giovedì 29 dicembre 2016

81

Nella città su cui governa la Principessa Sanguinaria, tutti gli uomini, una volta o l’altra, si innamorano della Principessa, e si presentano a corte per chiederla in moglie. Ella non dice mai di no, ma propone all’uomo che la chiede in moglie un quesito: qualche volta è complicato, qualche volta è semplice, proprio un quesito da scuola elementare. In ogni caso, il corteggiatore farà inevitabilmente un errore, forse un errore irrilevante, ma che non sfuggirà mai alla Principessa, e il corteggiatore verrà ucciso. Il giorno dopo si presenterà un nuovo candidato, e non avrà sorte diversa. In realtà, la Principessa è donna delicata, affettuosa, che niente di meglio desidererebbe che sposare un giovane senza casato né fortuna, e abbandonare quel suo terribile compito, giacché solo di un compito impostole si tratta. Infatti, la Principessa deve ubbidire ad un Re Sanguinario, che le suggerisce i quesiti, ne esamina la soluzione e le indica l’inevitabile errore, e insieme le comanda di procedere a giustiziare il temerario corteggiatore. Ma il Re Sanguinario a sua volta maledice il suo tristo compito, e nulla di meglio desidererebbe che leggere i classici, viaggiare in cerca di cattedrali antiche, e libri dimenticati dagli uomini. Non vorrebbe uccidere nessuno, e non di rado piange assieme alla sua cara Principessa, ma egli deve ubbidire all’Imperatore Sanguinario. Costui ogni settimana convoca il Re, e gli chiede quanti sono stati uccisi, e in che modo; e quando il Re gli descrive la sorte terribile di quei giovani incauti, egli ascolta assentendo, come se le cose andassero proprio nel modo che desidera, e alla fine si congratula con il Re, che in cuor suo si strappa i capelli e maledice se stesso e l’Imperatore. In realtà, l’Imperatore è un omaccione che ama la caccia, i buoni e grassi cibi, il vino e le cantate dopo cena; gioca con cani e gatti, e ci tiene ad essere generoso con i poveri; ma anch’egli deve ubbidire. Ogni mese egli lascia il castello e si reca in mezzo ai monti, davanti ad una caverna in cui non osa entrare; ma, fermo sulla soglia, racconta a voce alta quanta gente è stata uccisa e dove e come. Dall’interno una voce risponde con ringhi e mugghi, e potrebbe anche essere la voce di un drago, o di un vulcano, o di un fantasma. Stranamente, quella voce si placa in una sorta di mormorio, che ha in sé qualcosa di benevolo. Allora l’Imperatore si avvolge nel suo manto, e si incammina di nuovo verso il castello, chiedendosi a chi mai egli ubbidisca, se demonio o dio, o se quello stesso cui obbedisce sia un demonio che ubbidisce ad un dio, o dio fatto schiavo dal demonio. 

[Giorgio Manganelli, Centuria, Adelphi 2013]

tutti i giorni

Tutti i giorni lo raggiunge in treno dal paese vicino. Arriva lì la mattina presto e percorre la strada sul lato in ombra per infilarsi nel suo palazzo. Restano insieme per tutta la mattina, perduti in un amore che ha confuso il giorno con la notte. Lui è sposato ma senza un lavoro e approfittano delle ore di assenza della moglie impiegata per stringersi sul divano-letto degli ospiti e poi in cucina, dove lei gli prepara i piatti semplici della loro terra. Sono due stranieri e sentono in questo modo di lenire le proprie solitudini, in una sorta di rapina degli spazi altrui perpetrata nel disinteresse comune. I vicini, quando la vedono passare, la confondono con la badante del vecchio all’ultimo piano, anch’esso abbandonato dai figli.

martedì 27 dicembre 2016

piccola storia editoriale di fine anno

C’è un autore che manda un manoscritto a un piccolo editore che non ha mai tempo, dicendogli di leggerlo in frettissima perché ha già un’altra offerta editoriale da valutare e non c’è tempo da perdere. L’editore gli risponde: “Ma guarda, i nostri tempi di lettura sono quelli. Se hai già una offerta, pubblica con loro. Perché aspettare?” Ma l’autore gli risponde: “No, no, voi siete bravi, aspetto perché ci tengo a sapere se siete interessati”. L’editore, anche se non ha tempo, ritaglia del tempo al suo tempo per leggerlo e trova che non ci sia nulla di abbastanza originale in quella raccolta da fargli scattare una scintilla, così gli risponde con tatto: “Grazie davvero per la considerazione, ma non siamo interessati. Però ti auguriamo ogni fortuna per il tuo libro”. E l’autore gli risponde: “Non vi preoccupate, tanto avevo già firmato con l’altro editore. Ero solo curioso di sapere cosa ne pensavate anche voi”.

lunedì 26 dicembre 2016

l'impronta dell'editore

«La mia proposta è che agli editori si chieda sempre il minimo, ma con durezza. E qual è questo minimo irrinunciabile? Che l'editore provi piacere a leggere i libri che pubblica». Roberto Calasso, L'impronta dell'Editore, Adelphi 2013.
Leggendo questo passaggio mi sono chiesto se Calasso provi piacere a rileggersi. L'impronta dell'Editore è un libro che mi sono regalato a Natale dopo anni di titubanza e devo dire che, a parte alcuni passaggi brillantissimi, è di una noia mortale. 12 euro buttate. Detto questo Adelphi resta la migliore, come Calasso ci ripete per circa metà del suo libro, e noi gli crediamo.

115° sogno di antonio lillo

Parto per l’America con la mia valigia di cartone per cercare un indirizzo dove ha vissuto Julio Cortázar. Trovo invece il giovane Bob Dylan che si esibisce nelle Università. Lo avvicino pieno di un’ammirazione che lui ancora non comprende, mi fa uno scarabocchio sul quaderno che dovrebbe essere un autografo e parliamo di equilibrio, che manca a entrambi. Alla fine, mentre ci lasciamo, mi chiede: “Ehi c’è figa dalle tue parti? Perché se no, la prossima volta, vengo a trovarti io”. Tradotto: ti farò entrare nei mei sogni se tu mi farai entrare nei tuoi.

sabato 24 dicembre 2016

mai direttamente

Mai direttamente le faceva dei complimenti. Anzi ostentava indifferenza e blando interesse. E invece scattava in lui qualcosa di struggente ogni volta che sua moglie usciva dalla stanza, qualsiasi stanza, per brevi assenze. Era impossibile non guardarla con uno scatto sentimentale che lei, essendo ormai di spalle, non poteva vedere. A volte, ma raramente, per quella sensazione che capita di avvertire quando si è osservati segretamente, la moglie si girava all’improvviso ma lui riusciva a spostare gli occhi verso altri interessi manifestando subito segni di fastidio. Neanche a letto i gesti abituali dell’amore avevano una preparazione di parole o di sguardi carichi di un qualche languore. Così lei cominciò a sentire desiderio di tenerezze e di complimenti che non riceveva nelle stanze familiari. E trovò un avvocato che la riempì di parole col quale non arrivò mai all’atto sessuale vero e proprio tanto erano pieni entrambi di lunghi sguardi languidi e di un parlare carico di smisurata ammirazione.

(Tonino Guerra, da Il polverone)

venerdì 23 dicembre 2016

natale e torna l'ansia migratrice...

Natale e torna l’ansia migratrice
nelle occhiaie, venuta a rannicchiarsi
contro il gelo. Lo guardo
lui l’immagine di me, il gemello
e un poco compatisco: «Guarda là
che brutta cera terminale.
Dovresti smettere di preoccuparti.
Magari un poco soffocarti nel sonno».
Ma non posso. Come stanotte
che stringevo nelle mani le mie mani
e quasi si spezzavano le dita
a forza di costringere il mio nulla.

giovedì 22 dicembre 2016

ponti

Leggo tanti che si lamentano dell'italiano scritto coi piedi qui sui social, ma devo dire che forse più che quello a me fa orrore l'altro, l'italiano standardizzato che parlano gli altri, quelli che lo imparano a scuola e non hanno mai una scintilla di genio o di meraviglia mentre scrivono, un attimo di illuminazione nella parola, che Ungaretti descriveva come "scavata nella mia vita come un abisso". Questa gente che parla nella stessa maniera da sempre, che si ricicla all'infinito senza mai provare a giocarci con le parole, senza provarle mai in bocca, senza modulare una frase per inseguire un suono, una emozione, senza provare l'emozione dell'errore e stanno sempre lì a rimproverarti per ogni refuso come se fosse una colpa, un attentato alla lingua mentre si perdono la possibilità di esplorare nuove direzioni, mi fanno paura. Sono i controllori della morte della lingua quelli, gente senza ali e senza fantasia che Gadda, da buon ingegnere, disprezzava con tutte le sue forze mentre progettava ponti spericolati lanciati sopra il tempo.

lunedì 19 dicembre 2016

ritorno sul mar secco

Sono tornato sulle rive del Mar Secco. Come per rifugiarmi, dopo un brusco risveglio, in un luogo accogliente e sicuro, all’asciutto. Cammino lungo la spiaggia di polvere d’ossa che scricchiola come semplice ghiaia sotto i miei passi e mi guardo intorno cercando l’ombra di Cechov per confrontarmi ancora con lui, confidargli le mie tribolazioni, averne un conforto o una parola che mi chiarisca il significato di certi passaggi oscuri nei miei stessi sogni. Ma non c’è traccia del suo profilo che sia riconoscibile al mondo. 
Giungo così alla panchina dove già una volta eravamo seduti insieme, guardando verso il mare vuoto. Sedendomi al suo posto, indirizzando il mio sguardo nella stessa direzione del suo di quel nostro incontro, finalmente la vedo: una rosa di fuoco avvolta dalle acque purissime del Secco che dalle acque sembra rigenerarsi come Cielo. Contemplandola, dimentico ogni mio pensiero.

