giovedì 31 gennaio 2013

foto + poesia


Minuto e duro alberello
che testardo ti aggrappi
alla vita e sogni voli
in forma d’uccello
dal tronco che snello protendi
verso il cielo d’Europa
nell’inverno silenzioso e mite
che addormenta il cuore
tu dimmi
bagna ancora i tuoi piedi il ruscello
che spingeva con ansia a cercare
quel posto diverso che plachi
il tuo bisogno di casa?

mercoledì 30 gennaio 2013

carnevale nella bottega di abramo

lo zoo mediatico

Romano Mussolini
Con buona pace di tutti, quando Berlusconi ha detto, alcuni giorni fa, che anche Mussolini ha fatto delle buone cose, aveva ragione. Certo, c’è da chiedersi quanto Berlusconi fosse cosciente di ciò che stava dicendo, e c’è da chiedersi quanti invece, fra quelli che lo hanno coglionato o si sono offesi per le sue parole, ne sapessero di storia abbastanza per poter sostenere il contrario. 
Io so quello che vedo, e vedo che il grado di disfacimento della scuola pubblica è tale che ormai mi chiedo chi sappia ancora qualcosa, in generale, che esuli dalle comuni necessità: allacciarsi le scarpe, mangiare dalla bocca invece che col naso, contare il resto quando si fa la spesa. Me lo chiedo, ad esempio, ogni volta che salgo in treno e vedo i “nostri” ragazzi che sporcano i vagoni, schiamazzano senza rispetto e definiscono sprezzantemente la scuola, loro che ce l’hanno, nient’altro che un parcheggio. 
La cosa più triste in tutto questo sta nel fatto che, nonostante la scuola sia organizzata male e così com’è non serva a nulla – ed ecco dunque gli scellerati tagli alle facoltà umanistiche, ecco dunque come passano i messaggi subliminali per cui tutto ciò che concerne il pensiero, l’astrazione, l’arte che vada oltre i talent show, sia inutile alla vita – contro tutto e tutti il potere della parola resta inalterato. Non bastano gli slogan distruttivi, la cattiva gestione delle risorse per l’istruzione, ad abbattere tale potere. E ciò è ancora più triste se si pensa a così tanti inermi senza nessuna capacità critica, perché c’è stata la volontà politica di non fornire loro i mezzi per svilupparla, e affetti invece da una pigrizia mentale senza uscita. 
Ecco, coltivare l’ignoranza è uno dei mezzi di controllo sociale di ogni politica autoritaria. E, il cinema lo insegna, come ogni autoritarismo che si rispetti, persino quando è blando come il nostro, in cima alla piramide c’è sempre un manipolo di cialtroni. 
Di questa ignoranza diffusa e infida, che a parole innalza la Scuola e la Ricerca, ma poi nei fatti li considera niente di più di un ammortizzatore sociale per trentenni disoccupati e senza altro scopo nella vita che pagare le tasse, abbiamo una prova ogni giorno, quando accendiamo la tv per qualche isterico comizio pre-elettorale, degno di Uomini e Donne. Un talent alla ricerca del buonsenso. 
L’abbiamo visto negli ultimi giorni. La Finocchiaro, in un impeto di sincerità dettato dall’istinto, fa la battutaccia in cui ci tiene a distinguere il proprio ruolo di deputata rispetto a quello delle più comuni bidelle. Berlusconi inneggia a Mussolini, quello stesso Mussolini che ancora riteneva la scuola fondamentale per la formazione di uno Stato tanto da metterne a capo il filosofo Giovanni Gentile, non certo Maria Stella Gelmini o ancora prima Letizia Moratti, nemmeno loro, purtroppo, bidelle – e Gentile mi scusi dalla tomba per il paragone –. E un’altra Mussolini, Alessandra, va in giro in televisione sbraitando parolacce come le pescivendole interpretate al cinema da sua zia Sofia Loren, contro Andrea Scanzi, giornalista che dà dell’ignorante storico a Berlusconi, salvo poi, a sua volta, sbagliarsi più volte sulla parentela fra i Mussolini, Benito e Alessandra, definendo Benito lo zio, invece che il nonno. 
Ecco, in questa sorta di zoo mediatico, l’unica cosa che mi viene da dire è che in fondo, per errore, anche Berlusconi aveva ragione: Mussolini, il padre più che il nonno, ha fatto del bene all’Italia. Parlo di Romano Mussolini, jazzista di valore, oramai, ahimè, dimenticato.

domenica 27 gennaio 2013

ho un buco nello stomaco

Ho un buco nello stomaco
ferita da mattino. Fuori
gli storni cantando
rubano degli alberi il cuore.

