e alla fine il mio giudizio, personalissimo e opinabile, è questo: è carino, come tutti i suoi album, ma proprio come tutti i suoi album mi dà sempre l'impressione che da Miramare in poi De Gregori non sia più riuscito a fare un disco (pure imperfetto) in cui una volta entrato non vuoi più uscirne. Dopo sono stati bei dischi, che raccoglievano grandi canzoni, alcune volte grandissime. Ma la magia è finita. Ovviamente De Gregori, com'è giusto, mi ha già risposto ieri: Guarda che non sono io. E in effetti è proprio così.

autoritratto

giovedì 6 dicembre 2012

mercoledì 5 dicembre 2012

da domani ci stanno le ore...

                                                                               A Claudio Catalano
 
Da domani ci stanno le Ore a dar significato al tempo/mondo.
Unico punto fermo è l’esistenza del CORPO.

Esistono corpi senza ragione ma esistono. Sono corpi umani
che nel mare del nulla si ostinano ad essere: assurdo!

Da domani si muovono verso quel punto (che) da domani
possono anche/non sempre/comprendere.

martedì 4 dicembre 2012

semantica della crisi


Renato Pozzetto, testimonial storico di un noto Panettone, quest'anno pubblicizza Oro Cash, con uno spot in cui si vende l'orolologio regalatogli dal figlio.
Messaggio: il Natale quando arriva poi se va.

domenica 2 dicembre 2012

catullo, carme 43

Salve, ragazza che non hai naso piccino
né piede grazioso né occhi neri
né dita lunghe né alito fresco
né lingua sensata ed elegante
e amica di quel fallito di Formia.
E in provincia si dice che sei bella?
E a te la mia Lesbia si compara?
O tempi sciocchi e volgari!

per anguilla

Nel silenzio del mio bagno nel labirinto
delle mie stanze
dove il sole arriva ultimo al tramonto
mi aggiro cercando la tua impronta
la traccia del possibile passaggio
la tua scarpa bassa dimenticata
in un angolo o il sorriso impresso
indelebile nell’acqua.

Potrei affondare per miglia nella vasca
e lavarmi mille volte il corpo
e mai perdere l’ombra di te piccola
nascosta nella curva delle dita

confidare nel Poeta e credere
al potere del tuo fiuto che tu sappia
indirizzare la vita e mai perderci.
Se non fosse che sfuggirmi è la regola
l’unico tuo modo di amare

e questa casa senza te non ha eco.

sabato 1 dicembre 2012

la vita è furto

ruba sentimento
e lo trasforma
in
sopportazione necessaria.

Invidio Goya
Beethoven

questo caos mi assorda

le grida senza tregua
di chi soffre

sottrae
attenzione al tempo

chiede abbracci
o (se li neghi)
offre
nuove lacrime
al ricatto.

Afferro
le parole come posso
me le stringo al petto
le difendo.

venerdì 30 novembre 2012

per livia

Amici miei, la bambina nella foto qui a lato si chiama Livia, ed è la figlia di due miei amici. Livia ha dei problemi di salute, i medici si stanno adoperando per risolverli, ma il caso è complesso. Vi chiedo, come favore personale, di diffondere la sua documentazione clinica (qui il link per accedervi) in modo che possa arrivare all'attenzione del maggior numero di medici e istituti specializzati. Grazie da parte mia e dei genitori.

giovedì 29 novembre 2012

i colori dei precipizi

Mi punge nell’occhio
uno spino di luce sfuggito
al gran male del mondo.

*

La primavera indossa il vespero più bello
mi crescono sulle unghie lune amare
anche un minuto solo di tregua
la mia miseria è farmi uccello
che canta all’alba
la sua vita in un pugno di piume.

*

Tu non sapevi scrivere
ma quante cose avresti voluto lasciare
parlavano i tuoi occhi azzurrissimi
i segni sul viso a contenere vite

le tue mani grandi tenevano fermo il mio corpo
non la morsicatura alla lingua

soltanto erano più bianchi i tuoi capelli
pallidi e trasparenti gli occhi
ma ancora belli e profondi
stille di olio Santo nel letto della tortura

un bacio sospeso al mio male
nei tuoi pugni quella sera ho messo il mio cuore

e una lettera
(tu non sapevi leggere…)


Le poesie che pubblico vengono da I colori dei precipizi, poemetto del 2011 di Michelangelo Camelliti sulla malattia che crea distanza, e che tanto mi ricorda certe mie ricerche (e vicende) attuali.
Ho incontrato Camelliti una sola volta nella mia vita, a Roma nel 2007, gli avrò parlato meno di cinque minuti. Era l’8 dicembre e lui era vestito di bianco, con una bella sciarpa di seta viola e portava i sandali. Aveva la barba lunga ma curata, e io pensai che fosse il classico poeta radical-chic. Un anno dopo, tramite un comune amico, è diventato l'editore del mio primo libro. L’ho sentito al telefono per concludere l’accordo e, a distanza, era già una persona più seria, pratica, parlava con disinvoltura di soldi. Per la verità all’inizio mi ha scambiato per un altro, Lillo Gullo, famoso poeta siciliano, e io pensai chissà, mentre mi parlava, forse vuole Gullo e non me, ha fatto il numero sbagliato e ora mi pubblica per non ammettere l’errore. Il dubbio mi è rimasto, anche perché altri, poi, mi hanno assicurato che è un gran distratto.
Ora lo ritrovo qui, fra queste righe dedicate a suo padre, accomunato da una tristezza che conosco bene ma che in fondo non è la mia, perché, per quanto se ne dica, ognuno è solo nel proprio dolore. E anche se troviamo qualcuno, per scelta o per caso, con cui riusciamo ad aprirci ed esprimere così l’un altro dei sentimenti che sembrano simili, fraterni, è solo roba di poco, un’ora, un istante di pura comprensione, perché le immagini non combaciano mai perfettamente. Per questo di tali istanti dobbiamo essere grati, sono beni preziosi.