(E con questo ho finito il mio libro dei sogni. Mo lo rileggo e per i miei 40 anni lo regalo in pdf scaricabile dal sito di Pietre Vive a chiunque se lo voglia leggere).

domenica 18 dicembre 2016

spoiler di guerra

Ho letto un libro bello, di forte sapore onirico, I cento uccelli di Tonino Guerra. È diviso in tre parti ben distinte, brevissime, dalle atmosfere rarefatte, ma assai raffinato nella struttura. Nella prima parte un uomo si aggira alla ricerca della moglie scomparsa per una Roma lussureggiante e africana (molto simile per certi aspetti a quella della Grande Bellezza di Sorrentino), prima in compagnia di una donna, poi di altri strani personaggi, fino a scordarsi egli stesso della moglie (che vi ricorda? A me L’avventura di Antonioni, di cui Guerra fu uno degli sceneggiatori). Alla fine della prima parte l’uomo ritrova la moglie che però, anche se identica, non gli pare più la stessa donna che aveva sposato, fa l’amore con lei ma non la riconosce, addirittura sospetta abbia una seconda vita. La donna scompare di nuovo, senza troppo rumore. Nella seconda parte del romanzo l’uomo decide di allontanarsi da Roma per recarsi nel suo luogo di origine, un paesino del centro Italia devastato dal terremoto, in cui comincia a convivere con un vecchio pazzo che gli ricorda suo padre, un mendicante sopravvissuto al crollo che si aggira fra le macerie come un primitivo, e che assiste nelle ultime ore fino a ritrovare nella sua morte una sorta di epifania che trasformerà anche lui in una nuova persona. Nell’ultima parte del romanzo c’è uno slittamento del punto di vista. Parla un investigatore privato (che a me ha fatto pensare tantissimo al protagonista di Pulp di Bukowski con qualcosa del Gorilla di Dazieri) che rivela come l’uomo lo paghi fin dall’inizio per farsi seguire, in quanto ha paura di scomparire perdendosi nei meandri della propria mente. L’investigatore lo tiene d’occhio, registrando persino gli incontri casuali o finto casuali con questa donna che non si capisce se sia sua moglie o meno, fino ad assistere alla morte apparente dell’uomo. Il tutto in un libriccino lungo circa 80 pagine che ci rammentano di un Tonino Guerra romano, di quando ancora scriveva per il cinema e il periodo rurale di “l’ottimismo è il profumo della vita” era cosa lontanissima. Prefazione di Italo Calvino. Ve l’ho raccontato tutto, facendone lo spoiler, perché dubito che qualcuno a parte me se lo compri, e almeno così sapete che questo libro è esistito.

venerdì 16 dicembre 2016

vecchi amanti

Forse il Tondelli che più ho amato è quello di Altri Libertini, di cui conservo una copia semidistrutta a furia di rileggerla in uno scaffale "degli affetti" dove tengo i libri che più mi hanno influenzato. Non si direbbe oggi ma quello e Un weekend postmoderno per me sono stati importantissimi. Il primo che ho letto, però, è stato Camere separate (un prestito di Dania che mi disse: dovevate incontrarvi prima o poi). Lo leggevo, questo libro così denso, e mi dicevo: ma ci si può mettere così a nudo nella scrittura? Poi ci ho provato per anni a denudarmi allo stesso modo, a togliermi la pelle di dosso per vedere di che colore fosse la mia stessa carne infetta. L'ho fatto coi miei poveri mezzi, ma Tondelli ha avuto la sua importanza in quel cammino. Si comincia a scrivere per imitazione, lo stesso Tondelli cominciò a scrivere questo libro influenzato da Ingebor Bachmann se non ricordo male. E poi, a furia di scrivere e di scriversi si trova una propria strada personale. E allontanandoti da loro, a volte quelli che leggevi non riesci più a capirli, o a sentirli come li sentivi un tempo. Qualcuno ti viene a noia, qualcuno lo ripudi, oppure rimanete amici o resta lì a guardarti da lontano come fa un maestro. Proprio come succede con alcuni vecchi amanti. Qualcuno ti resta nel cuore, e ogni tanto torna a bussare per chiederti di te, di chi sei diventato nel frattempo, anche se sa che difficilmente potrete ritrovarvi.

giovedì 15 dicembre 2016

poesia in bignami


Michele Mari mi sta simpatico, lo confesso, anche se non è il mio autore italiano preferito, diciamo così (mi piace meno di Siti ma molto più di Moresco). Condivido con lui il giudizio sui postmoderni americani (Foster Wallace, De Lillo, Pynchon): illeggibili. E anche io come lui preferisco Steinbeck a Faulkner, anche se i miei miti (non solo miei) continuano a essere Salinger, Hemingway e Fitzgerald. Però allo stesso modo, proprio come lui, ritengo Cento poesie d'amore a Ladyhawke un libro minore, non solo fra i suoi (per quanto sia il suo più venduto, 20.000 copie circa), ma anche come libro di poesia. E il fatto che venda più di De Angelis (1.000 copie circa a libro), a parte che De Angelis è il corrispettivo italiano di De Lillo, succede perché il suo è un libro di poesia in bignami. Bellino, abbastanza profondo da non doverti vergognare di leggerlo o di citarlo, ma anche abbastanza semplice da non metterti mai in difficoltà, da non porti domande. Lui però lo riconosce per primo, e di questo gli devo rendere merito.

mercoledì 14 dicembre 2016

non è una lavatrice

Preferisco l'editoria a pagamento ai concorsi a pagamento. La prima alla fine, se fatta bene, è un lavoro basato sullo scambio. Ma i secondi che sono? Un tiro alla roulette? Sgancia 20 euro di iscrizione, o di spese di segreteria, e poi se ti va bene forse vinci. Io sarò ottuso ma la vedo così: se non puoi farlo non lo fare. Se puoi farlo ma hai poco da dare, dai quello che puoi, sarà apprezzato il tuo impegno. Io faccio così, almeno. Offro la pubblicazione, dono il mio tempo. Se ti va bene ok, ma se vuoi guadagnarci dei soldi dalla poesia forse fai prima a zappare la terra. Ci sono alcuni concorsi che grattano il nome dei poeti morti. Altri che si agganciano a testimonial di eccezione. Alda Merini docet, ma non solo. Sono grandissimi poeti, chi lo nega? Ma per me non ci guadagnano una briciola di dignità in più mettendo la faccia ai concorsi di poesia a pagamento. Sarebbe stato più carino, a questo punto, fare la pubblicità alle catene di negozi e alle lavatrici, come fece Tonino Guerra un po' di tempo fa. Molti si indignarono, ma almeno lo sapevi che cos'era, era un discorso (per certi versi) onesto. Non so come dirlo meglio, ma un poeta dovrebbe dire: usa 20 euro per comprare dei libri, non usa 20 euro per tentare il gratta e vinci. Chi pubblicizza un concorso a pagamento, boh, non lo so cos'è ma di sicuro non è una lavatrice. Non mi sa di pulito.

funerale

Oggi al funerale di Franco pensavo che un funerale in un centro piccolo come il nostro è un po’ come se morissi anche tu. Stai fermo in un punto e vedi passare la tua vita davanti agli occhi, nei volti di quelli che vivono intorno a te.

martedì 13 dicembre 2016

porci senza ali

Da astensionista quale sono stato (saggiamente) per anni, per una volta che sono andato a votare – il fatidico NO che mi è costato mille dubbi – adesso mi ritrovo che mi sento dire che quasi quasi è colpa mia se è andata come è andata e ci siamo impantanati nella melma (cit. Serra). Io vi dico che secondo me non ci siamo impantanati nella cacca adesso per questo, ma nella cacca ci stavamo già da un pezzo e come andava andava, andava sempre male. E comunque, spiegatemi, che politica è: o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra? Adesso però la colpa è mia se c’è un governo di cacca (Gentiloni) che ha modificato un governo di cacca (Renzi) che ha fatto le scarpe a un governo di cacca (Bersani, poi Letta) che ha ereditato un governo di cacca (Monti) che si è radicalmente sostituito ad altra cacca (Berlusconi) che si diceva l’unica alternativa alla cacca di Prodi. In mezzo ci sono così tanti stronzi galleggianti che il mare puzza e non si riesce a farli affondare manco con le bombe a mano – il primo che mi viene in mente è Angelino Alfano, che in altri contesti sarebbe paragonato a un gerarca, a un colluso oppure a un criminale di guerra. Né il rinnovamento è possibile con questo sistema che ho avvallato col mio NO di stampo reazionario, perché il rinnovamento non può essere dettato dallo scegliere le persone giuste al posto giusto, mai, ma soltanto dal rispettare i meccanismi previsti dalla vecchia costituzione che ho difeso anche se non sono grillino (cit. Viola) e dovrei quasi vergognarmene.
In tutto questo vi dico che non solo ho avuto la conferma della bontà delle mie scelte, e se non mi fanno cambiare idea in maniera radicale, non potendo votare una sinistra che sia credibile, non ci vado più a votare, mai più – tanto, comunque vada, fra finestra, minestra avvelenata o minestra riscaldata si muore uguale e male. Ma vi dico che visto che il sistema politico è una cacca, secondo me non dovrebbe andarci nessuno a votare, in massa, perché se ci vai allora lo avvalli un sistema così, sei complice dei maiali che ci sguazzano. E mi sono anche stancato di questa stronzata di cambiare le cose dall’interno. Non funziona, non funzionerà mai, a meno che non si sia disposti a cacciare certa gente con la forza (cit. Monicelli). Ma visto che per quello ci vuole coraggio e attributi (o fame) che molti non hanno mai avuto, preferisco mille volte la resistenza silenziosa di un Gandhi, la non collaborazione, la disobbedienza civile (lascio l’inciviltà ad altri). Ci vuole più tempo, ma ci si guadagna in dignità. Perché qua mi pare che l’unica cosa che ci siamo scordati tutti, a furia di sguazzare nella cacca, è la dignità delle proprie scelte. Un porco che non vola è solamente un porco (cit. Miyazaki), e io sto da quella parte. Per cui se alle prossime elezioni vai a votare, amico mio che leggi, sappi che per me l'Italia va di cacca anche per colpa tua, che sogni di avere le ali ma non fai nulla di buono per fartele spuntare, oppure peggio le ali non le hai mai avute nemmeno nella testa, perché c'è un sistema di cacca e tu ogni volta ci sguazzi, insoddisfatto, col tuo voto di porco.

lunedì 12 dicembre 2016

discorso sui calzini spaiati

Dove finiscono i calzini spaiati?
E quanto e perché nella casa di fronte
si bisticcia per quelli? Sia pure
un monito ai matrimoni imperfetti
che mi ricordano come da solo
un calzino non basti. E averne due vicini
occorre a poco senza i giusti
abbinamenti. Rischi poi che la misura
giunga al colmo del ridicolo
o del pianto se nell’altro
non riscontri più alcun segno di un già
prestabilito destino ma di un caso
senza più disegno. Qualcuno
si oppone con astuzia
comprando tutto nero. Ogni singolo capo
coordinato e intercambiabile
impermeabile al disastro. Altri
vanno a piedi nudi persino d’inverno.
Occorre molta cura
per resistere alle perdite di coppia
o rammendare i buchi.

è letteratura, questa?

La classe è anche quella cosa per cui afferri tutte le discussioni, articoli, apologie e critiche feroci da parte di scrittori e critici, fan e detrattori, gente che capisce o meno di scrittura, che si esprime su quello che fai, e mandi tutti a fanculo con il sorriso, senza scomporti un solo attimo. 