Nulla hanno a che fare
– dicono – con te
con il tuo ammanco. Piove
qui persino sul bagnato.

Hai preso la porta senza stile
senza piangere neppure
se ridevo e mordi ghiaccio
per nascondere dolore!

Ma una domenica qualunque
– senza data – cosa conta
soffrire chiusi in casa?
Orgoglio per dirsi così poco.

Che l’ammanco era
prima di te nel cuore.
E la resa studiata a tavolino
a rimare con destino.

Perché vedi la maschera che porto
nera – un tuo regalo –
pare sempre fuoriposto
sul mio naso poco eroico.

E non per questo non ti amo.

mercoledì 23 gennaio 2013

viaggio fino al termine della notte

Era, se non felice, almeno troppo occupato per essere infelice. 
(Walter Tevis)
 
1. Da Marte alla Terra 

Tutto comincia nel 1963, quando uno scrittore americano di nome Walter Tevis, tanto insicuro del suo talento quanto famoso per la riduzione cinematografica del suo primo romanzo, Lo spaccone (1959), riversa tutte le sue angosce di alcolista in un romanzo all’apparenza di fantascienza, ma che in realtà ha radici profonde in un’adolescenza funestata dalla malattia, dall’incomprensione famigliare e dalla solitudine. Il romanzo si intitola L’uomo che cadde sulla terra ed è il suo ultimo grande successo prima di prendersi una pausa di quasi vent’anni, senza più scrivere. 
Il libro narra le vicende di Newton, un alieno venuto in missione sulla Terra per salvare i pochi superstiti della sua razza, decimata dalle guerre nucleari. Newton trova il modo di diventare abbastanza ricco e potente da costruire un immenso razzo con cui andare a recuperarli, ma solo, circondato da nemici, amareggiato dal carico di responsabilità che si porta sulle spalle, prima comincia a bere, poi si tradisce: viene scoperto e catturato dalla CIA, che lo sottopone per mesi a una serie di feroci e disumani esami di laboratorio, che lo rendono cieco. Liberato, senza essere riuscito a portare a termine la sua missione, finisce per passare il resto dei suoi giorni in un bar, ormai alcolizzato, e sperando che la sua famiglia riesca a captare il suo ultimo messaggio, attraverso una canzone trasmessa dalle radio terrestri. 
Il romanzo di Tevis rivisita il mito di Icaro, che cade in volo e affoga in mare. Newton, che non per nulla prende il nome dallo scienziato che ha formulato la legge di gravità, annega invece in un bicchiere di gin. Il libro è pervaso da un assoluto pessimismo, in cui non ci sono più speranze né per l’umanità nel suo insieme, né per il destino del singolo che contro quell’umanità si batte. 

