lunedì 30 novembre 2015

margherita

Dopo Lillus, Lilli, Lilluzzo, Lilletto, Lillino, Lillò, Lillo Magillo, Lillo il cane saggio, Lillonio, Lillantonio, Kill Lill, ecc. oggi, ero in posta ed è risuonato alle mie spalle, per la prima volta, Lilloskij. Mi sono sentito come una margherita che si apre nei suoi petali, attraverso le mille declinazioni del suo nome.

sabato 28 novembre 2015

cappotti e panchine

Ho fatto un sogno. Cechov, sulle rive del Mar Secco, mi dava i suoi consigli per scrivere dei buoni racconti. Il primo fra tutti, mentre ci aggiravamo come pazzi lungo le rive colpite dal Maestrale: «Per favore, assicurati sempre che i tuoi personaggi abbiano dei buoni cappotti, almeno in senso gogoliano, ma soprattutto che ci siano delle panchine dove fermarsi per riposare, che ogni tanto, a furia di parlare, ti viene male ai piedi!» Poi è suonata la sveglia e mi sono svegliato con la sensazione che lui, di là, continuasse a borbottare da solo, mentre mi allontanavo verso il letto.

venerdì 27 novembre 2015

sogni ai sempliciotti

Ho fatto un sogno. Dio faceva l’imprenditore di un call center erotico. Gli ho detto: «Dio, ma che fai? Sei un mucitone!» E lui mi ha risposto: «Regalo sogni ai sempliciotti, e quello che guadagno lo do in parte in beneficenza, in parte all’otto per mille. Così sono tutti contenti, i poveri eppure il Vaticano…»

prima del sonno

Ci osservano, tutte le sere dall’esterno attraverso la finestra che confonde i profili coi nostri riflessi mentre ceniamo, come se fossero qui con noi mentre sorseggiamo una tisana prima del sonno. 
Lo sono, ma in un modo speciale, dal punto preciso che hanno scelto per guardarci e non vorrebbero mai modificare nemmeno a un nostro invito, un punto alla perfetta distanza dal cuore, lì oltre la finestra nel primo freddo dell’inverno, liberatorio.

lunedì 23 novembre 2015

io con dio (la casa)

Un giorno morirò, andrò in Cielo e incontrerò Dio. La prima cosa che gli dirò sarà: «Ma si può sapere che ti ho fatto di male, che in vita, da che mi ricordo, mi è toccato sempre di vivere in case fredde, ma talmente fredde che alla metà di novembre non mi sento più le dita delle mani quando scrivo?» E lui, lo conosco bene il maledetto, lui mi risponderà così: «Lilluzzo, era per frenare i tuoi bollenti spiriti, che se ti davo una casa coibentata poi chissà che mi combinavi!»

giovedì 19 novembre 2015

malelingue mie, adorate...

Malelingue mie, adorate,
per quanto ci proviate:
io non mi fidanzo, ricordate.

alla guerra, alla guerra!

Lo sapete, vero, che a furia di dire che siamo già in guerra poi alle fine in guerra ci finiamo per davvero? Nel senso che una cosa è dirla e una cosa è farla, non è la stessa cosa. Io per me dico che noi in guerra non ci siamo ancora (io almeno, in base ai miei valori, non sono in guerra con nessuno e non credo di essere il solo) ma credo che è in atto una chiara volontà mediatica (e politica e economica) di inculcarcela la guerra, di parlarcene e farcene parlare a tal punto che poi la guerra ci sembrerà una conseguenza inevitabile. Quasi tutto si può evitare, se si vuole, soprattutto una cosa grossa come una guerra. Bisogna vedere se e quanto si vuole. Io per me, lo confesso, quando ho saputo dei morti di Parigi, la prima cosa che ho pensato è stata: ecco, ci stanno apparecchiando una guerra. E non ero tanto addolorato, quanto arrabbiato, e non con l’Isis. Poi sarò cinico in queste cose, ma per me vale ciò che scrive Bertold Brecht in quella poesia citata da Gino Strada, lungimirante, il giorno dopo gli attentati: in guerra, sia dalla parte dei vinti che dalla parte dei vincitori, quelli a soffrire sono i poveri. Ancora più, aggiungo, degli stupidi.

lunedì 16 novembre 2015

ho pietà della povera fallaci

Ho pietà della povera Fallaci
la cui parola vale meno di niente
senza più capacità di difesa
da chi la adula e la offende.

