lunedì 18 novembre 2019

inferno

Ma quelli che mi mandano il manoscritto e mi chiedono: "Ma voi pubblicate poesia?" in che girone dell'Inferno dovrebbero finire?

domenica 17 novembre 2019

di pietra in pietra

Ecco che ridendo e scherzando, oggi abbiamo fatto riunione di lavoro informale con Orazio Perillo, egregio vicepresidente e tesoriere di Pietre Vive Editore, per capire come crescere e diventare finalmente più ricchi. Fra tutti e due abbiamo realizzato che per arrivarci servono dei buoni agganci nei posti che contano. Il Perillo ha dunque suggerito di scavalcare le mezze calzette e andare direttamente al vertice, da San Pietro in persona, il quale, visto che abbiamo nomi affini, di sicuro avrà un occhio di riguardo per noi. Perfetto, ho detto io, questo mi sembra un buon suggerimento. Domani provo a chiamarlo e sentiamo che dice.

il gioco delle tre carte

Domenica mattina, ti scrive uno giovane e inesperto, a cui avevi detto che non lo pubblicavi ma lo hai fatto così bene da sembrargli una brava persona, così ti chiede un consiglio e ti manda i contratti che gli hanno proposto altre tre case editrici che nel frattempo ha contattato, per chiederti una opinione: ma secondo te quale mi conviene firmare? Tu che non sei una brava persona, ma peggio sei un cretino, perdi più di mezz'ora per leggere tre contratti da 10 pagine l'uno, per un libro che nemmeno ti è piaciuto, e in tutti ci vedi scritto con tante belle parole ma sempre nero su bianco, una cosa sola: "vogliamo i tuoi soldi, senza dare nulla in cambio". Per me non ti conviene firmare con nessuno di loro, gli rispondi, però sai che non serve perché la vanità è più forte: ti chiedono una opinione sincera, poi vanno a farsi spennare. Effetti collaterali della lettura: intanto che leggi i 'loro' ti senti in colpa perché ti viene da pensare ai tuoi di contratti editoriali che sono i contratti dei poveri persino nella lunghezza (due paginette così non buttiamo carta) e per i quali ti rimproverano i tuoi stessi autori perché non sono cavillosi abbastanza. Dall'anno prossimo ho deciso che li faccio di dieci pagine anch'io.

il pensiero dominante

Leggevo stamattina che Leopardi non era gobbo perché rachitico a forza di studiare – come spesso lo immaginiamo perché così ce lo passa la tradizione – ma perché affetto dal morbo di Pott, una forma grave di tubercolosi ossea che gli ha distrutto il corpo pezzo a pezzo attraverso lunghe, atroci e umilianti sofferenze, fino a portarlo alla morte a nemmeno quarant’anni. E ho pensato al fatto che sarebbe ora di finirla con quest’immagine romantica ma svilente del secchione sfigato e incazzato con mondo perché è diventato brutto a forza di leggere libri; invece andrebbe rovesciata la prospettiva in chiave eroica per guardare una persona debole, piena di limiti perché affetta da una gravissima malattia, ma che proprio attraverso lo studio è riuscito a crearsi un sistema di pensiero indomabile, tale da superare i propri handicap per diventare già in vita una delle menti più grandi del proprio secolo.

sabato 16 novembre 2019

essere uno scrittore postumo

Ho letto l'intervista di Monica Rossi pubblicata oggi su Pangea, per altro interessante, ma mi soffermo su un punto in cui si dice: “Se ti definisci scrittore vuol dire che, in concreto, quello è il tuo lavoro. Con i proventi dei tuoi libri ci paghi l’affitto, le bollette, la spesa, la macchina, le vacanze, i vestiti, la scuola per i figli? Allora si, sei uno scrittore.” Monica Rossi, insomma, lega il ruolo ai risultati economici, gli altri possono certo sentirsi scrittori, ma senza pretendere di definirsi così, almeno finché non arriva il successo che li riscatterà. Da questo punto di vista nessun poeta italiano, a parte un paio di casi, è da considerarsi uno scrittore. Eppure, mi chiedo, se uno scrive un solo libro di grande successo commerciale e poi non ne scrive più, oppure non ne imbrocca più nessun altro con uguale successo e finisce pieno di debiti, quello è uno scrittore? Oppure, se di uno che si sente uno scrittore, che magari è morto in povertà o misconosciuto, dopo anni un editore pubblica i suoi libri e hanno successo, quello sconosciuto arrivato al successo dopo, è finalmente uno scrittore (anche se a pagare le bollette coi diritti sarà qualcun altro al posto suo)? Oppure è uno scrittore postumo, nel senso che lo scrittore è venuto dopo l’uomo, quando si è liberato del corpo? E se sì, se diventa scrittore postumo, non rientra anche quel suo essere postumo in un mito della “mentalità borghese”? Lo dico anche pensando alla linea editoriale di Pangea, che spesso fa dei gran lavori biografici per riportare l'attenzione su scrittori trascurati e spesso ingiustamente considerati minori i quali, se fosse buono quanto detto in premessa, semplicemente non andrebbero considerati scrittori, avvalorando l'oblio a cui il mercato editoriale li ha già condannati da tempo.

venerdì 15 novembre 2019

spia

Oggi, per chiamate di lavoro, ho passato cinque ore al telefono. Non avevo nemmeno finito il giro di chiamate, quando a un certo punto mi ha ceduto l'orecchio. Ha cominciato a fischiarmi come una spia accesa, e ha continuato così per un bel pezzo.

giovedì 14 novembre 2019

simone al lavoro


la pietra dello scandalo

Mi pare, ed è una cosa che sto notando con fastidio e dispiacere, che negli ultimi anni stia passando questo messaggio, specie fra gli autori più giovani: che per conquistarsi uno spazio di attenzione nell’asfissiante mondo editoriale, per attirare l’attenzione sui propri versi si debba ricorrere necessariamente a delle pose o atteggiamenti o proclami violentemente scandalistici. “L’importante è che se ne parli” non è una cosa nuova. Solo che un tempo, dopo i lo scandalo, erano soprattutto i libri a dar voce all’autore, adesso è l’autore a parlare, o meglio ancora a strepitare, solo per dire che c’è un libro, ma col rischio concreto che al libro non si arrivi mai, che l’unica cosa a rimanere alla fine sia soltanto lo scandalo, più o meno reale. Quello che forse infastidisce di più in tali polemiche create ad arte, è come spesso suonino palesemente inautentiche, frutto più della vanità personale che dell’ansia di opporsi a un’ingiustizia comune. In più, ed è la tragedia, tali polemiche sono spesso talmente povere o limitate nei contenuti da essere fortemente influenzate dal contesto di riferimento e da cosa quel contesto vuole: per cui persino l’autore “contro”, nell’espressione della propria contrarietà, si rivolgerà sempre e soltanto al pubblico compreso nel contesto che più lo avvalora (“ognuno riconosce i suoi” come citava Mazzoni) e, peggio, proprio per non venire ignorato, lo farà attraverso le modalità e i contenuti forniti dal contesto, cioè dall’alto, senza significative rotture. Insomma, tutto secondo canovacci preconfezionati in TV.

martedì 12 novembre 2019

seme

Dirò una banalità, ma mi sembra che a volte una scelta di campo sia solo una scusa per scatenare la propria aggressività contro un nemico facilmente individuabile. Ci ho pensato stamattina, quando in un bar mi sono messo a parlare con un ragazzo che stava leggendo un libro di Gandhi. Dai suoi discorsi mi sembra particolarmente schierato. Finché mi dice che per lui i fascisti andrebbero tutti impiccati a testa in giù, come i porci. Quando gli chiedo perché legge Gandhi se crede in metodi di lotta così radicali mi risponde che la non-violenza è un concetto bellissimo, ma i fascisti sono dei porci e quindi con loro non serve, con loro serve solo la violenza senza nessuna pietà, e ci mette dentro un tale fervore che mi sembra di essere già in guerra. Non mi esprimo mai sulle idee degli altri, ma provo a spiegargli che secondo me il suo discorso puzza già di fascismo. Nulla, non capisce, ripete come un mantra: i fascisti sono porci e tutti a testa in giù, i fascisti sono porci e tutti a testa in giù, come i porci. Lì ho lasciato perdere, ma confesso che per alcuni minuti mi sono sconfortato. Ieri ho visto un post in cui si dichiarava in maniera quasi banale che i libri sono importanti perché aiutano a pensare. Ma quando uno sta leggendo Gandhi, dice che lo apprezza, ma poi aggiunge che Gandhi va bene solo per gli amici perché i nemici li appenderebbe tutti a testa in giù, che diavolo ha capito di Gandhi? Cosa sta pensando? Poi mi è venuto in mente quel che mi direbbe il mio amico Pino, che è buddhista, e cioè che per oggi no, ma magari quel ragazzo sta piantando un seme per il futuro e mi sono tranquillizzato. Forse ha ragione lui.

