martedì 30 ottobre 2012

come l’amore di giorno...

Come l’amore di giorno
sta al sole indisturbato
gatto grasso a Istanbul
straniero in un sole beato

di notte va in stazione
fuma coi muscoli coi nervi
poi scaracchia, s’imbosca
tra i binari non riamato.

nello studio



lunedì 29 ottobre 2012

cristiano

planimetria del dolore

La percezione della solitudine
che abbiamo del mondo
rispecchia il momentaneo stordimento
della nostra delusione.
Moltiplica quella per i miliardi di noi
copie fotostatiche nell’ombra
e avrai la visione millimetrica del vuoto
la pianta catastale del suo cuore.

la faccia degli uomini

“Poi digli di guardare da vicino la faccia degli uomini. Digli di stare perfettamente fermi, per un po’ di tempo, e di guardare in faccia un uomo. Sulla faccia degli uomini non c’è niente. Guarda da vicino. Digli di guardare bene. E non quello che c’è sulla faccia: le facce degli uomini non stanno mai ferme, sono come antenne. Ma l’unica cosa che fanno è spostarsi da una configurazione all’altra di pura inespressività. Digli che nelle maschere degli uomini non ci sono buchi dove infilare le dita. Digli come si potrebbe mai anche solo sperare di amare qualcosa su cui non si può far presa.”

(Davide Foster Wallace, da Piccoli animali senza espressione)

venerdì 26 ottobre 2012

aubade (alba)

Lavoro tutto il giorno e a notte sono mezzo ubriaco.
Mi sveglio alle quattro e sto immobile nel buio silenzioso.
Presto gli orli della tenda si illumineranno.
E guardo, intanto, quello che in realtà c’è sempre stato:
la Morte instancabile, di un giorno intero più vicina,
che rende impossibile ogni pensiero tranne come
e dove e quando morirò io stesso.
È arido interrogarsi, ma la paura
di morire, di essere morto,
lampeggia e mi trattiene e inorridisce.

La mente si svuota in quel bagliore. Non di rimorsi
(il bene non fatto, l’amore non dato, il tempo
rubato e sprecato) né perché purtroppo
una sola vita può sprecarsi a riscattare,
e senza mai riuscirci, le sue origini perverse;
ma per il vuoto totale ed eterno,
la sicura estinzione verso cui ci muoviamo
e dove saremo persi per sempre. Non essere qui,
né in nessun luogo,
e presto; niente di più terribile, niente di più vero.

Questo è il mio modo speciale di avere paura
che nessun trucco dissipa. Ci provò la religione,
quel vasto e tarmato broccato musicale
creato per illuderci che mai moriremo,
e tutte quelle chiacchiere che dicono: Non un essere razionale
può temere una cosa mai sentita, non capendo
com’è questo a spaventarci: nulla da vedere né udire,
nulla da toccare o assaggiare o annusare, niente a cui pensare,
niente da amare o a cui legarsi,
l’anestesia da cui nessuno può svegliarsi.

E così rimane ai margini della visione,
una piccola macchia confusa, un brivido persistente
che rallenta ogni impulso fino all’indecisione.
Molte cose potrebbero non succedere: questa sì,
e il capirlo ci accende di rabbiosa
bruciante paura quando ci prende da soli
o senza niente da bere. Il coraggio non vale:
serve a non impaurire gli altri. Ma essere forte
non rende nessuno immune alla morte.
Piangerla od opporsi non la rende diversa.

Lentamente la luce si rafforza e la stanza prende forma.
È lineare come un armadio quello che sappiamo,
che abbiamo sempre saputo, da cui non si può scappare,
che non si può accettare. Un lato dovrà cedere.
Intanto i telefoni stanno accucciati, pronti a suonare
negli uffici ancora chiusi, e tutto l’indifferente
intricato mondo a noleggio comincia a svegliarsi.
Il cielo è bianco come argilla, non c’è sole.
Il lavoro va fatto.
I postini come dottori vanno di casa in casa.

(Philip Larkin)

mercoledì 24 ottobre 2012

dio punisce gli innamorati respinti...

Dio punisce gli innamorati respinti
con una camomilla
alla cinque del mattino
la promessa di un destino indifferente
costante com’è l’insonnia
la tentazione della nostalgia.

I tuoi capelli gomitolati
in cui potevo sempre rifugiarmi
hanno messo radici profonde
trappole odiose come rimpianti
per me gatto-poeta senza casa
senza più forbici per estirparti.