domenica 25 novembre 2012

"il cuore è uno specchio appeso nel vuoto"


Ritratto di Carlo Formigoni

la ricerca della felicità

Per Francesca

La ricerca della felicità ci rende egoisti perché la felicità è breve, non dura più del finale di un film. 
Va afferrata quando arriva e tenuta stretta, finché non ci morirà in mano.

sabato 24 novembre 2012

jimmy e il jazz

Jimmy, la santità che cerchi
è nel vibrato del tuo rutto.
E ora molla quella tromba, vecchio scemo.

venerdì 23 novembre 2012

inutile pensare ad altro...

Inutile pensare ad altro
si vive anche così
anche questa è nobiltà
della vita seppur ridotta
all’osso: respirare
mangiare defecare
avvolgersi nel sonno
senza più ambizioni
pronti solo al ciabattare
di là dal muro al volo
della zanzara invernale.

giovedì 22 novembre 2012

da qualche parte è scritto che i poeti...

Da qualche parte è scritto che i poeti
si trasformeranno in pesci
enormi pesci palla perduti nello spazio
gaudenti nella propria indifferenza.

Da domani tutto cambierà e anche
i più sensibili si arrenderanno all’evidenza
non c’è scampo per chi
degli uomini abbandona la speranza
per una verità senza conforto.

Ma restarsene in silenzio
sbocconcellare il buio in onde sottili
e pigramente avanzare incontro al sole beati
bruciate ormai le palpebre il pensiero.

martedì 20 novembre 2012

c’è chi ha grandi finestre...

C’è chi ha grandi finestre
per far pace ogni giorno
col cielo. Stanno lì
sui balconi per ore
coi nasi alti e gocciolanti
infreddoliti. Senza risposte.

lunedì 19 novembre 2012

frida

estrarre la bellezza dalla bestia...

Estrarre la bellezza dalla bestia
questo l’imperativo la scommessa
cercare un punto d’armonia con lo spazio
e stringerlo intorno al tuo dito
per scoprire nella geografia dell’unghia
la fragilità dell’osso il nero
dello smalto.

Questa è la mia vita oggi
abituarmi a essere con te
nella tua assenza nella nostra
svagata lontananza o inettitudine.

domenica 18 novembre 2012

il tempo è un abisso

luce

Hemingway, nell’introduzione ai 49 racconti, indica, fra i suoi preferiti Un posto pulito, illuminato bene.
Di che parla? Due camerieri sbattono fuori dal locale un ubriaco, perché è tardi e uno dei due è stanco. Chiudono, e l’altro rivela di avere paura di tornare a casa e mettersi a letto, perché il buio gli fa pensare alla nada, al nulla che ci avvolge. Tutto qui. 
Così, quello che all’epoca era considerato fra i suoi racconti più famosi e rappresentativi, oggi è fra i meno apprezzati. Il fatto è che, come per quasi tutto il minimalismo a cui ha dato l’avvio, non dice abbastanza, o meglio dice tutto senza aggiungere altro. Non c’è azione, né riscatto morale, e nemmeno il colpo di scena che darà una piccola scossa alla routine del lettore medio. La vita non li ammette, se non in rari casi, ed Hemingway imita la vita. 
In tempi come il nostro, dove invece, per citare Woody Allen, la vita imita la televisione, non c’è più posto per racconti in cui la paura più grande è quella del buio. Di fronte alla crisi mondiale, al terrorismo, al precariato, nessuno ha più tempo per i problemi di due baristi, a meno che i baristi non siamo proprio noi. Ed ecco perché il proliferare di chiacchiere simili, a milioni, sui vari social network. C’è esibizionismo. Ma se lo scrivi su FB allora il problema diventa più chiaro anche a te. Perché per un attimo guardi te stesso dall’esterno, come se fossi un altro. 
Molti non lo sanno, ma questo è un presupposto dell’arte. La capacità di estrapolare un significato dal proprio quotidiano per farne una metafora dell’esistenza. Certo, è un giochino per pochi, per chi sa davvero guardare oltre quei due baristi che ancora rientrano a casa. Per gli altri resterà una cosa appena sfiorata in un particolare momento del giorno, magari dopo il lavoro, mentre pensano a cosa scrivere in bacheca per sembrare più fichi. A leggerli si assomigliano tutti, spesso si lamentano per cose che credono importanti e poi non sono nulla. Dimenticandosi come, per un principio elementare della fede, solo attraverso il buio può arrivare la luce. 

Articolo uscito su Largo Belllavista n°63, ottobre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Ernest Hemingway, ritratto da Robert Capa.

sabato 17 novembre 2012

ritratto di mio nonno oggi



Con un progetto a tema su mio nonno sto partecipando a un concorso indetto dalla Leica. In palio c'è una macchina fotografica del valore di circa 5000 euro. Se volete potete votare. Il voto non è determinante, ma sempre ben accetto. Qui le mie foto.

non contano apparenze...

Non contano apparenze
di fronte al desiderio
contro l’evidenza è te
che sogno sei tu
che torni ogni mattino
e t’imponi nel pensiero
padrona senza pace
e ti stendi luminosa
come il ponte sottilissimo
del ragno
tra finestra e foglia.

venerdì 16 novembre 2012

gli uccelli portano la morte sulle ali...

