giovedì 31 dicembre 2015

il mistero e la bellezza del mondo

Noi siamo una specie curiosa, l’unica rimasta di un gruppo di specie (il «genere Homo») formato da almeno una dozzina di specie curiose. Le altre specie del gruppo si sono già estinte; alcune, come i Neanderthal, poco fa: neppure trentamila anni or sono. È un gruppo di specie evolutesi in Africa, affine agli scimpanzé gerarchici e litigiosi, ma ancor più ai bonobo, i piccoli scimpanzé pacifici, allegramente promiscui ed egalitari. Un gruppo di specie ripetutamente uscite dall’Africa per esplorare mondi nuovi e arrivato lontano, fino in Patagonia, fino sulla Luna. Non siamo curiosi contro natura: siamo curiosi per natura.
Centomila anni fa la nostra specie è partita dall’Africa, forse spinta proprio da questa curiosità, imparando a guardare sempre più lontano. […]
Penso che la nostra specie non durerà a lungo. Non pare avere la stoffa delle tartarughe, che hanno continuato ad esistere simili a se stesse per centinaia di milioni di anni, centinaia di volte di più di quanto siamo esistiti noi. Apparteniamo a un genere di specie a vita breve. I nostri cugini si sono già tutti estinti. E noi facciamo danni. I cambiamenti climatici e ambientali che abbiamo innescato sono stati brutali e difficilmente ci risparmieranno. Per la Terra sarà un piccolo blip irrilevante, ma non credo che noi li passeremo indenni; tanto più dato che l’opinione pubblica e la politica preferiscono ignorare i pericoli che stiamo correndo e mettere la testa sotto la sabbia. Siamo forse la sola specie sulla Terra consapevole dell’inevitabilità della nostra morte individuale: temo che presto dovremmo diventare anche la specie che vedrà consapevolmente arrivare la propria fine, o quanto meno la fine della propria civiltà.
Come sappiamo affrontare, più o meno bene, la nostra morte individuale, così affronteremo il crollo della nostra civiltà. Non è molto diverso. E non sarà certo la prima civiltà a crollare. I Maya e Creta ci sono già passati. Nasciamo e moriamo come nascono e muoiono le stelle, sia individualmente che collettivamente. Questa è la nostra realtà. Per noi, proprio per la sua natura effimera, la vita è preziosa. Perché, come scrive Lucrezio, «il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile» (De rerum natura III, 1084).
Ma immersi in questa natura che ci ha fatto e che ci porta, non siamo esseri senza casa, sospesi fra due mondi, parti solo in parte della natura, con la nostalgia di qualcosa d’altro. No: siamo a casa.
[…] Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciamo senza fiato.

[Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, 2014, pag. 82-85] 

tema di smentita

È bello che in sogno noi
si riesca ancora a scopare.
Al telefono ieri mi leggevi di rane
di primi baci scoccati da un treno.
Né mi contavano «addio» fra i colpi
di tosse e di nebbia. Soltanto
con pena e malizia: «Lillo mio
chissà». Tema eterno di smentita ché
non «amico» mi chiamavi
ma per nome e mi baciavi
in una anonima stazione nuda
con me in sogno. Con me perduta.

martedì 29 dicembre 2015

piani inclinati

Ieri Nicola Lagioia ha rilanciato sulla sua bacheca Fb una intervista di Alessandro Baricco sul Fatto Quotidiano in cui Baricco, partendo dalla sua idea di storytelling riesaminava la situazione italiana in maniera talvolta approssimativa talvolta assai affascinante, perché in sostanza Baricco (e questo da sempre) dà l’idea di filtrare tutta la realtà su un piano fortemente, quando non esclusivamente, letterario, che ad alcuni può piacere ad altri no, ma è il suo modo di affrontare la vita e va rispettato. Lagioia suggeriva a Baricco di cambiare punto di vista, adottando il metodo Steinbeck, ovvero tastare con mano la realtà di cui si parla, spingersi in profondità nelle piaghe sociali e ritrovare in esse una umanità che sarà pur sempre letteraria ma fatta di carne e sangue. È un contrasto vecchio quanto la storia, quello che vede gli artisti scegliere di muoversi su un piano verticale, come Steinbeck, i cui estremi toccano insieme cielo e terra in un continuo saliscendi teso a superare le distanze, i limiti, toccare insieme fango e stelle, ovvero un piano orizzontale, come Baricco, sospeso fra cielo e terra in perfetto equilibrio formale e sensualmente spirituale. Non è che uno sia migliore dell’altro, perché ognuno soddisfa dei palati e delle esigenze diverse, visioni talvolta opposte. Tommaso Pincio, molto giustamente diceva che quello di Baricco è linguaggio da salotto (salotto borghese che nulla ha a che fare con le strade polverose di Steinbeck) proprio come possono esserlo i film di Woody Allen o i romanzo di Proust, il che però non è un titolo di demerito, c’è dell’ottimo salotto in giro così come dell’ottima strada, eppure salotti e strade che è meglio evitarsi. Ciò che mi è venuto da chiedermi, però, affacciandomi anch’io su questi discorsi, è dove sto messo di preciso, e se sono più un poeta di strada o da salotto, o invece un ibrido, un bastardino da salotto. Certo è che il salotto mi appartiene, ma credo sia inclinato, non sta precisamente in equilibrio e nemmeno in verticale, né saprei definire quali sono i gradi di pendenza che mi caratterizzano. E anche se di Baricco mi importa assai poco come compagno di stanza (ma di Allen sì, ad esempio) tutta questa storia nata per caso ieri sulla bacheca di Lagioia, mi affascina parecchio, perché mi racconta di nuovo della continua ricerca, letteraria e personale, che ciascuno di noi deve affrontare per definirsi umano.

Mi ha risposto Tommaso Pincio: Ho tirato in ballo la questione del salotto perché avevo visto un film di Allen la sera prima. Pur restando un aspetto pertinente, può risultare depistante rispetto al nocciolo della questione che resta per me il fare di ogni cosa materia di storytelling, ovvero non oggetto di conoscenza (come nel metodo Steinbeck auspicato da Nicola) ma strumento di persuasione, seduzione, creazione di consenso. Questo era il punto, per me.

domenica 27 dicembre 2015

festival

Stanotte ho sognato di organizzare a Locorotondo un festival della poesia dialettale, in cui invitare da ogni Comune (perché nel dialetto non si parla di regioni ma di Comuni) il meglio dei poeti dialettali e dei linguisti, con tanto di reading in piazza e di convegni, e l’unica regola era che tutti parlassero esclusivamente nella propria lingua – così nessuno capiva più nessuno, oppure si scopriva come il veneziano avesse parole in comune con l’aquilano, ma arrivate lì dal mare, attraverso i commerci col barese e poi su per le vie di transumanza del foggiano – e in questa immensa terra di Babele, più colorata del vestito di Arlecchino, tutti riscoprivano fraternamente la ricchezza della propria cultura e il mistero della propria origine. 

(La seconda parte più babelica fa parte del sogno, alla prima del festival sto pensando da tempo, e prima o poi la organizzo sul serio).

legge di murphy

La legge di Murphy, a cui credo più che alla Bibbia, me lo insegna: se il 23 dicembre sbruffoneggi pubblicamente che quest'anno a Natale ti prenderai una vacanza, passerai i tre giorni successivi a casa ammalato e indolenzito. Per fortuna che mi resta l'autoironia, altrimenti direi che è sfiga.

sabato 26 dicembre 2015

aspetta che vado a vedere

A conferma di quanto ho sempre pensato, che cioè Stephen King si ricollega direttamente alla grande tradizione del romanzo inglese dell’800, Dickens su tutti [QUI]:

«Sto leggendo On Writing di Stephen King, oggi lo finisco, e, magari mi sbaglio, mi sembra un atteggiamento stranissimo e affascinante, quello di Stephen King, salta di pari il novecento, è come se non esistessero Pirandello, Svevo, Kafka, Hašek, Queneau, Camus, Čechov, Brodskij, ma anche, non so, Philip Roth, per esempio, e adesso mi devo alzare perché scrivo steso sul letto e ho sentito un rumore, in cucina, come di uno che si alza in piedi che è un rumore strano perché son solo in casa non mi fa bene, a me, leggere Stephen King.» 

[dal blog di Paolo Nori]

mercoledì 23 dicembre 2015

natale 2015

L'anno scorso, il giorno di Natale, c'era la neve e io stavo lavorando. L'anno scorso ho lavorato sempre. Fra ottobre 2014 e giugno 2015 non mi sono fermato un attimo, ho lavorato ogni singolo giorno, ogni minuto, fino a raggiungere un livello di stress e alienazione incredibili, tanto più che, se lo dicevo, nessuno mi credeva. Ho lavorato come un matto, ma ho lavorato bene, i risultati lo dimostrano, e quest'anno a Natale faccio vacanza, una vera vacanza di Natale. Ricomincio il 29 dicembre, però questa settimana di festa me la faccio con tutti i crismi, cioè senza pensare a niente di niente, respirando l'aria malsana delle feste in famiglia o con gli amici emigrati di ritorno (che mi mancano pure). Tanti auguri a te, Gesù Cristo.

martedì 22 dicembre 2015

quella cosa che ti alzi

Uno scrittore è quella cosa che ti alzi nel cuore della notte per scrivere un racconto che ti è appena arrivato nel sogno con tanto di incipit perfetto, e mentre scrivi bestemmi tutto il tempo perché fa freddo, e stai perdendo sonno prezioso per scrivere un racconto che non ti cagherà mai nessuno e forse resta nel cassetto per i prossimi dieci anni o tutta quanta la tua vita. Tu lo sai, bestemmi, eppur ti muovi.

domenica 20 dicembre 2015

cappotti e panchine (rivisto)

