lunedì 31 dicembre 2018

ultima foto del 2018 (in ricordo)

incompletezza

Kōyü, il religioso, dice: solo una persona di limitato intendimento desidera sistemare le cose in serie complete. Desiderabile è l’incompletezza. In ogni cosa l’uniformità è sconsigliabile. Un tempo era obbligatorio lasciare nei palazzi un’ala incompiuta. Senza eccezioni. 

(Kenkō, Ore d'ozio)

domenica 30 dicembre 2018

kukkétte

Kukkétte parève citta citte 
invece jère na radio. 
Mu sò sunnéte ca passève pu kéne 
a i duò de notte i me kiamève: 
“Nà! líscete kèsse, ca te pièsce. Jè sópe a vìte!” 
I jère na poesíje ca s’à purtéve mpólte da trent’ànne 
sèmpe a stèsse. Jí m’à lescève agne volte 
i può ce respunnève: “Franco, 
nna sò capíte nudde. Ma me pièsce”. 
Kukkétte redève citta citte i può 
ne sce cukàvene. 


Traduzione.

Cucchetto pareva zitto zitto
invece era una radio.
Me lo sono sognato che passava col cane
alle due di notte e mi chiamava:
“Nà! Leggiti questa che ti piace. È sulla vita!”
ed era una poesia che si portava in tasca da trent’anni
sempre la stessa. Io la leggevo ogni volta
e poi gli rispondevo: “Franco,
non ci ho capito nulla. Ma mi piace.”
Cucchetto rideva zitto zitto e poi
ci andavamo a coricare.

propositi per l'anno nuovo

così

L’anno se ne va così,
silenzioso
si allontana.

Al vecchio anno
segue il nuovo,
come bastone acuminato.

(Takahama Kyoshi)


«Cose che passano così: una barca a vela, gli anni della vita di ognuno, la primavera, l’estate, l’autunno, l’inverno».

(Sei Shōnagon)

venerdì 28 dicembre 2018

quando il re è nudo (ma nessuno glielo dice)

In genere, per “deformazione professionale”, ormai alle presentazioni sto sempre da una parte sola, quella di chi presenta o al massimo è presentato. Ieri mi è capitato di essere alla presentazione del libro di un amico, seduto nelle ultime file, e mi sono ritrovato a scoprire come si sta dall’altra parte del fosso. Così, vi dico, a destra mi sono ritrovato una signora, raffreddatissima, che continuava a soffiarsi il naso con una pezza intrisa di muco mentre faceva ricerche sul cellulare sui tumori al cervello; dall’altra parte avevo una giovane ragazza con suo figlio che continuava a ripeterle, agitandosi e scherzando: “Mamma, non è vero che ho scoreggiato”, cosa palesemente non vera, vista l’aria che tirava. In tutto questo, io che credevo di essere quello serio e compito del gruppo, mezz’ora dopo, al pub, sono stato redarguito da un altro amico di andarmene in giro con la cerniera dei pantaloni aperta. Ecco, tutto questo per dire – a parte l’ovvia lezione morale – che stamattina mi sono ritrovato a immaginare a tutte le volte che potrei aver presentato un libro con la cerniera aperta. Se così è stato e non me lo avete detto, siete delle brutte persone.

giovedì 27 dicembre 2018

sulla fiducia

Stasera, visto che siamo bravissimi a trascurare i vivi ma altrettanto bravi a riesumare i morti, stasera sognavo le cose bellissime che diranno di me quando sarò estinto, a cominciare dal fatto che sapevo inventare storie e scrivere grandi poesie, e nonostante il fatto che le poesie “si appendano un po’ ai coglioni” come mi ha detto con sincerità e affetto un mio amico, poche ore fa, comprando un mio libro sulla fiducia.

jannacci 1968!


Uno dei dischi di Enzo Jannacci di cui più si sentiva la mancanza era il 33 giri di Vengo anch’io. No, tu no, registrato e pubblicato nel 1968 ma mai ristampato in CD. Quest’album conteneva vari pezzi importanti del suo repertorio, dalla traccia omonima a Ho visto un re (che esprimevano tutta la carica più irriverente e per certi versi “insurrezionale” di Jannacci insieme a Dario Fo), da Giovanni telegrafista a Non finirà mai, fin alla famigerata La mia moroso la va alla fonte da cui attinse De André per la sua Via del Campo. Alcuni di questi pezzi era possibile ascoltarli smembrati fra varie antologie; di altri si trovavano tracce in giro ma a una qualità audio scarsissima. Di recente, sul canale YouTube di Jannacci (QUI) è comparsa una playlist con tutte le registrazioni effettuate dal Nostro nel 1968, dunque con tutte le tracce di quel disco più alcune outtakes (in verità pezzi minori ma ugualmente divertenti, come Il terzino d’Olanda) che è possibile ascoltare a una qualità audio perlomeno decente. Per un fan è davvero tanto. Il miracolo adesso, per me, sarebbe un’operazione analoga sul periodo Durium di Gino Paoli e sui dischi dell’ultimo Sergio Endrigo.

domenica 23 dicembre 2018

tu sei mio amico?

Nei casotti vari delle ultime settimane mi sono completamente dimenticato di segnalare che sul numero di novembre della rivista online Versante ripido era uscito un mio racconto inedito (QUI) che parla di tradimento e vendetta, argomenti che ben si confanno allo spirito più cruento del Natale. Scherzi a parte mi sembrava giusto segnalarlo, almeno prima dell'uscita del numero di dicembre, ringraziando la redazione per l'ospitalità. Poi, visto che mi dicono che sono un disastro nell'autopromuovermi, ne approfitto per ricordare che di miei racconti è uscita anche questa raccolta curata da Giovanni Turi per Stilo Editrice chiamata "La nostra voce non si spezza" (QUI). Lo so che a Natale si predilogo i libri di Bruno Vespa e le ricette della ex-Clerici-ora-Isoardi, ma alcuni amici mi dicono che lo stanno usando come regalo per Natale. Pensa te!

sabato 22 dicembre 2018

la paura del colore

Mi è appena tornato in mente questo ricordo. Una volta a scuola, quando ero bambino, stavo disegnando con molto impegno ma con eccessiva paura di sbagliare. Il maestro si avvicinò e mi disse: “Non bisogna avere paura del colore.” Quella frase per me fu illuminante. Chi ha paura dei pezzi sulla scacchiera, non giocherà mai grandi partite.

venerdì 21 dicembre 2018

chiedere aiuto

Adriano Celentano: "Una volta mi sono avvicinato a Totò, mi viene ancora adesso il sangue alla testa quando ci penso, e gli ho detto: "Eccellenza, io so imitare Jerry Lewis, per favore potrebbe fare qualcosa per me?". E lui era un grosso attore, non si è fermato neanche un momento, mi ha detto solo: "Ma che vuoi", senza neanche guardarmi. Ero rosso di vergogna e gli ho detto: "Ha ragione, eccellenza, non voglio niente". Così da quel momento non ho mai più chiesto aiuto a nessuno. Ecco."