Gli uccelli portano la morte sulle ali
ecco perché piove, per bagnarle
e spingerla più in basso. L’hanno messa lì
i cacciatori, proiettata coi loro fucili
e ora la morte è libera di andare
a caso sui tetti sulle antenne
scivolare giù per le grondaie
affacciarsi sui balconi umidi. A volte
di notte mi sveglio in una crisi d’insonnia
e la morte mi guarda nel buio
nel letto vuoto accanto al mio.
Come ogni donna il suo sapore è salato
sa di lacrime e di fresco bucato
il mio, dice, è leggermente più amaro
né porta con sé niente di buono.

giovedì 15 novembre 2012

madonna rossa

giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza


“Non sempre giovinezza è verità” scriveva Vittorio Sereni in Stella Variabile, suo ultimo libro, memore della canzone che inneggiava alla guerra, all’azione mossa dall’istinto, dalla volontà di rinnovare. A questa affermazione si può contrapporre l’altra, terribile, di Philiph Roth: “Diventare vecchi è insopportabile e umiliante”, in Everyman.
Cos’è la giovinezza per Roth? Salute, vigore, desiderio. Di che si nutre? Rabbia, onestà, speranza, con una tale forza da negare l’utilità del sapere. Il sapere corrompe. Sapere non serve a vivere. Tutto viene azzerato dai giovani, sul piano delle possibilità, in virtù del loro anelito al godimento. A un vecchio, il cui corpo ormai è corrotto dal tempo, spezzato nella salute, umiliato nel sesso, tutto questo è negato, resta solo ciò che sa, o che sapeva, ciò a cui ha assistito. Un vecchio è un testimone ma, corruttore del mondo a sua volta, non ha nulla da insegnare.
In un suo pezzo su Repubblica, Marco Lodoli esprime riserve sulla possibilità che la cultura umanistica possa ancora offrire qualcosa ai giovani. Ma come si può negare che in una società edonistica com’è la nostra l’Uomo non sia più il centro dell’universo? Certo, si parla ormai di uomo con la minuscola, concetto meno eroico ma più vicino all’individuo, ai suoi bisogni, al suo controllo. Quella che viene meno, semmai, è una cultura della dignità dell’uomo, del poetico, del reale. La fame di poetico è fortissima, oggi come sempre, ma spesso lo si cerca in occasioni che escludono il reale, gli sfuggono con ansia. Perché?
Così, da una parte c’è chi rimprovera ai giovani una gravissima mancanza di attenzione per i problemi sociali, dall’altra li si spinge al disimpegno, connaturato all’idea di giovinezza, e in cui sono comunque colpevoli, perché non comprano abbastanza, deprimono il mercato, l’intera economia mondiale. I giovani sono carne da macello, l’età dell’oro una breve illusione.
Ci pensavo l’altra sera, guardando la registrazione di un vecchio concerto di Neil Young. Neil aveva venticinque anni e presentava dei nuovi pezzi che ora sono storia del rock, uno fra tutti Old Man, spietato confronto fra due generazioni che tanto ricorda Roth, dall’altra parte dello specchio. All’apice del suo talento, nel pieno della sua giovinezza, Neil Young era un artista inarrivabile, grandissimo e, per il principio che nulla è ripetibile neppure il talento, ascoltandolo viene quasi il rimpianto che non sia morto allora, mantenendo per sempre inalterato quel talento e la promessa di eternità e purezza insita nella sua musica.

Articolo uscito su Largo Belllavista n°64, novembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Kazuo Ohno in scena.

mercoledì 14 novembre 2012

lunedì 12 novembre 2012

più vado e più mi appare ovvio...

Più vado e più mi appare ovvio
come sia tutto vacuo
insopportabile persino il mio sorriso.

Se tutto finisce anche l’amore
perché cominciare una nuova fine?
Non danneggia forse l’universo
una nuova incrinatura nei rapporti
e la tensione che ne viene?

Tu che dici che viverlo è importante
(ma in vista di che? per quale scopo?)
e sei fine anche tu
anche tu ne avrai una
vuoi forse dirmi che l’amore è un passatempo
per riempire il vuoto
tra una fine e l’altra?

domenica 11 novembre 2012

nessuno mi aveva detto come i vecchi...

Nessuno mi aveva detto come i vecchi
muoiono lentamente
agonizzando a più non posso
fino a quanto riescano a tirare
pur di non andare.
Pensavo si spegnessero in un lampo
giunto il loro turno
pigiando l’interruttore interno.
Invece s’attaccano alla vita con gli artigli
le dita secche macchiate
di nicotina. I vecchi di fede impura
duri d’orecchio e al tatto
gravidi di prostata, smagriti di paura.

me come courbet


Foto di Manuela Mastrangelo.

giovedì 8 novembre 2012

silenzioso

ripeteva come un mantra
è silenzioso
e si cercava il bigolo ferito
rattrappito a una larva.

Lentamente si chiudeva in se stesso
si immergeva nel bozzolo
delle sue coperte
pronto a metter l’ali.

mercoledì 7 novembre 2012

strano come il corpo assuma propria vita...

Strano come il corpo assuma propria vita
e si muova lentamente contro l’io
si sbricioli in pezzetti e come mine vaganti
si sparpagli a colpirsi a
autodistruggersi pian piano
attraverso le fessure i nascondigli
le zone franche o di pudore
sgherro del tempo o di un caso
feroce intriso di dolore.

martedì 6 novembre 2012

ho visto la morte

riflessa negli occhi ciechi di mio nonno
ridotti a biglie vacue mentre
lentamente con devozione filiale
gli abbottonavo la camicia pulita
per accompagnarlo in ospedale.