2. Dalla Terra a Marte 

Agli inizi del 1975, mentre Tevis sta decidendo di smettere di bere e tornare a scrivere, il regista inglese Nicolas Roeg decide di fare un film di questo libro. Roeg è un ex direttore della fotografia (sua ad esempio quella di Fahrenheit 451 di Truffaut), che a quarant’anni ha realizzato il suo grande sogno di girare dei film in proprio: firma così alcune buone pellicole, incentrate sul confronto violento fra individuo e società (Sadismo, del 1970) o sullo spaesamento e sul conseguente senso di alienazione di un individuo inserito in un contesto non suo (il bellissimo L’inizio del cammino del 1971), prima di indirizzare la sua attenzione verso questa storia che concentra in sé molti dei temi più cari alla sua poetica. 
Quello che Roeg fa del racconto disperato e crudele di Tevis è un film tanto gelido nella narrazione come nella fotografia, quanto fumoso, inquietante, malinconico e volutamente pieno di interrogativi irrisolti, tipici del suo stile cinematografico. 
La lavorazione del film comincia a metà del 1975, e come protagonista assoluto, nel ruolo di Newton, viene ingaggiato, alla sua prima esperienza come attore, David Bowie.
La scelta di Bowie pare più che naturale, considerato che l’artista ha da poco terminato un album e un tour di enorme successo, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spider from Mars (1973), in cui metteva in scena la tragedia di un marziano sceso sulla Terra per salvare il mondo con la sua musica e distrutto dall’impatto con lo star system. Bowie è abbastanza famoso, insomma, da garantire al film il massimo impatto pubblicitario.


3. Di Stazione in Stazione

Eppure, durante le riprese, effettuate in Messico, succede qualcosa che nessuno, nemmeno Roeg, poteva aspettarsi: Bowie, che all’epoca vanta una magnifica (e molto aliena) capigliatura arancione, viene irretito a tal punto dalla storia, da vivere un vero e proprio processo di autoidentificazione con Newton. Anche Bowie, infatti, vive un momento di “disgrazia” creativa dopo il volo di Ziggy, e da due anni si è volontariamente esiliato negli Stati Uniti, fra New York e Los Angeles, inseguendo i propri fantasmi rock. Anche Bowie è depresso, squilibrato e dipendente non dall’alcol ma dalla cocaina, che lo sta letteralmente divorando: in quel periodo assume 10 grammi di cocaina al giorno e pesa circa 40 chili. La sua interpretazione è talmente naturale da ricevere numerosi encomi, e il film in breve diventa un piccolo cult per i suoi fan, ma la verità è che Bowie non recita affatto, è semplicemente se stesso.
La realizzazione della pellicola gli dà, però, la possibilità di una violenta scossa interiore, di una feroce autoanalisi da cui scaturirà un album, scritto durante le riprese e registrato subito dopo, fra i suoi più belli e difficili: Station to Station (1976), in cui già si possono notare le prime influenze della nascente scena rock tedesca, il cosiddetto krautrock (rappresentato da gruppi come Neu, Can, Kraftwerk, Tangerine Dream) e un nuovo tipo di scrittura dei testi, per certi versi più tagliente e al contempo più criptico, proprio come quello del film appena interpretato, e dal quale viene estratto un fotogramma come copertina del disco.
Con quest’opera Bowie smette una volta per tutte i panni dell’alieno e inventa per sé un nuovo personaggio in linea con la sua nuova scrittura, il Duca Bianco.


Oltre a quelli di Station to Station, in questo periodo Bowie compone anche una serie di brani strumentali, anch’essi profondamente influenzati dal krautrock. Li compone espressamente per la colonna sonora del film, che a questo punto sente probabilmente come totale espressione di sé e vorrebbe permeare ancora di più con la sua presenza.
Il suo lavoro però viene rifiutato da Roeg, che lo ritiene troppo sperimentale. Bowie ne resta amareggiato, ma finisce diligentemente di lavorare alla pellicola. Poi, una volta terminato l’album, decide che è ora, finalmente, di tornare in Europa, a rimettere ordine nella sua vita.