[da una intervista del 1964 con Natalia Aspesi, in: Gianfranco Manfredi, Quelli che cantano dentro nei dischi, Coniglio editore, 2004]

menomale

Oggi una ragazza mi fa: “Cazzo, se scrivi da Dio. Se soltanto fossi bello quanto la tua scrittura…”
“Chiudi gli occhi” le ho detto.
Lei ha riso. “Menomale che sei simpatico.”
Apposto.

la frase dell'anno

"Lillo, rispondi al telefono!" è al primo posto come frase dell'anno.
Al secondo posto c'è: "Scusi, lei è Vitantonio?"

l'autore e il suo doppio

Il mio amico Toni mi dice che secondo lui il mio racconto Lettera a un editor più che a un altro è stato scritto da me stesso a me stesso, perché sono un personaggio bipolare: in realtà l'autore che c'è in me vuole e cerca ripetutamente di uccidere e soverchiare l'editore, che resiste e per vendetta lo schernisce nei mille ritratti di sfigati che ronzano intorno alla casa editrice. Interessante teoria, su cui continuo a rimuginare.

giovedì 20 dicembre 2018

ciao ti dirò





la pappa del gatto

Ieri ho capito una cosa, che a volte gli autori che ti scrivono sono maleducati non perché sono nati cafoni, ma proprio perché sono stati educati male. Nel senso che sono cresciuti in un ambiente editoriale dove i libri di poesia coi piccoli editori li pubblicavi sempre a pagamento e quindi, se ti pago, pretendo. Adesso che in qualche modo sta cambiando l'ambiente editoriale e l'editoria seria, per quanto piccola, tende nella direzione etica ma per certi versi masochistica e destinata al fallimento finanziario della pubblicazione gratutita, tutti vogliono la pubblicazione gratuita ma continuano a trattare te e molti tuoi colleghi, indiscriminatamente, come editori a pagamento: cioè, io non pago, ma pretendo, perché in qualche modo mi ricordo che si fa così. Che è un po' lo stesso meccanismo che anima i miei gatti per la pappa, e guai a cambiare loro il piatto.

mercoledì 19 dicembre 2018

se sapeste

Se voi comuni stipendiati sapeste la fatica che dobbiamo fare noi scalzacani della cultura per farci pagare un lavoro, come minimo, quando ci vedete passare per strada, dovreste abbracciarci forte, possibilmente offrire un bignè.

note sul commissario magrelli

«Tranne pochi casi, tranne qualche eccezione, i gialli sono incantevoli passatempi. Basta mettersi d’accordo: per me la letteratura non serve a passare il tempo, cioè ad ‘ammazzarlo’ (tanto per restare in tema). La mia non vuole essere una visione elitaria, ma di ricerca. Pur condividendo con la narrativa d’intrattenimento il rispetto per la comunicazione con il lettore, per me letteratura significa altro.» Lo dice Valerio Magrelli in una intervista uscita oggi sul Libraio, a proposito del suo ultimo libro che però è, effettivamente, un passatempo, nulla di più e nulla di meno. Rispetto molto Magrelli e mi piace e difendo la sua continua voglia di fregarsene degli status e di sperimentare (in ogni caso lo pubblica Einaudi, quindi che problema c'è). Ciò premesso, del Commissario Magrelli, al di là del fatto che mi fa molta simpatia non si può dire altro e aggiungo, anche se immagino sia successo per motivi commerciali, che per me è stato un bene che non sia stato inserito ne Le cavie, antologia che raccoglie tutte le sue poesie. Sarebbe stato un ultimo capitolo in minore che Magrelli poeta non si merita.

martedì 18 dicembre 2018

bye bye love

Sto ascoltando Dark Horse (1974) di George Harrison, che molti critici indicano come il suo lavoro peggiore perché è “cantato male”. Eppure, se si legge la storia dell'album, si scopre che Harrison all'epoca dell'incisione era fatto di coca e alcol dalla mattina alla sera, pieno di debiti e problemi legali, reduce da uno dei peggiori tour di sempre (stroncato dalla critica per l’uso di strumentazione indiana che “annoiava” il pubblico), sua moglie Patty lo stava lasciando per il suo miglior amico Eric Clapton e in più, mentre incideva, gli era venuta una brutta laringite. Insomma un disastro al limite dell’autodistruzione, alcune canzoni infatti alludono al suicidio. Mi fa strano che negli stessi anni Neil Young realizzasse un disco altrettanto "stonato" (Tonight's the Night) che col tempo è stato rivalutato come un capolavoro maledetto del rock, mentre questo disco, altrettanto maledetto anche se meno importante, continua a venire snobbato come brutto, pur contenendo invece delle buone canzoni. Evidentemente a un ex-Beatle si poteva perdonare tutto, meno che cantare male.
Una nota in particolare merita la cover di Bye Bye Love degli Everly Brothers. Nei crediti sul disco, con un certo masochismo, accanto a Harrison sono inseriti Eric Clapton alla chitarra e Patty Boyd ai cori. La canzone in realtà fu incisa dal solo Harrison che suona tutti gli strumenti in una notte di follia a Los Angeles.

lo stronzo del martedì mattina

Quello che ti manda un manoscritto a fine ottobre, poi ti chiama nervoso perché, dopo tutto questo tempo, ancora non lo hai letto ("Pensavo che foste più seri! dovrò segnalarvi a Writer's Dream!") e ti chiede dopo, quasi concedendoti il perdono: "Va bene, lasciamo perdere, che dice, ce la facciamo ad andare in stampa per gennaio?". Quando gli dici che hai già il tuo piano editoriale pronto per l'anno prossimo e, anche a piacerti il suo libro, non si parlerebbe di pubblicare prima del 2020, si incazza sul serio, ti chiama "pezzente" e dice che ha sbagliato a fidarsi di un editore da quattro soldi. Dice che si rivolgerà a un altro e ti diffida da provare a usare il materiale che ti ha mandato, magari cambiando il nome dell'autore. Non è divertente, non lo sembra nemmeno, ed è la già la seconda chiamata di questo tenore questo mese. Ogni tanto mi chiedo chi me lo fa fare.

altro che gio evan!

