domenica 30 settembre 2012

l'incontro


1976. Esce Dentro e Fuori, ultimo disco di Piero Ciampi, ed estremo e disperato congedo dal suo pubblico di un uomo ormai sull’orlo del baratro. Come disse Gianni Marchetti, coautore di molti dei brani di Ciampi, quella ormai non era più musica, erano lettere dal nulla, o come diceva Ciampi stesso, dall’assenza.
Molti dei pezzi sono semi recitati, poesie interpretate su arrangiamenti musicali per lo più notturni, rarefatti. Il primo di questi pezzi si intitola L’incontro, e dà il la a tutto il disco. Molti all’epoca lo interpretarono come una canzone d’amore. In realtà parla del rapporto con sua figlia. Ciampi si era separato circa un decennio prima e sua moglie, lasciandolo, si era portata via la figlia. Il pezzo prende ispirazione da un incontro avuto con lei ed esprime i timori e tutta l’ansia di un padre che, dopo anni, vede riflessa negli occhi di sua figlia l’immagine di un estraneo. Ho ancora posto nella tua vita?, si chiede Ciampi. Forse no, conclude sconsolato.
Il pezzo nasce come un provino, con Ciampi che, com’era sua prassi, improvvisa il testo in studio, a occhi chiusi, sulla base del pianoforte. Tale fu l’emozione suscitata nei tecnici da questa sua performance, che venne mantenuta e poi inserita, con alcuni aggiustamenti, come brano di apertura di un album bellissimo, molto molto triste, e ancora oggi non del tutto compreso.

giovedì 27 settembre 2012

pomeriggio con pino e teo

canna fumaria

Dov’è scoppiato l’incendio ora non resta che una grande macchia che riposa, grigia al centro, dove ha più consumato, e nera mano a mano che si allarga, dove ancora restano le tracce più evidenti del dolore. Ti aggrappi a sparuti ciuffi d’erba, scampati per miracolo alla fiamma, per dirmi che c’è ancora vita, ma tutto ormai è cauterizzato, finalmente tace. Persino gli occhi, dopo mesi di lavoro sullo schermo, sono asciutti. Lo spazzacamino, issato sul tetto di fronte, libera la canna fumaria in vista dell’inverno. Ora è intasata come l’arteria di un cuore: evita altri errori, nuovi ingorghi, nuove ischemie dei sentimenti.

rebus

È un mondo senza tempo
e senza vento.
Tutto sta fermo
e faticosamente significa.
Enorme è la fatica del significare
in questo cantiere del senso.
Ogni parola è una massicciata
di lettere e figure.
Tutto pesa.

(Valerio Magrelli)

mercoledì 26 settembre 2012

torta

A maggio Francesca mi scrisse una lunga lettera, l’ultima mi accorgo adesso. Su due bei fogli di carta riciclata, con una scrittura chiara, vagamente infantile, dai caratteri piccoli e tondeggianti, aveva ricopiato la pagina di un libro che io stesso le avevo regalato a Natale, in cui una delle due protagoniste parlava al ragazzo di cui era innamorata di cosa intendeva lei per “amore”. Il ragazzo nel romanzo era diviso fra due donne, lei e un’altra che non lo amava e che alla fine si sarebbe uccisa, lasciandolo definitivamente a lei. 
All’inizio l’avevo creduta una sorta di dichiarazione non dichiarata, di quelle a cui mi aveva abituato da tempo. Mi mandava spesso, infatti, lettere in cui ad esempio nascondeva foglie secche spezzate perfettamente a metà o vecchie cartoline erotiche rappresentanti donnine nude ormai ingiallite, o foto di gatti di cui non si vedeva la testa. Io dovevo decifrarne il messaggio nascosto. Ma non avevo tenuto conto che Francesca, per quanto originale, non aveva la mia stessa passione per i romanzi. 
Mi ero convinto, con quell’ultima lettera, che volesse dirmi nel suo modo un po’ strambo di parlare sempre a metà: io nella tua vita sono lei e tu a un certo punto finirai con me. Ma intendeva altro. L’ho scoperto dopo, tardi, quando a luglio, nel pieno dell’estate, Francesca mi chiarì che non poteva darmi ciò che le chiedevo, e mi disse che sperava davvero per me che potessi riceverlo dall’altra. Purtroppo, dei tre, Francesca, com’era consono al suo carattere, fu l’unica a non seguire il copione, lasciandomi del tutto solo.
Che cosa voleva dirmi, allora, con quella pagina copiata? Ecco, voleva dirmi: questo è il mio tipo di amore, insensibile e matto, e non so se è per te. Quest’ultima affermazione avrei dovuto decifrarla dall’aggiunta, in fondo alla lettera, del disegno a colori vivaci di una bella torta di compleanno. Disegnata appunto: bella da vedere, ma impossibile da mangiare.