Mio nonno fissava il vuoto davanti a sé
e chiedeva
chi sei?
né sapevo rispondergli io stesso.

Sono il tuo riflesso
avrei voluto dirgli ma ormai
di fronte allo sguardo vuoto
di chi?

lunedì 5 novembre 2012

cioccolata due volte

Ho capito che a tuo modo mi mancavi quando la cioccolata è impazzita.
Preparavo la salsa per il dolce ed è venuto fuori un blocco denso, fondente come un cuore senza qualità. È un po’ come l’universo che si stringe, si comprime e si nega, come la voglia di vederti che si scontra con la paura d’innamorarmi ancora.
Non ti ho scelta, ma ti ritrovo qui nella terrina, per la seconda volta mi guardi con tutti i tuoi semplici difetti, e sei pronta a completare il dolce per un pomeriggio senza drammi, guarnito di panna di risate. Benvenuta.

sabato 3 novembre 2012

martedì 30 ottobre 2012

come l’amore di giorno...

Come l’amore di giorno
sta al sole indisturbato
gatto grasso a Istanbul
straniero in un sole beato

di notte va in stazione
fuma coi muscoli coi nervi
poi scaracchia, s’imbosca
tra i binari non riamato.

nello studio



lunedì 29 ottobre 2012

cristiano

planimetria del dolore

La percezione della solitudine
che abbiamo del mondo
rispecchia il momentaneo stordimento
della nostra delusione.
Moltiplica quella per i miliardi di noi
copie fotostatiche nell’ombra
e avrai la visione millimetrica del vuoto
la pianta catastale del suo cuore.

la faccia degli uomini

“Poi digli di guardare da vicino la faccia degli uomini. Digli di stare perfettamente fermi, per un po’ di tempo, e di guardare in faccia un uomo. Sulla faccia degli uomini non c’è niente. Guarda da vicino. Digli di guardare bene. E non quello che c’è sulla faccia: le facce degli uomini non stanno mai ferme, sono come antenne. Ma l’unica cosa che fanno è spostarsi da una configurazione all’altra di pura inespressività. Digli che nelle maschere degli uomini non ci sono buchi dove infilare le dita. Digli come si potrebbe mai anche solo sperare di amare qualcosa su cui non si può far presa.”

(Davide Foster Wallace, da Piccoli animali senza espressione)

venerdì 26 ottobre 2012

aubade (alba)

Lavoro tutto il giorno e a notte sono mezzo ubriaco.
Mi sveglio alle quattro e sto immobile nel buio silenzioso.
Presto gli orli della tenda si illumineranno.
E guardo, intanto, quello che in realtà c’è sempre stato:
la Morte instancabile, di un giorno intero più vicina,
che rende impossibile ogni pensiero tranne come
e dove e quando morirò io stesso.
È arido interrogarsi, ma la paura
di morire, di essere morto,
lampeggia e mi trattiene e inorridisce.

La mente si svuota in quel bagliore. Non di rimorsi
(il bene non fatto, l’amore non dato, il tempo
rubato e sprecato) né perché purtroppo
una sola vita può sprecarsi a riscattare,
e senza mai riuscirci, le sue origini perverse;
ma per il vuoto totale ed eterno,
la sicura estinzione verso cui ci muoviamo
e dove saremo persi per sempre. Non essere qui,
né in nessun luogo,
e presto; niente di più terribile, niente di più vero.

Questo è il mio modo speciale di avere paura
che nessun trucco dissipa. Ci provò la religione,
quel vasto e tarmato broccato musicale
creato per illuderci che mai moriremo,
e tutte quelle chiacchiere che dicono: Non un essere razionale
può temere una cosa mai sentita, non capendo
com’è questo a spaventarci: nulla da vedere né udire,
nulla da toccare o assaggiare o annusare, niente a cui pensare,
niente da amare o a cui legarsi,
l’anestesia da cui nessuno può svegliarsi.

E così rimane ai margini della visione,
una piccola macchia confusa, un brivido persistente
che rallenta ogni impulso fino all’indecisione.
Molte cose potrebbero non succedere: questa sì,
e il capirlo ci accende di rabbiosa
bruciante paura quando ci prende da soli
o senza niente da bere. Il coraggio non vale:
serve a non impaurire gli altri. Ma essere forte
non rende nessuno immune alla morte.
Piangerla od opporsi non la rende diversa.

Lentamente la luce si rafforza e la stanza prende forma.
È lineare come un armadio quello che sappiamo,
che abbiamo sempre saputo, da cui non si può scappare,
che non si può accettare. Un lato dovrà cedere.
Intanto i telefoni stanno accucciati, pronti a suonare
negli uffici ancora chiusi, e tutto l’indifferente
intricato mondo a noleggio comincia a svegliarsi.
Il cielo è bianco come argilla, non c’è sole.
Il lavoro va fatto.
I postini come dottori vanno di casa in casa.

(Philip Larkin)

mercoledì 24 ottobre 2012

dio punisce gli innamorati respinti...

Dio punisce gli innamorati respinti
con una camomilla
alla cinque del mattino
la promessa di un destino indifferente
costante com’è l’insonnia
la tentazione della nostalgia.

I tuoi capelli gomitolati
in cui potevo sempre rifugiarmi
hanno messo radici profonde
trappole odiose come rimpianti
per me gatto-poeta senza casa
senza più forbici per estirparti.