4. Dall’America all’Europa 

Nel suo ritorno “a casa” Bowie non è solo. Oltre al suo gruppo e al fido produttore Tony Visconti, decide di portarsi dietro un curioso compagno di viaggio, Iggy Pop, anch’egli alla ricerca di una seconda chance, dopo lo scioglimento del suo gruppo, gli Stooges, nel 1974, e il conseguente ricovero per disintossicarsi.
Bowie è un ammiratore della prima ora di Iggy, che nei tardi anni ’60 aveva incendiato i palchi americani col suo proto punk così fisico e oltraggioso, tanto da avergli dedicato una sua canzone, Panic in Detroit, e poi averlo aiutato a produrre il suo ultimo disco di successo, Raw Power (1973). Nonostante ciò, non era riuscito a risollevarne la carriera, per l’assoluta dipendenza di Iggy dalla droga, e ora che l’altro si è disintossicato, se lo trascina dietro aspettando l’occasione buona per un rilancio in grande stile.
I due si trasferiscono a Parigi nella seconda metà del 1976. Bowie ha intenzione di registrare un nuovo disco, nuovo anche nella forma, assolutamente sperimentale rispetto a tutto quello che ha fatto finora.
Decide pertanto di riprendere in mano il materiale scritto per la colonna sonora del film di Roeg (che finirà sul secondo lato dell’album e avrà il suo climax nell’inquietante Subterraneans) e di aggiungervi (sul primo lato) una manciata di nuove canzoni, fortemente confessionali dietro il linguaggio apparentemente nonsense: Bowie tenta il suicidio schiantandosi con la macchina in un parcheggio e scrive Always crashing in the same car; lascia sua moglie dopo un travagliato matrimonio e scrive Be my Wife. Nonostante cocaina e paranoia siano sempre incombenti, la sua creatività è iperstimolata dal nuovo ambiente.


Alla fase di composizione partecipa anche Iggy Pop, che nello stesso momento sta realizzando, a quattro mani con Bowie, anche il “suo” disco, The idiot. “Suo” è fra virgolette perché, a conti fatti, l’ingerenza di Bowie è tale che in molti casi Iggy è ridotto a semplice interprete vocale, e nondimeno The Idiot, col suo suono glaciale, notturno e stralunato, che anticipa molta new wave attraverso pezzi fondamentali come Nightclubbing, China Girl o l’autobiografica Dum Dum Boys, resta l’album più famoso e importante della sua discografia, e si pone allo stesso livello qualitativo di quella che poi verrà definita trilogia berlinese di Bowie, importanza sancita dal fatto che suonerà sul piatto di Ian Curtis il giorno in cui quest’ultimo si toglierà la vita.

5. Da Parigi a Berlino


Come ultimo tassello per ottenere il suono che ha in mente, tenebroso ma fortemente introspettivo, moderno eppure desertico, Bowie chiama a supportare le registrazioni Brian Eno, che in Inghilterra, dopo la sbornia glam coi Roxy Music, sta facendo grandi cose da solista, ma ancora di più come produttore e come teorizzatore di un nuovo stile chiamato ambient, attraverso album per l’epoca futuristici come (No Pussyfooting) e Evening Star, in coppia con l’ex King Crimson Robert Fripp e il bellissimo Discreet Music, firmato Eno, vero manifesto del suo mondo sonoro: musica tenue, impalpabile, la cui volontà dichiarata è quella di fondersi con l’ambiente senza disturbare, ma alterandone la percezione, una perfetta colonna sonora per il quotidiano.
Eno, come produttore e musicista, non è meno originale di Bowie. Arriva a Parigi portandosi dietro dei metodi di stampo quasi alchemico, apportando delle modifiche ai brani su “suggerimento” di un mazzo di carte ideate da lui, che assomigliano molto a quelle dei tarocchi e definite 124 Carte delle Strategie Oblique. Bowie è subito entusiasta della cosa, i suoi musicisti un po’ meno, anche se si sottopongono ai metodi di Eno. Il suo contributo più evidente è avvertibile nel brano di apertura del secondo lato, Warszawa, scritto a quattro mani con Bowie, e che rimanda nell’impalpabile arrangiamento al suo lavoro da solista, nella sua sconsolata drammaticità allo spirito del Duca Bianco.
Il disco, così come The Idiot, comincia a essere registrato a Parigi alla fine del 1976. Poi il gruppo decide di trasferirsi a Berlino ovest, dove termina il lavoro, che viene pubblicato all’inizio del 1977.