«...Ero fuori, per strada, quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e ci ho messo più di qualche minuto a elaborarla in maniera opportuna. Ho iniziato a pensare a William Shakespeare, la grande figura letteraria. Pensava a se stesso come a un drammaturgo. Il pensiero che stesse scrivendo della letteratura non avrebbe potuto entrare nella sua testa. Le sue parole furono scritte per il palco. Destinate ad essere recitate, non lette. Quando stava scrivendo l’Amleto, sono sicuro che stesse pensando a un sacco di cose differenti: “Chi sono gli attori più adatti per questi ruoli?” “Come dovrebbe essere messo in scena?” “Voglio veramente ambientarlo in Danimarca?”. La sua visione creativa e le sue ambizioni erano senza dubbio in cima ai suoi pensieri, ma c’erano anche le questioni più banali da affrontare. “Il finanziamento è a posto?” “Ci sono abbastanza buoni posti a sedere per i miei finanziatori?” “Dove posso procurarmi un cranio umano?” Scommetto che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare era stata la domanda: “È letteratura, questa?”».

Dal discorso di Bob Dylan per la consegna del premio Nobel, che si può leggere intero QUI.

venerdì 9 dicembre 2016

la poesia spacca

So una cosa. Che quando ho aperto il progetto Pietre Vive Editore, quasi quattro anni fa, dicendo che volevo pubblicare poesia, tutti mi prendevano per matto. "Chi cazzo la legge la poesia? Morirai di fame oppure chiuderai per debiti!" Fra alti e bassi, non mi sono mai indebitato con nessuno per i libri. L'estate scorsa ci si chiedeva se la poesia in Italia, editorialmente, fosse morta. Ma io ho pubblicato nell'ultimo anno cinque libri di poesia, tutti bellissimi. E ne ho altri due in cantiere. Vendo. Non numeri spaventosi ma c'è chi li compra. Quest'anno vedo moltissimi editori inaugurare nuove raccolte, nuove collane, tutte di poesia. Cimentarsi, innamorarsi, proporre e pubblicare cose che io sapevo da sempre essere giuste. La verità è solo una, per me. La poesia spacca, persino la corazza delle teste più dure. In alcuni paesi (non il nostro) dà persino voce alla rivolta.

scaramanzie

Stamattina, bando alle ciance e ai timori, sono andato in banca e ho firmato un mazzo di carte alto così. Qualcuno lo chiama rischio di impresa, io so solo che da ateo convinto sono uscito di lì e con una mano mi sono fatto il segno della croce, con l'altra mi sono toccato i genitali.

giovedì 8 dicembre 2016

miss abby road

Caro Signore o signora,
perché sei triste? Stai cercando un complice ideale
per le tue orazioni? Lascia che Abby ti aiuti.
La nostra società crea prodotti per ogni tua esigenza
e fa sempre un ottimo lavoro. Affidati ad essa
e ritroverai il sorriso. Per favore contattami
per richiedermi al più presto un preventivo
che potrebbe salvarti la vita. Contattami
se ti serve subito qualcosa – dal giornale di ieri
a una quarta in platica a colori. Un nuovo pacchetto
sul futuro. Cordiali saluti

Abby
dell’Ufficio Vendite

mercoledì 7 dicembre 2016

dono dell’amico

1

Sei invitato al club del sesso.
Dove troverai una moglie
od un’amante da una botta e via.
Tutte le ragazze amano il sesso
debosciato. E ogni amore debosciato
è un dono. La vergine e la madre
la bisessuale e la sua amica
tutte cercano un giovane pollone
per del sesso a tre.
Il nostro dono caldo e dolce
è qui che aspetta la tua mail.

2

Soltanto da noi trovi le donne più belle.
E vogliono soltanto del sesso da te!
Registrati, è facile. Clicca qui!
Le mature e le sposate, le amabili
studentesse in cam, le vicine sempre sole.
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pensato apposta per te. Ricorda!
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del pianeta!

revisionismo storico

Non ho saputo resistere e ho fatto l'aggiornamento al mio ultimo libro di poesie, Bestiario Fiorito, che comincia nell'aprile 2010 (mese della rottura in diretta fra Fini e Berlusconi, sancita dalla mitica frase: "Che fai, mi cacci?") e adesso finisce a dicembre 2016 con le dimissioni di Matteo Renzi che di quel libro è uno dei machiavellici protagonisti. La versione stampata che è in circolazione invece termina a novembre 2015, poco prima degli attentati di Parigi. Era anche quello un bel momento storico per finire un libro, ma le dimissioni di Renzi lo sono un pochino di più. Di questo mio aggiornamento saprete meglio e vedrete nel 2052, dopo che avrò compiuto i miei 75, quando Mondadori mi ristamperà negli Oscar con tutte le mummie poetiche sepolte intorno a me nello scaffale.

martedì 6 dicembre 2016

born to be blue

Born To Be Blue. Film bello e triste senza mai eccedere in nessuna della due direzioni, e soprattutto senza patetismi. Proprio com'era Chet Baker. La parte più bella è quella in cui viene descritto il rapporto di Chet con suo padre, mentre Ethan Hawke come interprete è encomiabile, ma ogni volta che canta ti vien voglia di tornare ad ascoltare l'originale. Colonna sonora di alto livello, anche se il pezzo da leone, secondo me, lo fa Haitian Fight Song, di Mingus, a circa mezz'ora dall'inizio che descrive stupendamente il tormento di Chet dopo che gli hanno spaccato i denti e non può più suonare. Tutto sommato lo consiglio. Dopo Miles Ahead e prima di I Called Him Morgan, è il terzo film su trombettisti che fanno quest'anno, ed è anche il terzo in cui si parla di un periodo di morte apparente dell'artista (dovuto in buona parte alla dipendenza dalla droga), quando tutto sembra finito ed è invece solo l'inizio della dura lotta per ritornare in cima. Mi chiedo che succede. Evidentemente nel mondo c'è bisogno di resurrezione.

mi hanno chiesto...

Mi hanno chiesto chi si nasconde dietro la copertina del mio ultimo libro.
Non ho saputo resistere.

lunedì 5 dicembre 2016

bella ciao

Oggi ho visto il servizio al tg in cui si vede il comitato del No di Roma che parte a cantare Bella Ciao alla notizia della vittoria. Mi sono venuti i brividi. Quelli sono i veri reazionari e io non voglio averci nulla a che fare. Una cosa è discutere di riforme, giuste o sbagliate che siano, per il Paese che verrà. Un'altra è giocare ancora alla Resistenza. Diventate grandi una buona volta.

sabato 3 dicembre 2016

la critica, al secolo passato

Ti accorgi di essere vecchietto anche quando ritrovi il manuale di letteratura che usavi al liceo (roba dei primissimi anni '90) e sfogliandolo ti accorgi che mancano del tutto scrittori fondamentali come Malaparte, Bianciardi, Caproni, Flaiano, Ortese, però c'è un intero capitolo dedicato alla letteratura teatrale, un altro intero a Quasimodo e uno agli "scrittori della fabbrica"... Tutto è molto politico e militante. Mentre Gadda sta in un sottocapitolo, così come Parise, Soldati, Manganelli: voci minori su cui la critica si stava ancora pronunciando. Sembra passato un secolo da allora. E infatti...

venerdì 2 dicembre 2016

son bella?

Finalmente sei qui, mio
notturno amico. Mi chiamo Katrina. E mi piace
un uomo col quale passare il mio tempo. Lo voglio
socievole, simpatico, gentile, proprio come sei tu.
Un uomo serio, passionale, sincero, che sia educato
e non picchi, di cui mi possa innamorare anch’io
e col quale creare uno speciale rapporto. Sono
tranquilla, sensibile, romantica, eppure comprensiva.
Rispetto il valore di una casa, e sogno una famiglia,
il matrimonio. E ho bisogno di un dialogo in amore
senza più ferirsi. O tu appassionato lettore
che stanotte condividi i miei pensieri e la speranza,
sapessi, ho così tanti interessi al di là del mio aspetto
che se solo tu volessi scoprirli mi scoppierebbe il petto
per la troppa emozione. E ho sogni rimasti nel cassetto
che invocano luce. Se tu volessi scrivermi, magari noi,
corrispondendo, ci potremmo incontrare
in un gelido inverno per bere viso a viso
da una tazza di caffè. Ti allego qui le mie foto. Son bella?
Tu mandami pure le tue. Ciao e a presto, mio
notturno amico e confidente. Tua

Katrina

dubbio

Ho sempre il dubbio, quando un grande vince un premio, se lo ha vinto perché è stato bravo oppure soltanto perché era già grande. Di certo se è grande è ingombrante e da qualche parte lo devi pur mettere: meglio sul palco che fra il pubblico, così non ruba l'aria e se scorreggia non senti troppo la puzza del suo mondo interiore.

giovedì 1 dicembre 2016

come puoi non saperlo?

Cosa stai facendo? –
Mi dispiace doverti avvisare in questo modo.
Ma sono un membro della Banca Mondiale, dipartimento etico
e so tutto del tuo triste Calvario e del fondo che mai
ti hanno svelato.

Da non molto –
per una petizione sollevata dalla comunità internazionale –
la Banca Mondiale ha completato un processo di fusione
e acquisizione di tutti i pagamenti in sospeso
sui fondi perduti.

Ho scoperto così che il mio capo
in combutta con altri funzionari devia i fondi stanziati
per risolvere i tanti casi come il tuo: eredità in sospeso, vittime
di truffe informatiche, fondi neri occultati e
mai più reclamati. Infami Contraenti Internazionali.

La Banca Mondiale
ha già approvato da tempo il pagamento del tuo fondo.
Ma hanno anche opportunamente bloccato
lo stesso pagamento per continuare a tassarti attraverso
i loro uffici associati e le filiali.

Ramificano ovunque –
dall’Africa al Regno Unito, dagli Stati Uniti all’Olanda.
Sempre nel continuo tentativo di affossarti
mentre s’ingrassano sulle tue ossa ormai spoglie. Mi chiedo:
come puoi non saperlo?

Ora scegli –
se credere o meno a questo mio grido d’allarme.
Ma la dottrina che m’innerva il giudizio
non mi consente il silenzio e per questo
ho cercato di raggiungerti il cuore con le mie semplici parole.

Del tuo fondo –
nessuno ovviamente ti ha informato – è autorizzato il pagamento
attraverso la Società di gestione del risparmio
della Banca Mondiale con richiesta
di una chiave di accesso e di un codice numerico.

Non appena risponderai al mio messaggio
ti fornirò la chiave dello scrigno coi dettagli
per ottenere la password e così contattare
la filiale della Banca Mondiale che effettuerà poi
il travaso.

Intanto ti ringrazio per l’ascolto
che pacifica il mio senso di giustizia.
Considero già questo un capitale!
Ti auguro dunque la più felice giornata.
E felice io stesso ti saluto.