domenica 10 novembre 2019

camminare a piccoli passi

"camminare a piccoli passi, ma camminare / dire poche parole, ma dirle / perché noi crediamo nella parola". In questi giorno continuo a ripensare a Christian Tito. In rete i suoi libri cominciano a sparire, a non essere più disponibili per l'acquisto. E credo sarebbe bello non si perdesse quanto di bello ha scritto, credo sarebbe bello che un editore, magari uno serio, medio-grande, con la possibilità di una diffusione, si prendesse la briga di mettere insieme quel materiale e ripubblicarlo. Credo che sarebbe giusto che noi contribuissimo a dargli una mano, comprando in tanti quel libro, portandolo in giro con noi, perché una poesia come quella di Tito (così fraterna, così "scandalosa" nel suo abbraccio) non può stare chiusa in casa, deve camminare, stare fra le persone, parlare con loro.

cazzate

Ieri un amico mi fa: Dovresti fare come Einaudi, pubblichi un sacco di cazzate e con quelle ci copri le spese dei libri di poesia! Ma col cacchio, rispondo io, mica c’ho l’indotto di Einaudi. Se comincio a pubblicare cazzate, e le cazzate vendono, con quelle comincio a camparci io come si deve. Le poesie possono continare a stare nel trullo come hanno sempre fatto. Mi stai diventando un imprenditore adesso?, mi chiede lui. (E da ciò si capisce che il vino qualcosa aveva fatto).

venerdì 8 novembre 2019

corte

Pensavo che spesso la differenza fra un autore e un editore è che l'autore immagina ma non sempre fa vera esperienza del marciume che c'è dietro i rapporti editoriali, da quelli verticali, di potere, ai più semplici scambi di favori fra pari che ovviamente forzano per escludere il dispari; mentre l'editore, per quanto piccolo sia, li sa perché ne fa esperienza concreta e frequente. Per certi versi, pensavo, sempre di visione si tratta, ma il fatto di osservarli e non solo immaginarli li abbassa di livello, li svilisce al punto che lì dove l'autore percepisce intrighi di corte (da quella del castello all'aia contadina), l'editore vede soltanto povertà morale e qualche volta, per puro spirito di sopravvivenza, vi si adatta.

congedo

Ormai essere lontani vale 
essere sconosciuti. Pare 
il tempo del nostro amore un mare 
lucido e morto. 
Nella luce la tua parte 
è finita, non ho buio nel petto 
per tenere la tua ombra. 

Un congedo di Pasolini al Friuli (l'originale è in dialetto) che sembra, tolto ogni riferimento, una poesia del male amato. In realtà di buio ce n'era ancora troppo.

giovedì 7 novembre 2019

il mancato (convegno letterario)

Non arrivano a tanto i potenti mezzi 
della poesia, mi rispondeva a mezzo tono 
una scrittrice se prendevo le distanze 
dal suo invito al prestigioso Convegno. 

Ma rimarcava la necessità di un impegno 
a esserci e costruire insieme. Voi 
fate una diretta e ci sarò, mi smarcavo io 
dal purgatorio dei poeti. 

Non arrivano a tanto i nostri poveri 
strumenti, rispondeva lei sagace. 
E voi mandate – con o senza rima – 

un’affettuosa cartolina. Costano troppo 
qui le cartoline, rispondeva. 
E con garbo aggiungeva mi dispiace.

mercoledì 6 novembre 2019

cachi

Oggi mi piangeva il cuore per un albero di cachi nella campagna di un mio amico i cui frutti marcivano per terra non raccolti. Ma perché, te li mangi tu?, mi ha detto. Io non so che farmene mi ha detto, sono troppo dolci, mi fa schifo il sapore. E mi è venuto da pensare che lui forse non lo sa, ma c'è stato molto tempo fa qualcuno della sua famiglia che quell'albero l'ha piantato lì tutto contento perché quella una volta era ricchezza, era lusso e la frutta te la venivano a rubare dagli alberi di notte per la fame. Adesso è cambiato il gusto di tutti, il dolce dei cachi fa schifo, quello della coca-cola no. Quindi pieni di buone intenzioni facciamo le campagne per la salvezza del clima, ci indigniamo per i migranti che muoiono in mare spinti dai bisogni più estremi, ma lasciamo marcire la frutta in campagna perché ci fa schifo il gusto. E lo so che è un discorso tremendamente retorico e arrogante, ma è una cosa che non so come scrivere meglio, perché mi fa girare le scatole.

tre discorsi semiseri sul lavoro intellettuale

Stamattina, con Roberto R. Corsi – che ho da poco ribattezzato Cavallo Corsi, in quanto scopro della scuola della Cavalli, ovvero dedicarsi idealmente alla flânerie per tutto il giorno e scriverne poesie a sera – si parlava di lavoro per quelli come noi, che scrivono. Lui convinto mi dice: «Io non ho mai avuto il problema che il lavoro mi piacesse a tal punto da farlo gratis, preferirò sempre una passeggiata! (sottinteso: a farmi sottopagare)». 
Rispondo tirando fuori dal cappello ragioni sociologiche legate all’ambiente in cui sono cresciuto: «Io lavoro quasi sempre gratis, mi accorgo, perché farsi pagare per un lavoro intellettuale è peccato mortale (in quanto lavoro di serie B), ma non fare nulla piuttosto che darsi da fare è peccato mortale due volte, insomma come la fai la sbagli e l’unica cosa seria era andare a fare il muratore». 
Su tutto questo mette una pietra mio fratello, che non scrive ma guadagna: «Io, se mi chiami per un lavoro, mi faccio pagare anche solo per venire a parlarti, e se non ti va bene puoi andartene a fanculo. Io non lavoro coi disperati, tu sei solo una merda!». Il sei una merda in effetti è gratuito, ma posso dire per esperienza diretta di mio fratello che funziona sempre.

martedì 5 novembre 2019

serietà

Leggevo stamattina il regolamento di una buona casa editrice che fra le istruzioni per l'invio di manoscritti dice: "Noi non siamo una casa editrice a pagamento, siamo editori seri, mica stampatori". E poi aggiunge, subito dopo: "Non accettiamo poesie, nemmeno se fossi il nuovo Mario Luzi ti pubblicheremmo". E allora ho pensato a come queste due frasi comunicano fra loro e a come, stando a questo ma anche ad altri regolamenti simili che leggo da anni, principio inalienabile per fare editoria seria, che non richiede contributi e vive sana e fiera di sé, è che non ci sia la poesia di mezzo, o che sia il più marginale possibile. Perché sotto sotto lo sai, lo sanno tutti che se pubblicassi poesia non ce la faresti a fare lo sborone così, saresti sempre in bilico, ancora più in bilico di come stai, e quindi per mantenere alto il tuo profilo editoriale è meglio barattare "l'arte e il canto" con il saldo attivo, evitarsi il problema alla radice, anche a costo di zittire magari la voce del nuovo Luzi o di un Sereni, che sono geni sì, ma vendono sempre troppo poco. Quello che gli resta ormai ai poeti seri, per gli editori seri, è lo stampatore.

sabato 2 novembre 2019

protestose canzoni per bambini

Oggi stavo ascoltando La ballata di Sacco e Vanzetti (musiche di Morricone, parole di Joan Baez), così quasi per caso, in random, sono passato a sentire l’omonimo album di Woody Guthrie, il folksinger vagabondo padre di tutti i cantautori impegnati americani. Guthrie che teneva fortemente al suo progetto su Sacco e Vanzetti, ma era un artista assai pignolo e non amava i compromessi, non si sentì soddisfatto dalle registrazioni – che invece erano perfette! – e si rifiutò di pubblicarlo. L’album, registrato fra 1946 e 1947, venne stampato nel 1960, quando affetto dal morbo di Huntington, Guthrie era ricoverato in ospedale e prossimo alla morte. Degli altri tre album da lui realizzati in vita e ritenuti abbastanza buoni da venire pubblicati uno è il seminale Dust Bowl Ballads, del 1940 (che fece un sacco innervosire Steinbeck per un pezzo in esso contenuto, Tom Joad, che riassumeva in sei minuti il suo romanzo di quasi 500 pagine Furore); gli altri due, e questa è stata la scoperta sorprendente per me, sono Nursey Days e For Mother and Child (entrambi registrati nel 1947 ma pubblicati nei primi anni ‘50), due album di canzoni per bambini fra i 4 e i 6 anni, attraverso le quali i bambini potevano imparare l’alfabeto e a far di conto. In un periodo di fortissima depressione economica e feroci diseguaglianze sociali, usare la propria musica a favore dei più piccoli l’ho trovato un gesto di grande luminosità e bellezza, forse non più duraturo ma di sicuro più politico di tutte le “protestose” canzoni di protesta che ha scritto in vita sua quell’uomo ferreo e intransigente che era Woody Guthrie.