Low, l’opera che ne viene fuori, con in copertina ancora un fotogramma tratto dal film di Roeg (a cui verrà mandata una copia omaggio da Bowie stesso), è da molti considerato un disco cardine della storia del rock, e da alcuni la chiave di volta della discografia bowiana. È talmente importante per l’artista stesso, che farà in modo di ritardare l’uscita di The Idiot, terminato prima, per metterne maggiormente in evidenza la portata.
Il titolo dell’album rimanda al periodo di depressione vissuto in quel momento da Bowie. Berlino, ne è convinto, servirà a ridargli nuovo entusiasmo. In realtà, ma questo verrà scoperto molto dopo, uno dei motivi per cui Bowie decide di trasferirsi lì, è che sta subendo la fascinazione decadente (sotto il profilo puramente estetico) della cultura nazista. Nulla di più lontano, insomma, dalla gioia di vivere. Nonostante ciò, i ricordi dei due anni in cui si fermerà a Berlino sono felici, e Bowie descriverà in seguito quel periodo come uno dei più sereni della sua vita. Persino la droga diventa meno necessaria.

È il 1977, sono appena usciti, fra grandi polemiche ed entusiasmi, Low e The Idiot.
Quasi Bowie fosse un pifferaio magico, a Berlino stavolta lo segue, oltre al gruppo, a Visconti e a Iggy Pop, anche Brian Eno, che a sua volta invita Robert Fripp, alla ricerca di un nuovo indirizzo musicale dopo la seminale collaborazione con Eno.
Bowie affitta un grande appartamento al n° 155 di Hauptstrasse, nel distretto di Schoneburg. Di giorno va in giro per la città come un qualsiasi turista, scrive, dipinge, frequenta musei e mostre d’arte. Ogni sera si reca agli Studi Hansa, che si affacciano sul Muro di Berlino, per lavorare alla sua musica.
In quell’anno fatidico che gli storici ricorderanno perché c’è nato il sottoscritto, quel gruppo di scalmanati trentacinquenni realizzano in quella città che è il centro d’Europa, alcuni dei loro capolavori.

6. Da Berlino a Marte


A Berlino, Brian Eno si innamora anche lui del krautrock, fino al punto di collaborare con uno dei gruppi storici del genere, i Cluster (Moebius e Roedelius), con cui realizza due dischi splendidi: Eno & Cluster e poi After Heat, fra i più belli della loro produzione.
Affascinato dal loro suono lirico ed elettronico insieme, chiama il duo per realizzare, insieme ad altri amici illustri (Phil Collins, Phil Manzanera, Robert Fripp) il suo ultimo album rock prima di dedicarsi completamente all’ambient. Before and After Science, che di ambient è pregno (sulla seconda metà del disco, un po’ alla maniera di Bowie), è anche l’ultimo in cui Eno canterà per molti anni da allora, con pezzi che oscillano dai feroci assalti di Backwater e King’s Lead Hat, omaggio quest’ultimo ai Talking Heads con cui collaborerà di lì a poco, ai sognanti e melanconici paesaggi sonori di Spider and I e dell’assai più famosa By this River.


David Bowie, coadiuvato da Eno e dalla chitarra epica e graffiante di Fripp, scrive il suo massimo tributo alla città che lo ha accolto, e con “Heroes” realizza quello che molti ritengono il suo apice artistico. In realtà ricicla in tutto e per tutto la formula del precedente Low: una metà dei brani sono strumentali, l’altra metà cantati. Quello che cambia semmai è lo spirito dell’opera, la maggiore apertura alla speranza o perlomeno a un romanticismo che possa essere di conforto alla solitudine, all’alienazione e alla follia del mondo.
Con “Heroes” si chiude il periodo berlinese di Bowie: il successivo Lodger (1980), sempre con Eno, per quanto accomunato a Low e a “Heroes” in una ipotetica trilogia, non ha nulla a che vedere coi due precedenti, né nello spirito né nella forma.
Su tutti i brani dell’album spicca, ovviamente, quello che gli dà il titolo: Bowie dirà poi di averlo scritto osservando dalla finestra degli studi Hansa due amanti clandestini che si incontravano di notte vicino al Muro, approfittando del buio che li nascondeva dalla torrette di guardia. Si scoprì poi che i due amanti erano Tony Visconti e la cantante tedesca Antonia Maass. Per certi versi l’immaginario di questa canzone rimanda a Berlin (1973) di Lou Reed, ma a differenza dell’elegia spietata e malinconica di Reed, quello di Bowie è in tutto e per tutto un inno, e così lo concepiscono lui e Eno: l’inno di ogni amore ostacolato dalla storia e dagli uomini, a non arrendersi mai.