Fabrizio Corona viene lasciato da Asia Argento con un messaggio in cui lei gli manda il video di una canzone (Adius) di un autore sconosciuto ai comuni mortali (Piero Ciampi) che di sicuro le avrà fatto conoscere Morgan. Ne parla con viva commozione da Giletti. Altro che Gio Evan, qui si fa sul serio! Questa è la tv-kitsch che ci piace.
A me personalmente piace come Ciampi stona con Giletti, con la tv che fa, ahivoglia a dire che è solo una canzone, non c'entra nulla col contesto, né con la faccia di Corona!

domenica 16 dicembre 2018

i miei dieci consigli di libri di poesia per il natale (poi fate come vi pare)

L’altro giorno ho visto un post con 10 consigli di libri di poesia che è possibile regalare e regalarsi a Natale. Il gusto è gusto e leggere poesia fa sempre bene, ma alcuni titoli consigliati mi hanno fatto strano, per cui, solo per mio diletto, vi propongo i miei titoli. A Natale vincono i classici, però nemmeno voglio consigliare le ovvietà: non vi servo io per comprarvi la Anedda, Arminio, Magrelli o De Angelis; nemmeno nomino Pierluigi Cappello, ma solo perché credo abbia già scavato una sua nicchia speciale nel cuore di tutti, per cui non si può ignorarlo. Io dunque, per quel che vale, vi dico: 
1) Cosa resta di Walter Cremonte (Aguaplano, 2018); 
2) Per chi fa turni di notte di Beppe Costa (Pellicano, 2017); 
3) Non si può imporre il colore a una rosa di Francesco Tomada (Carteggi Letterari, 2016); 
4) I costruttori di vulcani di Carlo Bordini (Sossella, 2014), anche se è da poco uscito per lo stesso editore La difesa berlinese (2018) che è una raccolta di romanzi; 
5) Peace and Love di Simone Cattaneo (ll ponte del Sale, 2012); 
Sono tutti volumi a carattere antologico, non pubblicati dalle major, e rappresentano autori che vanno “in direzione ostinata e contraria”, per un debole mio verso questo tipo di avventurieri in versi, forse, ma perché in fondo piacciono a tutti. Volendo indicare almeno un paio di libri di autori che (per me) vanno scoperti o riscoperti, perché ne vale la pena, vi dico: 
6) A ogni passo del sempre (Aragno, 2013) oppure Luogo del sigillo (Fallone, 2017) di Alfonso Guida, che è probabilmente il miglior poeta della mia generazione qui a Sud (se dire a sud ha ancora valore, ma per me sì); 
7) Cossa vustu che te diga di Giacomo Sandron (Samuele, 2014); Sandron è un poeta veneto che scrive in dialetto, muovendosi nella stessa scia di altri illustri vicini come Franzin e Tomada, ma con una qualità in più che spesso manca ai friulani: è capace di autoironia spesso surreale e strabordante, e sa farti fa ridere di gusto; 
8) L’imperfezione dei cardini (Le voci della luna, 2009) di Antonio Bassano, libro primo e unico di un poeta di grandissimo talento che ha scelto il silenzio, non so se si trovi ancora in giro ma se lo trovate prendetelo, perché è sempre bello leggerlo; 
Infine, per arrivare a dieci con almeno due classici-classici, dico: 
9) La ristampa di Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (LietoColle, 2018); 
10) Shakespeare in scena tradotto da Patrizia Cavalli per Nottetempo (2016): Shakesperare è il classico dei classici, la Cavalli lo traduce con una freschezza notevole, e con grande rispetto per la parte “poetica” della faccenda; 
10-bis) Bonus, volendo esagerare: Ad nòta di Raffaello Baldini (Sugarman, 2016), che è il libro “scomparso” di Baldini, cioè l’unico suo non ripubblicato da Einaudi, ed possibile acquistare solo in formato ebook, ma costa poco (2,50 euro) ed è curato, se mai servisse come incentivo, da Paolo Nori.
PS. Mi dicono che un titolo o due della mia lista potrebbero essere difficili da trovare, così aggiungo anche: Madreterra Madreterna di Lino Angiuli (Quorum, 2018) che è appena uscito. Io non l'ho ancora visto ma Lino, in generale, è sempre una garanzia.

gli americani alle fogge di barnaba


Fra i pochi ricordi condivisi da mia nonna con noi bambini il più importante riguardava l’arrivo degli americani alle Fogge di Barnaba. Nonno era prigioniero in Albania e lei lo aspettava in quella loro casa in campagna, da cui si allontanava solo la domenica, a piedi, per raggiungere il paese per la messa. I soldati americani arrivarono in un gran polverone che toglieva il fiato e seccava la gola. Si fermarono davanti alla sua porta e in una lingua torbida, e a gesti, le chiesero dell’acqua, per poi riposare un poco sotto l’albero vicino alla pila delle bestie, prima di riprendere la marcia. Anni dopo mia nonna li ricordava ancora con gli occhi spalancati e la bocca che tremava. Era l’arrivo del futuro quello, annunciatole da quei soldati in una lingua tanto incomprensibile per lei quanto il latino della messa. In quella lingua oscura le dicevano di tenersi pronta, perché li seguiva un tempo nuovo e feroce che avrebbe divorato il suo tempo chiuso, miserabile e felice delle Fogge di Barnaba, quel tempo che presto l’avrebbe schiacciata al suolo. Mia nonna annuiva con gentilezza e un po’ di paura, ma non conosceva quella lingua, e per questo ci mise molti anni a capire le sventure che avrebbe portato.

giovedì 13 dicembre 2018

la stessa persona

Oggi pomeriggio mi chiama una giornalista Rai che si è interessata a me per il mio ultimo libro di poesie, Bestiario Fiorito, e mi ha fatto una intervista di 40 minuti per vedere se si può tirarne fuori o no un servizio per una cosa che andrà in onda l'anno prossimo. Io scherzando le ho detto: "Ma come diavolo avete fatto ad accorgervi di uno microscopico come me?" E lei: "Non credere, noi qui facciamo le nostre ricerche e siamo sempre informati su tutto e tutti!" Ho scoperto così che il Grande Fratello e la Rai sono la stessa persona.

respiro

bucolica

So che le recensioni sono necessarie a tutti, ma proprio per questo i critici letterari che occupano il poco spazio sui giornali esclusimante per scrivere di quanto è bello l'ultimo titolo Adelphi (prendo un editore serio a caso), mi fanno un po' l'effetto bucolico del pastorello che, trascurando il gregge, di fronte alla vastità dei cielo esclama "Che meraviglia!". Ci vuol ben poco a decantare una realtà editoriale solida e di qualità riconosciuta, la differenza la farebbe ricordarsi ogni tanto di guardare in basso.

mercoledì 12 dicembre 2018

una fede profonda nella dieta vegetariana

Racconta Kenko che viveva in Tsukushi un tale, una sorta di comandante di zona, il quale, fidando nelle virtù miracolose dei rafani bianchi, da molti anni tutte le mattine se ne mangiava due arrostiti.
Un giorno dei nemici, cogliendo il momento che il forte era incustodito, attaccarono di sorpresa, circondarono il presidio e irruppero all’assalto: ma ecco che dall’interno avanzarono due guerrieri che si batterono con sprezzo della vita fino a che gli aggressori non furono tutti ricacciati indietro.
Attonito, l’ufficiale chiese ai due: «Avete combattuto con tale valore! Chi siete voi signori, che non ho mai avuto l’onore d’incontrare in questi luoghi?» «Siamo i rafani in cui per anni hai confidato, mangiandoci ogni mattina». Detto questo, scomparvero. 
Simili miracoli capitano sicuramente a chi ha una fede profonda nella propria dieta vegetariana.