venerdì 1 novembre 2019

pasolino

Il mio gatto Mao bellino
l’ho chiamato Pasolino
perché torna ogni mattino
pieno zeppo di ferite
dalle sue lunghe sortite
per le notti qui in campagna.
Ci si scanna coi gattacci
con le volpi e con i cani
né mi riesce di sviarlo
dai suoi istinti di randagio.
Prego sempre che si salvi
e se torna ancora vivo
sulla porta mia di casa
tutto fiero dei suoi graffi
lui comincia a farmi fusa
col motore a pieno giro
che mi sembra un trattorino.

giovedì 31 ottobre 2019

il drago

Stamattina leggevo questa cosa, che Salvini ormai ha preso pieno controllo della destra venendo infine a patti con Berlusconi, e per associazione ho pensato alla Centuria 81 di Manganelli. Uno passa metà della sua vita nell'idea o meglio ancora nel sogno cavalleresco che a far fuori il drago sarà l'eroe venuto a far giustizia del male (eroe che non dico di sinistra solo per non passare per idealista fazioso). Poi un giorno quell'uno si accorge che l'eroe è impotente, quando non connivente del male, e il drago lo sta facendo fuori un drago ancora più grosso, stupido e cattivo. E così realizzi che in fondo aveva ragione Manganelli, il bene non esiste, esiste solo un male un po' più grande del tuo.

il vizio

Poi un bel mattino ti svegli e ti dici convinto che bisogna darsi una mossa e cominciare a scrivere in prosa perché la poesia non ti darà mai il pane, e così attacchi a scrivere senza mai andare a capo e piano piano ti accorgi che stai scrivendo sì in prosa, ma per il teatro. Il lupo perde il pelo ma non il vizio di farsi male.

domenica 27 ottobre 2019

è il cielo, al di sopra dei tetti

È il cielo, al di sopra dei tetti,
così blu, così calmo.
Un albero, al di sopra dei tetti,
culla le sue palme.

La campana, nel cielo che vediamo
rintocca dolcemente.
Un uccello, sull’albero vediamo
cantare il suo lamento.

Dio mio, Dio mio, quella è la vita
semplice e tranquilla.
Viene dalla città
questo mormorio.

– Che hai fatto
tu che piangi senza fine
di’, che hai fatto
della tua giovinezza?

(Paul Verlaine, Sagesse, 1881)

lunedì 21 ottobre 2019

lapalissiana

Ieri una donna mi fa: "Ammettilo Lillo, tu ti lamenti sempre perché, da bravo Capricorno, hai la mania del controllo". Io le rispondo: "Mi lamento perché ogni volta che mi fido mi va male qualcosa". Mi risponde: "Lo so, fidarsi è difficile. Per questo secondo me ti dovresti trovare una donna, così prende lei il controllo e non c'è più bisogno che ti fidi".

domenica 20 ottobre 2019

regina di cuori

La lista degli amanti di Joni Mitchell sconvolge non tanto per la sua quantità, ma piuttosto per la sua qualità: Leonard Cohen, David Crosby, Graham Nash, James Taylor, Jackson Browne, John Guerin, Sam Shepard, Jaco Pastorius, Don Alias e Larry Klein, tra gli altri. Molte delle sue canzoni fanno riferimento a quegli amanti – A Case of You parla di Leonard Cohen; Coyote di Sam Shepard – e raramente lo fa in modi lusinghieri. In molte delle sue interviste contenute in Reckless Daughter (biografia della Mitchell scritta da David Yaffe e pubblicata da Crichton Books nel 2017), Mitchell è volgare e vendicativa. Chiama Larry Klein, il suo secondo marito, un “nano gonfiato”. E uno dei suoi produttori è definito “piccolo viscido coglione”. […] Yaffee raramente commenta l’abrasività della Mitchell, ma è pronto a sottolineare come il sessismo dilagante nell’industria musicale potrebbe averla spinta a ciò, in special modo quando Rolling Stone l’ha soprannominata “the Queen of El Lay” (la Regina di Cuori di Los Angeles). 

(Sibbie O'Sullivan, “The Many Layers – and Lovers – of Joni Mitchell”, Washington Post, 10 ottobre 2017)

sabato 19 ottobre 2019

l'amicizia di un poeta minore



Ormai sono anni che faccio questa cosa. Dovunque mi trovo a leggere, in mezzo alle mie poesie ne metto sempre una di Pino Simone, poeta matto di Martina Franca che è stato capace, per chi ha avuto la fortuna di trovarlo, di spalancarci mondi. La storia della poesia è fatta di pochissimi grandi, a cui ci ispiriamo, delle decine di mediocri fra cui ci confondiamo e di pochi poeti minori (minori perché diversi) che spesso hanno il potere di toccarci, proprio perché con la loro carica opposta, negativa, hanno il potere di scatenare in noi un'elettrolisi, energia elettrica che si trasforma in chimica, di darci una scossa e farci vedere il mondo da un punto di vista elettrizzato e spesso elettrizzante. Con Pinuccio a me è successo questo. La mia preferita delle sue poesie è Datemi un posto, che ha dato il titolo a un libro omaggio che gli abbiamo fatto cinque anni fa con Pietre Vive Editore, col permesso e la complicità dei suoi genitori. Ora che loro non ci sono più e che abbiamo terminato tutte le copie, dubito che potremo ristampare quell'opera e sinceramente non so nemmeno se ne valga la pena. Il mondo, mi chiedo senza troppa retorica, ha davvero bisogno di uno come Pino Simone? Non lo so, ma non credo proprio. Perché i poeti minori che a dispetto delle apparenze hanno fame di essere ascoltati, di essere CAPITI, sono condannati ad avere sempre e soltanto pochi buoni amici. In quello spazio di amicizia, che è stretto e caldo, sta scritto tutto il loro destino. 

L’AMICIZIA è come il destino, 
oggi non hai nessun amico, 
domani hai dieci amici, mille amici, 
ma sono sempre pochi. 

Lo scriveva Pinuccio. Così ai poeti minori resta il rimpianto di non avere dei veri lettori, ma soltanto degli amici. A noi, che abbiamo avuto la fortuna di trovarlo, restano le sue poesie. E questo, anche se non basta (e non basta mai), a modo nostro fa la differenza. 

(Grazie a Massimo D'Arcangelo per la foto).

venerdì 11 ottobre 2019

poesie in cerca del buono

Leggevo stamattina una recensione del 2011 di Alessio Brandolini ai Costruttori di vulcani di Carlo Bordini (Sossella, 2010) e mi ha colpito in particolare un passaggio in cui Brandolini dice che la poesia di Bordini è "in cerca del buono più che del bello" delle cose. Mi ha colpito perché nel continuo dilemma keatsiano fra verità e bellezza della poesia, la ricerca del buono (che potrebbe ma non necessariamente è verità) mi era del tutto sfuggita e forse, anche per questo, le poesie che leggo di continuo mi sembrano il più delle volte tutte uguali, poesie che cercano di arrivare a un ideale, di bellezza o verità, e si scordano del buono, che è qualcosa che sta più in basso, dunque il più delle volte sono molto belle e molte vere, ma guardano il mondo dall'alto, non scendono più giù del terzo piano (perché soltanto attraverso la distanza riesci a cogliere l'intero). Mentre le poesie in cerca del buono magari non colgono l'intero, anzi, magari sono pure sbagliate, ma camminano per strada, ti prendono per mano.

giovedì 10 ottobre 2019

queste cose umane

Abbiamo diritto a un ultimo amore salvagente
che sollevi la nostra vanità di amanti e la sconvolga
in baci umidi e amplessi elementari dei corpi – mi diceva
la donna con cui mi masturbavo al telefono a 999 km
di distanza e mi chiamava dongiovanni. Non più corpo
ma voce ansimavo al telefono con forza e ansimava
lei con me nuda allo specchio e questo solo ormai
era l’amore a noi corrisposto. Non altro
mi diceva a 666 km un’altra che si odiava e
odiava gli impegni che la tengono a distanza
da queste cose umane – intuire comprendersi
chiamare anche solo per dire come stai e
non lasciarsi mai soli a parole. Vivo al km 0
del mio dolore e mi risveglia ogni mattina il mio gatto
– ho questa fortuna – che mi riporta indietro dal sonno
mordicchiandomi un dito con dispetto e a nulla valgono
i rimbrotti gli acciacchi l’accidia la malmostosa
inclinazione per l’altro che si aspetta in cambio un gesto
una ferita solo per dirsi vivo. Ma – chiede iracondo
il gatto – che ci resta senza quello? Rispondo:
Nulla. Nulla mai. Il silenzio. Il resto è quello. – E poi
si scatena la tempesta.