Mr. Thomas Grey
Ufficio 2056 della Banca Mondiale

spam

Ho deciso che il mio prossimo libro di poesie lo chiamerò SPAM e saranno riscritture di alcune di quelle mail bellissime che ogni tanto ci arrivano, piene di storie folli o appassionanti come romanzi d'appendice. Se ve ne arrivano di degne sarebbe molto carino se le metteste da parte per me. Le colleziono.

mercoledì 30 novembre 2016

libri da recensire

Stavo pensando che, mutuandola da una bellissima raccolta di Francesco Tomada, potrei scriverne una che si chiama: Portarsi avanti con le recensioni. Oggi ne ho scritte tre che dovevo consegnare a fine ottobre. Adesso mi devo sbrigare che ne devo cosegnare altre sei entro fine mese, quelle di novembre + quelle di dicembre, sperando che non mi diano in anticipo pure quelle di gennaio in vista delle feste. Che certe volte i libri da recensire sono come l'acconto iva di fine anno.

il prossimo

«L’unico omicidio perfetto è quello farmacologico». Bellissimo! Se mai dovessi scrivere un noir comincerei così. Ieri Lapo e oggi Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni. Siamo a livelli di letteratura altissima nel mondo reale. A che serve scrivere quando basta sintonizzarsi sul Tg e scegliere quello più affine ai propri gusti? Leggevo che oggi Michela Murgia commentava la decisione della giuria di Stoccolma dicendo che c'è comunque differenza fra scrivere un romanzo e scrivere una canzone, ma «il mondo sta cambiando, la musica cambia, anche le droghe cambiano», things have changed direbbe Bob Dylan, e io so già che il prossimo Nobel per la letteratura lo daranno a Enrico Mentana.

martedì 29 novembre 2016

capolavoro

Non avevo capito nulla della storia di Lapo Elkann, si vede che negli ultimi giorni mi sono perso i vari Tg. Ma da un punto di vista narrativo è di una forza tragicomica straordinaria, talmente perfetto da essere già letteratura. I fratelli Coen ne farebbero un capolavoro.

recensione di antonio giampietro

«Ma un figlio del Sud non è per forza destinato al fallimento, questa prole testarda può trovare il suo riscatto se resta con tutte le forze attaccata alla vita». 
La bellissima recensione di Antonio Giampietro appena uscita su incroci, al mio Bestiario Fiorito (Pietre Vive 2016).

lunedì 28 novembre 2016

piccolo sogno kafkiano

A un certo punto viene fuori che A. è un bugiardo della peggior specie. La sua bugia maggiore consiste nel fatto di non essere, con grande imbarazzo, come gli altri lo volevano. E lui, per non dispiacer nessuno, finge di essere per gli altri i tanti A. che ognuno gli chiede, fino al punto di confondersi e non riuscire più a riconoscersi fra i tanti suoi lui. Ne viene fuori una lunga teoria di copie sfocate e senza più un originale a cui tornare per credersi ancora una persona reale, e non soltanto un personaggio inventato dagli altri per caso o per capriccio, per tappare un buco, uno spazio vuoto. Fino al punto che, ormai abbandonato e sul punto di scomparire, arriva a ringraziarli tutti, uno per uno, perché obbligandolo a essere chi non era mai stato, gli hanno almeno dato la possibilità di vivere e di giustificare, in loro, la sua stessa esistenza.

lunedì 21 novembre 2016

il sogno di una gatta

Trent’anni fa una gattina, la prima in assoluto, ci arrivò in casa in una scatola da scarpe, ma sistemandosi, dopo una breve e fortunata ricerca, sul tappeto fra i due letti nella stanza mia e di mio fratello, come se fosse il suo posto da sempre. Era un tappeto di pelliccia, acquisto nemmeno economico di nostra madre, a cui piaceva più che a noi due, e sembrava appunto ciò che era: un grosso animale bianco e peloso, addormentato ai piedi del nostro letto. 
La gattina aveva anch’essa il pelo bianco, ma orecchie nere e coda nera tranne che sulla punta, bianca. Ci era stata data troppo piccola da vicini frettolosi, e aveva di continuo paura di restare sola. Per questo amava quel tappeto persino più di mia madre, feticcio di una grande mamma morbida e pronta all’abbraccio. Aveva l’abitudine, quando dormiva, di chiudersi tutta in se stessa e prendere in bocca la punta bianca della coda e succhiare come se fosse un capezzolo, mentre offriva le sue piccole fusa grate a quel tappeto. Chissà se ci considerava i suoi fratellini in quell’abbraccio. Ancora bambini la guardavamo a lungo, nella nostra stanza, e prendevamo sonno ascoltando le sue fusa.

domenica 20 novembre 2016

due digiunatori

Ogni tanto mi chiedo perché faccio quello che faccio, cosa mi spinge in quella direzione. Poi, subito, capita sempre qualcosa che me lo ricorda. Come prima che ho chiamato Roberto Corradino, regista, per parlargli del nostro progetto degli audiolibri e lui entusiasta ha cominciato a parlarmi, mischiando ricordi personali, spiegazioni e parti recitate a memoria del Digiunatore di Kafka, su cui ha fatto uno spettacolo assai potente alcuni anni fa, e mi ha detto: quello sarebbe uno splendido audiolibro. E intanto che mi parlava del Digiunatore, lui mangiava minestrone e io cioccolata fondente.

venerdì 18 novembre 2016

più cara del signore

Saluti dal Calvario dalla Signora Babinski.
Vedova Babinski senza figli dal Kuwait.
Mio marito fu ambasciatore in Costa d'Avorio.
Morto dopo undici anni di matrimonio e
quattro giorni di malattia. Prima della sua morte
entrambi eravamo cristiani.

So che sarai sorpreso nel ricevere la mia lettera
ma come figlio di Dio dovrai sapere
che le nostre strade e la sua non sempre coincidono.
La Bibbia ci dice che Lui opera in molti modi
e non sempre tutto funziona al meglio
per coloro che hanno creduto in Gesù Cristo.

Dalla morte del mio amato confesso di aver desiderato
unicamente avere un figlio ma senza risposarmi
e fuori da ogni Legge che fosse
coniugale ovvero della Bibbia. Ma il Cielo
non ha chiuso le sue porte. Così il mio dottore ha detto
che non arriverò ai nove mesi
consumata dal cancro. La perdita si aggiunge alla perdita
e l’espiazione non placa il mio dolore.

Mio marito era in vita
quando ha depositato una cifra in banca
ad Abidjan, Costa d'Avorio, soltanto per me.
Due milioni di dollari e mezzo. Volevo
venisse utilizzata per gli orfani e le vedove
perché non ho figli né mai avrò un erede. Né voglio
possa andare ai parenti che sempre
stanno qui appollaiati cercando di cavarmi il denaro dagli occhi.

La Bibbia ce lo insegna: “Benedetta è la mano che dà”.
Pertanto prendo questa decisione. Soddisfo un desiderio
che fu di mio marito, giocatore, e ti scrivo aiutata da una suora
puntando tutto sul caso. Voglio che sia tu ad ereditar la mia fortuna.
Voglio che mi invii il tuo nome e l'indirizzo, ogni dato
ché io possa affermare sotto giuramento
in tribunale come in faccia al Divino
che sei tu, mio illustre sconosciuto, mio fratello
il mio legittimo erede nel destino.

Una volta ricevuta la risposta con le informazioni che ti chiedo
ti darò il contatto della banca e firmerò le carte del passaggio.
Tu prega per me che da cristiana e pagandola assai cara
ho servito la verità più del Signore. La mia vita spegne adesso
fuori da ogni grazia. Ti aspetto, tu ricorda è urgente.

Tua sorella nel Calvario
Vedova Babinski


Nota. Questa poesia l'ho scritta rimaneggiando una mail che mi è arrivata l'altro giorno e che ho trovato particolarmente commovente...

mercoledì 16 novembre 2016

di poeti e della libertà di dire no

Ho letto ora la notizia che Dylan sta snobbando con molta nonchalance la cerimonia del Nobel e a me viene in mente (da quando l'ho saputa) la storia che Luzi ci sperava così tanto nel Nobel che si era pure comprato l'abito buono, prima che il premio glielo soffiasse Fo, o quell'altra di Quasimodo che andò in giro elemosinando favori a destra e a manca per arrivarci, scatenando le ire di Ungaretti. E devo dire che, per quanto appartenga più alla seconda categoria (quella dei poeti alla Luzi o Quasimodo) che non alla prima (quella di Dylan ma anche di Zeichen o Bellezza, volendo fare altri nomi), vorrei avere ogni tanto maggiore libertà di scelta, come quella di Dylan: la possibilità di poter dire anche no, non mi va, ho mal di testa, oppure non sono d'accordo, oppure scusate ho un altro impegno quel giorno, per il solo fatto che la poesia per vivere ha bisogno solo di esserci e non di premi e riconoscimenti. Invece se mi dicessero che ho vinto il Nobel io ci andrei, spero non con l'abito di Luzi, ma ci andrei, per il premio e per la difesa della poesia, certo, ma soprattutto per i soldi. Proprio come ha fatto Montale, che poi la Spaziani diceva essere un gran tirchio nell'intimità.

sarà forse amore a suo modo questo nostro cercarci...

Sarà forse amore a suo modo questo nostro cercarci
per pura solitudine e null’altro che per dirci
lo spento andamento dei giorni e il nero colore dei vestiti
dichiarandoci un po’ tristi ma con stile
né giovani né vecchi nel conto leggero delle rughe
nel numero spietato di bottiglie accumulate
poco prima del sonno appena dopo aver staccato
la spina di follia del mondo. Compagni di pianto e di bevute.

domenica 13 novembre 2016

quinquennio

Ieri notte mi è venuto in mente che non so se c'è ma sarebbe interessantissimo uno studio che contestualizzasse e mettesse in relazione la produzione del cantautorato italiano col quinquennio 1975-1980 (omicidio Pasolini, processo a De Gregori, rapimento Moro, disastro di Seveso, Loggia P2, eroina, terrorismo, strage di Bologna, strage Ustica ecc.) che è poi quello in cui molti produssero le loro opere più politicamente schierate e dure e alla fine del quale molti di loro, in un moto di disillusione, ripiegarono verso un cantautorato più intimo e sofferto, oppure verso un innocuo commerciale che era un po' una dichiarazione di resa nei confronti della storia. E forse mi sbaglio, ma uguale sorte è toccata, con le dovute differenze di linguaggio, a poesia e cinema.

malinconia solo d'estate...