Tu e i tuoi cavalli su ogni lettera
su ogni cartolina o francobollo
nei messaggi privati ormai di ieri
simboli di una riscossa
che s’impenna gioiosa
resta lì folgorata e quasi idiota.

giovedì 18 ottobre 2012

gastrite mia nemica...

Gastrite mia nemica
fidanzata impazzita/appassita
com'è la giovinezza
pace dei giorni senza prezzo.

motti e aforismi privati

Ripescando un po’ dal passato del blog e un po’ dal mio profilo fb, pubblico qui alcuni aforismi o motti che ho raccolto nel tempo. Quelli senza attribuzione sono miei, gli altri di amici.

Tempi amorali richiedono persone amorali.


La vita fa di questi scherzi. Pensi di aver trovato l'amore, invece cambi solo coinquilino.


Cosa conta essere migliori o peggiori se non si è almeno uguali?


Cosa fai nella vita? Riempio gli spazi.


Il titolo del mio prossimo romanzo: UTERO, ADDIO!


Adieu, ma moustache, au revoir.


Non ci sono molte persone veramente cattive. Il problema è sopportare i difetti di tutti.


La grappa è la migliore amica dell’uomo.


Sei un po’ blues tu. Bevi, sei lento, stai attento alle sfumature. (Claudio Fusillo)

 
Lascia aperte le ferite, è da lì che passa la luce. (Paolo Vites)


L’amore è pratico. Si nutre di concretezza. (Marian)


Una casa non serve, sono solo costi inutili. Basta una stanza per essere liberi. (Alfredo)


Siamo troppo fichi per finire male. Abbi fiducia nella mediocrità italiana. (Licia Vignotto)


L’ottimismo non ci basta! (Rob Lacarbonara)


Internet è un potentissimo mezzo per dare voce agli imbecilli. (Gianluca)

l'addolorata

mercoledì 17 ottobre 2012

la trappola dell'euro

i saw the light

a michela, per il suo compleanno

Non oggi
ti faccio gli auguri domani
che sei un anno più vecchia
e come me in gara
e chi non muore l'altro aspetta
per dire che si è meno sicuri
ma perlomeno maturi
abbastanza
per una grappa stellare.

innamorarsi di una porta...

Innamorarsi di una porta
in cui specchiarsi
delle gocce di sangue
che spillano dai rami
i passi degli uccelli
chiamano l’inverno
l’inverno è lontano
viene giù in ascensore
quando arriva gli uccelli
vanno via da Bellavista
murata: tutto è calmo
nella valle evirata
del lillà. Ti accarezzo
le gambe al balcone
e tu vieni sorpresa
dalle guardie trasali
tu vieni col mio tocco
che scende mi dici lo sai
non sei niente gentile.
Fissiamo la notte sul
fiume non torna
e se torna è una porta.

martedì 16 ottobre 2012

keaton

Keaton, canzone scritta da Claudio Lolli e interpretata da Guccini in Signora Bovary del 1987, è l'esempio perfetto della differenza che corre fra talento e genio. Il bellissimo racconto picaresco di Lolli viene trasformato da Guccini in una più grande metafora del dolore e della solitudine degli artisti, attraverso l'aggiunta, alla fine della canzone, di un paio di strofe che all'improvviso sovrappongono gli ultimi giorni di un pianista di provincia (di cui parla il testo originale) a quelli del grande attore del cinema muto, ormai finito, e di cui il pianista aveva assunto, ironicamente, il nome e forse anche il destino...

cimiteri d'auto


A Iginio Iurilli e alla sua arte.

poesia per lara

lunedì 15 ottobre 2012

montale e la volpe

L’ultima visita la ricordo in modo particolare. Non c’era nessun altro. Volevo presentargli la piccola Oriana. La guardò a lungo, le fece un segno della croce sulla fronte – come faceva a me quando partivo – e a bassa voce mi disse una frase di struggente dolcezza, un’altra petite phrase o uno dei suoi “amuleti”, un suo verso che io sola conosco, che mi accompagnerà sempre e che mi ripeto come una preghiera. Tradotta in prosa quotidiana, significa che in una futura esistenza avremmo saputo organizzarci meglio. 

(Maria Luisa Spaziani)

piero liuzzi

domenica 14 ottobre 2012

non potrai dire né fermare...