mercoledì 9 ottobre 2019

sulle cozze di corsi

Difficilmente mi capita oramai, con un contemporaneo, di dover tornare sul suo libro dopo averlo letto la prima volta. Mi è successo di recente con Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi (italic, 2015), libro che in piena linea col titolo – che a me, l’autore lo sa, non piace proprio – offre numerosissimi e gustosi spunti coi quali si è costretti necessariamente a sporcarsi le mani. La natura salace – spesso divertente e ricca di calembour, rime, battute (e battutacce) e giochi di parole: il mio preferito nella rima passeri/Casseri della pur mesta Cozza n. 32 – la rende una lettura godibile e stilisticamente assai coesa, più di quanto, a una prima lettura, la varietà dei temi trattati possa far pensare; e nell’uso sapientissimo del verso che vive di evidenti rimandi alla forma classica della Satira (nel suo continuo oscillare fra intimo e pubblico con accenti moralizzanti, ma senza troppe speranze), e nelle vivaci incursioni nel più moderno stile diaristico dei postmoderni, perlomeno nei suoi accenti più intellettualisticamente borghesi (Sanguineti, mi è parso, su tutti). Eppure, allo stesso tempo, lo sguardo basso, concreto, spesso impietoso, autoironico fino all’autodenigrazione dell’autore, lo rende un lavoro accorato e a tratti disperato. Ne emerge infatti, nascosta dietro la risata, l’insanabile solitudine di un uomo troppo umanamente partecipe per assolversi da qualsivoglia colpa; troppo intelligente per non sentirsi estraneo a qualsiasi impegno o gruppo; e allo stesso tempo troppo (poco) serio per non cogliere la vacuità di tale atteggiamento e farne, anche a proprie spese, dell’ironia.

lunedì 7 ottobre 2019

qualcuno mi ha detto...

Qualcuno mi ha detto che certo
il mondo
non cambierà se stesso per le mie poesie.

Io rispondo che certo sì
il mondo
non cambierà se stesso né le mie poesie.

domenica 6 ottobre 2019

lettera a cate per dirsi addio

Cate, ma perché «son qui con te sempre più solo»
perché la morte ci richiama giorno a giorno
con più forza e circondati dal buio dal rumore
fatichiamo a dare spazio a questa mente?

Cate, ti ricordi la canzone che in autunno ci portava
un altro giorno di luce, ancora un passo verso il niente –
quando ancora non odiavo in ogni voce ogni uomo
a me più non solidale ma ostile?

(Perché ci toglie spazio col suo pianto con le sue
lamentazioni, ché come ogni uomo è infelice
e io sto meglio nel silenzio e nel mio odio
senza scopo e senza direzione).

Cate, lo so che mi dicevi ti ricordo più duro e sagace, violento
ma il tempo mi ha morso e incarognito nella sua malattia
la ruggine non tace e ammorba tutto
consuma ogni pagina ogni disco e parla, la polvere parla.

E ti racconta di me, di come nascosta negli angoli spiava
ogni mossa del mio amore, dell’ombra accanto a me
che chiedeva in che modo faremo, come
come passeremo ancora insieme un altro inverno?

Era un fantasma anche quello
di quelli che attentano nell’ombra al mio silenzio
il caro nulla che – ci accopperebbe volentieri
se non fossi di continuo aggredito dalla vita, dal mio

peso quotidiano, se
tu non fossi qui con me, ma non ci sei.
Cate, che ti chiamavo Claudia in una mia poesia
ed ora Anguilla pure tu, ma sei la prima.

Cate, fantasma pure tu, se sono stato anch’io per te
importante. E ora più non sono che un ricordo
coi miei disegni e tutto quello che ne resta
e che lo so, non basta mai contro il dolore, il nostro.

Cate, ora ti abbraccio e dico addio.

venerdì 4 ottobre 2019

gheddafi

Possibile che anch’io
già pronto al mio massacro
mi debba riconoscere in Gheddafi
prostrato nello schermo
mentre osserva i giovani in rivolta e/o
smaniosi di farsi padroni al posto mio
che l’offendono lo pesano
che posano con lui preda di caccia
cane ferito che guaisce – che vi ho fatto?
e in ognuno di loro è il mio nemico
il primo in primo piano che guaisce
quello a me più simile il più strano
che fa dei versi d’oro
e in nome di quell’oro
è pronto a dirsi libero e impiccarsi
ma viene poi ammazzato come un cane.

giovedì 3 ottobre 2019

finestra

Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto facendo finta di lavorare, ma in realtà non mi interessa far altro che guardare le nuvole? 
(Ma perché, hai una moglie tu?, mi chiederà il lettore a questo punto).

mercoledì 2 ottobre 2019

morte di un gatto di strada

C’è un gatto che muore in giardino
le gambe spezzate da un’auto
e il sangue alla bocca che sale.
Ringhia se mi avvicino.

Gli siedo a distanza e restiamo
per ore a squadrarci
nemici – lui trema.
La sete ci sfianca e le mosche.

Lottiamo.
Finché crepa nel mio sguardo
e io nel suo.

Intorno è la vendemmia.
L’uva si discosta dalla vite
e si fa mosto e il mosto sangue.

Lo infilo in una fossa dietro casa.

Ebbre di sangue di gatto
cantano le auto sulla strada.

lunedì 30 settembre 2019

morte a comala

Ho letto la prima volta Pedro Páramo anni fa, quando non ero ancora pronto e infatti non mi era piaciuto granché. L'ho riletto quasi per caso ieri notte e mi ha fatto una grande impressione, quasi paura anzi. La differenza ovviamente è dipesa dal fatto che la prima volta ancora no, mentre adesso, ad anni di distanza, ne ho fatto abbastanza esperienza da esserci entrato anch'io, nella morte, proprio come il protagonista del romanzo di Rulfo che non sceglie ma è già dentro Comala prima ancora di accorgersene. Come lui, non riesco a sentirmene più estraneo e infatti cammino in lei e mi fermo a parlare più coi morti che coi vivi, al punto che delle volte mi scopro già morto anch'io.

domenica 29 settembre 2019

sogni

Oggi hanno pubblicato questo post (bellissimo) su di un polpo che sogna e mentre sogna cambia colore. Guardandolo mi sono ricordato (perché tendo a scordarmelo) che tutti gli animali sognano. E allora mi è saltata in mente una frase di Clint Eastwood da Gli spietati che dice più o meno: "Ammazzare un uomo è una cosa grossa, perché gli porti via tutto ciò che ha e anche tutto ciò che sognava di avere". Ecco, ho pensato questo, che ogni volta che ammazziamo un animale, non ci stiamo solamente nutrendo, non applichiamo alla perfezione la legge di natura, ma anche gli stiamo portando via tutti i suoi sogni. Il che non è, a essere onesti, più terribile di tante altre cose che facciamo, ma è certamente crudele, e visto che noi di quei sogni non sappiamo e non sapremo mai nulla, lo è oltre ogni nostra immaginazione. 

la domandona domenicale

La figlia della mia macellaia, che mi vende di solito bistecche molto tenere, ha avuto da svolgere in classe un tema su una mia poesia. Poesia che le è sembrata subito difficile, da intendere a da approfondire. Tanto che la povera bambina ha preso quattro. Perché mai – è la domanda ironica e incazzata della macellaia – il signor poeta a cui vendo bistecche di primo taglio e scelta, da parte sua non sa fornire ai ragazzi, quindi anche alla mia bambina, una poesia che si possa cuocere e masticare con altrettanta facilità? Senza farsi saltare via i denti? Perché la poesia deve essere difficile e involuta? 

(Roberto Roversi, La poesia, il critico e la bistecca, in appendice a Dal fondo. La poesia dei marginali, a cura di Carlo Bordini e Antonio Veneziani, Avagliano, 2007)

venerdì 27 settembre 2019

cappella del soccorso


dopo

Non scriverò di nuovo
ciò che un giovane uomo
pensa, non le parole
di ciò che sente.

Non c’è storia
a parte quella che ho vissuto, ne-
ssun’altra ma
dev’essercene un’altra.

Se quel tempo ha
riecheggiato, apparente
vendetta, se la carne
e le ossa coincidono –

lascia che il corpo sia.
Guarda galleggiare i volti
sopra l’orizzonte
lascia finire il giorno.

(Robert Creeley, Later, trad. mia liberissima)

la prosa del primo flaubert

«E poi muore
per mancanza di voglia di vivere,
di pura spossatezza e di tristezza...»

E poi è investito da un camion
mentre torna a casa dal lavoro,

e/oppure un masso
buttatogli addosso
da vecchissimi amici di famiglia
scrive FINIS alle sue sofferenze –

Oppure va all’università,
si sposa,
ed è poi che muore!