Ho fatto un sogno. Cechov, sulle rive del Mar Secco, mi dava i suoi consigli per scrivere dei buoni racconti. 
Il primo fra tutti, mentre ci aggiravamo come pazzi lungo le rive colpite dal Maestrale: «Per favore, assicurati sempre che i tuoi personaggi abbiano dei buoni cappotti, almeno in senso gogoliano, ma soprattutto che ci siano delle panchine dove fermarsi per riposare, che ogni tanto, a furia di parlare, ti viene male ai piedi!» 
Un freddo ci prendeva dentro dall’interno, da un nucleo seppellito nel profondo che esploso risaliva in superficie, come un’eco muta e si spandeva in lunghi brividi concentrici sulla superficie della pelle. Ci vibrava il cuore di paura e d’ansia, man mano che ci confidavamo fra di noi, avventurandoci in quella terra desolata, continuando ad avanzare senza pace lungo la spiaggia piena d’ossa di tutti coloro che, prima di noi, erano passati per quello strano dolore polverizzatosi in sabbia, dove lasciavamo le impronte. Cechov mi guardava di sottecchi, nascosto dalla visiera del cappello.
«Dimmi, la senti anche tu questa porca disperazione che consuma, e ti costringe a vivere e godere anche se tutto ti chiede, ogni momento, di farla finita? È la mancanza degli altri quella, ed è per sempre, la solitudine di chi non sa, ma sente il vuoto che incombe sotto la superficie delle cose, l’eco sordo che rimbomba fra le volte. Tu sbagli atteggiamento. Prova ad esserci per gli altri, ma senza esagerare. Il mondo è pieno di ingrati. Dire la verità non aiuta. Per questo tu scrivila e basta. In questo modo potrai spacciarla per invenzione e sentirti a posto con la coscienza, in qualche modo. Il rispetto degli altri non ti serve quando sai di avere scritto ciò che devi. Alla solitudine ci si abitua, come vedi.» 
Poi è suonata la sveglia e mi sono risvegliato con la sensazione che lui, di là, continuasse a borbottare da solo i suoi consigli, mentre mi allontanavo verso il letto.

sabato 19 dicembre 2015

libriccini (da bruciare)

– Questi disse il curato – non devono essere di cavalleria ma di poesia. […] Questi non meritano d’esser bruciati, perché non fanno e non faranno mai il male che hanno fatto quelli cavallereschi; son libri di riflessione, senza pregiudizio per il prossimo. 
– Ah signore! – intervenne la nipote –, li faccia bruciare come gli altri; perché non ci sarebbe proprio di che stupirsi se poi mio zio, una volta sanato della sua malattia cavalleresca, leggendo questi, si incapricciasse di diventare pastore e di andarsene per boschi e prati suonando e cantando, o peggio ancora poeta, che a quanto dicono è infermità incurabile e contagiosa. 

[Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, trad. Vittorio Bodini, Einaudi, 1957, pag. 69, 70]

metafora

Stamattina, parlandone a un amico incuriosito, cercavo una bella immagine per descrivere il mio grato paesino, ultimamente incluso da molti esperti del settore fra i più belli d’Italia, e mi è venuta questa. Locorotondo è come un uovo, talmente perfetto e campestre nell’idea, che pare l’abbia cacato una grassa gallina sulla terra. Nella pratica, dobbiamo dire, è più simile all’uovo in padella dell’immagine: col suo guscio protettivo (la sua storia, la sua cultura) finito nella monnezza; il tuorlo (il centro storico) appetitoso solo a guardarlo e fatto apposta per vantarsene nemmeno l’avessimo cacato noi che l’unica cosa che sappiamo fare è inzupparci il pane e ripetere come pappagalli quant’è buono; e l’albume (la periferia) che è un po’ strabordato negli ultimi anni, “svaccato” direbbero i ragazzini in palestra, anche se le vacche con le galline c’entrano poco. L’albume è meno colorato e nutriente del tuorlo, ma buono è buono, te lo puoi mangiare uguale e infatti, quando si può, qualcuno se lo mangia senza problemi.

luoghi comuni

Non voglio assolutamente cedere ai luoghi comuni, però c'è da dire che da quando ho vinto il bando di traduzione con l’Istituto Culturale Romeno e mi scrivo con loro per definire le cose, la mail mi si è riempita di proposte di puttanoni dell’est Europa che mi chiedono se ho voglia di chattarci con amore. E io cosa dovrei dire, voglia ne ho sempre, è l’amore che mi manca.

giovedì 17 dicembre 2015

foto di natale (il mio natale)


noia

La narrativa contemporanea mi annoia, è più forte di me. Posso distinguere un libro buono da uno no, riconosco che ci sono qui e lì delle valide eccezioni, ma inevitabilmente la narrativa contemporanea presa nel suo insieme mi annoia. Se la poesia è in crisi, la narrativa è quasi nulla.

morgana

Morgana
contro l’ovvio personale
che ti chiava
e non ti chiama, scrive
poesie fra parola e parola
per dire che t’ama
senza compromessi
tu rispondi in chiave
di pompino (o soffocotto, come dici)
che la poesia più felice
è un bambino
frutto spesso dell’errore
d’uno che si trastulla un po’ troppo
con la penna
per definirlo (seriamente)
uno scrittore.

mercoledì 16 dicembre 2015

qualcuno lassù ci osserva

«RIFLESSIONI DI UNO SCONOSCIUTO, mercoledì, 09 settembre 2015. Non c'è niente da fare. La più bella invenzione di questa età contemporanea è internet; stai su un sito, sfogli le pagine e poi navighi nel web; ma perchè navigare? io direi volare, poichè la navigazione comporta che ci sia un porto, un approdo, il volo no. Vabbè non è questo il discorso, è un altro. Volando in rete, appunto, visito la pagina di Tonio Raspuntin (forse è il suo nickname), un blog essenzialmente letterario, di poesia, e non solo. 
Qui il curatore del sito riporta le riflessioni di un poeta (così leggo in rete), Gianni Priano, genovese, sui cantautori italiani, ma specificatamente su Francesco Guccini e cosa ha rappresentato per lui il cantautore emiliano. Qui non si parla di megapalchi, nè di capelli platinati, di classifiche, di download, di milioni di click su you tube; pertanto chi non è interessato a tutto questo è pregato di leggere il suo articolo, ne va la pena. Buona lettura. 
Michele Lenzi 

P.s.: andate su google, scrivete Tonio Rasputin, clickate su e vi apparte la sua homepage e scorrete fino ad arrivare su "cantautori"» 

martedì 15 dicembre 2015

eccellenza

Cos’è l’eccellenza di un territorio? L’eccellenza è quella cosa per cui in un progetto di finanziamento per imprese culturali che copre tutta Italia e che quest’anno sostiene 50 imprese con un totale di due milioni e mezzo di euro (Funder 35 si chiama), tre di queste imprese sono di Locorotondo, indirizzando verso il nostro territorio delle cifre importanti per fare attività culturali. Mi sento di dirlo con orgoglio. In realtà i soggetti finanziati sono due (Liolà e la mia Pietre Vive) mentre la terza realtà, Il Tre Ruote Ebbro, è stata segnalata come meritevole e ha vinto l’accompagnamento. Senza i ragazzi del Tre Ruote Ebbro, però, che hanno scritto con me il progetto, Pietre Vive non avrebbe mai vinto. Per cui, per me, i vincitori sono tre. Il progetto presentato si chiama b-digital e si occuperà della realizzazione di audio e-book. 
Sempre oggi mi è arrivata notizia che Pietre Vive ha vinto anche un bando di finanziamento con l’Istituto Culturale Romeno per la prima traduzione italiana di Elena Vladareanu, splendida poetessa romena che l’anno prossimo porteremo in Italia e con cui gireremo il paese. 
Lo so che sembra che me la tiro ma in effetti me la tiro. Ogni tanto ci vuole.

il fazzoletto

Ho fatto un sogno. Era il sogno mai sognato di una lunga partita a carte che si riavvolgeva su se stesso per parlarmi e lamentarsi del fatto che noioso com’era non sarebbe mai mancato a nessuno. Gli ho detto che se voleva poteva mancare a me, ché mi mancano già così tante persone che una in più non mi faceva troppo male. Allora il sogno mi ha detto grazie con il sorriso commosso di chi non è abituato alla gentilezza e sta per mettersi a piangere, così per dissimulare la cosa mi ha passato il suo fazzoletto e abbiamo cominciato a piangere in due. Era un sogno dalla lacrima facile. Ma mi dispiaceva che persino lui provasse nostalgia degli altri.

lunedì 14 dicembre 2015

la guerra di luciano

Segnalo questo pezzo, scritto dalla figlia di Luciano Bianciardi e pubblicato su Cummerse, una rivista del mio bel paese, Locorotondo, dove pare Luciano si trovò a passare negli anni della guerra. Per leggerlo, vai QUI.

sabato 12 dicembre 2015

a natale regala un libro di poesie


Un piccolo video che abbiamo fatto ieri, un po' seriamente un po' per gioco. Per questo l'ideale è vederlo a schermo intero. O, come diceva Bob Dylan, PLAY FUCKIN LOUD (AND FULL SCREEN). 

botta e risposta

La poesia sarà pure linguaggio universale (dicono e qui quasi non ci piove), ma io mi chiedo a volte, lo confesso di Magrelli, De Angelis, Buffoni, Cucchi, Nove, Cavalli, pure De Luca eccetera e tutti i miei colleghi che leggo e poi mi parlano (oggigiorno) della loro mezza età raggiunta quasi con stupore, del disgusto e del rimpianto della loro vita urbana (o mondana che sia), delle lotte clandestine o dichiarate dei loro vent'anni che furono i miei meno venti, del mondo che per loro è Europa e non cede alla speranza persino nel ricordo del nostro Meridione, dell'amore che non muore anche se poi gli comincia a morire intorno in geriatria e nei reparti tumorali, e la paura, e la serena accettazione della morte e nonostante ciò orgogliosi della propria piccolezza umana che si fa autorevolezza editoriale nei mantelli rossi superumani nascosti sotto i cappotti lunghi con le biro, pieni di parole-esplosivo ma privi di potere che possa cambiare le cose (così da dirsi voci con causa senza effetto), orgogliosi di sé e della propria scrittura che non cede nelle vendite e nelle invidie dei colleghi anche se cede qualche volta nel verso costipato in piccole scorregge di senso, orgogliosi delle baruffe e degli intrighi da concorso che daranno colore al melodramma dell’ormai prossima biografia, orgogliosi come bambini delle proprie amanti-figlie ladre di un talento intraducibile, io mi chiedo a volte, se li guardo e in loro mi specchio, ma che c'entrano quei poeti lì con me, coi miei problemi e la distanza chilometrica che, sempre più, si fa morale, che mi sanguina nelle gengive? E la risposta è (rabbiosa o sconfortata che sia): poco, anzi, quasi nulla.