Malinconia solo d’estate
prometteva il tempo incerto e
zoppicante. Invece si protrae
per troppo tempo l’incerto e
il malcontento ed è già inverno
senza estate.

sabato 12 novembre 2016

commemorazione

Devo dire che dopo aver assistito al primo funerale mediatico-planetario tributato a David Bowie a inizio anno, i toni più sommessi e intimi dedicati a Leonard Cohen in queste ore mi fanno pensare a una battuta che Paolo Villaggio fece alcuni anni fa durante la commemorazione funebre per Mario Monicelli: «A Roma morire dopo Sordi era una stronzata».

venerdì 11 novembre 2016

cifra

Strana sensazione accorgersi di poter dire esattamente dov’eri il giorno in cui è morto Salinger, e come non hai dato il giusto peso a quello in cui è morto Foster Wallace, cosa hai pensato quando è morto Lou Reed, e di che colore era il cielo quando hai saputo della fine di Bowie o di Leonard Cohen. Non è tanto la fine di un tuo mito a sorprenderti quanto la sensazione che lentamente la tua vita si assottigli con la loro scomparsa, fino a quando, evaporato ogni sentimento, di te resterà soltanto una cifra riportata sulle pagine di un libro proprio sotto il loro nome.

a singer must die

And I thank you, I thank you for doing your duty, 
you keepers of truth, you guardians of beauty.

mercoledì 9 novembre 2016

becchino

Sono una specie di becchino al contrario. Scavo d’inverno per ripescare stronzi buoni come combustibile per il fuoco, e riemergono invece cadaverini di animali domestici, che si confondono col paesaggio color terra bruciata e bianco di neve fresca come in un quadro fiammingo.

martedì 8 novembre 2016

archetipi

In molti sognano Dante. Ma per lo più si dividono fra Petrarca e petrarcheschi. A qualcuno tocca pure un Cavalcanti. Io per me spero (senza certezze) d’essere Cecco, né più né meno degli altri, ma indifferente alla calca dei pretini che si ritagliano un angoletto sull’altare. E per questo l’unico capace di gridare: «Dante spostati, mi togli il sole!».

domenica 6 novembre 2016

lo sfogo

Ora di cena. Mi chiama un mio autore per sfogarsi. Non ha più un lavoro, la ragazza lo ha lasciato, il corpo comincia a tradirlo quando gioca a pallacanestro e ha difficoltà persino a scrivere. È un concentrato di sfiga. Mi chiama e si sfoga con me per circa 40 minuti in cui parla quasi soltanto lui, mentre mi faccio un panino con birra e lo ascolto mugugnando di tanto in tanto per fargli sentire che ci sono. Alla fine, poco prima dei saluti, gli dico: «Mi raccomando a te, e scusami se non posso fare più di così». Lui mi risponde: «Ma scherzi? Sei il miglior editore del mondo. Sei meglio del mio psicologo e non ti fai pagare. Ti chiamo ancora! Ciao!». Io mi bevo un’altra birra.

sabato 5 novembre 2016

la goccia

Avere il mondo sotto gli occhi e non poterlo stringere. Ogni giorno che passa sotto il suo balcone, si sorprende a sollevare gli occhi – né può farne a meno – per fissare la sua biancheria stesa ad asciugare. Si vergogna un po’ dei suoi impulsi e se non sa dimenticarla, e del piacere che prova a riscoprire fra le altre le mutandine di pizzo che le ha regalato mesi prima. Gli sale un groppo in gola di rimpianto, e l’ansia di averle perdute per sempre, di non avere più il diritto di allungare la mano e prenderle, nonostante appaiano così vicine, pochi metri sopra di lui. È il turbamento di un attimo, poi tira dritto per non farsi notare dai vicini. Ma a certe ore del giorno, quando non c’è nessun altro in giro, senza quasi più pudore dà sfogo al desiderio. Si piazza sotto l’ombra leggera che appare una ragnatela invitante, fino a farsi sfiorare il capo e aspetta lì, chiudendo gli occhi nell’attesa, fino a sentirsele sgocciolare in fronte. Quando la prima goccia lo colpisce, lo pervade nella carne un brivido, come un neonato che venga battezzato dal suo ritorno. E assapora il suo lento scivolare sul volto, negli occhi, sul collo, che gli ricorda la carezza gentile del suo dito quando ancora lo cercava.

venerdì 4 novembre 2016

le ragioni del no


Nei giorni di sole Nino non riesce a resistere alla tentazione. Scende di casa, attraversa la strada ed entra nel negozio di mobili del figlio. Di mattina è quasi sempre vuoto, la clientela pochissima. Così ha non solo una stanza tutta per sé, ché già deve dividere casa con cognata e nipoti, la televisione perennemente accesa, le chiacchiere della vicina invadente, ma può anche scegliere fra i letti e i divani in fondo. In base all’umore del giorno ne sceglie uno più o meno esposto al sole, che entra dalla grande vetrata laterale. Toglie il lungo cappotto di panno scuro che ha comprato anni fa con sua moglie, poi si allunga sul divano o sul letto prescelto con la voluttuosa indolenza di una grossa lucertola, si lascia avvolgere dal tepore e in quel tepore si appisola ogni volta, per alcuni irrinunciabili minuti. La casa è fredda e fosse per lui terrebbe il cappotto tutto il tempo, ma sua cognata non vuole e lo rimprovera spesso perché lo tolga e si comporti un po’ da uomo. Così, per lui, il negozio si è trasformato nell’ultimo rifugio per la propria dignità.
Dopo aver dormito, Nino tira fuori dal portafogli i suoi foglietti, che sono il suo grande conforto, al punto che quando sua cognata ha provato a portarglieli via dicendogli che era ridicolo, si è opposto con tutte le sue forze fino a farla desistere. Li tira fuori e li rilegge, approfittando del silenzio, per correggerli fino a renderli perfetti. Oppure, se ha una nuova idea la appunta su quelli puliti che ha ritagliato dai vecchi quaderni di sua nipote. Sono epigrammi che non avranno mai una vera pubblicazione, ed esprimono soltanto la rabbia, la frustrazione per ogni sopruso o menzogna, tutta la sua insoddisfazione. Le alimenta con la forza inesauribile di giornali, trasmissioni, le chiacchiere in parrocchia o dal tabaccaio sotto casa. «Per tutto questo abbiamo vissuto e lottato?» chiede a se stesso e a sua moglie. Inetti e criminali al potere, razzisti, cialtroni, migranti e schiavi, terremotati, tedeschi, le banche che si mangiano tutto, la gente che invece di lottare seriamente si gratta oppure strepita, si piange adosso o ripete con violenza insensata slogan a tempo perso, fino a farlo vergognare di parlare la loro stessa lingua. Per tutti loro abbiamo vissuto e lottato?
E si sente crescere dentro come una furia che non sa più contenere, la scrive con forza, ma in rima. La appunta, col suo sangue gettato negli anni, in biglietti che si porta in tasca carichi di sdegno e di veleno, come pistole pronte all’uso. Il suo testamento morale: pistole civili, armate di parole che gridano: «Mi fate tutti schifo, voi servi, voi padroni senza nessun potere, i vostri discorsi che suonano come lo sciacquare delle stoviglie dopo una grande abbuffata e l’incredulità di quelli che sono rimasti a digiuno, ma zitti per tutta la vita mentre aspettavano gli avanzi».
E prega ogni sera, prima di addormentarsi, per le prossime elezioni, o per il referendum, uno dei tanti, ché arrivino il prima possibile. Ne pregusta già ogni passo, nel buio, nel poco tempo che gli resta. Sogna di dirigersi verso le urne a testa alta, guardare il mondo fiero, dall’alto, prima di tirare fuori il suo biglietto scelto per quel giorno. Far tremare la parete in alluminio sotto la sua terribile caustica matita, fino a consumarle la punta, mentre ricopia sulla scheda i suoi versi di rivolta, l’ultima occasione di far sentire il suo No al Paese, dopo che gli hanno abbassato la voce.

martedì 1 novembre 2016

il giardiniere alla foresta


Un giardiniere che, per brevissimo tempo, è stato celebre per un suo libro di viaggio in moto da cross attraverso il Messico non si incontra tutti i giorni. Eppure una mattina mi chiama al telefono e mi chiede un appuntamento per propormi, durante la mezz’ora che è riuscito a ritagliarsi fra una potatura e l’altra, la pubblicazione del suo nuovo libro prima della sua probabile partenza. 
Non l’ho mai visto prima, ma vive a pochi chilometri da casa, in un centro spirituale in perfetto stile indiano, ma organizzato come un B&B. Dorme lì gratis, in cambio di lavori di fatica fra cui la potatura di altissime palme sulle quali è il solo capace di arrampicarsi senza vertigini. Al suo interno fa vita appartata, sua unica compagnia è un gatto transgender che a un certo punto ha cambiato genere in maniera spontanea, trasformandosi da maschio a femmina. Per il resto lavora duro e senza respiro. Si sveglia all’alba, mangia da solo quanto più può per darsi energia – e svuotando ogni volta il frigo, motivo per cui non lo amano – poi tira dritto fino al tramonto con la consapevolezza che presto, appena fa due soldi, andrà via. 
Da come si descrive lo diresti un uomo taciturno. Invece, gioviale come pochi, mi si siede davanti e mi parla dei suoi racconti, oppure comincia a leggermi stralci dal manoscritto, scoppiando a ridere di tanto in tanto travolto dalla sua stessa ironia. 
Ricordo una storia in particolare in cui, in un suo viaggio onirico arriva in una valle. Ci è arrivato sognando perché gli hanno detto che qui, tutte le mattine, succede un fenomeno assai particolare a cui vuole assistere. Nella valle vivono, ancorate al suolo, delle enormi forme dormienti, lunghe fino a venti metri, che palpitano nel buio della notte, e che sollevandosi all’alba, risvegliate dai primi tiepidi raggi, trasformano la valle in una sorta foresta pluviale. Ecco che lontano, dietro l’orizzonte, comincia a intravedersi la luce, la terra si muove pigramente, poi trema per lo stiracchiarsi dei corpi, il loro gonfiarsi e irrigidirsi, tirarsi su pian piano a scatti, impennarsi e incurvati lievemente verso il cielo, rosei, lucidi e tirati in cima, appena scossi dal fresco del primo mattino che li pizzica. Una vera foresta di cazzi equatoriali. 
Sarebbe una visione maestosa e degna di Moebius, se a questo punto non arrivasse a mungerli una squadra attrezzata di nani che, con grande abilità, si arrampicano lungo il loro fusto nodoso, arrivano in punta e cominciano a massaggiarla con decisione fino a farli eruttare in uno spruzzo che ricorda l’esplosione di un gaiser o di un pozzo petrolifero, impiastricciando la valle dei loro succhi vitali. È una tale sconcezza di sogno che alla fine il suo stesso autore decide di abbattere questa foresta oscena ricorrendo alle forze speciali dell’aeronautica: una pattuglia composta da aerei a forma di vagina, che grazie ad ali basculari sono capaci di atterrare in verticale sopra i cazzi e… 
Gli dico che le sue storie mi piacciono ma non ho tempo di seguirlo, così lo passo a Luca perché ci lavorino assieme loro due. Ci lavorano così tanto – con lui che riscrive intere pagine del libro per ridarcele identiche a com’erano in partenza – che, ironia a parte, alla fine il libro non si fa più. Ci salutiamo, molto tempo prima della data annunciata per la sua partenza, quando ormai stufo di tutto e tutti, avendo fatto due soldi, mi telefona per comunicarmi che ha deciso di tornarsene un po’ dalla sua mamma, in Veneto.

lunedì 31 ottobre 2016

americanizzati

Rispetto a queste mode stupide o finto stupide (nel senso che uno fa finta che siano stupide per non dire che gli piacciono) tipo Halloween mi ricordo c’era un mio amico, Nannino il brasiliano, che liquidava tutti con una parola: «Americanizzati!». Non lo diceva alle mode, lo diceva alle persone, per dire che ormai erano corrotte, e le persone mi ricordo si incazzavano.