Quanto vale il pensiero svalutato
di un’assente – pensiero che non vede
più il presente? Vale meno di niente.
E che sia savia o matta che importa?

Lei è morta. Indistinta sul vetro
moscerino spiaccicato nella corsa
ridotta a uno sputo a una macchia
senza storia che non sia rancore.

Ma la sua diversità è sua persino nell’errore.
Potesse ribadire a chiara voce:
«Anch’io sono vissuta – ricordate! –
proprio come voi: una donna armata

del mio cuore del mio nome
e poco altro» forse farebbero attenzione
pronunciando/denigrando le parole
di un cuore non loro.

ora citano neruda i pacifisti

Scrive Pablo Neruda: «La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il pane». Capisco le loro buone intenzioni, ma la poesia, per come la pratico e so, e sa lo stesso Neruda, è una continua dichiarazione di guerra. Contro la stupidità, la banalità e la mediocrità di tutte le facili soluzioni. È un continuo stare all’erta nel buio, ed anche la paura stessa del buio. Chi scrive poesie non dorme mai, vi assicuro. E quando dorme, sogna. E non sogna il pane che si farà corpo, ma la parola che griderà i peccati del mondo, come vino e sangue in remissione dei peccati.

domenica 15 novembre 2015

una poesia di bertold brecht (sempre utile ai tempi che corrono)

A QUELLI CHE VERRANNO

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola più innocente è folle. Una fronte distesa
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia.

Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti reati!
Quel tipo che attraversa tranquillo la strada
è forse meno raggiungibile dai suoi amici
che soffrono?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un caso. Niente
di ciò che faccio mi dà diritto a sfamarmi.
Per caso sono stato risparmiato. (E quando cesserà la mia fortuna
sarò perduto).

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché ne hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere d’acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.

Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire essere saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il nostro breve tempo senza paura.
Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri ma dimenticare,
tutto questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
davvero, vivo in tempi bui!

[…]

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlerete delle nostre debolezze
anche i tempi bui
dai quali voi siete scampati.

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio verso la bassezza
distorce i tratti del volto.
Anche l’ira per le ingiustizie
rende rauca la voce. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l’uomo sarà amico dell’uomo
pensate a noi
con indulgenza.

giovedì 12 novembre 2015

quasi era buono abbastanza

Quasi era buono abbastanza... dove quel "quasi" si avvicinava a Neil Young. Se Jason Molina non fosse morto, ce l'avrebbe fatta.

degi degi

Un pezzo molto particolare questo di Don Cherry, che fu stretto collaboratore e amico di Ornette Coleman e qui è all'apice della sua fascinazione per il Miles Davis elettrico. L'ironia sta nel fatto che Miles aveva "ideato" il jazz elettrico (poi fusion) proprio in opposizione alla rivoluzione Free di cui Coleman (e con lui Cherry) fu il maggior rappresentante. Il pezzo è contenuto nell'album Brown Rice del 1975, anno in cui un Miles ormai esausto e con vari problemi di salute si ritira dalle scene, e riscuote un grandissimo successo. Di lì a quattro anni Cherry completerà questo suo viaggio nel mondo del rock collaborando con Lou Reed a uno dei suoi pezzi più oscuri, The Bells, omaggio alla poesia visionaria di Edgard Allan Poe. 

mercoledì 11 novembre 2015

scrivo perché tu esista...

Scrivo perché tu esista,
ti scrivo
perché è un altro modo di inventarti
e perché tu sappia
che so godere di te anche da lontano.
Ti scrivo
perché una tua parola prenda forma;
ti scrivo
perché la nostra immaginazione
attenui la brace dei corpi;
ti scrivo in balia delle vocali,
immaginandoti fortemente.

Ti scrivo per farti trepidare,
ti scrivo perché ti si inumidiscano gli occhi,
ti scrivo perché tu smetta di essere una finzione.