mercoledì 9 dicembre 2015

la fattoria degli italiani

Per come la vedo io la politica italiana degli ultimi trent’anni si può riassumere in questa formula: una massa di ignoranti ha votato deliberatamente un branco di ignoranti per farsi rappresentare democraticamente, in modo da permettere al branco di ignoranti di facilitarli a restare nel fango dell’ignoranza irresponsabile in cui sguazzano dalla nascita. Questo all’inizio con grandissimo godimento, poi man mano sempre meno fin all’odierno sconforto disgusto o terrore, quando dall’età dell’ingrasso ci si avvicina a quella del macello e ci si chiede perché.

poesia per una poeta ammalata

A te poeta allergica alle rime mie
baciate scrivo da poeta
e mando baci disarmanti e lamantini
che non risparmino sorrisi all’
allettato umore di un’insonne
per troppa pena di buio o pena d’amore
in nome di un verso che crudo
non dica la vita se non in tema di salmone
dal Baltico diretta con ostinazione
alla radice d’acqua dolce che lenisca
il tuo cuore. Ti scrivo dallo scoglio
che ho scelto nella crisi da riscaldamento
globale per condividere il piacere
di una lunga solitudine senza redenzione
le zone d’ombra del mio cuore
e la fratellanza del mare che non limita
la differenza di specie e la condanna
all’estinzione, e oscura le nostre età
distinte e gli accenti che ci fanno stranieri
persino nel canto del mare. E ti scrivo
baci sgraziati e sbuffanti da tricheco
baci in rima o in assonanza, baci
in controtempo o al massimo stonati
baci in calore al davanzale e baci
dolcissimi ma senza un finale in amarci
baci teneri da orso e baci muti o canterini
che sanno o non sanno di niente
baci-aspirina per ogni tuo acciacco ogni
accidente, di quelli che ti bacio sulla fronte
e poi ti dico ecco vedi adesso passa.

lunedì 7 dicembre 2015

punto morto

È sempre così. Quando arrivi a un punto morto della storia e non sai come rimettere a posto le cose, ti inventi una rivoluzione, una guerra, un attentato, e fai pulizia. Chi muore muore, l’importante è liberare spazio. La Francia lo dimostra ogni volta con la solita classe.

sabato 5 dicembre 2015

possibili risposte ai tempi complessi che viviamo

Ieri ho visto un piccolo documentario su Infinite Jest prodotto dalla Rai. E a un certo punto nel documentario compariva Nicola Lagioia che, facendo il paragone con alcuni grandi scrittori americani precedenti a Wallace, Carver in testa, diceva che tempi complessi come il nostro (e senza nulla togliere a Carver e ai suoi racconti) richiedono romanzi complessi come quello di Wallace. Il che di per sé suona giusto, ma poi mi ha fatto pensare che ci sono decine di romanzi che, fin dall'800, possono assimilarsi per complessità al libro di Wallace. Per dire, non c'è quasi nulla del libro di Wallace che Proust non avesse già provato a fare (e non è il solo). Per cui, a un certo punto, mi sono perso, e ho cominciato a non capire più quali sono i tempi complessi e quali no. Però ho trovato una giustificazione al fatto che, se ho voglia di scrivere e pubblicare un libro di poesie complesso e lungo 200 pagine lo posso fare. E se qualcuno mi dice che un libro di poesie deve essere breve, conciso e ponderato (come andava molto bene nel '900, ma anche no al tempo di Dante, di Petrarca o di Tasso) io posso sempre rispondergli che tempi complessi come il nostro richiedono libri complessi (come ha ben detto Nicola Lagioia), persino di poesia. A patto che siano ben scritti, e se il pubblico li ritiene eccessivamente complessi, cazzi loro, si vede che non capiscono i tempi in cui vivono.

mercoledì 2 dicembre 2015

passaggio di palla

Dacci pure la grazia
profumata dei bambini in salvo
la leggerezza di chi muore
poco a poco nel rimpallo. Dacci di Milo
De Angelis la perfezione sferica
ricacciata nel verso ormai negro
sull’opposta riva del campo.
Dio non fischiarci in fallo
se ricadiamo ogni giorno nel buio.

martedì 1 dicembre 2015

finali

In genere a un finale perfetto si deve buona parte del successo di un film. Se il finale è molto buono spesso è addirittura capace di farti perdonare i difetti, se ci sono, della pellicola. Anche se non lo ammettiamo, in tempi che impongono il cinismo più disincantato, abbiamo ancora disperatamente bisogno di storie a lieto fine. In questo senso, molti non ci pensano, ma molti dei film di Woody Allen ci offrono alcuni dei finali più letterariamente ed emotivamente perfetti della storia del cinema, ed hanno un potere consolatorio fortissimo, capace di lenire anche l’amarezza intrinseca delle sue storie. In questo senso, sono molti i finali perfetti che potrei citare. Quello famosissimo sulle uova di Io e Annie, il sorriso disarmante dello stesso Allen in Manhattan, Zelig salvato dall’amore di una donna, l’urlo di disperazione di Sen Penn in Accordi e disaccordi che secondo me Allen ha rubato a La strada di Fellini, o ancora quello nichilista di Match Point. Ma il più bello di tutti, proprio perché si solleva sul mondo come ad abbracciarlo e incoraggiarlo a resistere, e quello di Crimini e misfatti, che di Match Point è stato il gemello per disperazione, quando ancora Woody Allen era capace di volare. 

scritto a un semaforo

Alla fine se metti insieme tutti quelli che abbandonano gli animali senza pensarci due volte + quelli che picchiano le donne come se fosse naturale + quelli che Gesù è grande ma gli immigrati devono morire perché ci rubano il lavoro + quelli che la famiglia è tutto ma se Dio mi dà un figlio gay lo uccido + quelli che lo studio non è un diritto ma un optional per il lavoro malpagato che ti aspetta + quelli che palazzinari a più non posso tanto il verde è solo un colore + quelli che andare ai musei che palle meglio vedersi la partita di calcio truccata e illudersi che è ancora sport + quelli che Salvini dacci un futuro + quelli che ti dicono ancora comunista + quelli che Pasolini è Dio peccato che se lo leggo mi annoia + quelli che i preti sono tutti pedofili ma io voto sempre solo Berlusconi + quelli che fare le ferrovie al Sud è dare lavoro alle mafie + quelli che la politica ha rovinato il paese ma Valentino Rossi può evadere le tasse perché corre + quelli che la politica ha rovinato il paese e io non voto più ma dopo che ho votato per vent’anni Berlusconi + quelli che la politica è corrotta ma io voto chi mi dà il condono edilizio davanti a casa + quelli che la Fallaci è una troia psicopatica che istiga all’odio + quelli che Renzi mi sta sul cazzo ma voto Pd perché siamo una grande famiglia direi che non servono tanti sondaggi Istat per capire che l’Italia è una bella marea di stronzi.

lunedì 30 novembre 2015

margherita

Dopo Lillus, Lilli, Lilluzzo, Lilletto, Lillino, Lillò, Lillo Magillo, Lillo il cane saggio, Lillonio, Lillantonio, Kill Lill, ecc. oggi, ero in posta ed è risuonato alle mie spalle, per la prima volta, Lilloskij. Mi sono sentito come una margherita che si apre nei suoi petali, attraverso le mille declinazioni del suo nome.

sabato 28 novembre 2015

cappotti e panchine

Ho fatto un sogno. Cechov, sulle rive del Mar Secco, mi dava i suoi consigli per scrivere dei buoni racconti. Il primo fra tutti, mentre ci aggiravamo come pazzi lungo le rive colpite dal Maestrale: «Per favore, assicurati sempre che i tuoi personaggi abbiano dei buoni cappotti, almeno in senso gogoliano, ma soprattutto che ci siano delle panchine dove fermarsi per riposare, che ogni tanto, a furia di parlare, ti viene male ai piedi!» Poi è suonata la sveglia e mi sono svegliato con la sensazione che lui, di là, continuasse a borbottare da solo, mentre mi allontanavo verso il letto.

venerdì 27 novembre 2015

sogni ai sempliciotti

Ho fatto un sogno. Dio faceva l’imprenditore di un call center erotico. Gli ho detto: «Dio, ma che fai? Sei un mucitone!» E lui mi ha risposto: «Regalo sogni ai sempliciotti, e quello che guadagno lo do in parte in beneficenza, in parte all’otto per mille. Così sono tutti contenti, i poveri eppure il Vaticano…»

prima del sonno

Ci osservano, tutte le sere dall’esterno attraverso la finestra che confonde i profili coi nostri riflessi mentre ceniamo, come se fossero qui con noi mentre sorseggiamo una tisana prima del sonno. 
Lo sono, ma in un modo speciale, dal punto preciso che hanno scelto per guardarci e non vorrebbero mai modificare nemmeno a un nostro invito, un punto alla perfetta distanza dal cuore, lì oltre la finestra nel primo freddo dell’inverno, liberatorio.

lunedì 23 novembre 2015

io con dio (la casa)

Un giorno morirò, andrò in Cielo e incontrerò Dio. La prima cosa che gli dirò sarà: «Ma si può sapere che ti ho fatto di male, che in vita, da che mi ricordo, mi è toccato sempre di vivere in case fredde, ma talmente fredde che alla metà di novembre non mi sento più le dita delle mani quando scrivo?» E lui, lo conosco bene il maledetto, lui mi risponderà così: «Lilluzzo, era per frenare i tuoi bollenti spiriti, che se ti davo una casa coibentata poi chissà che mi combinavi!»

giovedì 19 novembre 2015

malelingue mie, adorate...

Malelingue mie, adorate,
per quanto ci proviate:
io non mi fidanzo, ricordate.

alla guerra, alla guerra!

Lo sapete, vero, che a furia di dire che siamo già in guerra poi alle fine in guerra ci finiamo per davvero? Nel senso che una cosa è dirla e una cosa è farla, non è la stessa cosa. Io per me dico che noi in guerra non ci siamo ancora (io almeno, in base ai miei valori, non sono in guerra con nessuno e non credo di essere il solo) ma credo che è in atto una chiara volontà mediatica (e politica e economica) di inculcarcela la guerra, di parlarcene e farcene parlare a tal punto che poi la guerra ci sembrerà una conseguenza inevitabile. Quasi tutto si può evitare, se si vuole, soprattutto una cosa grossa come una guerra. Bisogna vedere se e quanto si vuole. Io per me, lo confesso, quando ho saputo dei morti di Parigi, la prima cosa che ho pensato è stata: ecco, ci stanno apparecchiando una guerra. E non ero tanto addolorato, quanto arrabbiato, e non con l’Isis. Poi sarò cinico in queste cose, ma per me vale ciò che scrive Bertold Brecht in quella poesia citata da Gino Strada, lungimirante, il giorno dopo gli attentati: in guerra, sia dalla parte dei vinti che dalla parte dei vincitori, quelli a soffrire sono i poveri. Ancora più, aggiungo, degli stupidi.

lunedì 16 novembre 2015

ho pietà della povera fallaci

Ho pietà della povera Fallaci
la cui parola vale meno di niente
senza più capacità di difesa
da chi la adula e la offende.