domenica 30 ottobre 2016

fatti, non parole

Domenica pomeriggio di malattia, sfiancato, lo passo in casa dividendomi fra i tg sul terremoto e un film che volevo vedere, La Macchinazione di David Grieco. Il film è bello, Ranieri è grande, ma come ogni volta che se ne parla il delitto Pasolini mi mette una gran tristezza. Possibile che – come dice Steimetz nel film – noi italiani siamo tutti dei Don Abbondio, profittatori e vigliacchi, oppure dei nani, troppo piccoli e con voci troppo esili per cambiare il mondo, anche gridando a più non posso? Non lo so. Quel che so è che, con tutti i suoi difetti estremi, non essendoci nient’altro intorno ci sono tanti oggi che sognano di diventare come Pasolini, lo prendono a modello anche se magari con loro non c’entra nulla, qualcuno lo emula, cita o scimmiotta come può, ma nessuno che abbia abbastanza palle per esserlo davvero. A fatti, insomma, più che a parole.

barriera del piscione

La strada di Nambu che fuggiva all’infinito ci invitava a salire ancora più a nord; con rimpianto tornammo invece indietro per far tappa al villaggio di Iwate. L’indomani, passando per Oguro-zaki […] ci spingemmo fino alla “Barriera del piscione”. Quando la donna di Yoshitsune, durante la lunga fuga nel nord, partorì, è in questo luogo che il neonato diede sfogo per la prima volta alla vescica. Volevamo raggiungere la provincia di Deva attraverso le montagne, itinerario poco frequentato, che sollevò i sospetti delle guardie e dei doganieri. Finalmente, ci lasciarono andare. La notte ci sorprese in piena montagna, ma fummo così fortunati da rintracciare la capanna di una guardia di frontiera, che ci offrì riparo. Imperversò tempesta per tre giorni, confinandoci in questo luogo abbandonato.

Pulci e pidocchi mordevano 
la notte sentivo il cavallo 
pisciare dietro il mio capezzale. 

pensierino zen

Sono così abituato a non usarlo che stamattina che mi serviva ho perso quasi un’ora per cercare il fon, per poi scoprire che era esattamente lì dove l’ho lasciato l’ultima volta circa dieci anni fa, accanto allo specchio. Semplicemente avevo smesso di vederlo.

sabato 29 ottobre 2016

amazon e il destino

Amanzon che mi manda le mail pubblicitarie coi libri scelti apposta per me e sono quelli che produco io stesso non so se è una mezza fregatura o la riprova che non poteva andare altrimenti.

venerdì 28 ottobre 2016

asterisco

Mi dice Sergio che già spedire una cartolina, ormai, è un esercizio di poesia. Ma quello che davvero mi commuove di questa è l'asterisco. 


mercoledì 26 ottobre 2016

l'uscita


«Il fatto che esista una parola, “sogno”, non significa e non implica che la realtà abbia un’alternativa». 

Iosif Brodskij, Lettera a Orazio 

Percorriamo da ore un lungo corridoio in pietra, o ponte coperto da un’altissima volta e «sospeso sul nulla, ma solido», come ci dice la guardia che ci accompagna verso l’uscita col fare svagato e un po’ sbuffante, ma colloquiale, di tutte le guardie annoiate e costrette a un lavoro ingrato. Ho provato a farle domande, ma non ha risposto a nessuna, aggirandole coi suoi sinceri apprezzamenti alla meraviglia architettonica di quel corridoio. Ma è così lungo e impervio, insensato e pieno di curve inattese che si avvolgono e avvitano e aggrovigliano su se stesse in una sorta di labirinto serpentesco, che appare più il delirio di un ingegnere folle che l’opera grandiosa che ci dipinge la guardia entusiasta. Siamo in tre con la guardia. Ci accompagna un bambino che non conosco ma si stringe a me senza mai guardarmi in viso, e mi assomiglia al punto da essere il mio ritratto di quando avevo la sua età, la stessa aria malinconica, lo stesso sguardo privo di sorriso di quand’ero bambino. La guardia, parodiandoci, ci chiama la sacra famiglia mancata, mancandoci appunto una donna.
La volta, senza alcuna forma di illuminazione, emana una sorta di luminescenza muschiosa dalle pareti, che mi lascia ammirato. La guardia ci dice che è così perché riflette la luce che si propaga dall’uscita, ormai non troppo lontana. Non le credo più, da quanto tempo ci costringe, senza violenza ma con decisione che non ammette lamentele, a quella marcia forzata. È un cammino di ore indirizzato verso la nostra morte, lo sappiamo, eppure non ci opponiamo, ormai rassegnati alla fine. Certo, preferirei non essere costretto a quella prova massacrante. Mi sento come spossato, come se le gambe non riuscissero più a reggermi e per un attimo credo che sia in bambino a furia di appendersi a me a togliermi ogni forza. Vorrei scrollarmelo di dosso, cacciarlo via, ma poi mi prende pietà di lui e lo lascio perdere. Mi volto indietro, per un attimo come richiamato da una voce, ma è un’illusione, e mi chiedo dove sia sua madre, dove la sua vera famiglia, e perché è stato affidato a me in quelle ultime ore che ci coinvolgono. Poi lascio perdere anche le domande e mi concentro unicamente sulla voce querula della guardia, sulle sue chiacchiere per ammazzare il tempo che ci resta.
Arriviamo dunque alla fine del corridoio o ponte, di fronte a un enorme e solido muro all’apparenza senza uscita. E ci dirigiamo verso un angolo, incontro a una porticina strettissima e irregolare che sembra essere stata scavata nella spessa parete cieca con un punteruolo di fortuna. È talmente stretta come uscita da sembrarci ridicola. E noi dovremmo passarci attraverso? Ma come? Forse potrebbe il bambino, ma io? Provo a spiegarlo alla guardia, ma lei si dice convinta del contrario, è possibile.
Ci invita a chinarci e ad allungare la testa attraverso quella finestrella per ammirare, dopo tale cammino, cosa finalmente ci aspetta. Gli obbediamo e restiamo come paralizzati, meravigliati da tanto splendore. Siamo sospesi, è vero, chilometri sopra il mare, quasi nello spazio aperto. Ma persino la Terra sotto di noi, che pare farsi sempre più lontana, si illumina della stessa luminescenza diafana del corridoio in cui siamo. Mi volto, di nuovo armato di domande, verso la guardia, che adesso mi punta contro una pistola per precauzione, ma continua a sorridermi da un’adeguata distanza di sicurezza.
«Si può sapere dove siamo? Cosa ci aspetta? Vuoi davvero che saltiamo di sotto da quella altezza?» chiedo, facendomi finalmente coraggio, e alle mie parole il bambino sembra stringermi ancora di più a me, e mi bacia la mano che intanto si è posata sulla sua guancia umida, per scaldarlo.
La guardia mi sorride, comprensiva, e tira fuori dalla tasca una corda d’oro che mi passa. «Non dovete lanciarvi di sotto, dovete calarvi con questa e andrà tutto bene. Ma occorre fiducia».
Ma la corda mi appare troppo corta per calarci di sotto, e resto immobile.
Lui mi sorride per la terza volta e mi rivela: «Siamo nella pancia del Signore, questo è il suo intestino. Tocca a voi, adesso, dargli un senso».
Il bambino comincia a tremare contro il mio corpo, si stringe di più, sempre di più a me, fino a farmi male. Io fisso la corda che mi appare ancora troppo corta, non so decidermi, mi chiedo se a un certo punto ci sarà una magia, e come potremo mai uscire da quella fessura strettissima nel muro. Allora sento il grilletto della pistola che viene caricato. Osservo la canna puntare minacciosa verso di noi.
«Ora pregate» ci ordina.

lunedì 24 ottobre 2016

impegno

Mio fratello, maestro di pianoforte e fino a poco tempo fa tenore nel coro del Petruzzelli, si è adattato ai tempi che corrono e ha trovato lavoro in una scuola di musica come insegnante di canto pop. Non è proprio la musica che preferisce, ma come in tutte le sue cose ci mette dentro un impegno e una dedizione assoluti, e studia quello che non sa per darlo al meglio ai suoi allievi. Non lo credevo possibile fino a stasera, ma passare all'improvviso dagli studi su Čajkovskij a estemporanee esecuzioni al piano di Your Song di Elton John fa il suo bell'effetto.

concime


«Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a loro posta e coprir d’onte e stuprare la Italia...» 
Comincia così la nuova edizione, stavolta non censurata, di Eros e Priapo, estrema invettiva antifascista di Carlo Emilio Gadda, che all'epoca (1967) venne grandemente ripulita da Adelphi (con editing di Enzo Siciliano) per la violenza del sentimento e l'immaginario osceno, visto che poi il linguaggio è sempre altissimo e visionario. La cosa più sconvolgente del libro non è tanto il livore espresso contro Mussolini e il regime, ma la feroce condanna degli attegiamenti vanesi, velleitari, machisti e brutali della cultura dell'epoca, che non sono per Gadda espressione di una dittatura scesa sull'Italia a umiliarla ma, al contrario, concime di stampo prettamente italiano su cui il fascismo ha attecchito con gusto.

venerdì 21 ottobre 2016

«give the anarchist a cigarette»

Iersera ho visto DONT LOOK BACK di D. A. Pennebaker, documentario che segue Bob Dylan nel suo tour londinese del 1965 poco prima della svolta rock. A parte il fatto che secondo me andrebbe inserito di diritto nella discografia di Dylan, come pura forza performativa che sprigiona dal Dylan in bianco e nero di quegli anni ’60: ogni gesto, ogni sbadiglio, in tutto ciò che fa Dylan è cool, angry, punk come non sarà mai più; a parte tutto questo fa una certa impressione vedere oggi come tantissimi fan si scusino con lui (si scusano davvero!) di non riuscire a volte a concentrarsi sulle sue parole perché distratti dalla musica! Dylan si schernisce: sono soltanto uno che suona la chitarra, eludendo così sia il suo ruolo di poeta che quello di guida sociale e politica. Qualcosa della sua insoddisfazione, però, trapela dalle sue esibizioni. Ti importa qualcosa di quello che canti? gli chiede il giornalista del Time, al che Dylan risponde incazzato: Non posso credere che tu mi stia facendo una domanda del genere. Eppure, quando alla fine i giornali gli danno dell’anarchico, ci resta quasi male: finalmente sono riusciti a trovare una parola per definirmi, dice con sarcasmo. Date una sigaretta all’anarchico, aggiunge, con una battuta entrata nell’immaginario popolare inglese, come se fosse l’ultima sigaretta di un condannato a morte. Perché di fatto, nell’universo dylaniano, tutto ciò che viene definito è già come se fosse un poco morto. Speriamo che la parola «poeta», con cui lotta da una vita, ora che ha vinto il Nobel non lo uccida del tutto.