martedì 11 dicembre 2018

al ricordo di quella palpitante bellezza

In una casa fatiscente, che mai nessuno frequentava, viveva nel tedio dell’ozio una dama, che si era ritirata lì avendo buoni motivi per guardarsi dai rapporti sociali. Un certo gentiluomo pensò di farle visita e una sera che la luna si intravedeva appena, si recò a trovarla in segreto. All’allarme fragoroso di un cane si presentò una inserviente a chiedere da dove venisse: egli si fece subito annunciare ed entrò. Si respirava un senso di abbandono e si domandò com’ella facesse a vivere in quelle condizioni: davvero stringeva il cuore. Sostò un poco sulla misera veranda quando qualcuno, con voce giovane ed educata, disse: «Prego, da questa parte». Entrò per una porta che scorreva a fatica. L’interno invece, non era così desolante: sul fondo riluceva appena la luce fioca di un lume, ma in quella penombra si coglieva lo splendore degli arredi; aleggiava poi un profumo non dovuto a cure frettolose: era una dimora davvero accogliente. 
Una voce disse: «Chiudete bene il cancello, potrebbe piovere! Sistemate la carrozza sotto al portale. Il seguito del signore può fermarsi laggiù». Allora qualcuno piano piano bisbigliò: «Questa notte dormiremo sonni tranquilli»: nella piccola casa quel segreto sussurro si era, pur impercettibilmente, udito. 
Egli le raccontò ogni dettaglio di ciò che era successo in quel periodo, quando, nella notte ancora fonda, il primo gallo cantò. Appassionato, le parlò allora del passato e del futuro, ma di nuovo il gallo cantò fervoroso più e più volte. Ascoltò attento, nel dubbio che fosse già l’alba, ma quello non era un luogo da cui bisognasse allontanarsi in fretta, in piena notte. Si trattenne tranquillo ancora un poco, e quando le fessure si fecero chiare di luce, andò via, dicendole che mai l’avrebbe dimenticata. 
In quell’alba d’aprile, sulle cime degli alberi e nel giardino, ovunque rifulgeva l’incanto del verde novello: si dice che ancor oggi quel gentiluomo, se si trova a passare di lì, al ricordo di quella palpitante bellezza, accompagni con lo sguardo l’imponente siliquastro fin quando non scompare alla vista. 

Kenkō, Ore d'ozio, trad. Luisa Randazzo, Marsilio 2014

la poesia civile

Riporto questo pensiero di Stefano Dal Bianco che non sono sicuro di aver capito in pieno (per metà mi sembrano cose molto sensate e intelligenti e per metà stronzate), ma che mi pare c’entrare molto con alcuni discorsi che abbiamo già affrontato in merito alla poesia civile: 
«La cosiddetta poesia civile, quella più implicata con il mondo dei significati, ha poco senso perché nel migliore dei casi ci dice ciò che già sappiamo, e questo mi pare un compito ben povero per una poesia. Soltanto chi non ha niente da dire si preoccupa di quello che scriverà. La poesia vera non può che nascere da un mondo soggettivo talmente saldo nei suoi presupposti psichici che non ha bisogno di pensare o badare a se stesso, come non ha bisogno di dire “io sto qui e non li”, oppure “io penso questo e non quello”, ecc. Soltanto chi ha già tutto può permettersi il lusso (necessario) di essere generoso. I poeti assillati dal bisogno di dire qualcosa sono quelli cui manca qualcosa di fondamentale: soggetti non risolti che non sono in grado di provocare una crescita della realtà ma subiscono le proprie idiosincrasie e i propri squilibri. Questi vanno in cerca di qualcosa di troppo effimero e di troppo soggettivo per esserci utili veramente: non escono da sé stessi.» 
Su una cosa però sono molto d’accordo con Dal Bianco: che non è poesia civile quella che nasce dalla voglia di “dichiarare” dove si sta; ma è poesia civile quella che nasce da un bisogno assoluto e sempre assai personale, dall’intima necessità di denunciare una ingiustizia talmente grande che ti si aggrovigliano le viscere e ti pervade la rabbia sorda di chi e non puoi star zitto, ma allo stesso tempo questa rabbia è fredda, metodica, la incanali in versi, la esprimi in canto, fino a farla diventare, se il canto è buono, voce di tutti. Non sono chiacchiere mie, la nostra storia è piena di esempi. Ma chissà dove è finito questo tipo di rabbia nella poesia civile italiana di oggi.

domenica 9 dicembre 2018

gli oggetti indifferenti

Dopo che gli altri si sono quietati nel sonno, per passare il tempo nelle lunghe notti riordino come capita le mie cose, e mentre straccio e butto via carte che non desidero rimangano, se trovo delle prove di calligrafia o uno schizzo buttato giù per divertimento da persone che non ci sono più, con che vivezza quei giorni rivivono in me! Ma anche la lettera di una persona ancora in vita, se è passato molto tempo, mi fa pensare alle circostanze e al tempo in cui fu scritta, e mi commuovo. È davvero triste che gli oggetti personali, un tempo familiari a chi li usava, rimangano immutati nel tempo, indifferenti. 

Kenkō, Ore d'ozio, trad. Luisa Randazzo, Marsilio 2014

sabato 8 dicembre 2018

ovunque vi sono meraviglie

Si dice che i fiori d’arancio facciano ricordare il passato, ma il profumo del susino riesce a evocare ben più lontane nostalgie. C’è poi il sobrio colore delle kerrie, la morbida vaghezza del glicine: ovunque vi sono meraviglie che non lasciano indifferenti. 

Kenkō, Ore d'ozio, trad. Luisa Randazzo, Marsilio 2014.

concomitanza

La cosa straordinaria di oggi, pensavo, è la concomitanza a Roma della Manifestazione della Lega e di Più Libri Più Liberi, due forme di cultura spesso in antitesi, di cui si parla sempre troppo, ma che nella sostanza sono inutili allo stesso modo per salvare questo Paese.