Iggy Pop, infine, deciso una volta per tutte ad affrancarsi dall’influenza Bowie, a cui allo stesso tempo tutto deve, incide un disco, Lust for Life, in cui Bowie suona ma non mette becco. È un album molto più solare e rock del precedente, e può intendersi come l’altra metà del suo cielo, pieno di ritmo, energia e di gioia di vivere. Per la copertina Iggy sceglie un bel primo piano in cui sorride fiducioso al suo pubblico: come dichiarazione di intenti non può essere più lontana dall’omaggio colto alla pittura espressionista di Erich Heckel, che invece caratterizza la copertina di The Idiot, ancora una volta suggerita da Bowie, che alle suggestioni dello stesso pittore si ispira per quella del suo “Heroes”. Una rete sottile ma fitta, come si vede, si stende fra tutti questi album.
Una volta lasciato Bowie, la carriera di Iggy Pop non decollerà mai più agli stessi livelli, eppure proprio in questo disco, più che nel precedente o in quelli del suo Pigmalione, è contenuto forse il pezzo più celebre e rappresentativo di quegli anni di vagabondaggio fra Stati Uniti ed Europa, The Passenger (il cui potentissimo riff è stato scritto non da Pop né da Bowie, ma da Ricky Gardiner, chitarrista di quest’ultimo). Il testo, invece, è di Iggy Pop, e rimane a tutt’oggi la perfetta sintesi di quel viaggio senza fine, alla ricerca di se stessi e di un proprio impossibile, ma non per questo meno necessario, posto nel mondo.


Oh, il passeggero 
Come, come viaggia 
Oh, il passeggero 
Viaggia e viaggia 
Guarda attraverso il suo finestrino 
Cosa vede? 
Vede il cielo segnato e vuoto 
Vede le stelle che spuntano stanotte 
Vede i bassifondi squarciati della città 
Vede il lungomare tortuoso dell’oceano 
E tutto quanto è stato creato per me e per te 
Tutto quanto è stato creato per me e per te 
Perché appartiene a me e a te 
Perciò facciamoci un giro e vediamo cosa è mio

sabato 19 gennaio 2013

vita di giovanni n°3

Giovanni nato a L’Aquila nel 1989
quando finito si diceva il secolo corrotto
a ventitre anni sopravvissuto al terremoto
che gli ha strappato la casa
agli sciacalli mediatici alle panzane politiche alla rabbia
che ti guasta il sangue nelle vene
ghiacciato per sempre dopo l’ultima neve comincia
la sua terza vita. Suonava il jazz
in giro per la città si trascinava il contrabbasso
come una cassa da morto. Dopo il crollo
all’incalzare della sua seconda vita si è deciso
di averne abbastanza della morte di odiarla con tutte le sue forze
cominci a rompermi! le ha detto alla resa dei conti
la sua immagine spaurita nello specchio
dando una stretta all’esistenza come a una corda.
Studia architettura profugo a Pescara
deciso a ricreare la città rimetterla in piedi più sana
con anticorpi a prova di disastro.
Si è infilato così con decisione nell’immensa corrente della Storia
che non lascia meno profughi o più illesi
eppure rende gli uomini più liberi. Fa suo il motto zen:
assumiti la vita come lei assume te.

venerdì 18 gennaio 2013

i poeti sono bestie

I poeti sono bestie è cosa certa
in questo mondo di cartapesta
dove campa più a lungo chi sale sul carro
pigri se ne stanno al sole rimpiangendo
un ombrello ma senza pudore divisi
fra piacere e godimento fra dormire
e rotolarsi ancora un poco nel fango
qualcuno bestia da macello designata
qualcun altro compagno di pisciata
per strada quand’è buio.

giovedì 17 gennaio 2013

ma dimmi che c’è di più triste...