                                            a Sergio Pasquandrea

Non potrai dire né fermare
l’enorme quantità di chiasso
che si produce in una casa
se non bloccando le caviglie i polsi
alla consorte sfiancata
da stoviglie e panni i conti
per la spesa ai figli
in corsa intorno al tavolo tuo padre
che lamenta il suo dolore
l’innata fratellanza col vicino senza nome
che al piano di sopra
si trascina lentamente verso il bagno
apre il rubinetto ad annegarsi
e sai che domani
ti tocca asciugare le macchie. Tu scrivi
fra gli spazi lasciati vuoti
da gatto televisore e gastrite
fra le foglie cadute fuori sul balcone
nel pulsare che dà forza alla passione
della prossima emicrania.
Nulla torna ma sai che non c’è
non c’è che l’amore racchiuso
fra queste quattro mura che forza
per esprimersi ed esplodere
il tuo cuore diviso
da felicità e bisogno
che ti gonfia fuoriposto ventre e collo
come a un Buddha.

sabato 13 ottobre 2012

andrea e giuseppe

individualismo e italianità

In seguito al mio pezzo di ieri su handicap, sesso e chiesa, ho ricevuto vari commenti, pubblici e privati, che mi hanno dato prova di quello che già da un po’ considero il punto nodale nella questione italiana, quella che, se da un lato ci rende un bellissimo popolo, dall’altra fa di noi un pessimo Stato. E cioè l’incapacità di andare oltre noi stessi e di concepire un qualsiasi problema come qualcosa che vada oltre il nostro orticello. Siamo, cioè, culturalmente incapaci di considerare un qualsiasi problema serio o importante, a meno che non ci riguardi o riguardi qualcuno la cui storia ci ha commosso o per cui proviamo una forte empatia (io lo chiamo il canone De Filippi). 
Ora, l’amico di cui parlavo ieri ha un handicap, non può trombare, e dovrebbe. Io non guido, quindi non posso portarlo a puttane, come qualcuno suggerisce, ma potrebbe farlo qualcun altro. Il fatto è che portare a puttane lui risolve il suo problema, non il problema in sé. Il problema rimane per gli altri. Possibile che non si riesca mai ad astrarre qualcosa dal suo contesto, che si resti attaccati alla singola lettera senza concepire mai un’idea più grande, d’insieme? 
Ecco, noi italiani in quello siamo bravissimi, risolvere il problema del singolo individuo per lavarci la coscienza ed evitare di impegnarci nel mettere a sistema una soluzione vera ed efficace per tutti. È sempre stato così se ci pensate, ed ecco perché i servizi italiani (dai trasporti alle mense ecc. ecc. ecc.) sono fra i peggiori d’Europa. Perché l’idea di servizio implica che si pensi alla comunità e non all’individuo, ovvero a noi stessi.

tonino

venerdì 12 ottobre 2012

sesso e carità cristiana

C'è questo mio amico, portatore di handicap, persona dolcissima e assai timida, che nel bene e nel male è legata ad ambienti di Chiesa, perché qui, se togli la Chiesa, per alcune persone è la morte, non c'è più nessuno. Questo mio amico avrebbe palesemente bisogno di quella che in gergo si chiama "una sana scopata". 
Ora, io non ho il potere né l'autorità per aiutarlo, però mi dico una cosa, e quando la dico mi sale la rabbia di chi vede il giusto e ha le mani legate per fare: ma porca miseria, mi dico, ma in questo dannato Paese, in cui tutti sono ipocriti e bugiardi, dal primo all'ultimo, non si potrebbe per una volta pensare, per un solo attimo, anche in certi ambienti, di andare oltre i luoghi comuni e la classica bigotteria che nega il valore terapeutico del sesso, a vantaggio di una persona che probabilmente non potrà mai avere una normale vita sentimentale, e aiutarlo a dare sfogo a determinati istinti, accompagnandolo a puttane? 
Ma davvero si pensa che i portatori di handicap non hanno diritto a un normalissimo orgasmo? E perché mai, di grazia? Mi sforzo, ma proprio non ci arrivo. All’estero è prassi comune. Purtroppo gli standard europei per noi valgono solo finché non si tocca il provincialismo delle nostre vedute. 
Ma per una volta, mi dico, visto che per lui, dalla sua parte, c’è solo la Chiesa, non si potrebbe mettere benzina al furgoncino che lo accompagna in chiesa la domenica mattina, per portarlo a zoccole il sabato sera? Almeno la domenica il mio amico andrebbe a confessarsi col sorriso di un uomo che ha commesso peccato, piuttosto che con quello del ragazzino che si è toccato davanti al pc. Sono due sorrisi diversi, e noi lo sappiamo bene.