venerdì 7 dicembre 2018

la salvietta

Dopo una presentazione sono fermo alla fermata del bus per tornarmene casa. Mi si avvicina un vecchietto simpatico e mite che sbuffa senza pace mentre si trascina dietro due pesanti borse di tela piene di roba, e tanto per ammazzare il tempo mentre aspettiamo, attacca bottone con me e la bidella di una scuola che viene da un paese qui vicino, lamentandosi del freddo delle nostre zone e raccontandoci come nella sua città, a Bari, di oggi si mangia il baccalà con le olive, un sapore che gli manca tanto da quando sua moglie è morta e ogni viaggio verso casa è solamente un ritorno a metà. Il pullman è in ritardo. Parliamo a lungo, lui ride spesso con una particolare malinconia nello sguardo che mi attrae, deve aver sofferto tanto, poi, a un certo punto si avvicina alla fermata un ragazzetto di colore con le cuffie nelle orecchie e incappottato in un vecchio piumino rosso che risalta in maniera esagerata. Non ci conosce ma si avvicina a noi con un gran sorriso e dice “Buonasera, amico! Buonasera!” e mi dà la mano che stringo. Ci prova anche con il vecchio che però gli fissa il palmo e non ricambia, poi si va a mettere dietro di noi, contro un palo, tutto perso nella sua musica. “Tieni” mi dice il vecchietto e mi passa una salvietta umida che tira fuori da una scatola che tiene in una delle borse di tela che si porta appresso. Prendo la salvietta ma non capisco subito cosa voglia dire. Poi afferro, è per pulirmi la mano. “Questi negri ormai sono dappertutto” mi dice, fissando il ragazzetto senza paura di farsi sentire. “Salvini ha ragione!” aggiunge, alzando la voce. “Non mi piace Salvini” gli rispondo con tutta la diplomazia di cui sono capace. “Sono troppi, sono dappertutto. C’è bisogno di una regolata” dice ancora il vecchio. “Guarda quanti furti ci sono adesso in giro, non puoi distrarti che ti rubano la macchina, ti entrano in casa e sono sempre loro. Lo leggevo oggi sul Corriere. Ti entrano in casa come niente, questi negri. Le negre no, sono brave e si danno da fare, ma i loro maschi sono tutti delinquenti matricolati”. Io lo fisso imbarazzato, non riconosco più il malinconico vedovo di dieci minuti fa. Una persona così carina che usa la parola negro con una tale violenza repressa che non so descrivere. Sono educato e faccio finta di nulla, continuo a parlargli del tempo, degli orari scombinati dei pullman, si uniscono a noi anche la bidella e un altro paio di persone, ma evito di usare la salvietta. Quando arriva il pullman, il vecchio sollevato saluta quelli intorno, me compreso, con molta gentilezza, ringraziandoci tutti per la compagnia, e a tutti stringe la mano prima di raccogliere le sue borse. A tutti meno che a me. La mia mano non la tocca.

il fascino struggente delle cose

A chi invece, avido di vita, è restio a lasciare questo mondo, anche un’esistenza che durasse mille anni parrebbe il sogno di una notte. D’altronde, a che giova, in questo mondo in cui non si può vivere in eterno, arrivare ad avere il miserabile aspetto che dà la vecchiaia? Quando si vive a lungo, molte sono le offese che si debbono subire. La cosa migliore sarebbe morire al più tardi prima di aver raggiunto i quarant’anni. Superata quella soglia, viene meno il senso di vergogna per il proprio aspetto e ci si mostra in giro, desiderosi della compagnia degli altri; nel crepuscolo della vita ci si affeziona a figli e nipoti, e ci si augura di vivere sino a quando li si vedrà affermati: con lo spirito sprofondato nei desideri terreni non si è più neppure in grado di sentire il fascino struggente delle cose, e ciò è deplorevole. 

Kenko, Ore d'ozio, trad. Luisa Randazzo, Marsilio 2014

martedì 27 novembre 2018

cavour

Cavour jère nu strunze
mù tu díche.
S’è fatte i cazze sèggue
ngule a l’olte.

I cazze jèrene i sòlte
u cule u nuste.
Tu ríde i vè nnande
i u cule juscke.

U Riè jère nu strunze
cume a jídde.
Ca s’à pegghiete i strète, i kiazze
senza falle.

«So’ i mègghje!»
à ditte sckítte i tu l’à dète.
Ca storia noste jè kèsse
na cakète.


Traduzione. Cavour era uno stronz / mo te lo dico./ Si è fatto i cazzi suoi/ in culo agli altri.// I cazzi erano i soldi/ il culo il nostro./ Tu ridi e vai avanti/ e il culo brucia.// Il Re era uno stronzo/ come lui./ Che si preso le strade, le piazze/ senza farle.// «Sono le mie!»/ ha detto solo e tu l’hai date./ Che la storia nostra è questa/ una cacata.

venerdì 23 novembre 2018

nulla di buono

C’è una cosa che ho letto su Leonardo Sciascia, ma non ricordo da parte di chi, se Claudio Giunta o Camilleri o un altro. La cosa è questa: i giudizi critici o giornalistici di Sciascia, le sue letture del “contesto” erano e rimangono fra le più acute e lungimiranti della sua epoca – pochissime volte Sciascia ha sbagliato, come hanno dimostrato i fatti, la storia – perché Sciascia interpretava il mondo alla luce non della nuda cronaca o del comune buonsenso, ma delle sue altissime letture: Stendhal, Voltaire e gli Illuministi, Manzoni, Pirandello, infallibili perché trascendevano il presente attraverso il poetico. Per quanto se ne possa discutere – ci dice Sciascia – i libri sono necessari a chi voglia intravedere certi fili nascosti, non sono un lusso, non un passatempo, e allo stesso tempo i libri non portano nulla di buono a chi li legge, proprio come dimostra Sciascia che fu spesso attaccato in vita per le sue posizioni “non allineate” e poi santificato in morte, perché finalmente messo a tacere dal ciclo naturale degli eventi.

domenica 18 novembre 2018

sabato 17 novembre 2018

il dubbio

Quando ormai ti scrivono dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Spagna, dalla Romania per chiederti se sei disponibile come editore ad accogliere e ad esportare autori, e tu (per quanto felice) continui a chiederti se questo succede perché sei bravo o soltanto perché l'editoria di poesia in Italia è ridotta a un tale colabrodo che gli vai bene persino tu.

gli esclusi

Leggendo questo pezzo di Simone Giusti, peraltro incompleto nelle contro proposte, mi sono ricordato di una cosa di cui discutevamo questa estate con alcuni amici, e cioè che una delle colpe involontarie di Pier Vincenzo Mengaldo nel suo Poeti Italiani del Novecento (libro assunto a indelebile modello delle antologie di critica poetica degli ultimi quarant'anni) è stata non tenere quasi conto di moltissimi autori meridionali ed escluderli, relegandoli nell'ombra e sottraendoli alla nostra storia. Non sarebbe stato così grave se quella di Mengaldo fosse stata una scelta indirizzata allo "stretto necessario", ma pare assurda considerando che su una cinquantina di poeti antologizzati, alcuni dei quali potevano considerarsi già allora "minori", gli unici "meridionali" sono Gatto, Sinisgalli e il dialettale Pierro, tutti emigrati a Roma. Di Bodini, Cattafi, Piccolo, De Libero, Buttitta ecc. nessuna traccia, nemmeno una nota come pure è successo a Baldini. Stesso discorso si potrebbe fare per le donne. In una antologia di circa cinquanta poeti l'unica donna indicizzata è la Rosselli, che sarà stata anche geniale, però ci appare veramente poco (come dire: non fosse stata assolutamente geniale, di sicuro non ci sarebbe entrata).