proprio un autoritratto coi baffi


martedì 25 settembre 2012

domenica 23 settembre 2012

qui non arriva mai il sole

lieto fine

Ma questa non è una storia a lieto fine, mi dice Marcello, te ne racconto una migliore.
E mi racconta della volta che sta rientrando a casa e trova un topolino, poco più grande di un’unghia, fermo sul marciapiedi accanto alla grata di un tombino, che fissa verso il cielo, le luci dei lampioni e le finestre illuminate del palazzo di fronte. Pensa che si è perso, e per dargli una mano prova in tutti i modi a rigettarlo nel tombino, spingendolo con un quaderno, ma il topolino si aggrappa con tutte le sue forze alle sbarre della grata, e si rifiuta di scendere. Così Marcello si arrende e torna a casa.
Più tardi va a controllare il topolino, ma quello non c’è più. Solo allora, mentre passa vicino al giardino lì accanto, abbandonato e selvatico da anni, pensa che forse il topo non è venuto fuori dal tombino, ma da lì, a guardarsi incuriosito questo mondo, così scialbo in confronto al suo, fatto di fiori dall’odore pungente e grovigli di spine. Marcello passa davanti a quel giardino ogni giorno, così tante volte che ormai non ci fa più caso. E senza quel topo, dice, non avrebbe mai ricominciato a vederlo.
È stata la cosa migliore che ho fatto, conclude, lasciar perdere quello che pensavo e accettare che il topolino facesse quello che voleva. Se lo avessi spinto giù, anche con le migliori intenzioni, non me lo sarei mai perdonato.
Ascolto Marcello, ha la voce piena di ansia e pianto, eppure sorride. Mi ha appena detto che la sua ragazza è rimasta incinta e vuole tenersi il bambino. Poi, finito il liceo, entrambi si troveranno un lavoro e un posto tutto loro in cui vivere, senza i genitori.

sabato 22 settembre 2012

latte, sedia

L’odore di mio nonno è quello del latte caldo. La mattina ne beve sempre una tazza piena. Il suo colore è quello del latte nella tazza, la sua pelle ormai sbiancata da quando ha smesso di andare nei campi per restarsene sotto la veranda oppure all’ombra degli alberi in giardino. Ogni mattina ripete gli stessi gesti da anni. Arriva in cucina squillando “Buongiorno, Maria!” verso mia madre. Beve il suo latte in quattro sorsi, si pulisce per bene col tovagliolo, poi deposita la tazza in fondo al lavandino e piega con precisione la tovaglietta lungo le linee della stiratura. Quindi afferra la sua sedia e va fuori. E ogni volta mia madre, che da sempre cerca di istruirmi sulla perfezione intrinseca di modestia e regolarità, lo prende ad esempio e mi dice: “Vedi, serve così poco per essere in salute e stare bene: latte, sedia, e ricordarsi di prendere le pillole per cuore, pressione e prostata tutte le mattine.”