Oggi ti dico una sola parola,
te la affido tra le ceneri
e il silenzio.

[Rafael Ángel Herra, Scrivo perché tu esista, trad. Franco Sepe, plumelia edizioni, 2011]

(consigli) a un poeta

Smetterla di darsi a giovani donne che
(per vanto) vogliono darsi a un poeta.
Ci soffri tu ma (di più) ci soffrono i reni.
Non hai più l'età per farlo in auto.

martedì 10 novembre 2015

#sfamaunoscrittore

Oggi ha suonato a casa mia un tizio, scuro di pelle, con gli occhiali, che mi ha detto di avere un sogno nel cassetto: vendere il suo libro porta a porta a quanta più gente possibile per dare una speranza al suo futuro da romanziere, e provare anche a rendere il mondo un posto migliore promuovendo un po’ di sana lettura, fuori dai freddi schemi del mercato. Così, si è inventato una campagna porta a porta chiamata Sfama uno scrittore. Uno solo però, che con quello che ti serve per sfamarli tutti, ci paghi i debiti di uno stato dell’Africa. Devo dire che, sulle prime, con tutto sto discorso sul rendere il mondo un posto migliore l'ho guardato con sospetto. Mi sono detto: «Sarà uno che vuole propinarmi qualche opuscolo religioso, o magari una nuova offerta sul risparmio elettrico». Così, l'ho tenuto dall'altra parte del cancello chiedendogli: «Scusi, ma lei ce l'ha o no il tesserino?» Quello dall’altra parte mi dice, pieno di entusiasmo: «Ma no, si fidi, si fidi, non mi serve il tesserino. Voglio solo parlarle del mio libro. Le racconto la trama…» A quel punto, a forza di vederlo sorridere, ho creduto che magari era solo un povero tossico disoccupato che cercava di propinarmi qualche vecchio volume rubato al mercatino dell’usato, in cambio di pochi spicci per farsi una dose. Gli ho gridato: «No guarda, amico mio, ti do anche una mano, ti regalo una briosce sei hai fame, ma la droga da me non te la paghi. Sono contrario a queste cose». Quello, imperterrito, con innocenza o faccia tosta, non so, continuava a ripetermi che lui era diverso, che voleva solo propormi il suo libro. Così, illuminato, a me è venuto da pensare che magari è uno di quei poverini che si stampano un libro coi propri soldi e poi cercano di venderlo in giro per rifarsi le spese, ma soprattutto per dire che esistono anche loro. Io, che sono sensibile a queste cose, mi sono pure commosso. Gli ho detto: «Senti, ma guarda che alla fine io e te ci assomigliamo. Anche io, vedi, mi pubblico i libri, per darmi un po’ di spazio nella vita. Senti, facciamo una cosa. Non ho spicci con me, così non ti posso dare soldi, che mi pare anche squallido fra scrittori. Ma se ti va facciamo uno scambio. Tu mi dai il tuo romanzo e io in cambio ti do la mia raccolta di poesie, mi sembra più bello. Che me pensi?» Quello allora comincia a guardarmi male, come se fossi io il pazzo dei due, e mi grida: «Ma secondo te, io, il mio libro, come me lo pago, con le tue poesie? Che la poesia si mangia, adesso? Su, cerca di essere serio. Se vuoi darmi una mano me la dai, altrimenti lascia perdere. Eccheccazzo, è mezzora che parlo, non hai capito niente, mi pari scemo...» A quel punto, ferito nell’orgoglio, gli ho chiuso la porta in faccia. Proprio come faccio coi venditori di aspirapolvere. Più tardi, per caso, l'ho rivisto in questo video, mentre si promuove il libro. Non ci credo. È finito sui giornali. C’ha più spazio lui che il tipo che è evaso l’altro giorno dall'ospedale come in un film con Al Pacino. Pensa che succedeva, mi sono detto, se invece dei libri ti vendeva i robot da cucina! 