Quanto vale il pensiero svalutato
di un’assente – pensiero che non vede
più il presente? Vale meno di niente.
E che sia savia o matta che importa?

Lei è morta. Indistinta sul vetro
moscerino spiaccicato nella corsa
ridotta a uno sputo a una macchia
senza storia che non sia rancore.

Ma la sua diversità è sua persino nell’errore.
Potesse ribadire a chiara voce:
«Anch’io sono vissuta – ricordate! –
proprio come voi: una donna armata

del mio cuore del mio nome
e poco altro» forse farebbero attenzione
pronunciando/denigrando le parole
di un cuore non loro.

ora citano neruda i pacifisti

Scrive Pablo Neruda: «La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il pane». Capisco le loro buone intenzioni, ma la poesia, per come la pratico e so, e sa lo stesso Neruda, è una continua dichiarazione di guerra. Contro la stupidità, la banalità e la mediocrità di tutte le facili soluzioni. È un continuo stare all’erta nel buio, ed anche la paura stessa del buio. Chi scrive poesie non dorme mai, vi assicuro. E quando dorme, sogna. E non sogna il pane che si farà corpo, ma la parola che griderà i peccati del mondo, come vino e sangue in remissione dei peccati.

domenica 15 novembre 2015

una poesia di bertold brecht (sempre utile ai tempi che corrono)

A QUELLI CHE VERRANNO

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola più innocente è folle. Una fronte distesa
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia.

Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti reati!
Quel tipo che attraversa tranquillo la strada
è forse meno raggiungibile dai suoi amici
che soffrono?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un caso. Niente
di ciò che faccio mi dà diritto a sfamarmi.
Per caso sono stato risparmiato. (E quando cesserà la mia fortuna
sarò perduto).

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché ne hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere d’acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.

Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire essere saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il nostro breve tempo senza paura.
Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri ma dimenticare,
tutto questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
davvero, vivo in tempi bui!

[…]

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlerete delle nostre debolezze
anche i tempi bui
dai quali voi siete scampati.

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio verso la bassezza
distorce i tratti del volto.
Anche l’ira per le ingiustizie
rende rauca la voce. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l’uomo sarà amico dell’uomo
pensate a noi
con indulgenza.

giovedì 12 novembre 2015

quasi era buono abbastanza

Quasi era buono abbastanza... dove quel "quasi" si avvicinava a Neil Young. Se Jason Molina non fosse morto, ce l'avrebbe fatta.

degi degi

Un pezzo molto particolare questo di Don Cherry, che fu stretto collaboratore e amico di Ornette Coleman e qui è all'apice della sua fascinazione per il Miles Davis elettrico. L'ironia sta nel fatto che Miles aveva "ideato" il jazz elettrico (poi fusion) proprio in opposizione alla rivoluzione Free di cui Coleman (e con lui Cherry) fu il maggior rappresentante. Il pezzo è contenuto nell'album Brown Rice del 1975, anno in cui un Miles ormai esausto e con vari problemi di salute si ritira dalle scene, e riscuote un grandissimo successo. Di lì a quattro anni Cherry completerà questo suo viaggio nel mondo del rock collaborando con Lou Reed a uno dei suoi pezzi più oscuri, The Bells, omaggio alla poesia visionaria di Edgard Allan Poe. 

mercoledì 11 novembre 2015

scrivo perché tu esista...

Scrivo perché tu esista,
ti scrivo
perché è un altro modo di inventarti
e perché tu sappia
che so godere di te anche da lontano.
Ti scrivo
perché una tua parola prenda forma;
ti scrivo
perché la nostra immaginazione
attenui la brace dei corpi;
ti scrivo in balia delle vocali,
immaginandoti fortemente.

Ti scrivo per farti trepidare,
ti scrivo perché ti si inumidiscano gli occhi,
ti scrivo perché tu smetta di essere una finzione.

Oggi ti dico una sola parola,
te la affido tra le ceneri
e il silenzio.

[Rafael Ángel Herra, Scrivo perché tu esista, trad. Franco Sepe, plumelia edizioni, 2011]

(consigli) a un poeta

Smetterla di darsi a giovani donne che
(per vanto) vogliono darsi a un poeta.
Ci soffri tu ma (di più) ci soffrono i reni.
Non hai più l'età per farlo in auto.

martedì 10 novembre 2015

#sfamaunoscrittore

Oggi ha suonato a casa mia un tizio, scuro di pelle, con gli occhiali, che mi ha detto di avere un sogno nel cassetto: vendere il suo libro porta a porta a quanta più gente possibile per dare una speranza al suo futuro da romanziere, e provare anche a rendere il mondo un posto migliore promuovendo un po’ di sana lettura, fuori dai freddi schemi del mercato. Così, si è inventato una campagna porta a porta chiamata Sfama uno scrittore. Uno solo però, che con quello che ti serve per sfamarli tutti, ci paghi i debiti di uno stato dell’Africa. Devo dire che, sulle prime, con tutto sto discorso sul rendere il mondo un posto migliore l'ho guardato con sospetto. Mi sono detto: «Sarà uno che vuole propinarmi qualche opuscolo religioso, o magari una nuova offerta sul risparmio elettrico». Così, l'ho tenuto dall'altra parte del cancello chiedendogli: «Scusi, ma lei ce l'ha o no il tesserino?» Quello dall’altra parte mi dice, pieno di entusiasmo: «Ma no, si fidi, si fidi, non mi serve il tesserino. Voglio solo parlarle del mio libro. Le racconto la trama…» A quel punto, a forza di vederlo sorridere, ho creduto che magari era solo un povero tossico disoccupato che cercava di propinarmi qualche vecchio volume rubato al mercatino dell’usato, in cambio di pochi spicci per farsi una dose. Gli ho gridato: «No guarda, amico mio, ti do anche una mano, ti regalo una briosce sei hai fame, ma la droga da me non te la paghi. Sono contrario a queste cose». Quello, imperterrito, con innocenza o faccia tosta, non so, continuava a ripetermi che lui era diverso, che voleva solo propormi il suo libro. Così, illuminato, a me è venuto da pensare che magari è uno di quei poverini che si stampano un libro coi propri soldi e poi cercano di venderlo in giro per rifarsi le spese, ma soprattutto per dire che esistono anche loro. Io, che sono sensibile a queste cose, mi sono pure commosso. Gli ho detto: «Senti, ma guarda che alla fine io e te ci assomigliamo. Anche io, vedi, mi pubblico i libri, per darmi un po’ di spazio nella vita. Senti, facciamo una cosa. Non ho spicci con me, così non ti posso dare soldi, che mi pare anche squallido fra scrittori. Ma se ti va facciamo uno scambio. Tu mi dai il tuo romanzo e io in cambio ti do la mia raccolta di poesie, mi sembra più bello. Che me pensi?» Quello allora comincia a guardarmi male, come se fossi io il pazzo dei due, e mi grida: «Ma secondo te, io, il mio libro, come me lo pago, con le tue poesie? Che la poesia si mangia, adesso? Su, cerca di essere serio. Se vuoi darmi una mano me la dai, altrimenti lascia perdere. Eccheccazzo, è mezzora che parlo, non hai capito niente, mi pari scemo...» A quel punto, ferito nell’orgoglio, gli ho chiuso la porta in faccia. Proprio come faccio coi venditori di aspirapolvere. Più tardi, per caso, l'ho rivisto in questo video, mentre si promuove il libro. Non ci credo. È finito sui giornali. C’ha più spazio lui che il tipo che è evaso l’altro giorno dall'ospedale come in un film con Al Pacino. Pensa che succedeva, mi sono detto, se invece dei libri ti vendeva i robot da cucina! 

alias

Ho fatto un sogno, in cui c'era questo tizio che viveva in un castello gotico, pieno di statue orrende sulle mura e ombre lunghissime e nere sotto il sole delle tre, anche se il castello era invisibile, e sorgeva nel campetto abbandonato dietro casa. Questo tizio ricicla sogni venuti male per farne statue che vorrebbero sembrare copie di De Chirico ma sono solo brutte copie di quelle di Robert Rauschenberg. Un disastro. Nel sogno ho provato a fotografarlo mentre si accoppiava al balcone con un ragazzo di vita che però sembrava, per via dei suoi baffi, un clone di John Holmes, e lo stesso castello trasudava, per l'ansia, come formaggio stagionato. Nulla, insomma, sembrava più quello che era, o meglio, tutto alludeva ad altro. E anche io, mentre sognavo, mi sono perso il finale del coito per dar retta a un passante in bicicletta che mi chiedeva indicazioni per Glasgow.

lunedì 9 novembre 2015

tecnica e stile

Stamattina ho ripensato alla querelle Muccino-Pasolini degli ultimi giorni, e mi è venuto in mente che le parole di Muccino sono, in sostanza, le stesso che vennero pronunciate nel lontano 1863 dai pittori del Salon di Parigi contro gli impressionisti (per i quali venne poi fondato il Salon des Refusés per esporre le proprie opere). «Non hanno tecnica» dicevano i pittori parigini degli impressionisti, «sono degli analfabeti che vogliono dirci qualcosa senza avere i mezzi per farlo». Non è che i pittori del Salon avessero torto, almeno dal loro punto di vista, così come non ce l’ha Muccino quando dice che Pasolini fece cinema senza avere acquisito prima la tecnica, che impari andando a bottega. Pasolini, che era uomo intemperante, semplicemente non voleva perdere tempo e usò il suo genio e la sua esperienza artistica per sopperire alle falle. Una cosa, peraltro, sbagliatissima da ammirare, perché funziona una volta su mille, non tutti sono in grado di ripeterla. E Muccino, in sostanza, ha detto anche questo.
È solo che per Pasolini, così come per gli impressionisti, e dopo gli impressionisti per Van Gogh, che a sua volta fu da loro guardato con sospetto (e così per altri che come loro hanno trovato posto nel Salone dei Rifiutati della storia), non si parla mai di tecnica ma di linguaggio, che è diverso, o di stile, personalissimo, o di poetica. Non a caso Pasolini parla del suo come di «Cinema di Poesia», definizione tanto impalpabile quanto suggestiva per indicare qualcosa che, per quanto discutibile, non si può giudicare coi normali parametri della logica. 