A e B

giovedì 20 settembre 2012

vento

Guarda, il mondo là fuori si agita, dissi a mio nonno, che si era seduto accanto a me in giardino dopo aver fatto colazione, e gli indicavo le cime dei pini di fronte, scosse dal vento. Tanto, mi rispose, giunti a una certa età, non c’è più differenza fra le creature della Terra, sono vittime tutte allo stesso modo. Qualche volta, aggiunse, per affrontare la vita serve solo un po’ di coraggio. Guardavamo, intanto, il nostro vicino trascinare i figli a scuola per lo zaino, e un altro più vecchio farsi trascinare al collare dal suo cane, la formica che feroce attanagliava la sua preda. Ascoltavamo il rumore di cocci smossi nel cantiere sull’altro lato della strada, le prime foglie cadere, le nuvole che si agitavano sopra di noi deformandosi e gridando, ormai pronte alla pioggia. Nonno, nonno caro, gli dissi, il mondo là fuori si agita e noi qui, invece, cosa mai possiamo fare? Godiamoci il vento, mi rispose. Non si sa mai quando smette.

mercoledì 19 settembre 2012

perfezione

Arriva come un ospite nella mia vita la gatta dei vicini, come qualsiasi donna io abbia conosciuto, viene verso sera, o quando le pare. Miagola dietro la mia porta invocando attenzioni, e io faccio quel che posso, le allungo la scatola dei biscotti e le liscio con lentezza la schiena mentre mangia. Ogni volta, finito, va via, lasciandomi solo il silenzio, un po’ rattristato dalla mia solitudine. Una volta le ho chiesto come mai non restasse accanto a chi, nel bene o nel male, l’amava, e una volta per tutte, invece di fare la spola tra due case per opportunismo. Manca sempre qualcosa, risponde, qualcosa di perfetto per trattenermi. Ma cosa?, le chiedo, non ti bastano forse il calore, i croccantini? No, evidentemente no, risponde. Ma ciò che manca non sa dirmelo. Non c’è, e questo è tutto. Non c’è perfezione nell’affetto.

martedì 18 settembre 2012

con dedica


parrocchia di san domenico a noci




passami la pistola

nell’intervallo fra la birra e il conto
nel roteare lento in cui si avvolge il tempo del tuo piede
semianguilla
anche di fronte a un discorso senza uscita
nel sorriso luminoso di chi nega
ogni precedente silenzio.

Sono un attimo nella tua vita ma stupendo mi dici
mai più onesto di come sono stato
nella piega del tuo orecchio confessando
di fronte a un lavandino
che sei tu la mia città sommersa
il centro del mio sogno
Parigi conquistata
a metà.

E credevo fosse il meno
per chi crede
che una storia è fatta solo di occasioni
ago e filo e tu ne cuci i pezzi
insieme.

Eppure mi distrugge ora sapere
capire così alla perfezione
che mi era destinata una fetta e non l’intero cuore
e mi accorgo di come
non posso più fare a meno del resto
proprio quando ti perdo
e non ti seguo.

sabato 15 settembre 2012

requiem per roberto roversi

Non ne sono sicuro al 100% ma credo che con la morte di Roberto Roversi sia scomparso l’ultimo dei grandi scrittori italiani formatisi moralmente durante la Resistenza, quegli scrittori che facevano dell’impegno politico e sociale, o se preferite della partecipazione attiva, un tutt’uno con la propria scrittura, senza distinzioni. Era un imperativo del cuore e una necessità del sangue. Quella è ormai per molti un’esperienza superata, a favore di che non ho mai capito, eppure, per il potere miracoloso della parola di rendere tutto ciò che si racconta ancora vivo, presente, finché si narra, finché continua l’azione del narrare, qualcosa rimaneva con loro, Roversi e gli altri, anche ad anni di distanza. Ora, con la sua morte, con la fine dell’ultimo rappresentante di quella generazione, credo che il filo si sia definitivamente spezzato. Né si può tornare a ciò che non c’è più. Bisogna andare avanti.
Un tempo guardavamo, guardiamo ancora, a quegli scrittori come fari nel buio. Ora i fari sono spenti e resta di fronte a noi solo il mare buio. C’è già chi possa prenderne il posto? Di sicuro c’è, ma non è la qualità dello scrittore a fare una generazione, sono i tempi stessi e la volontà delle persone a non cedere più un solo grammo della propria dignità. Forse i tempi non sono ancora maturi, però lo stanno diventando a velocità vertiginosa. C’è da affilare le armi e aspettare, poi colpire con rapidità e decisione. Scrivere.