venerdì 16 novembre 2018

fame

«Felici?» esclamò Mrs. Flat guardandomi con occhi stupiti «come potete essere felici, quando i vostri bambini muoiono di fame e le vostre donne non si vergognano di prostituirsi per un pacchetto di sigarette? Voi non siete felici: siete immorali». 
«Con un pacchetto di sigarette» dissi a voce bassa «si comprano tre chili di pane». 
Mrs. Flat arrossì, e mi fece piacere vederla arrossire. 
«Le nostre donne son tutte degne di rispetto» dissi «anche quelle che si vendono per un pacchetto di sigarette. Tutte le donne oneste di tutto il mondo, anche le donne oneste d’America, dovrebbero imparare dalle povere donne d’Europa come si possa prostituirsi con dignità, per sfamarsi. Sapete che cosa è la fame, Mrs. Flat?» 
«No, grazie a Dio. E voi?» disse Mrs. Flat. […] 
«Quando tornerete in America» dissi «avrete almeno imparato questo fatto orribile e meraviglioso: che la fame, in Europa, si può comprare come un oggetto qualunque». 
«Che cosa intendete dire per comprare la fame?» mi domandò il Generale Cork. 
«Intendo dire comprar la fame» risposi «i soldati americani credono di comprare una donna, e comprano la sua fame. Credono di comprare l’amore, e comprano un pezzo di fame. Se fossi un soldato americano, comprerei un pezzo di fame, e lo porterei in America per farne un regalo a mia moglie, per mostrarle che cosa si può comprare in Europa con un pacchetto di sigarette. È un bel regalo un pezzo di fame». 

Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi 2010, pag. 216

fuochi

Quando Salvini parla della necessità di termovalorizzatori in ogni provincia della Campania, aggiungendo con la sua solita faccia tosta che è per la salute dei bambini, io penso all'ultimo libro che ho pubblicato, che parla di malattia, morte e tumore, e che si apre con questa dedica: "Alla terra che brucia di notte" perché è un libro che nasce nella Terra dei fuochi e finisce nel reparto oncologico di un ospedale. E penso a tutti quelli che non riescono a leggerlo perché mi dicono che è triste e deprimente, che fa male leggerlo. E mi chiedo come fa la gente a rifiutare un libro così perché fa male, e poi discutere con la solita leggerezza da bar, senza farsi eccessivi problemi, di sparate come quella di Salvini, come se si trattasse di organizzare una gita domenicale per tenere contenti i figli.

autore in cerca di editore

Fra gli altri c'è quello che ti scrive le mail con le classiche domande editoriali (accettate manoscritti, quali sono le tempistiche, ma siete a pagamento, ecc.), ma una al giorno, cioè ogni giorno ti arriva una mail con una sola domanda, stringata al punto da sembrare anonima, sempre dalla stessa persona che si firma l'Autore, e tu non capisci se è uno scherzo, un'inchiesta fatta male, una performance oppure sei già parte dell'Opera che ti presenterà. Poi mi dicono che sono io che prendo spunto da Pirandello. A me pare ovvio che sia Pirandello, invece, a entrare a gamba tesa nella mia vita.

giovedì 15 novembre 2018

cioccolato

Vi chiedo per favore di non mandarmi più raccolte di poesie ispirate ai quadri di Edward Hopper. Una va bene, due, ma quattro un un anno e mezzo non è più un caso, è una moda. Esistono altri pittori. Rotkho ad esempio piace a tutti, se volete proprio andare sull'usato sicuro. O Manzoni, Manzoni in poesia ci sta sempre bene, come il cioccolato d'artista spalmato sul pane della creazione. Manzoni lo sa. Manzoni ci piace.

morde

Quei momenti che hai scritto un racconto tutto emotivo, di pancia, che in parte parla di persone che conosci e in parte no, è pura invenzione, come è bene che sia, e tu poi lo rileggi e vorresti edulcorare alcune parti dell'invenzione perché sai che quelli che conosci si riconosceranno nella storia e se la prenderanno a male, non capiranno che è invenzione (non lo capiscono mai!). E tu sei lì che cerchi altre parole per dire l'uguale fatto ma con toni più educati e gentili, e il racconto s'agita, ringhia, si gonfia, rizza il pelo, mostra i denti poi morde. Come ti permetti, dice, come puoi? Come ti sentiresti tu se volessi tagliarti una gamba?

mercoledì 14 novembre 2018

le ultime tendende della gnocchitudine femminile su instagram

Mi sono appena accorto che, metà delle mie amiche gnocche su instagram, di recente hanno scoperto che per essere ancora più gnocche possono: a) mettersi a testa in giù facendo yoga e poi fotografarsi mentre stanno attaccate al muro o incastrate nello stipite di una porta; b) attaccarsi a una pertica e farsi riprendere in brevi video mentre girano su se stesse come sulla giostra. Le due posizioni non hanno nulla a che vedere l'una con l'altra, però richiedono credo molto impegno fisico. Tutto delle mie amiche, infatti, ispira gnocchitudine tonica e salutare. Si fanno guardare. Le altre mie amiche meno salutari o più pigre, invece, preferiscono pubblicare foto di poesie di poeti morti. Nessuna di loro, finora, ha ritenuto che pubblicare la foto di una mia poesia possa rappresentare una possibilbilità di avanzamento sociale nella scala della gnocchitudine. O non sono abbastanza morto o, forse, non sono abbastanza gnocco. Lo prendo come un dato di fatto, però non mi arrendo.

sonetto scombinato

«Tanto più t’amo
quanto più mi sei lontano»
mi dicevi in quello strano
modo in cui tu sei.
Ché non concepivi sentimento
se non come movimento
spietato alla rinuncia.
«O tutto o niente!» aggiungevi
con fervore – ma in amore
soprattutto vale niente.
Extrema ratio in questo nostro
malintenderci: come leggi
ora che t’ho perso non
mi manchi.

martedì 13 novembre 2018

stimoli

Ho letto questa cosa di Salvini che vuol togliere valore legale alla laurea e mi sono ricordato (per l'ennesima volta) che non ho mai ritirato la mia, che giace ancora in qualche sgabuzzino dell'Università. In quindici anni non me l'hanno mai chiesta, né io ho mai avuto bisogno di mostrarla. Non sto dicendo che ha ragione lui, anzi, però dipende sempre dall'uso che se ne vuol fare. Una mia amica, ad esempio, la teneva incorniciata in bagno, proprio sopra il cesso, così poteva guardarla per darsi lo stimolo ad andare avanti ogni mattina.

lunedì 12 novembre 2018

paternità

Mio padre: I migliori anni della mia vita li ho vissuti fra il 1960 e il 1980...
E dopo? 
Mio padre: Dopo siete arrivati voi...

domenica 11 novembre 2018

penso come un fiore

Penso come un fiore
riposto nel mio loculo
annego nel giallo vittorioso.

Avendo voglia d’un po’ di cielo
ho assunto un vestito di sale.
Sono in overdose da dolore.