  

Nell’immagine, Colazione sul'erba, di Edouard Manet, rifiutata dal Salon di Parigi nel 1863, e per esporre la quale (insieme a opere di altri impressionisti), venne poi inaugurato il Salon des Refusés.

domenica 8 novembre 2015

pranzo di famiglia

A tavola guardiamo la diretta della Lega da Bologna. Ascoltiamo Berlusconi e Salvini. Mio fratello fa notare che Berlusconi, che ha l’età di mia nonna, per il rilancio del Paese chiede meno Stato ma più Polizia. «Putin gli ha dato alla testa!» commenta mio fratello. Salvini non è commentabile, e infatti notiamo hanno tolto il sonoro alla piazza mentre parla, forse per nascondere i fischi dei parassiti dei centri sociali. Dico “parassiti” perché è lui stesso a distinguere l’umanità in produttori e parassiti. I produttori sono evidentemente i suoi elettori, i parassiti tutto il resto del mondo. Cita addirittura Salvemini a un certo punto, tanto per fare quello di vedute aperte, e tifa Valentino Rossi che non è un evasore parassita, lui, ma solo una vittima dell’invidia. Scopro che mio padre si vanta con gli amici di non aver MAI votato Berlusconi. Il che mi mette il dubbio sugli amici di mio padre. Poi si volta e fa: «Ma lo sai che in giro dicono che sei comunista? Che cazzo vai dicendo alle persone?» Io non ho detto nulla. E mia madre aggiunge: «Antonio, non t’ho insegnato niente? Non si dice a nessuno per chi voti!»

sabato 7 novembre 2015

titoli

Stavo pensando che ci sono dei titoli che spesso, da soli, valgono l’intero libro. Lo arricchiscono, lo completano o, addirittura, in certi casi sono un’opera a parte. Dei titoli capolavoro che ti bastano quelli per sentirti sazio, o stimolato (e a volte ci sono solo quelli, nel senso che il libro non vale il suo titolo). Di quest’ultima categoria di titoli, ho fatto un piccolo elenco dei miei preferiti, aggiungendone alcuni che man mano che li raccoglievo mi suggerivano gli amici. E a voi, ne vengono in mente altri?

Che tu sia per me il coltello; 
L’insostenibile leggerezza dell’essere; 
La solitudine dei numeri primi; 
Va dove ti porta il cuore; 
La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata; 
Il senso di Smilla per la neve; 
Quel che resta del giorno; 
Sputerò sulle vostre tombe; 
Questo non è un paese per vecchi; 
Ogni cosa è illuminata; 
Il silenzio degli innocenti; 
Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano; 
Igiene dell’assassino; 
Il passato è una terra straniera; 
Il nome della rosa; 
Chiedi alla polvere; 
Ingannevole è il cuore più di ogni cosa; 
Figli di un Dio minore; 
L’oceano in fondo al sentiero; 
Tenera è la notte; 
La cognizione del dolore; 
Perturbamento.

martedì 3 novembre 2015

tema: la mia passione più profonda

Una decina di anni fa realizzammo con la libreria L'Approdo un concorso di scrittura per gli alunni delle scuole medie. Ne vennero fuori una serie di temini veramente belli. Non mi ricordo più quale tema vinse il concorso, ma stamattina, mentre rimettevo a posto uno scaffale ho ritrovato questo che, all'epoca, è stato uno dei miei preferiti. 

Sono un appassionato di storia e geografia e lo sono così tanto da non perdere mai un documentario su questi argomenti. Quando poi mi capita di leggere un libro dello stesso genere, rimango immobile sulla sedia e la mia anima e il mio pensiero si trasferiscono nel tempo e nel luogo descritti nell'opera. Mi sento così protagonista degli eventi storici ed esploratore di ambienti nuovi con animali sconosciuti e rari. Per me la storia è come la preparazione di un piatto come le lasagne alla bolognese, mentre la geografia è come un bicchiere di acqua versato per terra che scava nel terreno tante gallerie che non ti fanno trovare più la strada di casa e che ti portano verso zone inesplorate dell'universo o dritto a una cascata che smuove le acque degli oceani.

F. B., classe 1a A

una poesia di giuseppe goffredo

I fringuelli deliziosi di maggio
appostati come fiori di fieno
nel fieno mi chiedono: cisitù?
cisitù? cisitù? cisitù? cisitù? cisitù?

il rompiballe

‪Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2007

Il Popolo d'Italia, fondatore Benito Mussolini, maggio 2008

l'aia

In principio gli uccelli volavano, ed erano creature di Dio. Volavano gli angeli, ed erano creature di Dio. Uomini e donne avevano lunghi arti e schiene lisce che Dio aveva creato così per una ragione. Cimentarsi col volo significava cimentarsi con Dio. Ne sarebbe nata una lunga battaglia, ricca di leggende istruttive.
Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi, 2013

Ero tornato nella vecchia casa dei mie nonni, ora diventata un purgatorio degli uccelli. Gli uccelli stavano in semilibertà nell’aia dove un tempo raspavano solo le galline, ma non potevano oltrepassarne i cancelli e nemmeno volare, mentre i loro nidi erano custoditi in casa, ordinati in una lunga sequenza di scaffali. Il museo era custodito da un vecchio che ricordavo di aver già visto ma senza certezze, e ad accogliermi al mio ingresso c’era anche il sindaco. Mi sono diretto subito verso l’aia che era diventata una sorta di campo sterminato e brulicante di uccelli di qualsiasi specie, volgari o nobili, le cui teste colorate spuntavano dalla massa di penne e di piume svolazzanti, di richiami diversi, striduli e gutturali, in continuo bisticcio peggio che sotto la torre di Babele. Il custode mi ha spiegato che quelle erano in realtà le anime dei morti in attesa della fine del mondo. Alla fine del mondo il cancello dell’aia sarebbe stato aperto e ogni uccello, recuperato il suo nido, avrebbe spiccato il volo a prendere posto sul ramo di un grandissimo albero che si vedeva anche da lì, a distanza. L’albero era Dio. Ho chiesto al custode se c’era anche mio nonno fra i pennuti e lui mi ha risposto di sì, che si era trasformato in un passerotto da combattimento. «Un passerotto da combattimento, – ho chiesto – e che sarebbe?». «È un uccellino che durante le guerre si infila negli zaini dei soldati a portargli fortuna in cambio di poche briciole di pane. Peccato che qui non ci sono guerre, e allora ci si annoia». Sentivo, intanto, come una lieve pressione risalirmi lungo la schiena, arrampicarsi in maniera delicata. Era mio nonno, che non potevo vedere, ma si aggrappava con le sue unghiette al maglione e poi con un ultimo frullo mi saliva in capo, a beccarmi lievemente sulla testa per farsi sentire, per salutarmi, e dire a modo suo che stava bene e in salute. Accompagnato da mio nonno e dal custode ce ne siamo andati a zonzo in quell’enorme piazza abitata ad ascoltare le storie degli uccelli in attesa del volo. Poi siamo entrati nel vecchio forno a cercare delle briciole di pane per mio nonno, e ci abbiamo trovato il sindaco. Era tardi, così ci stava preparando una frittata: «Qui a parte i sogni manca tutto, ma almeno siamo pieni di uova».

lunedì 2 novembre 2015

essere o tenere

Penso all’opposizione fondamentale di Fromm, «essere o avere», e penso come la stessa, trasportata a Sud, cambia colore, perché qui il verbo «avere» non esiste, non si usa, è un prestito dell’italiano al nostro dialetto più profondo. A Sud non si dice «avere» ma «tenere», io non ho, tengo. È una differenza importantissima, perché la lingua, al di là di quanto ci fanno credere quelli che decidono per noi, non è solo un fatto di colore, la scelta di un vestito o una opzione economica, no, la lingua che parli dà un significato diverso a come guardi il mondo. Così «avere» è una condizione fuori dal tempo: io ho qualcosa da sempre, posso perderla certo, ma è mia di diritto; «tenere», invece, è una condizione provvisoria, un colpo di fortuna o di furbizia, qualcosa che mi sono conquistato, ma che trattengo finché posso, non è mio e già domani potrebbe essermi strappato e tornare in gioco. «Tenere» è il verbo dei poveri, di chi ha fame e morde l’osso con rabbia. In questo senso, tradurre l’opposizione di Fromm in «essere o tenere» cambia tutto, una opposizione così ti fa già precario nell’anima, già votato a quel nulla che ti spetta per nascita, oppure all’«essere» che qui, una volta, si identificava in due modi: o col rispetto e l’onore garantito ai galantuomini, per quanto poveri, dalla loro parola; oppure, per gli ultimi, non con l’essere uomo, ma con l’identificarsi in tutto e per tutto con Dio, centro del mondo, come se fossimo, noi, cosa sua. Dio ci teneva stretti e solo lì, fra le sue fauci, eravamo al sicuro.

il guaio


«Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi non erano né perversi né sadici, bensì erano e sono tuttora terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica [...] che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generi humani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male». 

[Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1964]

domenica 1 novembre 2015

lecce 1997. parlando di morti che resuscitano...


citazioni (colte o meno)

«Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». Cinquant’anni dopo ho perso il conto di quanti mi hanno ridato indietro un libro e detto: «No, io non leggo, non ho tempo», oppure mi hanno ridato indietro un libro e detto: «Adoro leggere, ma la poesia non tanto la capisco…». Credo ci siano più lettori di poesia in Groenlandia, fra le foche, che in Italia. Poi certi vanno in piazza, a sentire Benigni e mi dicono orgogliosi: «Però quel Dante lì, come mi piace». E non sai mai se intendono Alighieri o si confondono con Dente. La divina Commedia di Dente, vi giuro che è possibile. Viva il giorno dei morti.

sabato 31 ottobre 2015

anniversari

Parlando di quarantennali interessanti quest'anno cade, anzi cadeva proprio ieri (l'ho appena letto, anche se andrebbe tenuto conto del fuso orario) quello dell'inizio dei concerti della Rolling Thunder Revue che viene considerato, da molti suoi fan, il più bel tour mai realizzato da Bob Dylan. Così, per un poeta che muore, ce n'è uno che canta... 

la differenza

Mio caro amico che mi scrivi in privato che col post di ieri su Pasolini ho esagerato, e che tutti hanno diritto di pubblicare tutto per campare e il mio è, evidentemente, l'attegiamento snob dei poverelli, di chi, ultima ruota del carro editoriale, se la tira perché non può gareggiare sul mercato, io da qui ti rispondo che sarò anche l'ultimo degli ultimi, ma la differenza fra noi due è evidente, quella che passa fra un architetto che sogna cattedrali e un palazzinaro che aspetta condoni. E scusa se è poco.

venerdì 30 ottobre 2015

avvoltoi

Arriva inesorabile il quarantennale della morte di Pasolini. Lo senti, lo vedi, in tv o sulle bacheche di tanti (anche la mia), lo vedi in libreria fra le nuove uscite. Di tutto propongono, meno che la ristampa della sua prima e fondamentale raccolta di poesie, La meglio gioventù (o La nuova gioventù come la ripubblicò poco prima di morire, deviandone il senso). Di tutto propongono, persino delle cose di indubbio pessimo gusto, spesso morbose, specchietti per le allodole, o gli avvoltoi affamati, a cui non interessa chi era Pasolini, ma solo com’è morto, da chi lo ha preso in culo e se c’entra la Cia, tutto il gossip possibile, tutto ciò che un Editore (per me) dovrebbe evitarsi, dovrebbe EVITARE agli altri, perlomeno per una questione di eleganza, di facciata. Invece vedo cose che mi lasciano perplesso e persino infastidito. E amando Pasolini, amandolo davvero, rispondo come posso, con la poesia, non mia, ma più alta di Giorgio Caproni. 

Caro Pier Paolo. 
Il bene che ci volevamo 
– lo sai – era puro. 
E puro è il mio dolore. 
Non voglio pubblicizzarlo. 
Non voglio, per farmi bello, 
fregiarmi della tua morte 
come d’un fiore all’occhiello.

martedì 27 ottobre 2015

anna e la sua rosa

Non so per quale particolare meccanismo succedono queste cose, ma stamattina, all'improvviso, mi sono ricordato di una ragazza di cui ero un sacco preso al liceo. Si chiamava Anna, e visto che lei era lesbica e io, invece, ero il classico nerd, forse per questo stavamo sempre insieme, al punto che molti pensavano fossimo parenti, fratelli o cugini, certamente due sfigati. Noi ci giocavamo anche molto su questa storia. Lei vestiva come un uomo, giubbotto di pelle, jeans e capelli corti dietro col ciuffo alla Elvis, io, occhiali scuri, indossavo perennemente un cardigan nero e avevo in testa una sorta di pagliaio biondo stile Beatles, che oggi a sentirlo uno non ci crederebbe. Lei era una pittrice bravissima, appassionata di olio e di Caravaggio, io preferivo gli acrilici, i futuristi, Picasso e Paul Klee. Anna era innamorata, al punto da cascare per terra priva di forze, per la forza schiacciante di tanto amore, di una ragazza di nome Rosa, capelli lunghi da zingara e sguardo nero e intenso, che all'epoca tentennava fra lei e un altro ragazzo. Il classico triangolo, o quadrangolo, o vai a capire tu cos’era di preciso. Fatto sta che le sue paturnie Anna le raccontava a me, ore e ore di paturnie amorose per Rosa, sdoganate a Piazza Castello a Taranto, a un ragazzetto brufoloso che voleva solo baciarla e si accontentava di una fratellanza nella diversità per sentirsi meno solo. In terza liceo Anna era il mio centro, il mio faro, la mia migliore amica e la mia complice, poi, non so per quale particolare meccanismo succedono queste cose, l'ho persa di vista con l'università e stamattina all'improvviso, in un lampo di sole, dopo anni di dimenticanza mi sono chiesto: "Chissà che fine ha fatto, Anna?" L'ho anche cercata su Fb ma nulla, non c'è. Scomparsa col mio pagliaio e con quel bacio, l’unico, che mi è riuscito di strapparle, nemmeno per pietà, ma solo per fare ingelosire Rosa che ci guardava da lontano, non disse niente, ma poi se la rubò.

martedì 20 ottobre 2015

la carezza

Vorrei scrivere poesie d’amore
per ogni ragazza o ragazzo dei call center
quando gli presti cinque minuti
e parlando capite, attraverso le più stupide domande
che siete poveri in due, e in due da soli
e per questo compagni contro ogni possibile opzione
parola o lingua, incomprensione
inutili indagini di mercato, dopo
tu gli dici buon lavoro e quello o quella
ti risponde grazie, con una voce
come se gli avessi appena fatto una carezza.

lunedì 19 ottobre 2015

passaggio con memoria


il peso inutile delle parole

Mi accorgo adesso che di tutta questa storia del processo a Erri De Luca, erano sbagliate le premesse, fin nell'hashtag #‎iostoconerri. Ma perché? Erri De Luca è processato per le sue parole, e finora l'unico a usare la definizione più giusta, parola contraria, è stato proprio lui. Noi pensavamo al personaggio, allo scrittore o all'eroe. Erri De Luca si chiede se questo è il primo processo di una nuova Italia o l'ultimo processo di una vecchia Italia. Gli rispondo io, che comunque vada, è il solito processo di una vecchia Italia in cui noi, difensori del giusto, che tanto vituperiamo i giudici, siamo come loro, uguali a loro. I giudici lo condannano perché quelle parole le ha pronunciate un VIP, una persona importante, che dunque ha un peso diverso dal nostro. Noi, che lo difendiamo, lo difendiamo per gli stessi identici motivi, non per il principio che la parola è sacra, ma perché a pronunciarla è stato proprio De Luca col suo peso. L'dentico processo, a un'altra persona, a Pinco Pallino che sia, così come non avrebbe sortito lo stesso effetto per i giudici, non lo avrebbe sortito nemmeno per noi. In tutto questo De Luca, comunque vada, vince, ma la parola contraria perde, al di là di ogni sua possibile manifestazione, perché il suo peso contrario è proporzionale alla nostra omologazione.

Ore 13.00
Assolto perché il fatto non sussiste.
Pensa te, quanto tempo abbiamo perso, dietro a un fatto che "non sussiste".

sabato 17 ottobre 2015

incontro di sabato pomeriggio

Malinconia, per aver rivisto un mio vecchio compagno di liceo dopo vent'anni. L'ho guardato e la prima cosa che ho pensato è stata: "Minchia com'è invecchiato!" Poi ho passato il resto dell'incontro con la paura che lui pensasse lo stesso di me, all'opposto. Invece ci siamo salutati e mi ha detto: "Ma lo sai che invecchiando sei migliorato?". E ho cominciato a pensare al cesso che, da ragazzo, dovevo essere, prima di migliorarmi come il vino. 

 

ambizioni

Fra due giorni si decide di Erri De Luca. E, per quanto siamo tutti un po' tuttologi sul potere, non è un processo da sottovalutare, almeno per chi ambisca a dire la sua senza censure. Intanto, stamattina, rileggevo La parola contraria e ho pensato che, comunque vada, lui sarà contento. Se lo assolvono ha vinto la sua (giusta) battaglia e se lo arrestano potrà includersi fra i martiri della resistenza. Ci sono scrittori che si accontentano di stare seduti a casa a mettere insieme parole, costruirci storie, e altri che hanno bisogno di intervenire sulla storia, cercare lo scontro per fare della parola azione. Erri De Luca, come scrittore, almeno per i miei gusti, ha girato troppo intorno alle parole (soprattutto nei romanzi, che spesso utilizzano la stile della prosa poetica e baroccheggiante che tanto piace agli italiani a cui la poesia, a parole, fa venire il mal di testa). Ma in La parola contraria De Luca ammette come ha sempre ambito a annoverarsi in quest'ultima categoria, da Orwell a Pasolini. Lui in questo processo vince perché non solo è dalla parte (giusta) degli sconfitti, dà voce agli esclusi dalle logiche disumane del potere, ma anche, al livello più alto della pura ambizione artistica, perché dà un senso alla propria scrittura e alla propria storia proprio attraverso gli esclusi.

il nome

Di faccia alla totale quasi-indifferenza
di editori e critici, scrittori, persino blogger
mi prende il dubbio, a volte, se è solo una questione
di potere editoriale, che non ho e quindi non sono
o se sono meno bravo di quanto mi credo
e allora sono un altro e non mi riconosco. Delle volte così
mi sento più un Amleto che un Cervantes, io
che di Amleto non ho niente. Qualcosa non mi torna
né si torna più indietro, nemmeno a volerlo. Mi dissi Lillo, e il nome non agì...

giovedì 15 ottobre 2015

tre poeti

Tre poeti, uno per uno nella notte.
Il primo mi confida che compone
per avermi letto, ma senza mai capire dove
andassimo. Il secondo mi domanda della nebbia
in cui vaghiamo dal mattino e presto, aggiunge,
darò luce anche a te nella mia storia. Il terzo condivide la paura
di una vita senza un grammo di certezza e il dubbio
chi di noi si salverà domani? (Lasciata agli sportelli
ogni speranza di collocamento, oltre i cancelli
delle fabbriche o la scuola).

domenica 11 ottobre 2015

manuali

Io credo che chi traduce un testo letterario abbia a che fare con una materia per la quale non ci sono manuali, perché il traduttore a me sembra che deve essere anche lui in balia della propria impotenza, come dice Agamben, accettarla, accoglierla, fare come il poeta, coltivare la propria disperazione e avere una specie di fede insensata in un evento improbabile, perché è vero che noi siam dei meccanici, in un certo senso, ma siam dei meccanici che parlano di macchine «la cui storia, dentro di noi, non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà», come dice Manganelli, e mi viene in mente una poesia del 1933 di Osip Mandel’štam che dice, più o meno: «I tartari, gli uzbechi, i samoiedi, e tutto il popolo ucraino, e i tedeschi del Volga, perfino, aspettano i loro traduttori. E forse, in questo momento, un giapponese, mi sta traducendo in turco, e mi fruga l’anima». Ecco, secondo me uno che traduce, si prende prima di tutto quella responsabilità lì, di frugare l’anima, e non ci sono manuali per l’uso dell’anima, o se ci sono io non li conosco.