gariglio


giovedì 13 settembre 2012

autunno

L’autunno è sceso all’improvviso, umido e piovasco, tanto che nessuno l’aspettava. Stava nascosto sui rami più alti, aggrappato agli aghi di pino, in compagnia dei colombacci, poi è venuto giù con un tonfo, mettendo tutti in fuga, aprendo la stagione della passera. E ha rubato gli ombrelli dagli armadi, lasciandoci gli scheletri in acciaio per far l’elemosina ai rigattieri laureati. L’autunno ride spesso, anche se non sembra, nascosto nelle cataratte di mio nonno, o fra le unghie affilate di un’amante, nelle cicatrici intorno agli occhi. E sta nelle campane impazzite che suonano da ore, annunciano la prossima bufera, così che Silvio è uscito fuori col fucile per spararle. Sta pure nel silenzio della casa, ora che cambiano gli orari del rientro, e mi chiamano le calze dai cassetti coi loro sussurri.

ognuno sta solo...

Ognuno sta solo nel cuor della doccia
trafitto dal gettito d’acqua:
e si gratta la pancia

martedì 11 settembre 2012

truffa

Con l’arrivo del Mercato Libero, branchi di rappresentanti si avventarono sulle nostre case come sciacalli affamati di truffa. Si può giustificare tutto questo solo pensando al bisogno dichiarato da alcuni di lavorare, ancora più alla gioia selvaggia che provoca l’inganno, il piacere dello stupro. Erano giovani senza avvenire, presi dalla strada e dunque senza scrupoli. Avevano cravatte intonate alla camicia.
I miei, sprovveduti a riguardo, confidando in quella giovinezza che per loro è futuro, proposta, si sono fatti fregare due volte, e qualcuna di più alcuni nostri amici, con contratti che prevedevano di farti risparmiare su luce e gas, chiedendoti in cambio più soldi. Né serviva esserne convinti, bastava uno scarabocchio sul foglio bianco per ritrovarsi le mani legate.
Abbiamo tentato lo stesso di rimediare alle truffe, e lottando contro un sistema che prevedeva di avere contatti unicamente con altri disgraziati messi un gabbia, polli d’allevamento nei call center, oppure con anonime caselle postali e ricevute di ritorno necessarie ma firmate chissà da chi, visto che poi delle nostre lamentele, nessuno sapeva mai niente.
Era un sistema fortissimo, inespugnabile come un castello, in cui la ragione non aveva spazio e persino gli avvocati erano inermi. Lo capimmo la prima volta il giorno in cui ci rivolgemmo a uno sportello clienti per chiedere comprensione e aiuto, e l’impiegato, con faccia di mattone, seduto a fumare, ci disse: “Non posso farci nulla. Scrivete una lettera.”

fermata

Ho passato la giornata coi vecchi che aspettano la morte alla fermata del bus. Siedono sulle panchine davanti alla farmacia, in piazza, e per ingannare il tempo fanno la conta di chi passa, senza distinzioni, ragazzini brufolosi per cui tutto è ancora ritardo e non una corsa mancata, o belle matrone dai fianchi ondeggianti che i vecchi fissano senza vergogna e chiamano cavalle con le voci cavernose di chi ha già un piede nella fossa. Una volta si contendevano la fermata con gli operai di turno all’Ilva, e si perdevano con loro, nell’attesa della corsa, in gare di fumate e di scatarri. Oggi, con gli scioperi e i licenziamenti, sono gli unici a restare qui, sbadigliando, il tempo scorre un po’ più lento anche per loro. Se gli parli di questa nuova solitudine, sollevano le spalle rassegnati: “Eh, ne abbiamo viste tante!”