[11/11/1998]

per i piccoli della poesia

Oggi riflettevo sul fatto che, almeno per i piccoli autori ed editori della poesia come siamo, (forse) i premi più seri sono quelli piccoli con quota di iscrizione. I premi grossi e gratuiti, infatti, tendono a premiare i soliti nomi che fanno curriculum per ricevere fondi. E questo mi faceva pensare a questa piccola contraddizione: al fatto cioè che, all’opposto, è ormai opinione comune che gli editori più seri in poesia sono quelli piccoli e gratuiti. Quindi che succede? Che molti piccoli autori cercano piccoli editori seri con cui pubblicare gratis per poi iscriversi a piccoli premi seri a pagamento e riceverne le conferme che dai premi grossi e gratuiti così come dalle grandi case editrici a cui ambiscono non riceveranno (forse) mai.

sabato 10 novembre 2018

umiltà

L’ibuprofene ai suoi abbonati insegna
che non c’è cura a un’emicrania ben riuscita.

due poeti

La mancanza di senso critico di taluni poeti non finirà mai di stupirmi. Vedi quello che si definisce "strano e sperimentale" a cui consiglio di leggere Zanzotto per fargli capire delle cose e mi risponde serio: "Ecco, lui è quasi come me". Allora preferisco quelli come il professore in pensione che è venuto a trovarmi in studio per propormi il suo libro in abusato stile ungarettiano, ma quando scopre che prima qui c'era la macelleria di mio padre, con tanta ironia mi dice: "Allora siamo andati in perdita, che se c'era tuo padre nu stùzze de carne ci arrivava, invece ddò coi libri c'jème a ffè?". E ci siamo fatti una risata.

la canzone della mia vita

Per quanto io facessi non era mai abbastanza, diceva che ero pigro, rispondevo che ero giovane. Chiedeva: «Quante canzoni hai scritto?». Neanche una, però mentivo e rispondevo: «Dieci». «Non resterai giovane in eterno, dovresti averne scritte quindici, è lavoro».

giovedì 8 novembre 2018

la legge bacchelli per beppe costa


Trovo doveroso e giusto, in un Paese che si fa vessillo di frasi ambigue come "aiutiamoli a casa loro" aiutare a casa sua, la nostra stessa casa, uno dei nostri poeti, uno che ha dedicato la sua intera vita a sollevare i cuori attraverso l'uso della parola e dei libri, che sembrano ormai sempre più oggetti alieni, caduti sulla Terra dal cielo, tanto affascinanti quanto incompresibili. Lo trovo moralmente imprescindibile. Perché non è vero, come diceva Moravia, che di poeti ne nasce uno ogni cento anni, però non sono tanti, e di quei pochi che abbiamo dobbiamo prenderci cura. 

E di seguito una sua poesia: 

quanta tenerezza e follia insieme 
dolce l’odore si insinua e prende 
e resta fra le mani nella mia notte insonne 
mentre ti guardavo sognare intrecciavi le dita 
alle mie scostando con dolcezza i tasti 

cos’è naturale amarti allo spasimo 
o vederti ridere di gioia? 

cos’è naturale vestirmi come un frate 
alla tua chiesa? 
e confessare a te tutti i miei peccati 
di averti presa tutta la notte 
di scivolare dentro il tuo destino 
di sentirti sospirare tutto il tuo piacere? 

cos’è naturale averti addosso pelle contro pelle 
avere i tuoi colori dentro gli occhi 

quanta tenerezza 
sentire il tuo respiro mischiato al mio 

cos’è naturale, forse innaturale amarti 
come sarebbe possibile avere il tuo pensiero 
averti tutta mia senza scadenze 

cos’è amore mio, non lo so 
tu sei cosciente 
tu quando ami non è tanto per dire 
tu dici amore non per trasgredire 
tu, se mi chiami amore, 
lo dirai per sempre... 

Beppe Costa

mercoledì 7 novembre 2018

al lettore

Ogni mio libro lo scrivo
col sangue. Ci intingo
il pennino e ne siglo
la dedica in nero.

martedì 6 novembre 2018

dopo la fiera

Mi pare, ma ogni fiera ormai me lo conferma, che si stia diffondendo il grosso equivoco che NO EAP sia, a prescindere, sinonimo di qualità. Che il fatto che l'autore venga garantito in fase contrattutale dia al libro una sorta di bollino blu di garanzia per il lettore. Non è così. E con questo non sto difendendo l'editoria a pagamento, però, va detto a onor del vero, che ho visto libri di editori che sono dichiaratamente a pagamento, che sono belli, fatti bene, libri che, diciamolo chiaramente, spesso ne stampi 200 copie e se ti va bene ne vendi 15; e, di contro, ho visto libri di fieri editori NO EAP che, per dire pane al pane, fanno cagare, per come sono fatti i libri (e qualsiasi cosa se ne dica grafica, font, impaginazione, copertina, qualità della carta FANNO il libro, se ti piace il libro, altrimenti non si capisce perché non ti scarichi un ebook) ma anche perché propongono autori che letteralmente non andrebbero pubblicati, ma lo sono 'anche' perché, pur essendo pessimi scrittori, sono ottimi rivenditori di carta igienica e l'editore (qualsiasi cosa se ne dica) dovrà pur mangiare, oltre a pagare quelle cose insulse e altamente anticulturali che sono le bollette, gli stipendi. Non ci prendiamo in giro, questo è il sistema delle Major, delle grosse case editrici che pubblicano 5000 porcate e 20 buoni libri per pagare gli stipendi di tutti. E io non so dire se è giusto o sbagliato, non ho una soluzione per questa cosa, non sono nessuno per parlare agli altri né per dare loro delle lezioni morali; ancora di più, io pubblico poesia: ciò significa che non ho nemmeno una seria competenza, una visione del mercato editoriale, come ogni fiera dolorosamente mi conferma, e che ho scelto il fronte sbagliato su cui lottare, quello dove non c'è lieto fine e sai già che morirai lottando (la legge Bacchelli in questi giorni invocata per Beppe Costa un giorno, se mi andrà bene, toccherà richiederla anche per me). Però mi chiedo, e questo lo domando anche al lettore, che è COMPLICE di questo sistema, e non può fare finta di nulla, non assumersi le proprie responsabilità: quanto è etico "non far pagare l'autore" per poi diffondere della pessima letteratura? Quanto è etico sollevare un libro dal tavolo, sfogliarlo, rendersi conto che è buono e poi rimetterlo sul tavolo per passare a qualcosa di più facile, senza mettere nemmeno in discussione il fatto che così si contribuisce allo sfacelo?

lunedì 29 ottobre 2018

storia del mio lunedì

Oggi, come sempre, dovevo lavorare a un sacco di cose. Però, fra i vari impegni, avevo anche da scrivere, per dicembre, un raccontino di tre-quattro paginette per una rivista. Così, stamattina, mi sono svegliato presto con questa idea in testa, e mi sono detto: ho una mezz'ora di tranquillità, butto giù l'idea per il racconto e poi comincio col lavoro serio. Da allora, sto ancora sul racconto, che nel frattempo è diventato talmente lungo da essere ormai inutile per la rivista. Insomma, mi sono chiesto poco fa, ho perso una giornata di lavoro per cosa? Poi ho visto il tempaccio di fuori e mi sono ricordato dell'eterno Fortini: Nulla è sicuro ma scrivi! Perché scrivendo vedrai che forse non oggi, forse non domani, ma un giorno la butterai nel culo anche agli dei. Parola di poeta.