giovedì 20 ottobre 2016

b.digital

Comincia da oggi la nostra nuova avventura, o impresa, come casa editrice, chiamata B.digital. Chi mi conosce ne avrà sentito parlare negli ultimi mesi in maniera quasi esclusiva. Per tutti gli altri B.digital è un progetto, vincitore del bando di finanziamento Funder35 con la Fondazione CON IL SUD, attraverso il quale cercheremo di rilanciare i nostri libri nel mondo digitale. Di cosa si tratta? Di una serie di corsi prima per creare audiolibri, e-book e e-book multimediali e poi di booktrailer, media marketing e digital advertising per rilanciare questi nuovi prodotti sul mercato nella maniera più incisiva. I corsi saranno tutti tenuti da professionisti del settore. L'obiettivo finale, per noi, è quello di riuscire a creare libri multimediali, in più lingue, da rilanciare sul mercato europeo. Il progetto durerà per i prossimi due anni, mentre i corsi, indipendenti, cominceranno a fine novembre e andranno avanti, in formula weekend, fin a fine gennaio. 

poesia delle chioccioline di terra


martedì 18 ottobre 2016

scintilla

Quelle volte che ti si accende finalmente (dopo tre giorni che la stai cercando) la scintilla di genio per una recensione di 5000 battute che devi consegnare entro giovedì, e tuo fratello (che ti considera l’equivalente umano di un maiale che si rotola gioioso nel fango) decide di passarti l’aspirapolvere e mentre lo fa, per abitudine, attacca a cantare un qualche pezzo d’opera con quella sua voce che fa tremare i vetri. La scintilla ha tremolato, poi si è spenta, sepolta dal frastuono.

domenica 16 ottobre 2016

a quelli che vorrebbero tenermi qui...

L’ultimo testo dell’ultimo libro di Attilio Bertolucci, il suo congedo dalla vita. L’ho letto stamattina sotto le coperte e ne ho ancora i brividi – l’eco – addosso. Ecco la differenza, mi dico, fra tanta buona cara onesta intensa poesia che scriviamo e pubblichiamo, e l’arte che squarcia il velo delle apparenze per scuoterci dal nostro torpore di passanti. 

A quelli che vorrebbero tenermi qui – 
morti che mi amano ancora 
perché non gli resta altro da fare 
che amarmi sin che anch’io 
non sia tornato con loro 
dietro il muro sbiadito e il marmo 
che salda la calcina mischiata 
con sabbia del Baganza e acqua 
del condotto farnesiano – 
vivi che non mi hanno mai amato 
e dicono di preferire 
quella mia poesia di una grazia 
proverbiale, dico: lasciatemi andare, 
 giugno è ventoso 
e queste foglie amare 
sono imbrattate di lucciole sfinite, 
lasciatemi andar via. 

[La lucertola di Casarola, Garzanti 1990]

sabato 15 ottobre 2016

quando

Una volta lessi un articolo (non ricordo di chi) dove, scardinando il principio della scrittura intesa unicamente come arte, come distillato della bellezza del mondo frutto di una precisa visione dell’artista, di un sofferto lavoro creativo (un parto), si sosteneva che campare di scrittura si può eccome, con molta disciplina e dedizione al proprio lavoro, anche pubblicando un libro ogni sei-sette mesi (che sono oggi i tempi medi di vita del romanzo come prodotto editoriale). 
Quando, però, ti capitano (e ti capitano) scrittori che di libri all'anno ne pubblicano tre o addirittura quattro, il dubbio un po’ ti viene, e mutuando la querelle del genitore che sottraeva il figlio ai compiti di scuola per godersi un po’ le proprie vacanze, ti viene da chiederti: ma questi, se scrivono quattro libri all’anno, di preciso quando vivono?

giovedì 13 ottobre 2016

incipit per un prossimo racconto

Scriveva lettere piene di disperazione alla moglie che lo aveva allontanato a causa del suo egoismo di scrittore.

la lotta per l'osso


Mi fanno un po’ ridere quelli che si scandalizzano per il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, e parlano di ingiustizia letteraria per il povero Philip Roth (che così povero secondo me non è). Sinceramente (ma lo dico come sfogo) se ci fosse una giustizia letteraria io, oggi, pubblicherei nella collana bianca di Einaudi. Così, per dirne una. E come me molti bravissimi scrittori che conosco. Invece Einaudi pubblica, da anni, molte più cagate in versi di quelle che ha composto Bob Dylan in 50 anni di canzonette. Ma non è solo Einaudi. Tante altre case editrici che si dicono libere pubblicano semplicemente (per far quadrare i conti, dicono) più merda di quanta se ne possa digerire, in cui fanno proliferare autori senza alcuno spessore, che pubblicano libri di cui nessuno ha bisogno non perché sono più bravi di altri, ma solo perché sono meglio intrallazzati, sempre al posto giusto al momento giusto, a dire la cosa giusta per essere simpatici. La letteratura è anche un lavoro relazionale, si sa. E così vanno in tv nei salotti giusti, fanno inchieste giornalistiche che non denunciano nulla, fanno satira insulsa, fanno politica ma si incazzano sempre senza arrivare mai a nulla, talvolta fanno utilissimi pompini, e cucinano e cantano e giocano a calcio, ma senza sfiorare mai (tranne rare eccezioni) la Letteratura, nemmeno per sbaglio. 
Eppure, in tutto questo sistema diabolico, che non è l’eccezione ma la norma, invece di incazzarsi per la merda nauseabonda che circola nelle nostre librerie, imbellettata da marchi prestigiosi, quello che rode di più è che Bob Dylan (anche se pubblicato da Feltrinelli) non fa letteratura, non fa musica e non fa nemmeno arte. E visto che non fa nemmeno pompini, non si sa come giustificare questo errore. Forse dovrebbe giocare a calcio. 
Parlando di errori, stamattina mi scriveva una mia amica sconsolata: “è morto Dario Fo, siamo più poveri”. E a me è venuto da pensare che sì, è vero, siamo poveri, ma Fo era anche anziano. Il problema, il problema vero, immenso, non è che si sente la sua assenza, ma che si sente l’assenza di un ricambio che non c'è stato, non perché manchino i talenti ma perché chi c’ha il Potere (come lo chiamava Fo) economico, editoriale, chi potrebbe dargli spazio, ampio, di azione e di pensiero, piuttosto che investire in quei giovani talenti, preferisce storcere il naso, guardare altrove, e non sempre al meglio o in buonafede. E ripetere a chi scalpita, come succede a me: “questo posto non va bene per te, col tuo talento forse dovresti andartene altrove”. Invertendo, di fatto, il celeberrimo: Questo non è un paese per vecchi, che Cormac McCarthy (anch’egli meritevole di Nobel) ha mutuato come titolo di un suo romanzo da una poesia di Yeats. (Sempre questa Poesia che torna fra le balle). E se qualcuno si lamenta del trattamento, al Potere piace ripetere che emergere, da sempre, è una lotta spietata. La lotta fra cani per l’osso.

martedì 11 ottobre 2016

le vertigini

Sono fatto d’acqua e ho le vertigini, mentre provo a reggermi sulle mie gambe senza troppo successo. Di buono c’è che quando cado non mi rompo le ossa, e la stanza intorno, quando mi apro sul pavimento e poi mi riassorbo, ne viene fuori un po’ più pulita. In verità spero che così, assorbendo lo sporco, potrei riuscire a compattarmi meglio. Invece prevalgono ogni volta l’acqua e le vertigini.

domenica 9 ottobre 2016

gozzovigliare all’ombra dell’autore

Leggo da alcuni giorni tutte queste storie sulla vera identità di Elena Ferrante (di cui in verità ci frega poco o nulla) e sulla necessità o meno di conoscere la biografia dell’autore per capire meglio l’opera, e mi tornano in mente alcuni vecchi termini della critica dell’arte che studiavo all’università: Iconologia (per cui l’opera è il risultato di un insieme di segni desunti dall’ambiente sociale in cui l’autore si è formato e da cui è permeato, e quindi un po’ figlia dell’autore e un po’ di più del suo ambiente) contro Sociologia (in cui l’opera è frutto del continuo confronto dialettico fra autore e ambiente, e da come l’autore e l’ambiente, spesso in lotta per affermarsi l’uno sull’altro, si trasformano a vicenda). Per dire che questa storia dell’importanza o meno dell’autore verso l’opera è vecchia quanto il cucco. 
Nel medioevo, ad esempio, la presenza dell’autore era considerata un atto di vanità colpevole dell’uomo verso Dio, atto che inficiava il valore stesso dell’opera, a Dio offerta. L’autore rimaneva spesso agente anonimo di un intero mondo, ma non per questo le cattedrali sono opere meno perfette e stupefacenti. Nel romanticismo (nei cui rigagnoli sguazziamo ancora oggi, felici e inconsapevoli) l’opera senza il vissuto dell’artista diventa quasi inconcepibile, perché nella dicotomia autore-opera, noi pubblico contempliamo l’opera (la bramiamo) ma è nella storia dell’autore che ci rispecchiamo, ci identifichiamo, e troviamo un motivo consapevole (perché semplificato) alla nostra bramosia estetica. E in effetti, quanto perderebbero I Canti di Leopardi al nostro occhio, senza il tormento autobiografico che ad essi attribuiamo? 
Qualcuno si tira indietro, volontariamente, dal gioco (Rimbaud, Salinger). Qualcun altro, all’opposto, imprime se stesso nell’opera a tal punto che siamo costretti a prendere entrambi come uno solo (Hemingway, i poeti, ma pure personaggi discutibili, tossici, violenti, che dal vivo terremmo a distanza ma che nell’opera perdoniamo e nobilitiamo). Qualcuno dall’opera si tiene a distanza di sicurezza (Emily Dickinson). Ma non è, mai, una regola necessaria. Ma che succede, nel pubblico, quando non può identificarsi con l’autore, mentre brama l’opera? Semplice: non potendosi aggrappare ad altro, inverte il rapporto e cerca spasmodicamente tracce dell’autore nell’opera, per soddisfare il proprio bisogno e al contempo compensare la sua assenza. Così alimenta il mercato. Tutto questo per dire che, nel caso Ferrante, non pare di risalire a nessuna delle casistiche sopra esposte, frutto né di umiltà né di tormento, al massimo di opportunità ben ponderata, in cui a un certo punto l’opera vale più per il mistero di chi l’ha scritta che non per la sua qualità intrinseca, e anzi, nonostante quella. Infatti i libri della Ferrante, belli o brutti che siano, anche grazie al mistero che la circonda, vendono benissimo, e non solo: danno anche spazio a chi, alimentando o smontando il suo mistero, gozzoviglia all’ombra dell’autore, di cui l’opera non è più centro ma corollario.

lezioni di vita

«Minchia la frustrazione dei poeti! Anche io quando mi lascio con una ci sto male, però mi faccio forza, vado avanti, mica scrivo dei poemi per farlo sapere a tutti. Un po’ di maturità!».
Danilo, 19 anni appena compiuti, mi dà lezioni di vita.