Ma dimmi tu che c’è di più triste
di una cassetta postale vuota.
Forse un cuore vuoto che non scrive?
Vuoto il cuore vuota la penna
bianca è la carta del mio quaderno.

domenica 13 gennaio 2013

rifiuto

Mi rifiuto di andare a voltare per “salvare” l’Italia da Berlusconi, Monti o chicchessia, o per “contrastare il loro gioco”. Rifiuto questo modo di pensare. Lo trovo tanto paternalistico quanto, per certi versi, disonesto. Paternalistico perché siamo in democrazia, e se un italiano, dopo vent’anni di B., vuole votare ancora B. solo perché ha fatto una bella comparsata in tv, allora B. se lo merita tutto, B. eppure Topo Gigio. Disonesto perché, se dopo tanti bei discorsi sul rinnovamento della politica, per contrastare B. o M. devo chiudere gli occhi e turarmi il naso e andare a votare – con una legge elettorale che è una truffa! – un PD altrettanto vecchio e solo un pizzico meno falso, allora non credo che potrei più sentirmi a posto con me stesso. Se vogliono trasformare tutta questa storia delle elezioni in quel detto: “O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”, facciano pure. Io mi rifiuto di assecondarli e non vado a votare. Non si tratta di antipolitica, ma solo (per come la vedo) di coerenza e dignità. Coerenza verso se stessi. Dignità di persona pensante.

sabato 12 gennaio 2013

la passeggiata dopo cena

Hai lasciato i tuoi occhi cerchiati
di viola e santità senza memoria
nella tovaglia della sera
nella pancia macchiata del cucchiaio.

L’ultimo colpo di tosse
rubato al respiro affannoso
voleva disturbare ancora un poco
l’ordine dell’universo chiuso in casa

nel tragitto ormai condanna
fra cucina e bagno
prima di farti silenzio fioca notte
nel lumino della tua stanza e zoppicavi.

giovedì 10 gennaio 2013

il duello

[…] Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l'odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
cercare la speranza nel suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile possa dire
forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
che la partita è chiusa per chi rifiuta
le distanze e s'affretta come tu fai, Malvolio,
perchè sai che domani sarà impossibile anche
alla tua astuzia.

È l’ultima strofa di Lettera a Malvolio, in Diario del ’71 e del ‘72, poesia che Montale scrive contro Pasolini, che gli aveva recensito negativamente Satura, evidenziandone il lato più sincero eppure “borghese”, e quindi tanto peggiore perché la sincerità di Montale coincideva col suo assoluto fondo borghese: grigio, basso, ironico, ma non più eroicamente romanzesco come nelle sue prime raccolte, semmai venato di cinismo.
Pasolini risponde così, in una poesia privata, ritrovata fra le sue carte dopo la morte, col suo tono più sconsolato degli ultimi anni:

Non ho banda, Montale, sono solo.

Non ti rimprovero di aver avuto
paura, ti rimprovero di averla giustificata.

Male forse ne voglio; ma il mio.

Ti ha ottenebrato la tua un po' troppo italiana
Musa Oscura

          Astuto poi non lo sono:
di solito è astuto chi ha paura.

Chi aveva ragione, dunque, dei due?
Ogni pensiero è valido, soprattutto quando è intelligente. Ma col senno di poi, mi pare che si possa dire che Satura fu per certi versi libro astutissimo, almeno quanto sincero. Senza di esso, infatti, oggi Montale non avrebbe lo stesso peso nell’evoluzione della poesia italiana contemporanea. Sarebbe considerato un maestro grandissimo ma legato indissolubilmente al suo tempo, così come la poesia di Pasolini è stretta alla metà del ‘900, alle sue aspre mareggiate. Satura, invece, pubblicato nel 1971, ma nutritosi di modernità dai più giovani, è un libro coraggioso e proiettato al futuro, la cui impronta, nel linguaggio, nel taglio, nello spirito, nel distacco voluto verso la realtà politica e sociale del paese (all’origine della critica di Pasolini, radicato per idee e natura su altre posizioni) arriva fin a qui intatta, fresca, seminale. Necessaria.