Tu e i tuoi cavalli su ogni lettera
su ogni cartolina o francobollo
nei messaggi privati ormai di ieri
simboli di una riscossa
che s’impenna gioiosa
resta lì folgorata e quasi idiota.

giovedì 18 ottobre 2012

gastrite mia nemica...

Gastrite mia nemica
fidanzata impazzita/appassita
com'è la giovinezza
pace dei giorni senza prezzo.

motti e aforismi privati

Ripescando un po’ dal passato del blog e un po’ dal mio profilo fb, pubblico qui alcuni aforismi o motti che ho raccolto nel tempo. Quelli senza attribuzione sono miei, gli altri di amici.

Tempi amorali richiedono persone amorali.


La vita fa di questi scherzi. Pensi di aver trovato l'amore, invece cambi solo coinquilino.


Cosa conta essere migliori o peggiori se non si è almeno uguali?


Cosa fai nella vita? Riempio gli spazi.


Il titolo del mio prossimo romanzo: UTERO, ADDIO!


Adieu, ma moustache, au revoir.


Non ci sono molte persone veramente cattive. Il problema è sopportare i difetti di tutti.


La grappa è la migliore amica dell’uomo.


Sei un po’ blues tu. Bevi, sei lento, stai attento alle sfumature. (Claudio Fusillo)

 
Lascia aperte le ferite, è da lì che passa la luce. (Paolo Vites)


L’amore è pratico. Si nutre di concretezza. (Marian)


Una casa non serve, sono solo costi inutili. Basta una stanza per essere liberi. (Alfredo)


Siamo troppo fichi per finire male. Abbi fiducia nella mediocrità italiana. (Licia Vignotto)


L’ottimismo non ci basta! (Rob Lacarbonara)


Internet è un potentissimo mezzo per dare voce agli imbecilli. (Gianluca)

l'addolorata

mercoledì 17 ottobre 2012

la trappola dell'euro

i saw the light

a michela, per il suo compleanno

Non oggi
ti faccio gli auguri domani
che sei un anno più vecchia
e come me in gara
e chi non muore l'altro aspetta
per dire che si è meno sicuri
ma perlomeno maturi
abbastanza
per una grappa stellare.

innamorarsi di una porta...

Innamorarsi di una porta
in cui specchiarsi
delle gocce di sangue
che spillano dai rami
i passi degli uccelli
chiamano l’inverno
l’inverno è lontano
viene giù in ascensore
quando arriva gli uccelli
vanno via da Bellavista
murata: tutto è calmo
nella valle evirata
del lillà. Ti accarezzo
le gambe al balcone
e tu vieni sorpresa
dalle guardie trasali
tu vieni col mio tocco
che scende mi dici lo sai
non sei niente gentile.
Fissiamo la notte sul
fiume non torna
e se torna è una porta.

martedì 16 ottobre 2012

keaton

Keaton, canzone scritta da Claudio Lolli e interpretata da Guccini in Signora Bovary del 1987, è l'esempio perfetto della differenza che corre fra talento e genio. Il bellissimo racconto picaresco di Lolli viene trasformato da Guccini in una più grande metafora del dolore e della solitudine degli artisti, attraverso l'aggiunta, alla fine della canzone, di un paio di strofe che all'improvviso sovrappongono gli ultimi giorni di un pianista di provincia (di cui parla il testo originale) a quelli del grande attore del cinema muto, ormai finito, e di cui il pianista aveva assunto, ironicamente, il nome e forse anche il destino...

cimiteri d'auto


A Iginio Iurilli e alla sua arte.

poesia per lara

lunedì 15 ottobre 2012

montale e la volpe

L’ultima visita la ricordo in modo particolare. Non c’era nessun altro. Volevo presentargli la piccola Oriana. La guardò a lungo, le fece un segno della croce sulla fronte – come faceva a me quando partivo – e a bassa voce mi disse una frase di struggente dolcezza, un’altra petite phrase o uno dei suoi “amuleti”, un suo verso che io sola conosco, che mi accompagnerà sempre e che mi ripeto come una preghiera. Tradotta in prosa quotidiana, significa che in una futura esistenza avremmo saputo organizzarci meglio. 

(Maria Luisa Spaziani)

piero liuzzi

domenica 14 ottobre 2012

non potrai dire né fermare...

                                            a Sergio Pasquandrea

Non potrai dire né fermare
l’enorme quantità di chiasso
che si produce in una casa
se non bloccando le caviglie i polsi
alla consorte sfiancata
da stoviglie e panni i conti
per la spesa ai figli
in corsa intorno al tavolo tuo padre
che lamenta il suo dolore
l’innata fratellanza col vicino senza nome
che al piano di sopra
si trascina lentamente verso il bagno
apre il rubinetto ad annegarsi
e sai che domani
ti tocca asciugare le macchie. Tu scrivi
fra gli spazi lasciati vuoti
da gatto televisore e gastrite
fra le foglie cadute fuori sul balcone
nel pulsare che dà forza alla passione
della prossima emicrania.
Nulla torna ma sai che non c’è
non c’è che l’amore racchiuso
fra queste quattro mura che forza
per esprimersi ed esplodere
il tuo cuore diviso
da felicità e bisogno
che ti gonfia fuoriposto ventre e collo
come a un Buddha.