sabato 27 ottobre 2018

gli amici

A fine mese esce la raccolta di tutte le poesie di Valerio Magrelli per Einaudi. Titolo: Le cavie. Per una volta sono contento di non aver dato retta al mio istinto, e invece di aver comprato negli anni tutti i suoi libri (spendendo assai di più di quello che farò adesso), averli presi in prestito agli amici, ché gli amici servono sempre, soprattutto per leggere poesie a sbafo.

venerdì 26 ottobre 2018

i morti

Nel pomeriggio mi è salita la febbre, una febbriciattola stupidissima. E visto che mi sentivo stanco ho pensato bene di mettermi a letto e tanto per passare il tempo mi sono messo a leggere La pelle di Malaparte. Non l'avessi mai fatto, ho cominciato a sentirmi morto anche io come tutti i protagonisti delle sue pagine. A un certo punto ho preso sonno e nel dormiveglia mi sentivo i vermi che mi strisciavano addosso, sotto le coperte, ho cominciato ad avere paura, finché non ho sentito un gran bruciore alla gamba, ed era il gatto che si era infilato sotto la coperta, fra le mie gambe e unghiava perché ho cominciato a scalpitare e gli ho messo paura. Proprio come fanno i morti quando cominciano a muoversi.

da un qualunque venerdì

Ma il levante adolescente
lui rimane dalla parte del sangue
spingendo il cappero alla conquista dei castelli
di origano c’inonda di pasque e di limoni
convince il fico a riaprire il dolce sesso
l’aglio ad essere soprattutto se stesso.

È così
che da un qualunque venerdì
spunta la Festagrande del dolore
le litanie diventano linguine
e fiumi scorrono di cere e di rosolii
in memoria di quando si sognava a due colori
che bastava un fischietto a battezzarci uomini.

Lino Angiuli, Giorni di festa, Schena

giovedì 25 ottobre 2018

lo spettacolo sociale

Ripensavo a ciò che mi ha detto ieri un ragazzo, che le tematiche sociali ormai hanno fatto il loro tempo, annoiano, e che bisognerebbe puntare maggiormente sulla fiction. Per certi versi concorda, per altri si allontana con quanto osservavo stamattina: la diffusione di un video virale realizzato da This is Racism contro la politica discriminatoria della Lega, e il recente successo del film su Stefano Cucchi. In altre parole, non è vero che in Italia il discorso sociale sia superato o non si possa affrontarlo artisticamente, però lo si può affrontare nella sola misura in cui se ne può fare un film. Insomma, forse è vero: per parlarci dei nostri problemi servono meno scrittori e più sceneggiatori, così come avevano già intuito personaggi come Pasolini o Elio Petri nel suo sodalizio con Sciascia. Mi chiedevo perché succede, e la prima risposta che mi è venuta in mente, ma potrei sbagliarmi, è che è un retaggio della cultura della Chiesa in cui siamo cresciuti, quella in cui si allevava il popolo analfabeta alla Parola non attraverso la lettura della messa (che era in latino fino a metà del secolo scorso) ma attraverso gli affreschi nelle chiese, che ricordiamo stanno lì non per fare arredo, ma per istruire attraverso la “messa in scesa” di alcune storie. Mi pare lo stesso concetto, lo stesso tipo di cultura visiva. Lì dove mancano i mezzi o la voglia necessari al lavoro di astrazione che ti può richiedere un testo, lì arriva il cinema, il video, che quel lavoro lo fa a monte, sintetizzando il tutto in poche immagini precise ed emotivamente coinvolgenti: perché, si sa, il tema sociale, per essere uno spettacolo efficace, prima di indignare deve soprattutto commuovere.

mercoledì 24 ottobre 2018

la nuda verità

Un ragazzo che scrive (ma al quale, puntualizza, non importa nulla di pubblicare) mi dice senza peli sulla lingua: “Non ci trovo nulla di speciale nel tuo concorso. La pubblicazione gratuita dovrebbe essere garantita a prescindere da un editore serio, e la tematica sociale è scontata, lo fanno tutti, basta col sociale, non se ne può più! Che stanno tutti male lo sappiamo già. Dovresti pensare ad altro, secondo me.” Tipo? “Pensa ai nuovi linguaggi, il libro ormai è un oggetto superato, la poesia è obsoleta, è roba per vecchi. Io al posto tuo farei un concorso per scrittori di fiction o di anime, e metterei in palio, per cominciare, quattro o cinquemila euro. Così diventa un concorso serio.”

lunedì 22 ottobre 2018

delegittimare

Ne parlavo l’altra sera con un amico. Con buona pace di molti, uno degli aspetti più seri della crisi editoriale italiana è che, venuto meno, o meglio ancora delegittimato qualsiasi apporto critico alla questione letteraria, dunque rimanendo in questa sorta di limbo dove tutto è, o potrebbe essere, letteratura, si finisce per affidarsi a dei modelli certi, precostituiti, l’usato sicuro. Dunque non si cerca più la Letteratura, ma il Letterario, non più la Poesia, ma il Poetico. Si rischia, così, non solo di premiare il già detto, promuovere la fuffa, contribuendo alla diseducazione del pubblico, e quindi all’abbassamento culturale del Paese, ma anche di promuovere un tipo di ricerca stilistica in cui la novità non solo è inibita o guardata con sospetto, ma addirittura osteggiata con uguale forza delegittimante. Che poi sarebbe un modello attualizzato della Critica comunista, ma senza alcun alibi ideologico.

mercoledì 17 ottobre 2018

dall'oblio

Come credo succeda ai tanti romantici innamorati degli sfigati del rock, ho sempre avuto un debole per quelli che, pur avendo “tutte le carte in regola per essere un artista”, per vari motivi, sfortuna o una fragilità estrema, non ce l’hanno fatta, hanno inciso un disco o due poi sono tornati nell’ombra o si sono completamente autodistrutti, lasciando dietro di sé solo delle tracce del loro passaggio. Alcuni, come Nick Drake o Bill Fay, verranno riscoperti e poi osannati come geni incompresi, ma dei tanti altri passati e dimenticati senza speranza, i vari Judee Sill, Karen Dalton, David Wiffen, Jackson C. Frank o Jake Holmes, che sarà mai? La storia non fa giustizia di nulla e di nessuno, però, come scriveva Montale, lascia “sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli”. Proprio oggi ho scoperto l’esistenza di Tia Blake, folksinger americana giramondo che incide il suo primo disco quasi per caso, a Parigi, dà un solo concerto, poi sparisce nel nulla. Di lei resta quest’unica incisione che è una raccolta di undici standard folk nel solco del primo Dylan, ma chiaramente influenzati nel suono dalla nascente scena del folk revival inglese. Non è un album rivoluzionario, ma è abbastanza luminoso e piacevole da volerne condividere un pezzo, stasera, prima di farla ritornare nell’oblio.