lunedì 7 gennaio 2013

peso

Il grande ritratto in soggiorno è l’immagine di due opulenti borghesi, gli sguardi sicuri, fiduciosi nel potere del lavoro, del denaro, i menti grassi che ostentano il proprio benessere, ogni ruga del loro volto ha un prezzo. Non ha nulla a che vedere con ciò che sono adesso, vecchi passeri smagriti e incerti, arruffati nelle piume, diminuiti persino nell’altezza, appena più grandi della briciola caduta fra le pieghe del lenzuolo. Da quando lui è immobilizzato lei lo imbocca, sminuzza con cura il cibo solido per farne una tenera poltiglia che non gli ferisca le gengive, poi lo fa bere a una cannuccia, un pasto lento e umido. Una volta al giorno lo lava con l’aiuto di una vicina, spesso deve cambiargli il pannolone. Quando lui dorme, lei osserva la vita che passa in strada davanti alla finestra della camera da letto e si sente un’estranea. Da alcuni anni è quasi sorda, ma non è poi un gran male, lui è muto e può solo comunicarle le sue impressioni con gli occhi. In tanto silenzio persino lo sguardo di un malato ha peso. Quando lei non lo capisce lui sospira, come se sentisse un gran dolore o una rabbia. Domani me lo dici, fa lei per tranquillizzarlo. Non riesce in alcun modo a immaginare la vita senza di lui. Quando si accenna alla sua possibile morte scoppia a piangere.

domenica 6 gennaio 2013

guarda ho scoperto un angolo felice...

Guarda ho scoperto un angolo felice
nella curva che cerca il sole del tuo collo
e brilla oscura come un desiderio
nel disegno sottile di peluria
fra l’orlo di maglione e i fili di collana
chiede un bacio
ben schioccato che gridi la gioia di vederti
anche distratta
mentre progetti alberi sul foglio od origami
persa in te
e nella scossa nervosa della scarpa.

sabato 5 gennaio 2013

nero dietro la posta


Come post per il mio compleanno ho pensato che sarebbe stato carino pubblicare un ritratto a colori del bel tipo da cui ho preso la foto profilo del blog, il grosso cane nero e un po' acciaccato che vive dietro l'ufficio postale e di cui in un paio di occasioni ho raccontato le avventure in giro per il paese. A lui, come a me, vadano i migliori auguri, in fondo non siamo tutti naufraghi nel mondo?

venerdì 4 gennaio 2013

chiedo scusa

ma i poeti non esistono
son fatti di carne e sangue
rabdomanti imperfetti
imbecilli col dono.
Esistono dunque le poesie
cesti accoglienti di pane
in cui abbandonarsi nel caos
o a cui sfuggire.
E tutto il mio amore che non vale
se stretto alle tue mani senz’amore.

martedì 1 gennaio 2013

dieci anni fa

Dieci anni fa, più o meno verso quest’ora, me ne stavo da solo a casa a rimuginare sulla festa di capodanno della sera prima. La festa era stata una schifezza, con la ragazza a cui facevo il filo, ubriaca, che a mezzanotte aveva baciato un altro. Alla fine mi sono ubriacato anche io, e così mi ritrovavo il giorno dopo, 1 gennaio 2003, con lo stomaco sottosopra, sonno da morire, e il magone per un amore nemmeno iniziato (mi viene da dire che da allora non ho imparato proprio nulla in fatto di cuore).
Fu più o meno in quello stato che mi arrivò la notizia della morte di Giorgio Gaber. Nemmeno lo conoscevo tanto bene Gaber, ma passai il resto del pomeriggio davanti alla tv, ad ascoltare la sua musica o vedere vecchi spezzoni dei suoi spettacoli, che un po’ mi consolarono e un po’ mi riempirono di malinconia, eppure mai di tristezza. Così, non so che ricordo ne abbiate voi, ma per me la morte di Gaber ha sempre avuto il sapore di quel bacio mancato. Onore a un grande.