lunedì 10 settembre 2012

domenica 9 settembre 2012

uomini e cani


Stalin, leggevo un po’ di tempo fa, non vedeva di buon occhio e anzi sconsigliava di coltivare amicizie. Questo perché, come sentimento di simpatia, affetto e dedizione disinteressata all’altro, l’amicizia poteva essere di intralcio all’amore assoluto per il Partito. Era, di base, un’idea talmente disumana, nel suo tentativo di creare uno stato di uomini soli e privi di conforto, se non nell’astratta idea di un mondo di uguali, che non meraviglia come poi il Comunismo russo sia crollato così rovinosamente, e in barba al suo falso mito di felicità.
Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre passavo dietro l’ufficio postale, dove da un po’ di tempo si rifugiano di notte due randagi, di cui uno talmente vecchio e stanco da trascinarsi zoppicando, con estrema fatica, e ho notato nell’angolo fra i cespugli un piatto di pasta, messo lì per loro da qualche vicino.
L’affinità fra uomini e cani, in tempi di crisi, non è cosa nuova. Bulgakov, vittima della censura stalinista, scrisse a proposito un intenso romanzo chiamato Cuore di Cane. Negli anni ’80 Tom Waits, ispirandosi all’espressionismo tedesco, ha realizzato Rain Dogs, disco bello quanto stralunato, per descrivere la vacuità di un mondo sull’orlo del collasso. E Goya, all’apice di una sordità che rischiava di farlo impazzire mentre gli spalancava le porte di una comprensione universale del dolore, estremizzò questa fratellanza in un’opera disperatissima e minimale come El Perro, dipinta sulle pareti di casa sua, a Madrid. La testa di un cane che affonda oltre il fossato e nient’altro sopra che il vuoto.
Talvolta, mentre osservo gente molto più preparata di me abbaiare in tv per problemi che nel loro infinito ripetersi diventano astratti quanto l’aria, penso che di cani, soli o rabbiosi che siano, è pieno il mondo. Forse l’intelligenza li rende speciali, capaci di formulare pensieri, parole, e il dito opponibile, come ci insegnano i libri di scuola, ha dato loro la possibilità di creare tutte le meraviglie, più o meno evidenti, che ci vediamo intorno. Ma è nella pietà, nella capacità di sentire il dolore dell’altro e condividerne, anche solo moralmente, il peso, che i dislivelli si appianano e si realizza l’ideale di un mondo che ci vede tutti, uomini e cani, non migliori, ma uguali. Sarebbe il caso, per qualcuno, di ricordarlo.

Articolo uscito su Largo Belllavista n°62, settembre 2012, nella rubrica Senilità. Foto di Anders Petersen.

sulla scena del crimine






santo (2)





sabato 8 settembre 2012

il passo del granchio

Non avevo mai considerato prima il chiacchiericcio dei bevitori che ammantava gli spettacoli di Shakespeare, alla metà del ‘500, durante le tournée in giro per pub. C’erano strutture fatte apposta, è vero, ma il pubblico migliore lo trovavi fra beoni e sognatori d’ogni risma, puzzo rancido di sudore e piscio misto all’alcol, spifferi autunnali. Era il chiacchiericcio a riportare i versi sulla terra, a dare un peso indispensabile a ogni parola rubata al chiasso del bancone, nella battaglia della voce per affermarsi sulla vita intorno. Anche ieri, verso mezzanotte, due ragazzi inglesi interpretavano Romeo e Giulietta come da secoli, la scena del balcone miracolosamente trapiantata in una piazza italiana, e il pubblico del pub vicino stava fuori, nel primo freddo di settembre, a guardarli con gli occhi e i sorrisi spalancati. Il pubblico parlava, sovrapponendosi agli attori, costringendoci tutti ad aguzzare le orecchie, come quando da bambini si cercava di distinguere il passo del granchio fra gli scogli. Cercavano anche loro la poesia nell’altra lingua, illusi dal suo suono indecifrabile, ma la vita come sempre ha avuto il meglio, rapita e incuriosita dal momento, dal biancore delle cosce di Giulietta.

giovedì 6 settembre 2012

anche così si esplica un destino...