[Paolo Nori, dal suo blog]

siti su pasolini: il privilegio dello stile


Segnalo una bellissima e assai lucida intervista a Walter Siti su Pasolini e sulla sua eredità culturale, politica e letteraria. L'intervista è a cura di Giacomo Giossi e pubblicata sul blog Gli Stati Generali.
"Mi colpisce molto l’articolo di qualche giorno fa di Roberto Saviano in risposta alle accuse di plagio. Una sacrosanta difesa, però nell’ansia di difendersi Saviano dice una cosa che nessuno scrittore dell’età di Pasolini avrebbe mai detto, ossia dice che c’è un solo modo per raccontare i fatti il che è una cosa palesemente falsa. Saviano fa una distinzione tra fatti e interpretazione che classicamente è giornalistica, ma non letteraria. Qualunque letterato dell’epoca di Pasolini sa che tutto è interpretazione, anche una rappresentazione neutra è già di per sé tinta di emozioni. Insomma l’importanza che lo stile aveva per quella letteratura adesso è sottovalutato e subordinato ad un panorama linguistico internazionale. La posizione di Saviano è internazionale, mentre il privilegio dello stile è nazionale."

L'intera intervista può essere letta QUI.

come potrei essere così sciocco? (in umore notturno e mattiniero piovoso)


sabato 10 ottobre 2015

però so cantare

Nuovo spot con Bob Dylan, alle prese con Watson, intelligenza artificiale sviluppata da IBM.
Watson: «Ho letto tutti i testi delle tue canzoni.»
Bob Dylan: «Davvero li hai letti?» 
Watson: «Posso leggere 800 milioni di pagine al secondo.» 
Bob Dylan: «Sei veloce!» 
Watson: «La mia analisi mostra che i tuoi temi principali sono il tempo che passa e l’amore che se ne va.» 
Bob Dylan: «Beh, sì, mi sembra vero.» 
Watson: «Non conosco l’amore.» 
Bob Dylan: «Potremmo scrivere una canzone insieme.» 
Watson: «Però so cantare.» 
Bob Dylan: «Puoi cantare?» 
Watson: «Du bi bop, bi bop du.»

 

venerdì 9 ottobre 2015

icona

Fenomenale. Se cerchi Antonio Lillo su Google Immagini la prima foto che viene fuori (con tutte quelle di cui ho disseminato il web) è quella in cui sono nudo sulla tazza del cesso. Ma nemmeno Frank Zappa! Un giorno, quando sarò morto, sarà quella la mia icona, sono quasi certo. Sulla tazza scriveteci Europa.

lo sguardo dell'altro


il sindaco

Mi telefona il sindaco. Ha letto il mio libro. Mi dice che sono bravo ma pigro. "Come un gatto e di più..." Probabilmente ha ragione lui.

sudamerica

Mi ha appena scritto un avvocato sudamericano che mi ha trovato tramite Fb. Pare che io abbia lo stesso cognome del suo defunto cliente (morto in un incidente stradale con moglie e unica figlia), e mi chiede se sono disposto a dichiarare che sono un lontano parente rimasto in vita del fu cliente, per andare in sudamerica a reclamare la mia parte di eredità, che ovviamente ci divideremmo in due, io e l'avvocato, che mi aiuterebbe a disbrigare tutte le pratiche legali necessarie al riconoscimento... Che faccio? Vado?

di risvegli, ritratti, patate e coincidenze

Stamattina, appena sveglio, ho letto il commovente ritratto che Sergio Pasquandrea fa di Louis Armstrong nel suo libro Volevo essere Bill Evans (Fara 2014), raccolta di brevi testi sul jazz. Così mi è venuto da pensare a Woody Allen che in quell'altro commovente autoritratto che è Manhattan inseriva questo pezzo fra i motivi per cui vale la pena di vivere: Potato Head blues, uno dei primi capolavori di Armstrong, inciso nel 1927 dai suoi Hot Seven e che si avvale nell'intro di un favoloso interplay col clarinettista Johnny Dodds appena entrato nel gruppo, per poi dare spazio a 0.40 a uno dei più belli assoli registrati da Armstrong, senz'altro il più gioioso. Alcune di quelle piccole cose, insomma, per cui vale la pena di svegliarsi, e che mi andava di condividere con voi.
Ora che ci penso, questo post va dedicato anche a Marco Bertoli, che è in parte ispiratore del libro di Sergio e che proprio ieri pubblicava a sua volta un pezzo omaggio a Louis. Quando si parla di coinvidenze letterarie.

giovedì 8 ottobre 2015

anna lisa

dov'era aspra campagna e poi...

Dov’era aspra campagna e poi
ci hanno colato il cemento a farne
un ampio spiazzo senza fantasia
con in fondo una ferita ancora aperta
per piantarci un albero o forse un’aiuola
pareva tutto concluso.
Invece, se lo guardi dall’alto, non è.
Ci trovi le tracce di vita insospettabile:
i passetti sporchi di sabbia del gatto
notturno e l’ombra della cazzodda
che si muove, grigia anch’essa
e perciò mimetizzata.

mercoledì 7 ottobre 2015

7 ottobre


7 ottobre giornata epica, campale, da ricordare.
1) Per cominciare mi hanno chiamato dal Comune (!!!). Mi ha chiamato il nostro sindaco, per comprarsi il mio ultimo libro. Onore al merito del sindaco!
2) Poi un grande artista italiano (non anticipo il nome) ha accettato di fare la copertina del mio prossimo libro. Per cui ho il libro, ho la copertina, mi manca giusto un editore!
3) Nel pomeriggio sono stato coinvolto in un grande & bel progetto (di cui non so se posso dare ancora i particolari e per ora non li do) sull'amico Pasolini e che si terrà a fine novembre nel nord della Puglia e poi vi dico meglio.
4) Sergio Pasquandrea mi informa che la frangia indipendente della cultura perugina presto presenterà alcune mie poesie in una serata a tema sui poeti italiani ancora vivi e non posso che ringraziarli!
5) A fine mese sono a Montichiari per presentare finalmente il libro di Maria Nardelli e subito dopo a Noventa per ri-presentare Teo Custodero.
6) Per finire un mio amico ha vinto la sua lotta contro il cancro, e anche se questa è la notizia che, personalmente, mi riguarda di meno è quella che mi dà più gioia. C'è sempre speranza, nonostante fuori piova e piova. Non bisogna arrendersi mai.
O, come diceva Lyndon Johnson (immortalato da DFW nell suo racconto più bello): "Sempre tentare, sempre vincere!"

venerdì 2 ottobre 2015

il tic

Delle volte, a pensare che ho passato gli ultimi 5 anni a scrivere 3 libri uno più bello dell'altro, ma tutti quanti di poesia e per questo pochissimi li metteranno alla pari di un romanzo, persino del romanzo più scadente, certe volte se ci penso mi viene di pensarmi uno scrittore diversamente abile, e comincio per una sorta di tic a zoppicare vistosamente, a trascinarmi in giro, come se il mio stesso corpo, allarmato, non volesse seguirmi per la strada che ho preso.

una poesia di alfonso guida

Io non ho un pensiero politico. Sono privo di opinioni.
La Destra che è in tutti noi (così Pasolini), un po’ di sinistra, un po’ cristiano, cattolico, anarchico.
Nostalgia dell’umanità.
Linciaggio non finito delle opere d’arte del tempo.
Io non amo gli stucchi, io amo le crepe.
E se una persona ha ferite riconosco e mi sento meno solo.
Non credo nei partiti, come Kafka, tanto meno nelle coalizioni.
Nessun profondo sentire alto accomuna i fantasmi che si aggirano tra le stanze del potere. E c’è chi ne vuole.
Sto lontano da ogni trono e da ogni poltrona.
Ho un letto, a volte con un corpo non mio.
E un ragazzo poche sere fa mi ha sussurrato andando via nel buio: “ciao, infinito”.
Io vivo di queste umiltà. E se ne parlo non è per superbia.
La giornata è afosa.
Un libro di metrica arancione, il caprifoglio secco di giugno nel quaderno.

[inedita]

mercoledì 30 settembre 2015

il fusinato

Saba è nato a Trieste nel 1883. Il 1883 è stato – secondo il Pancrazi – un anno fausto per la letteratura italiana. Nacquero in quell’anno, oltre ad una delle opere più celebri di Gabriele D’Annunzio, Saba, Gozzano e Pinocchio. Siamo molto in dubbio che la nascita di Guido Gozzano rappresenti, per la letteratura italiana, una fortuna maggiore di quella che sia stata, al tempo delle belle cose di pessimo gusto, la nascita del Fusinato*, col quale il Gozzano ha grandi, fino ad ora insospettate, parentele; ma ringraziamo l’illustre critico per Saba ed anche per Pinocchio. 

[Umberto Saba, Storia e cronistoria del Canzoniere

*Arnaldo Fusinato, poeta risorgimentale di cui restano alla nostra memoria solamente due versi, ma lo restano in maniera indelebile. I due versi sono: «sul ponte sventola / bandiera bianca» usati da Battiato per la celebre canzone. Le vie della poesia (come quelle di Pinocchio) sono infinite.

martedì 29 settembre 2015

cosa mai potrà portarci il tempo...

Cosa mai potrà portarci il tempo
se non il rinsecchirsi delle dita ed il silenzio
più buio nel lento avanzare dell’inverno?
Non certo l’esperienza od il conforto
di un ultimo improvviso amore offerto
a un cuore più maturo. Ecco. Noi qui
si vive soli per sentirsi meno soli
di fronte alla speranza che tradisce.
Perché soltanto attraverso la poesia
ritorna tra le dita il verde che non tace.

venerdì 25 settembre 2015

il suicidio di babbo natale

«Mi raccontava Capossela che anche suo padre, visto che non c'erano soldi per fare i regali di Natale, piuttosto che deluderlo dicendo che Babbo Natale non esisteva, una sera è uscito col fucile, ha sparato due colpi in aria, poi è tornato dentro e gli ha detto: Babbo Natale quest'anno non porta i regali perché si è suicidato.» 