O magari finisce che non muore affatto,
seguita semplicemente a vivere
giorno dopo giorno come ha sempre fatto...

È un uomo molto interessante,
una persona acutamente sensitiva,
ma deve pur morire in qualche modo –

così se ne va da solo sulla spiaggia,
si mette a sedere e pensa
guardando l’acqua lì davanti:

«Perché sono nato? Perché
vivo?» - come
una vecchia canzone, chéri
e dopo muore.


(Robert Creeley, Later, trad. Francesco Binni)

la speranza

Leggendo i vari post o commenti su Greta che in queste ore esplodono su social e giornali mi è venuto in mente un testo assai bello di Bordini – lo potete leggere sul suo sito – che parla degli scrittori di destra e in cui Bordini distingue gli scrittori di destra da quelli di sinistra in base alla speranza. Gli scrittori di destra, dice, sono sempre un pochino più lucidi di quelli di sinistra perché non si permettono il lusso delle illusioni, non li “avvelena” la speranza, loro sanno lucidamente il male del mondo e siccome non sperano in niente, in quella distanza lo descrivono con una radicalità e una profondità un pochino più affilata. Si parla di gente come Swift, Baudelaire, Pound, Ionesco, Céline, Dostoevskij, Pirandello. Gli scrittori di sinistra invece hanno questa cosa che, anche se ci vedono e ci vedono bene, comunque sperano, e quando sperano si incatenano in una certa misura alle cose del mondo, cercano un accordo o un equilibrio con esse, e in ciò perdono quella distanza radicale che fa la differenza. Ecco, io quando guardo Greta lo so che dietro di lei ci sono tante cose occulte che nemmeno mi immagino, ma dentro, sempre, che mi rovina, ho anche questa speranza che ci sia del buono in lei e che del buono ne potrà venire anche domani, e in quella speranza io so che a modo mio io sono uno scrittore di sinistra (o lì vicino) e che a esserlo, francamente, non ci guadagno nulla – infatti, potendo scegliere, probabilmente starei dall’altra parte.

martedì 24 settembre 2019

percentuali

Ieri leggevo un articolo, non mi ricordo su che sito*, in cui si diceva che, a dispetto della percezione che abbiamo, in un mercato editoriale in cui ci sono sempre meno lettori, i lettori di poesia, pur restando una briciola sul totale, negli ultimi anni si sono raddoppati, passando dallo 0,5% all'1%. Mi sembra un grande risultato da cui partire, puntando ancora a raddoppiare verso il 2% della popolazione dei lettori (che, per chi non lo sapesse, è il 40% della popolazione italiana). Credo molto infatti in questa legge degli estremi che prima o poi si incontrano, e se i lettori tutti diminuiscono e i lettori di poesia invece aumentano, secondo me finiranno per incontrarsi un giorno, intorno al 5-6%.


*In realtà me lo ricordo ma siccome non sono citato fra gli editori di poesia meritevoli di attenzione, mi riservo il diritto di offendermi e non citarlo a mia volta.

lunedì 23 settembre 2019

coyote

Stamattina, ascoltando questa canzone, ho ripensato a una intervista rilasciata da Joni Mitchell qualche anno fa. Era una intervista piena di amarezza in cui tirò fuori una polemica feroce contro Bob Dylan, dicendo che era un pessimo uomo (poco igienico anche) e un pessimo artista (un plagiario della peggior specie) che non si meritava il successo che aveva avuto più di lei, infinitamente più brava di lui ma messa da parte perché donna. Di recente, con l’ultimo film di Scorsese sulla Rolling Thunder Revue, è venuto fuori il video qui sotto, dove loro due suonano insieme Coyote a metà degli anni ’70, mettendo da parte, nel nome di una vecchia amicizia, quell’intervista e quella rivendicazione. Però, mentre un certo punto di Chronicles Vol. 1, o forse in una intervista (non ricordo di preciso), qualcuno chiede a Dylan se ci sono dei giovani che gli piacciono, che hanno raccolto la sua eredità, e Dylan parla a lungo – stupendo l’intervistatore – della nuova scena rap americana, dice che gli piace l’uso che fanno della parola questi ragazzi e il modo in cui la usano per rapportarsi col mondo; nella succitata intervista alla Mitchell qualcuno le fa la stessa domanda, e Joni risponde che no, non le pare dopo di lei qualcuno abbia fatto qualcosa di altrettanto bello o di paragonabile al suo lavoro con Mingus. Ecco, leggendo tale risposta ho pensato che sia una cosa veramente triste da dire, e piena di egocentrismo – molto più egocentrica di qualsiasi Dylan, e ce e vuole! Dà l’idea di una persona che si sente molto sola, non perché lo sia davvero, ma perché proprio non riesce a vedere chi c’è intorno.

domenica 22 settembre 2019

il funerale di apollinaire

Novembre 1918. Giuseppe Ungaretti era in licenza a Parigi. Prima di ritornare in linea a Bligny, egli domandò ad Apollinaire che cosa voleva che gli riportasse dal fronte alla sua prossima licenza. Apollinaire disse: «Un mazzo di sigari toscani». 
L’armistizio è firmato dopo pochi giorni. Ungaretti torna a Parigi. Corre dall’amico a portargli i «toscani». Apollinaire è steso sul letto. La giornata è caldissima. Il suo povero corpo grasso comincia a decomporsi. 
Nemmeno la morte riuscì a placare la «iella» che perseguitava Apollinaire. Lo stesso giorno morì anche Edmondo Rostand. Due giorni dopo, due funerali di poeti traversavano a passo d’uomo le strade di Parigi. 
Vestita da carnevale, la polacca seguiva il feretro del figlio. Agli ingenui che cercavano di confortarla, essa ribatteva: «Mio figlio un poeta? Dite piuttosto un fannullone. Rostand: ecco un poeta!». 
Nello spazio di un mese la morte portò via anche lei. 

Alberto Savinio, Souvenirs, Adelphi, 2019

sabato 21 settembre 2019

calce e fiori


body and soul

Oggi un poeta mi ha detto che con il mio atteggiamento scanzonato e spesso poco serio (in primis verso me stesso) io offendo la poesia tutta che invece è sacra e, peggio, non do abbastanza valore al lavoro dei poeti che è serissimo. Uno potrebbe anche scherzarci sopra una cosa così, ma io davvero mi sono vergognato di non avere un attegiamento abbastanza sacrale quando la mattina mi appunto i versi in bagno, mentre vado di corpo.

cartolina dalla valle d'itria

giovedì 19 settembre 2019

quaderno di prima elementare


Come si vede a 6 anni avevo già capito tutto del rapporto uomo-donna (e le preferivo ricce e rosse).

gioia dei gattari


Pierppaolo Miccolis, dal catalogo della mostra Induced Spirits, 2018, a cura di Nicola Zito MICROBA con Achrome (catalogo Pietre Vive Editore)

scarafaggi

Sono scarafaggi e vivono nell’ombra
accumulando cianfrusaglie all’ombra
delle loro persiane chiuse portandosi
dietro l’odore umido dei loro calzini
ribadendo in ogni gesto il mio odio
immotivato se non perché mi odio
il loro sangue così come il mio
infatti sono uno scarafaggio anch’io

mercoledì 18 settembre 2019

spaghetti western

Checché se ne dica siamo tornati al solito cliché italiano dello spaghetti western: Il buono, il brutto, il cattivo. Eccoci qui. Gli elettori scalpitano, sbuffano, si indignano, ma sotto sotto a breve, al primo duello al sole, andranno in brodo di giuggiole per vedere chi estrae per primo.

martedì 17 settembre 2019

mi viene da ridere

Enrico Mentana scrive che il nostro debito pubblico è di 2.409.900.000.000 di euro. Io penso ai miei amici che, alla loro età, credono ancora alla pensione e mi viene da ridere.

lunedì 16 settembre 2019

trovarse

Ho cominciato la giornata con un libro di Samuele Editore, L'inventario di un'assenza di Michele Paoletti, e la chiudo con un altro libro Samuele, Xe sta trovarse di Francesco Sassetto, un libricino brevissimo ma perfetto, composto da sette poesie in veneziano che sono il diario intimo di un amore di mezza età vissuto fra le calle di Venezia. Un libro che si merita lo sforzo di essere letto nella sua lingua, magari a voce alta, perché vive tutto in quella lingua, senza mediazioni, e senza quella perderebbe molta della sua struggente fragilità e della fatalità che (Francesco lo sa) incalza su ogni amore. Un libro fatto d'acqua, così come la città in cui è ambientato, ma anche di lunghi abbracci per tenersi caldi. 