iginio

giovedì 11 ottobre 2012

rivelazione

L’intero condominio si riversò in cortile quando si sparse la voce che un topo, un piccolo affarino dal pelo grigio ma con una coda lunga così, si era arrampicato su un cornicione e scorazzava avanti e indietro per sfuggire ai bambini che lo inseguivano con delle mazze lunghe e sottili, riuscendo talvolta a toccarlo. La signora del terzo, mentre rientrava a casa con le buste della spesa, a vederlo scoppiò in una serie ordinata di piccoli gridi in crescendo, e un tipo del secondo, coi baffi gialli di nicotina e la barba non ancora rasata, si mise a sedere lontano, sui gradini di fronte, e si accese una sigaretta fissando il tutto in silenzio e senza mai intervenire, come fa un vero uomo di mondo. Stefano invece, impietosito, provò a fermarli con la ragione, e quando si accorse che non c’era il modo, salì le scale di corsa a cercare la sua macchina fotografica, così da immortalare il momento, quello in cui ognuno avrebbe rivelato la sua vera natura. Ma non c’era niente da immortalare, nessuna rivelazione. Una creatura del buio, piccola e sporca ma senza difese, stava lì e fissava dall’alto tutti quei nemici che digrignavano i denti e provavano a ammazzarla, per il solo fatto d’essersi mostrata.

lunedì 8 ottobre 2012

vieni come sei

Vieni come sei, non indugiare oltre allo specchio.
Se la treccia si è sciolta, se la riga dei capelli non è dritta, se i nastri del corsetto sono ancora slacciati, tu non ci pensare.
Vieni come sei, non indugiare oltre allo specchio.

Vieni sull’erba con passo veloce.
Se il tuo piede si fa pallido per la rugiada, se si allentano le cavigliere, se le perle ti sfuggono dalle catene, tu non ci pensare.
Vieni sull’erba con passo veloce.

Non vedi le nubi come coprono il cielo?
Stormi di gru si levano dalla riva opposta e improvvise raffiche di vento si rovesciano sulla brughiera. Le greggi ansiose corrono alle stalle del villaggio.
Non vedi le nubi come coprono il cielo?

Accendi invano la lampada della toilette; lampeggia e si spegne nel vento.
Chi si accorgerà che le tue palpebre non son tinte di nero? I tuoi occhi sono più scuri delle nubi cariche di pioggia.
Accendi invano la lampada della toilette; si è spenta.

Vieni come sei, non indugiare oltre allo specchio.
Se la ghirlanda non è stata intrecciata, che importa? Se il braccialetto non è stato ancora legato, lascialo lì. Il cielo è coperto di nubi; è già tardi.
Vieni come sei, non indugiare oltre allo specchio.

(Rabíndranáth Tagore)

domenica 7 ottobre 2012

nebraska

Questa casa è un inferno senza silenzio e senza riposo, in cui le ore tranquille, per scrivere, sono quelle notturne. Tengo il mio quaderno sempre vicino, sul letto vuoto accanto al mio, quello dove un tempo dormiva mio fratello, che ora vive in città e lavora in fabbrica, e qualche volta torna a casa per il fine settimana per un bel pranzo di famiglia, dove ci si racconta sempre come va. Qui si parla tutti di partire ma l’unico ad andare finora è stato lui. Una volta suonava il piano, gli piaceva cantare. Poi ha trovato il coraggio di prendere i suoi sogni e chiuderli in una valigia, li ha issati sulle altre scatole nel ripostiglio e si è trovato un lavoro. Ora ha una bella busta paga ed è per nulla più infelice di prima. Vive con poco, mette da parte, e se potrà, dice, un giorno passerà quella valigia a qualcun altro per fare il viaggio che a lui non è riuscito. Se potrà a quel qualcuno gli pagherà pure il biglietto.

sabato 6 ottobre 2012

anguilla

Sei tu la mia piccola anguilla
che scivola sul fondo
e confonde le acque
color verde smeraldo.
Sinuosa senza spigoli sfuggi
sottotraccia mi aspetti
non diciamo mai quando.
Ho provato a irretirti
cambiandoti il nome la razza
facendo di te il mio topino
la mia rosa o carezza.
Mio Lillo hai risposto ridendo
voglio essere tua per la vita
ma in acqua!