[Fabio Genovesi durante la presentazione di Chi manda le onde, ieri a Martina Franca, riportato a memoria]

giovedì 24 settembre 2015

una prole testarda

Talvolta
quando scrivo in curdunnese
lingua del paese in cui io sono
lingua un po’ di padre un po’ di madre
(allevati in campagna con accenti diversi
e a nozze accasati nel centro)
talvolta se scrivo mi sento un profugo in patria
che cerca d’esprimere mondi
limitato nel gergo nei modi
dalla sua povertà d’espressione
costretto da politica e scuole
all’autoepurazione dal dialetto
dalla sua storia non statale
ma orgogliosamente laterale mi costa
ogni parola
trovarla nel buio una fatica di madre
che concepisca una prole testarda
scontrosa e gracile al peso
ma tenacemente attaccata alla vita.

martedì 22 settembre 2015

trappola per topi


flauts vocis

Stamattina ripensavo al post di ieri di Saviano, sul «silenzio assordante» degli scrittori riguardo alla vicenda Erri De Luca. Io mi chiedevo però quali scrittori dovrebbero parlare. Chiunque, lo sappiamo, può dire che è tutta una porcata, ma poi chi lo ascolta? È uno scrittore che conta, che vende, o è una mezza calzetta, uno da nemmeno 1000 copie? Perché una voce nel deserto è inutile esattamente come una voce che non parla. E allora ho pensato a quale fra gli scrittori che smuovono le masse, che fanno tendenza, opinione, potesse prendere parola in difesa di De Luca o per denunciare la porcata che gli è stata fatta. Ho consultato l’elenco dei best sellers. E mi sono immaginato Fabio Volo, l'invisibile Ferrante, persino Camilleri con la sua raucedine, me li sono visti lì, al tribunale, a sobillare le folle contro l'ingiustizia subita dal collega. E mi è venuto da ridere. Mi sono tornate in mente le battaglie sui quotidiani di Pasolini, Moravia, Calvino, per fatti come i delitti del Circeo, l’avvento del capitalismo, il processo alla dirigenza della DC, quelle battaglie in cui si è formato De Luca. E ho capito che non sono gli scrittori a essere muti, ma i tempi a essere autistici. Guarda tu come stiamo messi male, ho pensato poi per stemperare, che le uniche voci che consideriamo degne di ascolto, le nostre voci civili, stanno tutte in gabbia: la gabbia dorata di Saviano, quella carceraria (presto) di De Luca, quella editoriale di Serra, che si ritaglia ogni giorno nella gabbia grafica 9x13 cm del suo giornale, proprio come fanno tutti gli altri, adattandosi al regolamento di condominio, alla castrazione delle corde vocali. Quelle sono le voci, questa la nostra miseria. E gli altri? Anche se parlano non serve, non servono loro a nulla. E non perché il silenzio è assordante, ma perché le loro voci sono troppo sottili, quasi bianche, le orecchie di chi ascolta piene di cerume.

domenica 20 settembre 2015

la caccia

Il ministro dell’Ambiente, per regolamentare il flusso ormai invadente degli hipster che appestano le strade ha deciso di dare inizio, con la stagione estiva, alla caccia del coglione. La gente, e in particolare gli hipster – che poi sono quelli che maggiormente odiano se stessi – prima è accorsa entusiasta a raccattare i fucili, poi è venuto fuori che c’era una gran confusione a riguardo, mancando le specifiche intorno alla definizione di coglione. Hanno così cominciato a sparare a casaccio su tutti, gli hipster certo, ma anche quelli alla moda di qualsiasi moda, gente che vota ancora Democratico, altri che ai mondiali tifano Germania perché bisogna essere sportivi, altri ancora che provano a infilarsi dovunque e senza più dignità perché da qualche parte il posto fisso arriverà. Hanno poi abbassato il tiro e hanno cominciato a sparare a quelli che vogliono salvare il mondo con l’arte, a quelli che se ne vanno all’estero per fare i camerieri e a quelli che restano qui per fare i camerieri, ai giornalisti senza testata, agli studenti senza futuro, agli insegnanti precari che non è solo un ripiego, ai dottori avvocati e agli avvocati dottori, ai professionisti che non lavorano in nero, alle ragazzine che si fanno mettere in cinta ogni sabato sera, a quelli che ancora credono nel Popolo di qualsiasi popolo si tratti, e a quelli che credono che il vino non sia per forza rosso sangue, a quelli che bestemmiano davanti alla tv e a quelli che invece vanno ancora a pregare che qualcuno per favore, per favore ci aiuti, a quelli che non mangiano più carne e a quelli che ne mangiano troppa, poi si giustificano dicendo che ci hanno fatti carnivori per un motivo: mangiarci fra di noi come le bestie. Hanno sparato su tutti senza filtri. Si è fatta dell’erba un fascio solo perché vai a distinguere tu fra così tanti coglioni. Coglione per coglione spara a tutti, si son detti. Non è rimasto più nessuno. Una strage dei bei tempi. Gli unici a salvarsi sono stati quelli al potere (di qualunque partito, lobby, associazione, società, chiesa o banca essi siano) perché quelli al potere, si sa, non sono per nulla coglioni, sono troppo furbi per essere persino nominati.

sabato 19 settembre 2015

sangue

Mio fratello si sveglia nella stanza sul retro poco prima dell’alba e sente i rami picchiettare contro la finestra del piano di sopra. Fine estate de ’45 ed tornato a casa da una guerra. Aspetta che la luce allaghi la stanza quando si alza un grido, la mia voce in sogno. Più tardi insieme scorrazzeremo per i campi al limitare della città mentre l’erba ci fischia intorno. Non mi chiederà se fosse mio il grido che ha sentito; invece mi seguirà nelle boscaglie ombrose dove vado sera dopo sera a conversare con radici ritorte e rampicanti. Altri vengono in coppia in inverno a respirare il cielo gelato, in primavera per gli aromi della terra, ragazzi e ragazze in cerca di se stessi. Mostro a mio fratello un fitto nido di uova infrante, la tana appena scavata dal topo di campagna. L’oscurità comincia a raccogliersi tra i rami, i venti si levano fino a che i boschi piangono la fine del giorno. Ci dirigiamo verso casa parlando di progetti per l’anno a venire. È ancora estate anche se le stagioni ci soffiano intorno – pioggia e nevischio in agguato nell’aria grigia che respiriamo – il futuro che viene verso di noi nell’ombra nera dell’olmo, due fratelli – quasi un unico uomo – tenuti insieme da ciò che non possono condividere. 

[Philip Levine, traduzione Giuseppe Strazzeri, Notizie del mondo, Mondadori 2015, pag. 67, 69]

venerdì 18 settembre 2015

yakov

Mio zio mi raccontava della baracca nella foresta, la sua casa per anni – trentacinque o più – ha perso il conto. Da miglia di distanza nel discendere la valle mentre la sera si raccoglieva nei rami di larice e di quercia sentiva l’odore del fumo di legna, il filo sottile che lo riportava sempre a casa. «Il silenzio, era tutto, era ogni cosa.» Persino i lupi, mi diceva, si muovevano tra gli alberi trattenendo il fiato. I merli sparivano ore prima del tramonto. La neve cadeva solo al buio così che all’alba il mondo era nuovo. Come viveva, cosa mangiava, come si vestiva, con chi parlava, cosa condivideva, non lo disse mai. Il primo fumo avvistato, il silenzio, i lupi invisibili, le loro orme stampate nella neve, le quotidiane sparizioni, il sole che sorgeva, il sole che moriva, l’assenza di un’altra voce, di una qualunque voce umana, questi i suoi compagni, la sua Siberia. La sua Detroit era ben altro: nel retro dell’Autoricambi una lampadina oscillava nuda su di lui mentre chino sul mestiere sbagliato nel posto sbagliato faceva il proprio ingresso nell’epica non scritta del tedio, una sigaretta in una mano, tre dita superstiti nell’altra. Yakov, il mio vecchio socio d’officina, un giorno appese il suo grembiale, posò guanti e polsiere, e si dileguò in fumo. Se comparisse ora alla mia porta nel suo viaggio diretto verso il nulla gli darei il bentornato con vino nero e pane nero, un bicchiere di tè, un pavimento di assi per dormire, e la speranza che il nuovo giorno gli porti la musica del silenzio. 

[Philip Levine, traduzione Giuseppe Strazzeri, Notizie del mondo, Mondadori 2015, pag. 35, 37]

due poesie di nelo risi

Due poesie in ricordo di Nelo Risi, ieri scomparso, e una delle più chiare fonti poetiche del nostro paese.

SOTTO I COLPI

C'è gente che ci passa la vita
che smania di ferire:
dov'è il tallone gridano dov'è il tallone,
quasi con metodo
sordi applicati caparbi.

Sapessero
che disarmato è il cuore
dove più la corazza è alta
tutta borchie e lastre, e come sotto
è tenero l'istrice.

[Pensieri elementari, Mondadori 1961]


MADRIGALE

Ho fatto un pieno di versi
per la traversata dei deserti
dell'amore, là dove il viaggiare
più comporta dei rischi, dove
occorre tenere gli occhi bene aperti
perchè non sempre regge il cuore

A malapena si conserva un viso
se il tempo ingoia il resto;
con un ritratto appeso non si va
molto lontano, a meno che un sorriso
una figura non venga a divorarti
con dolcezza, un modo ancora
per stare con la vita.

[Il mondo in una mano, Mondadori 1994]

mercoledì 16 settembre 2015

stroncature

Ho appena letto una bella recensione di Ennio Abate (sull'ultimo numero della rivista Il Segnale) che distruggeva si-ste-ma-ti-ca-men-te, cioè smontandolo pezzo per pezzo ed evidenziandone i suoi punti deboli, non solo a livello formale ma anche nelle ambizioni e come specchio storico-sociale, l'ultimo libro di Aldo Nove, Addio mio Novecento. Titolo della recensione, appropriato: Nove senza Novecento. Ora, indipendentemente dal fatto che si sia d'accordo o meno col giudizio di Abate, è proprio bello vedere che si fanno ancora di queste stroncature, pacate, pensate, nette, non buone ma nemmeno feroci, che ormai mi pare tutto debba sempre essere espresso non come lotta, ma come estremismo, rabbia fine a se stessa, e che va o sempre più sul personale ("il libro è brutto perché lo scrittore è stronzo" che è già di per sé un'assurdità, visto che si sa molti grandi scrittori sono degli indiscussi pezzi di merda) oppure sul politichese ("il libro è brutto perché quello sta da un lato, oppure dall'altro, o in alto o in basso" o al contrario, molto più frequentemente, "il libro NON PUO' essere brutto perché quello sta da un lato o dall'altro o in alto o in basso" e quindi ne parlo bene anche se non mi piace, oppure tergiverso, non prendo posizione, che è un po' un'altra forma di ipocrisia intellettuale). Nulla di nuovo, intendiamoci, si è sempre fatto. Ma, per dirla in due parole: che palle!