Vien qua, amor, vissìn de mi, vien qua 
che te coverzo co i brassi.

sabato 14 settembre 2019

documentari

A 42 anni suonati devo ammettere (spero senza troppa vergogna) che il cinema mi annoia, guardare film mi annoia mortalmente e l'unica cosa che ormai mi pare interessante e degna di essere vista sono i documentari (per quanto la definizione sia limitante), meglio ancora se “immaginari” e dove “nessuna rappresentazione dei fatti o delle persone è reale”. Come in questo di Robert Frank sui Rolling Stones o l'ultimo, assai interessante, di Nicolás Lasnibat sul personaggio di Arturo Belano, appunto The Invented Biography.

venerdì 13 settembre 2019

messaggio di ninnì aprile ai compaesani

Ieri sera, mentre giravo per Noci, ho rivisto dopo anni Ninnì Aprile. Si è dimagrito assai ed è invecchiato ma ha sempre quella faccia lunga e ossuta che sembra venuto fuori da un quadro del Greco. Gli faccio Ninnì come stai, ti ricordi di me? E lui, abbassando gli occhi e mentendo per gentilezza, certo che mi ricordo. Ti ricordi tutte le mangiate che ci siamo fatti? E lui – anche se non si ricorda più – perché adesso non ce la possiamo fare una mangiata? Mi racconta alcune cose di sé, poi mi prende la mano e mi affida questo messaggio ai Curdunnesi: Volevo venire alla festa quest'anno, ma il treno non funziona. Quando li vedi, per piacere, salutami tutti i compaesani e digli che li voglio bene a tutti, anzèche se pènzene ca mi scerrète! Ninnì non è cambiato proprio.

le recensioni

Le recensioni scarseggiano e sono spesso cerimoniali. Chi si accorge che un libro di poesia è brutto o inesistente sono sì e no cento persone. Di queste cento, quelle che lo dicono sono una ventina. Quelle che lo scrivono sono meno di cinque. 

 (Alfonso Berardinelli su Il Sole24Ore di domenica 27 maggio 2007)

giovedì 12 settembre 2019

mercoledì 11 settembre 2019

da che parte sto

Non voglio dire che sia una cosa sbagliata, ma pensavo a questa cosa di chi oggi festeggia Facebook perché ha oscurato CasaPound e solo ieri protestava per il fatto che sempre Facebook censura immagini (persino artistiche) inneggianti al corpo nudo delle donne, ritenendole volgari e offensive. Pensavo che il più importante social del mondo ha lanciato questo messaggio: che fascismo e corpo delle donne sono orribili allo stesso modo e per questo censurabili. E mi ponevo il dubbio se c'è da fare un più comodo due pesi e due misure, sacrificando il "male minore" per far fronte al fascismo, oppure cercare di capire, in questo meccanismo, da che parte sto.

cortocircuito

...La smania di scrivere e riscrivere ponderose opere a volte fa incappare in lapsus ridicoli, come quello a pag. 371 dell’edizione cartacea, dove a proposito del libro di Voltaire, si dice Zelig invece di Zadig. Onore a Woody Allen. 

 (Zordan, recensione pubblicata su Amazon)

scena poetica

Condivido una paginetta di Carlo Bordini da Susanna, diario di un mese d’inizio 1982 a Roma, contenuto in Manuale di autodistruzione (Fazi, 1998) e poi inserito in Difesa berlinese, a cura di Francesca Santucci (Luca Sossella editore, 2018), in cui viene minutamente descritta la favolosa scena poetica del tempo. 

Martedì. Arriva Attilio Lolini per una lettura al Flaiano. È noiosissima, con tutte quelle vecchie. Noi stiamo fuori. Dario Bellezza, Antonio, Tommaso triste e in crisi (ho saputo poi che l’hanno trasferito a Ravenna; una cosa terribile) e Alberto Toni sempre ubriaco. Bellezza parla di scrivere un «Nuovo inferno». Veneziani distribuisce Brown Sugar. Lolini è serafico, scrive poesie dolorose, una linea nuova, a volte un po’ sbavata; vorrei capire meglio. Vado a letto presto, non voglio ubriacarmi, sto male. Alla lettura viene Gabriella con un uomo, abbiamo un rapporto freddissimo, come se fossimo entrambi imbarazzati. Qualche giorno fa ho saputo di reazioni violentissime – in senso positivo – al mio libro. C'è gente che lo vive con un’intensità enorme. Alessandro Ricci e i suoi amici. Manni dice che la distribuzione del mio libro va bene a Roma.

torta di compleanno


domenica 8 settembre 2019

sapersi vestire

Che cosa ridicola, dico, questa del ministro che viene presa in giro perché non si sa vestire...
Hai ragione, ribatte mio fratello, pensiamo piuttosto a come non ti sai vestire tu.

sabato 7 settembre 2019

riprendersi

Stavo scrivendo un post che cominciava così: "ma è impressione mia o sono bastati pochi giorni da quando se n'è andato Matteo Salvini che l'Italia sembra già un paese migliore?" quando il cielo ha cominciato a rannuvolarsi e la temperatura si è abbassata di colpo. Allora mi sono ripreso: meglio non cantare vittoria, che qui piove sempre sul bagnato.

giovedì 5 settembre 2019

rimorso

Quando vedo i giovani poeti rampanti che corrono alla conquista del mondo mi piglia sempre il rimorso della mia giovinezza cazzara, quando mi costava fatica persino alzarmi dal letto per andare in bagno a liberarmi e l'unica cosa che mi dava vera gioia era il sesso (matto e disperatissimo), mica come adesso che non sono più giovane abbastanza.

sabato 31 agosto 2019

sintesi della mia estate

Quattro passi al sole, per pensare in pace, incontri quattro persone: due vogliono raccontarti una loro idea, le altre ti chiedono un'idea. Così passano i giorni: idee che ti entrano da un orecchio ed escono dall'altro, scomodando, al passaggio, quell'unica idea che hai in testa e che vorrebbe dormire.

(Ennio Flaiano, Diario notturno, Adelphi 1994)

venerdì 30 agosto 2019

pieropaolo miccolis


tarocchi

A riprova di quanto ho già scritto più volte, ieri Pierpaolo Miccolis mi ha letto i tarocchi. Prima mi avverte: Più chiara è la domanda più precisa è la risposta. Gli chiedo precisamente: Farò mai i soldi col mio lavoro da editore? Pier legge le carte e mi dice: Migliorerai ancora, presto vivrai un grande cambiamento da cui scaturiranno enormi soddisfazioni in campo culturale e come prestigio personale, ma di soldi no, non se ne vedono. Le carte non mentono mai. Pier allora mi dice: Hai una domanda di riserva? Gli chiedo: Mi sposerò mai? Pier si mette a ridere e ripone le carte.

giovedì 29 agosto 2019

suggestione

In molte pagine di Carlo Bordini io ritrovo come una comunanza, in quella sterminata libertà, in quella fame, in quell’avventurosa freschezza, in quella capacità di piegare il tempo narrativo attraverso la pura forza plastica della scrittura, con Roberto Bolaño. Poi non so se è un paragone realistico, calzante, o solo una mia suggestione, ma se c’è uno scrittore a cui lo accomuno – fra gli altri – è proprio lui. Basti questo passaggio: «Essere entristi è un destino. L’entrata è qualcuno che entra nella vita per modificarla. Come un parassita nel corpo umano. Nel corpo degli altri. O nel proprio corpo» da Memorie di un rivoluzionario timido, che mi rievoca fortemente l’incipit dei Detective selvaggi.

convinzione

Stamattina mi sono svegliato avvilito dalla consapevolezza che lunedì ricomincerò a occuparmi di pubblicazioni, presentazioni, date, spedizioni eccetera. Per un attimo mi è preso il desiderio forsennato di scappare all'estero col capitale, poi mi sono ricordato che non c'è nessun capitale con cui fuggire. La poesia non dà panem, è risaputo. Se vengono a trovarmi i ladri della Laterza sono loro che mi lasciano i soldi, sono convinto.

lunedì 26 agosto 2019

bilancia

Dopo alcune settimane di dieta mi sono misurato. Negli ultimi tre mesi ho perso 5 kg. Oggi lo dico a mia madre che mi fa: "Ah sì? Non si vede mica." Menomale che c'è la famiglia, che quando stai per mettere le ali ti riporta coi piedi per terra, e lo fa anche gratis.