pellaccia

ecco che resta poi
pellaccia gialla e ossa
quando si svuotano le braccia
quando persino recidere
l’erbaccia pesa
e si resta lì impalati a fissarla
come chi dalla morte
spera ancora
d’essere più sulla terra che una voce
e intervenire.

giovedì 4 ottobre 2012

città di luce

Guarda la gru come ci osserva dall’alto, simile a una giraffa in gabbia. Il cantiere è fermo da giorni, senza più soldi, e subito i gatti randagi l’hanno invaso. Fanno come noi, si stendono al sole in attesa e si godono il silenzio delle macchine, o se talvolta una farfalla attraversa il cielo. È tutto troppo perfetto, troppo calmo e giusto e sai che non durerà. Ma per oggi goditi con me questo spettacolo, il sole che cade in diagonale sulle finestre dei palazzi, sulle auto nel parcheggio e si accende e si riflette intorno, moltiplicandosi nei suoi riflessi e montando nel caldo delle scale, negli angoli assonnati degli appartamenti come una città di luce che lieviti sotto la vecchia scorza, e covi pronta a frantumare il guscio ed esplodere. Sarà una tale meraviglia da accecarci e costringerci a riparare gli occhi, non più avvezzi a un eccesso di purezza!
(Tu nemmeno mi ascolti. Le tazze aspettano nel lavandino, e hai già tirato fuori le coperte dagli armadi. Le tartarughe sono andate in letargo all’improvviso, e le foglie di lattuga lasciate per loro, in giardino, marciscono nell’ombra.)

mercoledì 3 ottobre 2012

baffi

Tra i molti doni che la vecchiaia ha fatto a mio nonno, oltre agli acciacchi alle ossa e ai vuoti di memoria, c’è che è sordo come una campana e che la cataratta gli ha mangiato un occhio. In questo modo vede solo la metà del male nel mondo e, a meno che non si concentri, non lo sente proprio. In questo modo vive sereno e senza troppi problemi o, come dice lui, accontenta la vita. Non come mio padre, che ormai è costretto a prendere pillole su pillole per una digestione alla sfascio, in cui ogni nuova ansia, ogni cattiva notizia gli provoca veleno e notti insonni. Anch’io da un po’ ho cominciato ad avvertire il peso sullo stomaco, indefinito ma di continuo presente, e non so se sia il segno dei tempi o dell’avvenuta maturità, o ancora il richiamo del sangue, un male di famiglia che mi tocca come gli altri. Intanto, per difendermi, mi sono fatto crescere un bel paio di baffi, che servono a nascondermi e a dissimulare il mio sconcerto. Ma mio nonno li fraintende. Li chiama i baffi dello sceriffo. È proprio come quando eri bambino, mi dice, che ti avvolgevi in un grande mantello nero e volevi fare giustizia nel mondo con una stella.

martedì 2 ottobre 2012

dietro la posta

da terra

Stiamo qui a un punto morto, dove la terra è rossa e la stagione perennemente estiva, il caldo africano salito verso l’inferno d’Europa. Talvolta minaccia tempesta. Aspettiamo. Mio nonno che passi a prenderlo la morte, io che si apra una porta, ma per ogni porta che si apre, dice mio nonno, se ne chiudono altre due. La chiamiamo, di comodo, pigrizia, ma più nel profondo è la consapevolezza che non c’è salvezza alcuna, che tutto significa senza certezza. L’umore spesso è a terra e per risollevarlo passiamo le giornate in giardino, fra i sempreverdi, dove si arrampicano gli uccelli. Da terra cantiamo con loro. Talvolta usciamo in paese. Siamo, dicono, di compagnia.

lunedì 1 ottobre 2012

libera nos a malo

finalmente umani

Ecco la pioggia, inonda le aiuole da lato e scortica fuori il tavolino dove usavamo sederci. Il giardino ci è precluso, la pioggia ci ricaccia in casa stamattina. Né lava la mente dai cattivi pensieri. Siamo qui, costretti alla chiacchiera dalla stanza chiusa, dalla finestra grigia, costretti uno ad uno ad aprire il cuore all’altro, pregando sottovoce di saltare il turno. Si sta così bene al caldo, mi dici, mentre disossi il pranzo. Restiamocene qui, finalmente umani, fra noi e noi.