alias

Ho fatto un sogno, in cui c'era questo tizio che viveva in un castello gotico, pieno di statue orrende sulle mura e ombre lunghissime e nere sotto il sole delle tre, anche se il castello era invisibile, e sorgeva nel campetto abbandonato dietro casa. Questo tizio ricicla sogni venuti male per farne statue che vorrebbero sembrare copie di De Chirico ma sono solo brutte copie di quelle di Robert Rauschenberg. Un disastro. Nel sogno ho provato a fotografarlo mentre si accoppiava al balcone con un ragazzo di vita che però sembrava, per via dei suoi baffi, un clone di John Holmes, e lo stesso castello trasudava, per l'ansia, come formaggio stagionato. Nulla, insomma, sembrava più quello che era, o meglio, tutto alludeva ad altro. E anche io, mentre sognavo, mi sono perso il finale del coito per dar retta a un passante in bicicletta che mi chiedeva indicazioni per Glasgow.

lunedì 9 novembre 2015

tecnica e stile

Stamattina ho ripensato alla querelle Muccino-Pasolini degli ultimi giorni, e mi è venuto in mente che le parole di Muccino sono, in sostanza, le stesso che vennero pronunciate nel lontano 1863 dai pittori del Salon di Parigi contro gli impressionisti (per i quali venne poi fondato il Salon des Refusés per esporre le proprie opere). «Non hanno tecnica» dicevano i pittori parigini degli impressionisti, «sono degli analfabeti che vogliono dirci qualcosa senza avere i mezzi per farlo». Non è che i pittori del Salon avessero torto, almeno dal loro punto di vista, così come non ce l’ha Muccino quando dice che Pasolini fece cinema senza avere acquisito prima la tecnica, che impari andando a bottega. Pasolini, che era uomo intemperante, semplicemente non voleva perdere tempo e usò il suo genio e la sua esperienza artistica per sopperire alle falle. Una cosa, peraltro, sbagliatissima da ammirare, perché funziona una volta su mille, non tutti sono in grado di ripeterla. E Muccino, in sostanza, ha detto anche questo.
È solo che per Pasolini, così come per gli impressionisti, e dopo gli impressionisti per Van Gogh, che a sua volta fu da loro guardato con sospetto (e così per altri che come loro hanno trovato posto nel Salone dei Rifiutati della storia), non si parla mai di tecnica ma di linguaggio, che è diverso, o di stile, personalissimo, o di poetica. Non a caso Pasolini parla del suo come di «Cinema di Poesia», definizione tanto impalpabile quanto suggestiva per indicare qualcosa che, per quanto discutibile, non si può giudicare coi normali parametri della logica. 

  

Nell’immagine, Colazione sul'erba, di Edouard Manet, rifiutata dal Salon di Parigi nel 1863, e per esporre la quale (insieme a opere di altri impressionisti), venne poi inaugurato il Salon des Refusés.

domenica 8 novembre 2015

pranzo di famiglia

A tavola guardiamo la diretta della Lega da Bologna. Ascoltiamo Berlusconi e Salvini. Mio fratello fa notare che Berlusconi, che ha l’età di mia nonna, per il rilancio del Paese chiede meno Stato ma più Polizia. «Putin gli ha dato alla testa!» commenta mio fratello. Salvini non è commentabile, e infatti notiamo hanno tolto il sonoro alla piazza mentre parla, forse per nascondere i fischi dei parassiti dei centri sociali. Dico “parassiti” perché è lui stesso a distinguere l’umanità in produttori e parassiti. I produttori sono evidentemente i suoi elettori, i parassiti tutto il resto del mondo. Cita addirittura Salvemini a un certo punto, tanto per fare quello di vedute aperte, e tifa Valentino Rossi che non è un evasore parassita, lui, ma solo una vittima dell’invidia. Scopro che mio padre si vanta con gli amici di non aver MAI votato Berlusconi. Il che mi mette il dubbio sugli amici di mio padre. Poi si volta e fa: «Ma lo sai che in giro dicono che sei comunista? Che cazzo vai dicendo alle persone?» Io non ho detto nulla. E mia madre aggiunge: «Antonio, non t’ho insegnato niente? Non si dice a nessuno per chi voti!»

sabato 7 novembre 2015

titoli

Stavo pensando che ci sono dei titoli che spesso, da soli, valgono l’intero libro. Lo arricchiscono, lo completano o, addirittura, in certi casi sono un’opera a parte. Dei titoli capolavoro che ti bastano quelli per sentirti sazio, o stimolato (e a volte ci sono solo quelli, nel senso che il libro non vale il suo titolo). Di quest’ultima categoria di titoli, ho fatto un piccolo elenco dei miei preferiti, aggiungendone alcuni che man mano che li raccoglievo mi suggerivano gli amici. E a voi, ne vengono in mente altri?