la poesia civile

La poesia civile non esiste mi rimbrottano da anni.
Il poeta è puro e chiuso in se stesso
non può cedere alla truffa di un impegno
che scavalchi il verso il suo problema posturale
se chinati sullo schermo.
Di fronte al mondo che incalza
a furia di botte e va a fuoco
alla gente che sommersa concima
il futuro dei pesci Loro
sono qui che rivendicano il Loro
diritto di scrivere i sospiri del Core – Core disperato di sé
per questa vita che c’è e non c’è che c’è e non c’è
e se c’è si fotta!
Parlare del mondo la sentono come una truffa
il più banale svilirsi con gli altri e gli altri si sa sono sporchi
immersi come sono nel letame
ma prosaico quotidiano e puzza! non certo quello d’oro dei poeti
dove la merda è merda per principio di parola
perché la merda è pura ed il letame
un compromesso della storia. Ma
l’impegno ripeto l’impegno viene prima del verso
è una mano tesa agli altri. L’etichetta
non è infamia è il mio bisogno
di dire che ti vedo: io ti vedo e so che accade
e non so come possa offendere
sentirsi dire «civile» con lo scherno nella voce
quasi fosse un insulto.
Ma il poeta civile non esiste è vero
non esiste un uomo solo
che non abbia insieme in sé la rabbia e tutti i palpiti del Core
il dolceamaro sapore
di chi mastica la terra dall’infanzia.
Ma c’è ed è in me e non la rinnego
la poesia civile.
È il mio sguardo diritto su di voi.
Il mio dirvi che nel mio sguardo
e nello sguardo che voi girate a me
nessuno è solo.

domenica 25 agosto 2019

con luciano

stella

«Se glielo chiedi la prima cosa che ti dicono è: sono libero. Tutti liberi sono… Un po’ meno se li metti alla prova». Come li metti alla prova? «Faccio delle domande sulle cose che non vogliono perdere. Tutti sono legati a qualcosa, la casa, la macchina, il lavoro, lo status, un amore… qualcuno non lo dice ma è schiavo. Senza quella cosa lì ti senti libero lo stesso? Qualcuno ti dice sì, qualcuno ti dice no. Se non sai nemmeno questo, non sei per niente libero». Ma poi la libertà cos’è? Stella, che è arrivata in Italia dall’Est vent’anni fa, mi dice che l’unica vera libertà, per lei, è quella economica. «Se hai i soldi fai quello che vuoi, altrimenti libero sei soltanto a parole. La libertà è bella finché non hai fame. Dopo diventa una parola pure quella… brutta!». Tu i soldi come li fai? Stella mi guarda fisso: «Pompini» mi risponde. Ma è ironica. Siccome le piacciono le cose che scrivo, ha letto tutte le mie poesie. Ma ne ha capite soltanto dieci.

sabato 24 agosto 2019

appunto

Quando si dice che in Italia si pubblicano troppi libri, ricordati sempre che si sta parlando anche del tuo.

amore. inutile finestra

l'errore

Leggere Difesa berlinese e notare e apprezzare incredibilmente come, per Bordini, l'errore, persino il più comune refuso, sia comunque parte dell'azione dello scrivere e vada per questo non censurato ma trattenuto nel testo, perché necessario alla sua esperienza.

venerdì 23 agosto 2019

appropriazione indebita

Uno che mi ruba una foto e la ripubblica facendola passare per sua. Lo sgamo e quello, con vera classe, si giustifica dell’appropriazione indebita citandomi Il postino di Troisi: la fotografia non è di chi la fa, ma di chi gli serve. Va bene. Ma continuo a chiedermi: se nel film la poesia rubata a Neruda serviva a farsi la Cucinotta, tu, con la foto mia, chi è che ti devi fare?

giovedì 22 agosto 2019

bolsonaro

BOLSONARO sono quasi sicuro che presto diventerà un aggettivo, qualcosa di molto spregiativo con cui verrà indicato un nuovo tipo di delinquente, l’assassino ambientale su scala planetaria, uno che se gli dici di pensare al benessere o al futuro del pianeta ti ride in faccia perché sono concetti troppo fumosi per uno come lui, oppure ti risponde dandoti del bugiardo. Quando incontrerai una persona così, da domani potrai dirgli che è un “bolsonaro” come pochi. E poi sputagli in faccia anche da parte mia.

mercoledì 21 agosto 2019

democrazia liquida

Nella miriade di pro e contro che ha collezionato in questi giorni, devo dire che a me Conte sta simpatico, mi stava simpatico già da prima di ieri, perché nella mia testa sintetizzava il meglio e il peggio dell’idea da cui era partito il M5S: sostituire una democrazia dal basso, non proprio diretta ma quasi (col rischio concreto di derive populiste), a quella dall’alto, rappresentativa, che era invece espressione della prima repubblica. L’idea era nobile, i risultati scarsi come si è visto, mancando l’accortezza e le competenze necessarie. Così in Conte c’era il meglio perché, proprio nell’anonimato politico che molti gli rimproverano ha mostrato, invece, quello che una persona comune, onesta perché politicamente sconosciuta, può fare una volta che gli danno il potere in mano; cercare dunque di tenere insieme i pezzi, come può, e una volta sopraffatto dal sistema uscirsene con un discorso fichissimo contro il cattivo di turno (Salvini) proprio come succederebbe nella scena madre in una commedia italiana. (Solo in Italia c’è una tale confusione fra realtà e letteratura, probabilmente perché, anche se non andiamo più a teatro, la nostra rimane una cultura fortemente operistica). Ma in Conte c’era anche il peggio perché nel momento in cui si è “svegliato tardi” – come tutti gli hanno rimproverato – ha invece dimostrato un indefesso attaccamento a metodi che sono propri della prima repubblica: quello, ad esempio, per cui se anche non sono d’accordo con ciò che succede nel mio gruppo di potere io sto zitto e vado avanti, turandomi il naso, per il bene del gruppo; che era una pratica cara alla politica di inquadramento dei partiti (da DC a PCI) ma che invece sembrava apparentemente aliena a quella frontale e di rottura dei M5S. Salvo poi rendersi conto che i Cinquestelle, da sempre, usano gli stessi metodi di tutti gli altri partiti: o sei in linea con la dirigenza oppure sei fuori. Proprio come nel PCI. Ma allora dov’è la differenza? (Va detto, per par condicio, che Renzi che ridicolizzava pubblicamente Fassina – chi? – per il suo disaccordo non era da meno degli altri). Ecco, l’esperienza di questo Governo, che ha promesso tanto ma non ha risolto – per impotenza e non per malafede, e non so cosa sia peggio – uno solo dei nodi cruciali su cui aveva costruito il proprio consenso, mi pare sia stata utile perché ha dimostrato che in Italia non è possibile, pur con tutta la dignità e l’impegno dell’anonimo Conte, una democrazia diretta o semi-diretta (persino nelle sue derive populiste). Adesso, con l’arrivo del PD ci sarà di sicuro un più rassicurante passo indietro. Tanto più che molti ricominciano ad avere nostalgia per un certo tipo di democrazia professionale cara alla prima repubblica, quella basata sull’autorità dei politici di mestiere. Eppure, mi chiedo, veramente c’è chi vorrebbe tornare agli Andreotti, ai Craxi, persino ai primi Berlusconi, con tutto il carico di corruzione mafiosa che si portano dietro quegli anni, quei personaggi? Senza contare i nostalgici che tornerebbero anche un pochino più indietro, verso un sistema che, per quanto coriaceo, ha fatto il suo tempo: è già vecchio, superato, incapace di capire dove va il mondo. Mi pare che a questo punto sarebbe più utile inventarsi nuove forme di democrazia, se la democrazia ha ancora senso. O al massimo formalizzare le cose – visto che ci siamo già immersi – e far riferimento, con maggiore elasticità, a una democrazia liquida che con aplomb molto zen si adatta di volta in volta alle circostanze: meno legata al mondo degli uomini e più legata a quello dei pesci.

martedì 20 agosto 2019

non manca nulla

Mi accorgo che siamo in pochi, ormai, a non conoscere profondamente l’Italia. Tutti ve ne sanno dire qualcosa. Questa ragazza alta e bionda, per esempio, che ride continuamente, fischietta Les Noces e legge il «New Yorker». Non ha più di 23 anni, s’è laureata il mese scorso in una università americana, è la seconda volta che viene in Italia. La prima vi soggiornò tre mesi: Roma, Venezia, Amalfi. L’Italia le piace, ma si domanda se potrebbe viverci a lungo: forse no. Nella grande borsa di cuoio ha un libro, me lo mostra: è un libro sull'Italia, scritto da lei. Fresco di stampa e ben rilegato. Scorro l'indice: «Fascism and antifascism»; «Glory of the past»; «The new democracy»; «Dark future», ecc. Insomma, non manca nulla. Le restituisco il libro con deferenza. 