sabato 13 ottobre 2012

andrea e giuseppe

individualismo e italianità

In seguito al mio pezzo di ieri su handicap, sesso e chiesa, ho ricevuto vari commenti, pubblici e privati, che mi hanno dato prova di quello che già da un po’ considero il punto nodale nella questione italiana, quella che, se da un lato ci rende un bellissimo popolo, dall’altra fa di noi un pessimo Stato. E cioè l’incapacità di andare oltre noi stessi e di concepire un qualsiasi problema come qualcosa che vada oltre il nostro orticello. Siamo, cioè, culturalmente incapaci di considerare un qualsiasi problema serio o importante, a meno che non ci riguardi o riguardi qualcuno la cui storia ci ha commosso o per cui proviamo una forte empatia (io lo chiamo il canone De Filippi). 
Ora, l’amico di cui parlavo ieri ha un handicap, non può trombare, e dovrebbe. Io non guido, quindi non posso portarlo a puttane, come qualcuno suggerisce, ma potrebbe farlo qualcun altro. Il fatto è che portare a puttane lui risolve il suo problema, non il problema in sé. Il problema rimane per gli altri. Possibile che non si riesca mai ad astrarre qualcosa dal suo contesto, che si resti attaccati alla singola lettera senza concepire mai un’idea più grande, d’insieme? 
Ecco, noi italiani in quello siamo bravissimi, risolvere il problema del singolo individuo per lavarci la coscienza ed evitare di impegnarci nel mettere a sistema una soluzione vera ed efficace per tutti. È sempre stato così se ci pensate, ed ecco perché i servizi italiani (dai trasporti alle mense ecc. ecc. ecc.) sono fra i peggiori d’Europa. Perché l’idea di servizio implica che si pensi alla comunità e non all’individuo, ovvero a noi stessi.

tonino

venerdì 12 ottobre 2012

sesso e carità cristiana

C'è questo mio amico, portatore di handicap, persona dolcissima e assai timida, che nel bene e nel male è legata ad ambienti di Chiesa, perché qui, se togli la Chiesa, per alcune persone è la morte, non c'è più nessuno. Questo mio amico avrebbe palesemente bisogno di quella che in gergo si chiama "una sana scopata". 
Ora, io non ho il potere né l'autorità per aiutarlo, però mi dico una cosa, e quando la dico mi sale la rabbia di chi vede il giusto e ha le mani legate per fare: ma porca miseria, mi dico, ma in questo dannato Paese, in cui tutti sono ipocriti e bugiardi, dal primo all'ultimo, non si potrebbe per una volta pensare, per un solo attimo, anche in certi ambienti, di andare oltre i luoghi comuni e la classica bigotteria che nega il valore terapeutico del sesso, a vantaggio di una persona che probabilmente non potrà mai avere una normale vita sentimentale, e aiutarlo a dare sfogo a determinati istinti, accompagnandolo a puttane? 
Ma davvero si pensa che i portatori di handicap non hanno diritto a un normalissimo orgasmo? E perché mai, di grazia? Mi sforzo, ma proprio non ci arrivo. All’estero è prassi comune. Purtroppo gli standard europei per noi valgono solo finché non si tocca il provincialismo delle nostre vedute. 
Ma per una volta, mi dico, visto che per lui, dalla sua parte, c’è solo la Chiesa, non si potrebbe mettere benzina al furgoncino che lo accompagna in chiesa la domenica mattina, per portarlo a zoccole il sabato sera? Almeno la domenica il mio amico andrebbe a confessarsi col sorriso di un uomo che ha commesso peccato, piuttosto che con quello del ragazzino che si è toccato davanti al pc. Sono due sorrisi diversi, e noi lo sappiamo bene.

iginio

giovedì 11 ottobre 2012

rivelazione

L’intero condominio si riversò in cortile quando si sparse la voce che un topo, un piccolo affarino dal pelo grigio ma con una coda lunga così, si era arrampicato su un cornicione e scorazzava avanti e indietro per sfuggire ai bambini che lo inseguivano con delle mazze lunghe e sottili, riuscendo talvolta a toccarlo. La signora del terzo, mentre rientrava a casa con le buste della spesa, a vederlo scoppiò in una serie ordinata di piccoli gridi in crescendo, e un tipo del secondo, coi baffi gialli di nicotina e la barba non ancora rasata, si mise a sedere lontano, sui gradini di fronte, e si accese una sigaretta fissando il tutto in silenzio e senza mai intervenire, come fa un vero uomo di mondo. Stefano invece, impietosito, provò a fermarli con la ragione, e quando si accorse che non c’era il modo, salì le scale di corsa a cercare la sua macchina fotografica, così da immortalare il momento, quello in cui ognuno avrebbe rivelato la sua vera natura. Ma non c’era niente da immortalare, nessuna rivelazione. Una creatura del buio, piccola e sporca ma senza difese, stava lì e fissava dall’alto tutti quei nemici che digrignavano i denti e provavano a ammazzarla, per il solo fatto d’essersi mostrata.

lunedì 8 ottobre 2012

vieni come sei

Vieni come sei, non indugiare oltre allo specchio.
Se la treccia si è sciolta, se la riga dei capelli non è dritta, se i nastri del corsetto sono ancora slacciati, tu non ci pensare.
Vieni come sei, non indugiare oltre allo specchio.

Vieni sull’erba con passo veloce.
Se il tuo piede si fa pallido per la rugiada, se si allentano le cavigliere, se le perle ti sfuggono dalle catene, tu non ci pensare.
Vieni sull’erba con passo veloce.

Non vedi le nubi come coprono il cielo?
Stormi di gru si levano dalla riva opposta e improvvise raffiche di vento si rovesciano sulla brughiera. Le greggi ansiose corrono alle stalle del villaggio.
Non vedi le nubi come coprono il cielo?