Che tu sia per me il coltello; 
L’insostenibile leggerezza dell’essere; 
La solitudine dei numeri primi; 
Va dove ti porta il cuore; 
La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata; 
Il senso di Smilla per la neve; 
Quel che resta del giorno; 
Sputerò sulle vostre tombe; 
Questo non è un paese per vecchi; 
Ogni cosa è illuminata; 
Il silenzio degli innocenti; 
Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano; 
Igiene dell’assassino; 
Il passato è una terra straniera; 
Il nome della rosa; 
Chiedi alla polvere; 
Ingannevole è il cuore più di ogni cosa; 
Figli di un Dio minore; 
L’oceano in fondo al sentiero; 
Tenera è la notte; 
La cognizione del dolore; 
Perturbamento.

martedì 3 novembre 2015

tema: la mia passione più profonda

Una decina di anni fa realizzammo con la libreria L'Approdo un concorso di scrittura per gli alunni delle scuole medie. Ne vennero fuori una serie di temini veramente belli. Non mi ricordo più quale tema vinse il concorso, ma stamattina, mentre rimettevo a posto uno scaffale ho ritrovato questo che, all'epoca, è stato uno dei miei preferiti. 

Sono un appassionato di storia e geografia e lo sono così tanto da non perdere mai un documentario su questi argomenti. Quando poi mi capita di leggere un libro dello stesso genere, rimango immobile sulla sedia e la mia anima e il mio pensiero si trasferiscono nel tempo e nel luogo descritti nell'opera. Mi sento così protagonista degli eventi storici ed esploratore di ambienti nuovi con animali sconosciuti e rari. Per me la storia è come la preparazione di un piatto come le lasagne alla bolognese, mentre la geografia è come un bicchiere di acqua versato per terra che scava nel terreno tante gallerie che non ti fanno trovare più la strada di casa e che ti portano verso zone inesplorate dell'universo o dritto a una cascata che smuove le acque degli oceani.

F. B., classe 1a A

una poesia di giuseppe goffredo

I fringuelli deliziosi di maggio
appostati come fiori di fieno
nel fieno mi chiedono: cisitù?
cisitù? cisitù? cisitù? cisitù? cisitù?

il rompiballe

‪Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2007

Il Popolo d'Italia, fondatore Benito Mussolini, maggio 2008

l'aia

In principio gli uccelli volavano, ed erano creature di Dio. Volavano gli angeli, ed erano creature di Dio. Uomini e donne avevano lunghi arti e schiene lisce che Dio aveva creato così per una ragione. Cimentarsi col volo significava cimentarsi con Dio. Ne sarebbe nata una lunga battaglia, ricca di leggende istruttive.
Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi, 2013