gli scomparsi

Nel sogno morivano tutti senza volerlo. Alcuni scomparivano persino dal ricordo, o forse si nascondevano e basta. Altri continuavano a vivere – nella finzione – una vita priva di senso ma ricca di alibi. Come quello di darsi appuntamento per parlare degli scomparsi, porsi domande su di loro, offrire aneddoti come risposte e trattenerli il più a lungo possibile, fino a quando, a forza di ripeterli, gli aneddoti stessi diventavano vuoti.

venerdì 7 ottobre 2016

dicono che mio fratello non mi assomigli per niente

poeti e fagioli

Stamattina visita con caffè a Lino Angiuli. Ci racconta un aneddoto spassoso sul suo rapporto controverso col prof. Arcangelo Leone De Castris, che avrebbe voluto farne un critico invece che un poeta. Il giovane Lino va da lui e, per sfotterlo sul suo terreno linguistico-ideologico, gli dice:
«Arcangelo, ho scritto una poesia sul fagiolo. È una cosa nuova, che finora non ha mai fatto nessuno… scrivere una poesia e infilarci dentro il fagiolo. Ti rendi conto? Ho FAGIOLIZZATO la Letteratura!»
De Castris, che coglie o forse no l’ironia, abbocca all'amo e serissimo risponde: 
«No Lino, ma che dici. Tu hai LETTERATIZZATO il Fagiolo!»

giovedì 6 ottobre 2016

shotgun willie

Shotgun Willie, la title track di quello che molti considerano il capolavoro discografico di Willie Nelson, esponente di spicco del country americano, venne scritta in un periodo di grande confusione creativa ed esistenziale, nel bagno di un motel, sulla confezione vuota di un assorbente. A dispetto del poco fascino di questa storia, il nomignolo “Shotgun” Nelson se lo guadagnò in un autentico duello in uno scenario da selvaggio west. Pare che Willie, intorno al Natale del ’69, abbia scoperto che sua figlia Lana subiva violenze domestiche da suo marito Steve Warren. Infuriato, si reca dal marito di Lana, picchiandolo e minacciandolo di ucciderlo se solo ci riprova. Appena ripresosi dalla batosta, Steve Warren, invece di pentirsi e fare ammenda, raduna tutti i suoi fratelli, armati di fucili calibro 22, li carica sul suo furgone e si dirige a casa di Nelson. In quel momento Willie è in casa col suo batterista Paul English. I fratelli Warren circondano la casa e cominciano a sparare. Willie e Paul, armati di fucili da caccia [shotgun], rispondono al fuoco. Ne nasce una lunga sparatoria, che si protrae per ore con tanto di inseguimenti, agguati, trappole, rapimenti, il tutto nell’indifferenza della polizia del Texas, che non vuole immischiarsi in quelle che ritiene “beghe famigliari”. Alla fine e contro ogni pronostico Willie e Paul risultano vincitori, costringendo i Warren alla fuga e regalando a Willie il suo celebre soprannome. Pare anzi che Walker Texas Ranger sia stato in parte ispirato nell’aspetto (barba e capelli lunghi) proprio dal buon vecchio Willie Nelson.

sul rinnovato compiacimento per l'ultimo bel film di woody allen

Mi vien da dire, da alleniano convinto, che ogni cinque anni circa c’è qualcuno che dice che Woody Allen è finito, morto, sepolto, superato, e per giunta inutile. Poi torna a fare un bel film ogni quattro carini (negli ultimi venti anni ne ha fatti un sacco carini) e tutti ritornano a dire, sorpresi e un po’ dimenticandosi precedenti affermazioni: “Ah però, Woody Allen, sempre grande lui!”. Woody Allen intanto se ne fotte beatamente e continua a far film, belli, brutti, soltanto carini, non importa, perché lui semplicemente prosegue la propria ricerca. Perché un artista serio non fa le sue cose pensando: “Questo sarà un capolavoro che piacerà a tutti”. Uno fa e basta, al meglio che può, e dà forma alla sua idea. Punto. Il capolavoro, se c’è, ce lo vedono (o ce lo vedranno) gli altri. Riuscirci è una scommessa, non un obbligo morale verso il pubblico. L’unico obbligo è l’onestà dell’intenzione. Poi, se come appassionato ti piace davvero un artista, secondo me, la ricerca in sé (la sua intera produzione vista nel suo insieme, compresi gli errori, i tentativi, gli scarabocchi e le imperfezioni) è più interessante della singola opera. Ed è il motivo per cui, per estensione, di Leonardo o Rembrandt collezioniamo anche gli schizzi. E se proprio si vuole il capolavoro a tutti i costi, per soddisfare il proprio fine palato sempre a caccia di nuove emozioni estetiche, c’è tanta roba in giro, ottima per quanto meno prestigiosa nel nome, basta cercare. Oppure si può sempre tornare ai classici, a cominciare dalla Corazzata Potemkin di famigerata e surreale memoria.

lunedì 3 ottobre 2016

californication in locorotondo

Siccome sono tordo, mi hanno appena spiegato che in quanto editore non posso provarci con le autrici che pubblico perché è eticamente scorretto. Come mettere un bambino nel negozio di caramelle e dirgli: non puoi perché se no ti viene la carie. Prima mi è cascato il mondo addosso, poi ho realizzato che qui o sono sposate, oppure sono maschi (il 90%) e nemmeno il mio tipo. Insomma, il seme del male era in nuce, ma grazie alla mia solita sfiga posso dormire sogni tranquilli. A ogni buon conto, per evitare future tentazioni, faccio mio il proposito di Cecco Angiolieri, con variazione salutare per l’anima: «Si fosse Lillo com’i’ sono e fui/ torrei le donne zoppe e vecchie:/ le giovani e leggiadre lasserei altrui». (Tradotto: le belle tentazioni se le pubblichino gli altri, così ci provo senza più turbe morali). Se ci riesco o no, è ancora tutto da vedere. Il seguito alla prossima stagione.

sabato 1 ottobre 2016

ninna nanna

Viaggio in treno, vagone di seconda classe. Seduta di fronte a me una ragazza, credo russa, parla da circa mezz’ora al telefono nella sua lingua. A un certo punto comincia a cantare con voce limpida una specie di nenia, come una ninna nanna del suo paese, mentre il suo viso si scioglie nella luce del vetro. Si ferma, prova a giustificarsi con la persona di là, con tenerezza e apprensione. Poi si accorge che la osservo di sottecchi e forse fraintende il mio sguardo, crede che mi stia disturbando. È mia figlia, mi spiega, sente il rumore del treno e pensa che me ne sto andando per sempre.

venerdì 30 settembre 2016

parma, due madonne e l'inculato




A Parma, Alessandro Silva mi spiega che la statua qui sotto, vicina al ponte e irretita dai fili del tram che ne amplificano la drammaticità, viene "amichevolmente" chiamata l'Inculato, non ho ancora capito se per la posizione scomoda o perché come soldato è votato per sempre al martirio della guerra.


giovedì 29 settembre 2016

sacralità (a mantova)




Stamattina presto passeggiavo per Mantova e sono entrato in una chiesa. Luce radente del primo mattino umido. Un suono, una lunga nota, alta e monotona riempie lo spazio come l’eco di una campana, gli dà volume, infilandosi fra le panche e in alto fino alle volte nude, di una sacralità nuova e senza tempo. Musica ambient, mi dico ammirato. Immagino sia una sorta di installazione e penso che Mantova è davvero avanti, vera capitale della Cultura. Mi siedo in una cappella laterale, per godermela al meglio, e resto lì per mezz’ora, in estasi, prima di accorgermi che è solo l’accordatore che sta accordando l’organo a canne.



Un ulivo a Mantova.


sabato 24 settembre 2016

la torre

Mi ritrovo calato – da chi? – nella stanza in cima a una torre bianca, all’interno della quale è racchiuso tutto il blu Matisse, insieme al suo custode. Il custode, sfinito dagli anni di servizio e dalla solitudine, mi chiede di salvarlo, aiutandolo a scappare di lì. Ma l’unica via di fuga pare una lunga scalinata esterna, che corre attorcigliandosi intorno alla torre con gradini talmente stretti da essere adatti soltanto ai piedi di un bambino, cominciando da una balconata senza parapetto posizionata circa tre metri più in basso rispetto a una finestra che dà sul mattino.
L’impresa è quasi impossibile. Si deve saltar giù dalla finestra sulla balconata, sperando di non perdere l’equilibrio atterrando, e poi percorrere la scalinata tenendosi stretti al muro. Il tutto approfittando della prima luce dell’alba, ma prima che si faccia pieno giorno e che qualcuno possa vederci e avvertire le guardie della torre. Eppure il custode è talmente disperato da implorarmi, dice che preferisce la morte a restare lì un solo altro minuto, immerso in quell’azzurro senza tristezze che lo priva della metà oscura delle sue emozioni.
Decidiamo così di provarci, calandoci giù dalla finestra, prima lui e poi io. Atterriamo, come per miracolo, sulla balconata di sotto e sollevando lo sguardo verso l’orizzonte ora spalancato, ci teniamo per mano per darci coraggio, mentre sentiamo, come se fossimo nudi, il fresco del primo mattino che ci morde il cuore e le braccia. Restiamo così per un tempo che pare infinito. Poi lui, preso dalla frenesia della fuga, emette un lungo sospiro e voltandosi verso la scalinata mi lascia la mano. Comincia a scendere, tenendosi stretto alla parete come una lucertola e approfittando, oltre che degli stretti scalini, anche di alcune irregolarità delle pietre, fessure e spuntoni.
Lo guardo e non capisco. Ma non dovevo essere io a salvarlo? Eppure sembra cavarsela molto meglio di me, che ho fatto l’errore di guardare in basso, e ora la distanza dal suolo mi sembra talmente enorme, spaventosa, che comincio a tremare tutto e mi gira la testa per le vertigini.
Mi ritrovo così bloccato sulla balconata all’esterno della torre, a decine di metri suolo, incapace di tornare al sicuro nella stanza del blu, ma paralizzato all’idea di affrontare gli scalini che ormai mi sembrano talmente stretti da non riuscire più a distinguerli sul muro, mi pare una follia. Anche il custode è scomparso e non so più se mi ha distanziato oppure è caduto di sotto. Lo chiamo a gran voce, terrorizzato, ma non risponde, sono da solo ormai, costretto a quella torre.
Il sole comincia a sollevarsi dietro l’orizzonte, e il primo calore in parte allevia i brividi, in parte mi offre una speranza. Presto le guardie mi vedranno e verranno a riprendermi. Mi basterà solo arrendermi, aspettare immobile il loro arrivo, stando ben attento a mantenere l’equilibrio, e poi decideranno per me. In quel momento il sole si solleva di colpo, con un grosso boato, sopra l’orizzonte, e io mi sciolgo contro il muro.