Accendi invano la lampada della toilette; lampeggia e si spegne nel vento.
Chi si accorgerà che le tue palpebre non son tinte di nero? I tuoi occhi sono più scuri delle nubi cariche di pioggia.
Accendi invano la lampada della toilette; si è spenta.

Vieni come sei, non indugiare oltre allo specchio.
Se la ghirlanda non è stata intrecciata, che importa? Se il braccialetto non è stato ancora legato, lascialo lì. Il cielo è coperto di nubi; è già tardi.
Vieni come sei, non indugiare oltre allo specchio.

(Rabíndranáth Tagore)

domenica 7 ottobre 2012

nebraska

Questa casa è un inferno senza silenzio e senza riposo, in cui le ore tranquille, per scrivere, sono quelle notturne. Tengo il mio quaderno sempre vicino, sul letto vuoto accanto al mio, quello dove un tempo dormiva mio fratello, che ora vive in città e lavora in fabbrica, e qualche volta torna a casa per il fine settimana per un bel pranzo di famiglia, dove ci si racconta sempre come va. Qui si parla tutti di partire ma l’unico ad andare finora è stato lui. Una volta suonava il piano, gli piaceva cantare. Poi ha trovato il coraggio di prendere i suoi sogni e chiuderli in una valigia, li ha issati sulle altre scatole nel ripostiglio e si è trovato un lavoro. Ora ha una bella busta paga ed è per nulla più infelice di prima. Vive con poco, mette da parte, e se potrà, dice, un giorno passerà quella valigia a qualcun altro per fare il viaggio che a lui non è riuscito. Se potrà a quel qualcuno gli pagherà pure il biglietto.

sabato 6 ottobre 2012

anguilla

Sei tu la mia piccola anguilla
che scivola sul fondo
e confonde le acque
color verde smeraldo.
Sinuosa senza spigoli sfuggi
sottotraccia mi aspetti
non diciamo mai quando.
Ho provato a irretirti
cambiandoti il nome la razza
facendo di te il mio topino
la mia rosa o carezza.
Mio Lillo hai risposto ridendo
voglio essere tua per la vita
ma in acqua!

pellaccia

ecco che resta poi
pellaccia gialla e ossa
quando si svuotano le braccia
quando persino recidere
l’erbaccia pesa
e si resta lì impalati a fissarla
come chi dalla morte
spera ancora
d’essere più sulla terra che una voce
e intervenire.

giovedì 4 ottobre 2012

città di luce

Guarda la gru come ci osserva dall’alto, simile a una giraffa in gabbia. Il cantiere è fermo da giorni, senza più soldi, e subito i gatti randagi l’hanno invaso. Fanno come noi, si stendono al sole in attesa e si godono il silenzio delle macchine, o se talvolta una farfalla attraversa il cielo. È tutto troppo perfetto, troppo calmo e giusto e sai che non durerà. Ma per oggi goditi con me questo spettacolo, il sole che cade in diagonale sulle finestre dei palazzi, sulle auto nel parcheggio e si accende e si riflette intorno, moltiplicandosi nei suoi riflessi e montando nel caldo delle scale, negli angoli assonnati degli appartamenti come una città di luce che lieviti sotto la vecchia scorza, e covi pronta a frantumare il guscio ed esplodere. Sarà una tale meraviglia da accecarci e costringerci a riparare gli occhi, non più avvezzi a un eccesso di purezza!
(Tu nemmeno mi ascolti. Le tazze aspettano nel lavandino, e hai già tirato fuori le coperte dagli armadi. Le tartarughe sono andate in letargo all’improvviso, e le foglie di lattuga lasciate per loro, in giardino, marciscono nell’ombra.)

mercoledì 3 ottobre 2012

baffi

Tra i molti doni che la vecchiaia ha fatto a mio nonno, oltre agli acciacchi alle ossa e ai vuoti di memoria, c’è che è sordo come una campana e che la cataratta gli ha mangiato un occhio. In questo modo vede solo la metà del male nel mondo e, a meno che non si concentri, non lo sente proprio. In questo modo vive sereno e senza troppi problemi o, come dice lui, accontenta la vita. Non come mio padre, che ormai è costretto a prendere pillole su pillole per una digestione alla sfascio, in cui ogni nuova ansia, ogni cattiva notizia gli provoca veleno e notti insonni. Anch’io da un po’ ho cominciato ad avvertire il peso sullo stomaco, indefinito ma di continuo presente, e non so se sia il segno dei tempi o dell’avvenuta maturità, o ancora il richiamo del sangue, un male di famiglia che mi tocca come gli altri. Intanto, per difendermi, mi sono fatto crescere un bel paio di baffi, che servono a nascondermi e a dissimulare il mio sconcerto. Ma mio nonno li fraintende. Li chiama i baffi dello sceriffo. È proprio come quando eri bambino, mi dice, che ti avvolgevi in un grande mantello nero e volevi fare giustizia nel mondo con una stella.

martedì 2 ottobre 2012

dietro la posta

da terra

Stiamo qui a un punto morto, dove la terra è rossa e la stagione perennemente estiva, il caldo africano salito verso l’inferno d’Europa. Talvolta minaccia tempesta. Aspettiamo. Mio nonno che passi a prenderlo la morte, io che si apra una porta, ma per ogni porta che si apre, dice mio nonno, se ne chiudono altre due. La chiamiamo, di comodo, pigrizia, ma più nel profondo è la consapevolezza che non c’è salvezza alcuna, che tutto significa senza certezza. L’umore spesso è a terra e per risollevarlo passiamo le giornate in giardino, fra i sempreverdi, dove si arrampicano gli uccelli. Da terra cantiamo con loro. Talvolta usciamo in paese. Siamo, dicono, di compagnia.