Ero tornato nella vecchia casa dei mie nonni, ora diventata un purgatorio degli uccelli. Gli uccelli stavano in semilibertà nell’aia dove un tempo raspavano solo le galline, ma non potevano oltrepassarne i cancelli e nemmeno volare, mentre i loro nidi erano custoditi in casa, ordinati in una lunga sequenza di scaffali. Il museo era custodito da un vecchio che ricordavo di aver già visto ma senza certezze, e ad accogliermi al mio ingresso c’era anche il sindaco. Mi sono diretto subito verso l’aia che era diventata una sorta di campo sterminato e brulicante di uccelli di qualsiasi specie, volgari o nobili, le cui teste colorate spuntavano dalla massa di penne e di piume svolazzanti, di richiami diversi, striduli e gutturali, in continuo bisticcio peggio che sotto la torre di Babele. Il custode mi ha spiegato che quelle erano in realtà le anime dei morti in attesa della fine del mondo. Alla fine del mondo il cancello dell’aia sarebbe stato aperto e ogni uccello, recuperato il suo nido, avrebbe spiccato il volo a prendere posto sul ramo di un grandissimo albero che si vedeva anche da lì, a distanza. L’albero era Dio. Ho chiesto al custode se c’era anche mio nonno fra i pennuti e lui mi ha risposto di sì, che si era trasformato in un passerotto da combattimento. «Un passerotto da combattimento, – ho chiesto – e che sarebbe?». «È un uccellino che durante le guerre si infila negli zaini dei soldati a portargli fortuna in cambio di poche briciole di pane. Peccato che qui non ci sono guerre, e allora ci si annoia». Sentivo, intanto, come una lieve pressione risalirmi lungo la schiena, arrampicarsi in maniera delicata. Era mio nonno, che non potevo vedere, ma si aggrappava con le sue unghiette al maglione e poi con un ultimo frullo mi saliva in capo, a beccarmi lievemente sulla testa per farsi sentire, per salutarmi, e dire a modo suo che stava bene e in salute. Accompagnato da mio nonno e dal custode ce ne siamo andati a zonzo in quell’enorme piazza abitata ad ascoltare le storie degli uccelli in attesa del volo. Poi siamo entrati nel vecchio forno a cercare delle briciole di pane per mio nonno, e ci abbiamo trovato il sindaco. Era tardi, così ci stava preparando una frittata: «Qui a parte i sogni manca tutto, ma almeno siamo pieni di uova».

lunedì 2 novembre 2015

essere o tenere

Penso all’opposizione fondamentale di Fromm, «essere o avere», e penso come la stessa, trasportata a Sud, cambia colore, perché qui il verbo «avere» non esiste, non si usa, è un prestito dell’italiano al nostro dialetto più profondo. A Sud non si dice «avere» ma «tenere», io non ho, tengo. È una differenza importantissima, perché la lingua, al di là di quanto ci fanno credere quelli che decidono per noi, non è solo un fatto di colore, la scelta di un vestito o una opzione economica, no, la lingua che parli dà un significato diverso a come guardi il mondo. Così «avere» è una condizione fuori dal tempo: io ho qualcosa da sempre, posso perderla certo, ma è mia di diritto; «tenere», invece, è una condizione provvisoria, un colpo di fortuna o di furbizia, qualcosa che mi sono conquistato, ma che trattengo finché posso, non è mio e già domani potrebbe essermi strappato e tornare in gioco. «Tenere» è il verbo dei poveri, di chi ha fame e morde l’osso con rabbia. In questo senso, tradurre l’opposizione di Fromm in «essere o tenere» cambia tutto, una opposizione così ti fa già precario nell’anima, già votato a quel nulla che ti spetta per nascita, oppure all’«essere» che qui, una volta, si identificava in due modi: o col rispetto e l’onore garantito ai galantuomini, per quanto poveri, dalla loro parola; oppure, per gli ultimi, non con l’essere uomo, ma con l’identificarsi in tutto e per tutto con Dio, centro del mondo, come se fossimo, noi, cosa sua. Dio ci teneva stretti e solo lì, fra le sue fauci, eravamo al sicuro.

il guaio


«Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi non erano né perversi né sadici, bensì erano e sono tuttora terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica [...] che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generi humani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male». 

[Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1964]

domenica 1 novembre 2015

lecce 1997. parlando di morti che resuscitano...


citazioni (colte o meno)

«Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». Cinquant’anni dopo ho perso il conto di quanti mi hanno ridato indietro un libro e detto: «No, io non leggo, non ho tempo», oppure mi hanno ridato indietro un libro e detto: «Adoro leggere, ma la poesia non tanto la capisco…». Credo ci siano più lettori di poesia in Groenlandia, fra le foche, che in Italia. Poi certi vanno in piazza, a sentire Benigni e mi dicono orgogliosi: «Però quel Dante lì, come mi piace». E non sai mai se intendono Alighieri o si confondono con Dente. La divina Commedia di Dente, vi giuro che è possibile. Viva il giorno dei morti.