Anche così si esplica un destino
tu che parli a più riprese del tuo amore
(col tuo gancio formidabile!)
io che mai ti parlerò di come
l’aria senza te si fa pesante, ride di meno.

mercoledì 5 settembre 2012

destino nostro, penso, di pennuti...

Destino nostro, penso, di pennuti
restarsene sul trespolo vicini
che senza me, riaffermi a gesti
sarebbe vuoto di colori, e senza te
ti giuro nei miei sguardi, muto.

fuoco

Quando mio padre accende un fuoco di sterpaglie dietro casa, subito arriva veloce, dai campi, Simone il gatto, gridando come un ossesso “Pompieri! Pompieri!” oppure “Arriva la Guardia Forestale!” Quando il fuoco comincia a spegnersi, per sicurezza, Simone afferra la carriola, la carica di sabbia e la cosparge tutta intorno alle ceneri, facendo infuriare mio padre per lo spreco. “Calmati!” gli grida Simone, “o il fuoco si riaccende!” Poi va in cucina da mia madre, a farsi dare un succo e le racconta, con toni epici, la storia. “Oggi a tuo marito gli ho salvato il culo!”

domenica 2 settembre 2012

punizione

A un certo punto mio nonno, per dispetto, cominciò a pretendere di andare a dormire al tramonto, come le galline. Diceva di sentirsi solo e che dunque tanto valeva infilarsi sotto le lenzuola. Non era vero, ovviamente, c’eravamo. Ma se per caso gli stavamo troppo addosso si lamentava dell’eccesso di rumore e il più delle volte, di fronte alle nostre chiacchiere, se ne restava zitto, a fissarci divertito come si fa coi bambini. In verità, quella che chiedeva mio nonno era una compagnia costante ma silenziosa, presente ma che non disturbasse il flusso dei suoi pensieri, amore e dedizioni assoluti, a cui non dover dare necessariamente una risposta. Troppo per chiunque. Mio nonno andava a dormire, e per punirci si perdeva i piccoli accadimenti della sera, la gatta dei vicini che passava a reclamare la sua dose di biscotti, o la tartaruga che attraversava il giardino per venire a tuzzare alla nostra porta, mentre mio padre annaffiava le piante.

the wedding


colori

Da un paio di mesi il punto più colorato del nostro giardino sta in fondo, su una grossa pietra all’ombra, dove regolarmente lasciamo gli avanzi di frutta e verdura. È uno stratagemma che ci siamo inventati per tenere lontane le tartarughe dai fiori, di cui sono ghiotte. All’inizio ha funzionato, poi le tartarughe, furbe quanto voraci, hanno cominciato a passare diritto, depredando petali e foglioline verdi dalle piante, per poi tornare indietro e spazzolarsi anche gli avanzi. Sarebbe stato un fallimento se, nel frattempo, altri abitanti del giardino non avessero approfittato della cosa. Insetti per cominciare, a decine, a qualsiasi ora del giorno, poi le lucertole ghiotte d’insetti, e gli uccelli, e la gatta dei vicini in agguato per loro. Persino mio nipote, l’altro giorno, si è fermato ad osservare quella macchia di colori bagnata dal sole, e con gli occhi spalancati mi ha detto: “È un carnevale di moschini!”

sabato 1 settembre 2012

il scritore



E grazie a Linda, che me l'ha segnalato.

identità

Ho sempre immaginato che mio nonno ci nascondesse dei segreti, che ne so un passato non detto o delle identità alternative. Basta guardargli le mani grandi, scavate intorno alle vene come corteccia, per ritrovarci i segni di una qualche parentela con animali fantastici, come le zampe di una tartaruga di mare o gli artigli dell’ippogrifo. Anche quando sonnecchia, durante il telegiornale, si agita sulla sedia come un gattino che stia cacciando la sua preda.