lunedì 1 ottobre 2012

libera nos a malo

finalmente umani

Ecco la pioggia, inonda le aiuole da lato e scortica fuori il tavolino dove usavamo sederci. Il giardino ci è precluso, la pioggia ci ricaccia in casa stamattina. Né lava la mente dai cattivi pensieri. Siamo qui, costretti alla chiacchiera dalla stanza chiusa, dalla finestra grigia, costretti uno ad uno ad aprire il cuore all’altro, pregando sottovoce di saltare il turno. Si sta così bene al caldo, mi dici, mentre disossi il pranzo. Restiamocene qui, finalmente umani, fra noi e noi.

domenica 30 settembre 2012

l'incontro


1976. Esce Dentro e Fuori, ultimo disco di Piero Ciampi, ed estremo e disperato congedo dal suo pubblico di un uomo ormai sull’orlo del baratro. Come disse Gianni Marchetti, coautore di molti dei brani di Ciampi, quella ormai non era più musica, erano lettere dal nulla, o come diceva Ciampi stesso, dall’assenza.
Molti dei pezzi sono semi recitati, poesie interpretate su arrangiamenti musicali per lo più notturni, rarefatti. Il primo di questi pezzi si intitola L’incontro, e dà il la a tutto il disco. Molti all’epoca lo interpretarono come una canzone d’amore. In realtà parla del rapporto con sua figlia. Ciampi si era separato circa un decennio prima e sua moglie, lasciandolo, si era portata via la figlia. Il pezzo prende ispirazione da un incontro avuto con lei ed esprime i timori e tutta l’ansia di un padre che, dopo anni, vede riflessa negli occhi di sua figlia l’immagine di un estraneo. Ho ancora posto nella tua vita?, si chiede Ciampi. Forse no, conclude sconsolato.
Il pezzo nasce come un provino, con Ciampi che, com’era sua prassi, improvvisa il testo in studio, a occhi chiusi, sulla base del pianoforte. Tale fu l’emozione suscitata nei tecnici da questa sua performance, che venne mantenuta e poi inserita, con alcuni aggiustamenti, come brano di apertura di un album bellissimo, molto molto triste, e ancora oggi non del tutto compreso.

giovedì 27 settembre 2012

pomeriggio con pino e teo

canna fumaria

Dov’è scoppiato l’incendio ora non resta che una grande macchia che riposa, grigia al centro, dove ha più consumato, e nera mano a mano che si allarga, dove ancora restano le tracce più evidenti del dolore. Ti aggrappi a sparuti ciuffi d’erba, scampati per miracolo alla fiamma, per dirmi che c’è ancora vita, ma tutto ormai è cauterizzato, finalmente tace. Persino gli occhi, dopo mesi di lavoro sullo schermo, sono asciutti. Lo spazzacamino, issato sul tetto di fronte, libera la canna fumaria in vista dell’inverno. Ora è intasata come l’arteria di un cuore: evita altri errori, nuovi ingorghi, nuove ischemie dei sentimenti.

rebus

È un mondo senza tempo
e senza vento.
Tutto sta fermo
e faticosamente significa.
Enorme è la fatica del significare
in questo cantiere del senso.
Ogni parola è una massicciata
di lettere e figure.
Tutto pesa.

(Valerio Magrelli)

mercoledì 26 settembre 2012

torta

A maggio Francesca mi scrisse una lunga lettera, l’ultima mi accorgo adesso. Su due bei fogli di carta riciclata, con una scrittura chiara, vagamente infantile, dai caratteri piccoli e tondeggianti, aveva ricopiato la pagina di un libro che io stesso le avevo regalato a Natale, in cui una delle due protagoniste parlava al ragazzo di cui era innamorata di cosa intendeva lei per “amore”. Il ragazzo nel romanzo era diviso fra due donne, lei e un’altra che non lo amava e che alla fine si sarebbe uccisa, lasciandolo definitivamente a lei. 
All’inizio l’avevo creduta una sorta di dichiarazione non dichiarata, di quelle a cui mi aveva abituato da tempo. Mi mandava spesso, infatti, lettere in cui ad esempio nascondeva foglie secche spezzate perfettamente a metà o vecchie cartoline erotiche rappresentanti donnine nude ormai ingiallite, o foto di gatti di cui non si vedeva la testa. Io dovevo decifrarne il messaggio nascosto. Ma non avevo tenuto conto che Francesca, per quanto originale, non aveva la mia stessa passione per i romanzi. 
Mi ero convinto, con quell’ultima lettera, che volesse dirmi nel suo modo un po’ strambo di parlare sempre a metà: io nella tua vita sono lei e tu a un certo punto finirai con me. Ma intendeva altro. L’ho scoperto dopo, tardi, quando a luglio, nel pieno dell’estate, Francesca mi chiarì che non poteva darmi ciò che le chiedevo, e mi disse che sperava davvero per me che potessi riceverlo dall’altra. Purtroppo, dei tre, Francesca, com’era consono al suo carattere, fu l’unica a non seguire il copione, lasciandomi del tutto solo.
Che cosa voleva dirmi, allora, con quella pagina copiata? Ecco, voleva dirmi: questo è il mio tipo di amore, insensibile e matto, e non so se è per te. Quest’ultima affermazione avrei dovuto decifrarla dall’aggiunta, in fondo alla lettera, del disegno a colori vivaci di una bella torta di compleanno. Disegnata appunto: bella da vedere, ma impossibile da mangiare.

proprio un autoritratto coi baffi