 (Ennio Flaiano, Taccuino 1948, in Diario notturno, Adelphi 1994)

lunedì 19 agosto 2019

poeta al telefono

Ha anche lui le sue ragioni ammette, bloccato da suo figlio che protesta l’ingiustizia appena subita. Lamenta con rabbia soppesata dall’altra parte della linea cosa manca agli editori. E il bambino vivace gli ricorda che a nulla varrà mai quel verso, se ora gli sequestra la scatola dei biscotti.

tradizione

Ieri sera ero a cena con Cosimo, architetto toscano in visita, che si interessa di costruzioni in pietra a secco. Mi ha raccontato di un’antica leggenda delle nostre terre secondo cui le pietre, in barba al luogo comune, non solo hanno il sesso, accoppiandosi senza sosta per riprodursi, ma lo usano con grande diletto. Mi ha anche chiesto, con un pizzico di malizia, se le nostre Pietre Vive proseguono nel solco di quella tradizione e io gli ho assicurato a nome mio e di tutti gli autori che ci applichiamo con costanza per farle onore.

domenica 18 agosto 2019

piazza convertini, locorotondo


poetico

VIOLA: È poetico.
OLIVIA: A maggior ragione sarà falso.

(La dodicesima notte, Atto I, Scena V)

hanno inventato il sole

Sono un uomo talmente noioso che le mie vacanze le sto passando in casa, a leggere e a scrivere. Un amico viene a trovarmi e sbuffando mi fa: "Guarda che esistono altre cose... Forse non lo sai, ma hanno inventato il sole".

giovedì 15 agosto 2019

barzellette, di ascanio celestini

Lancio una suggestione su Barzellette, l’ultimo libro di Ascanio Celestini, pubblicato da Einaudi, che è appunto un’esaustiva raccolta di barzellette – 300 pagine – con la cornice della storia di un’amicizia, quella fra il capostazione di un’infima stazione terminale e il suo aiutante che gli racconta barzellette per far passare il tempo. Mi fa pensare tanto a un racconto di Flaiano che sta in Diario notturno in cui un capostazione annoiato sta in questa stazione persa nel nulla insieme al suo telegrafista – si parla dei primi anni ’40 – aspettando che succeda qualcosa, finché succede un disastro ferroviario. Ecco, magari la cornice di Celestini non c’entra nulla con la mia suggestione, ma il libro, con tutta la cinica fatalità delle barzellette mi sembra quasi un prologo a quel racconto. 
Per quanto riguarda le barzellette vere e proprie, il loro tono è ovviamente discontinuo, passando dalla genialità fulminea di alcune al mero passatempo di grana grossa di altre, ma come avverte lo stesso Celestini il loro valore non sta nel dato estetico e neppure in quello propriamente comico, quanto in quello sociologico: soprattutto dove prevale l’anonimato del testo che può e deve farsi, attraverso il racconto, voce comune. In quell’anonimato, soprattutto, è anche possibile dare libero sfogo alle pulsioni più becere, oscure, infami, con risultati spesso crudeli ma divertenti, lì dove le barzellette si fanno politicamente scorrette, da quelle razziste a quelle sui pedofili: 
– Amore, cosa significa la parola pedofilo? 
E lui: – Che parolone difficile per una bambina di sei anni! 
Ecco, in un romanzo, trovare una tale facilità di linguaggio creerebbe disagio, in una barzelletta è una semplice condizione. Eppure, va anche ammesso che delle centinaia di barzellette qui raccolte – forse perché trascritte perdono molta della loro leggerezza discorsiva – le più affascinanti per il lettore sono quelle che mostrano un sostrato più letterario più evidente. Il tal senso, le migliori risultano probabilmente quelle contenute nel quarto capitolo, tutto dedicato alla Russia di Stalin.

martedì 13 agosto 2019

diversità

Mi stupiscono sempre quelli che da una parte mi esaltano: “tu sei un editore bravissimo perché sei diverso” e dall’altra mi chiedono, per resistere, di fare un po’ come tutti gli altri, perché evidentemente la mia diversità da sola non basta. Ma fare a quel modo, chiedo, non è già un compromesso? Il segreto, mi insegnano, è tenere, all’italiana, i piedi in due staffe: essere diverso per qualcuno e come tutti gli altri per tutti gli altri.

lunedì 12 agosto 2019

una vecchia barzelletta russa che dice esattamente come stiamo messi noi

Sono due vecchi reduci della grande rivoluzione. Raggiungono la saracinesca chiusa del magazzino e attendono l’apertura insieme a molti altri. Il compagno magazziniere legge un comunicato: – Compagni, è una grande vittoria della rivoluzione aver raccolto dei mandarini. Significa che il popolo sovietico può ottenere ciò che vuole col proprio impegno e le proprie capacità. Ma non ci sono mandarini per tutti. Perciò abbiamo deciso che le minoranze religiose andranno cercare altrove il cibo. 
Quattro ebrei ortodossi coi capelli corti sulla nuca e i boccoli che s’allungano ai lati delle facce scavate dalla fame e dal freddo si allontanano borbottando, mentre il magazziniere torna all’interno del magazzino. 
Riesce dopo un paio d’ore. 
– Compagni, con solenne gioia vi annuncio che le casse piene di mandarini stanno per essere scaricate dai nostri camion, ma non ce n’è una quantità sufficiente per tutti i cittadini russi. Perciò ne distribuiremo solo ai membri del partito. 
I normali cittadini restano per un attimo a bocca aperta, intirizziti per il freddo, si scuotono, voltano le spalle e se ne vanno irritati. 
Per altre due ore il magazziniere nuovamente si assenta, ma quando fa ritorno ha in mano una lista. – Ho qui nominativi dei compagni che beneficeranno di questo frutto straordinario che non è per tutti, ma solo per i reduci. Per coloro che hanno cambiato le sorti del nostro grande paese cacciando la tirannia degli zar e regalando il socialismo reale al mondo! 
I giovani del partito se ne vanno imbestialiti, ma non possono ambire al possesso di quel piccolo frutto strappandolo agli anziani che hanno messo a repentaglio la loro vita per la grande rivoluzione.
Ivan è Boris sorridono. Il magazziniere con un cenno li fa avvicinare alla saracinesca. E quando sono da soli comunica a bassissima voce: – Oggi abbiamo dato una sincera gioia al nostro popolo che se ne sta tornando nella fredda dimora senza mandarini, ma con un briciolo di orgoglio in più. Purtroppo devo comunicarvi che mandarini non ce ne sono. Né per voi, né per nessun altro. Però confido nel vostro silenzio che non spezzi la piccola gioia che sta ora nel cuore dei vostri compagni. 
I due vecchi si allontano lentamente, un po’ per la vecchiaia è molto per il freddo che hanno penato. Lungo la via del ritorno Boris dice a Ivan: – Hai visto gli ebrei? A loro va sempre meglio che a tutti gli altri. 

 (Ascanio Celestini, Barzellette, Einaudi Stile Libero, 2019)

domenica 11 agosto 2019

indovinello

Hai una pistola con due soli colpi in canna. Davanti a te ci sono un leone affamato, un grosso orso arrabbiato e uno scrittore in cerca di editore. A chi spari? 
Ovviamente allo scrittore. Due volte! 

(Grazie ad Ascanio Celestini per la dritta)

venerdì 9 agosto 2019

tirchio e pezzente

Io non so che ho fatto a Cristo – sbotta mio padre ogni volta che con mio fratello si discute di soldi – che uno mi è uscito tirchio e l’altro pezzente. 
Per la cronaca, il pezzente sono io.

guai

Uno può indignarsi e/o incazzarsi quanto vuole per ciò che sta accadendo e per Salvini, ma la verità è che lo sappiamo tutti che siamo nei guai. E lo sappiamo perché a furia di fare per anni il giochino di votare al meno peggio tanto per dare un senso al "principio democratico" delle elezioni, ma senza puntare i piedi e pretendere qualcosa di serio e di credibile, alla fine non c'è rimasto più nessuno. Siamo con le pezze al culo, senza una vera sinistra (che ci creda) e senza una vera destra (che sia dignitosa) e pieni di sfiducia e di sospetto verso chiunque. Io ormai non mi fido più nemmeno del mio vicino di casa! Chissà chi voterà, quello.

giovedì 8 agosto 2019

raccomandazione

Da 25 anni a questa parte, ogni volta che sono invitato fuori a cena, immutabile nel tempo la raccomandazione di mia madre rimane sempre quella: "Non bere!" 
Cosa mai ci avrò scritto sulla fronte?

la figura peggiore

C’è un libro bellissimo di J.M. Coetzee, L’infanzia di Gesù che fa una cosa semplice ma stupenda, attualizza a oggi la storia della sacra famiglia rendendone palesi i nodi chiave e dichiarandola per quello che è: la vicenda di una famiglia di migranti che scappano dalla repressione politica in atto nel loro paese e si rifugiano in un altro stato dove far crescere il proprio bambino. A pensarci bene buona parte della Bibbia, in piena coerenza con la storia del popolo ebraico, è la storia di una lunga migrazione alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Quando Salvini utilizza certe metafore (in primis quella della Vergine Maria tanto cara al culto italiano) fa non solo una cinica operazione politica dove si oppone dichiaratamente agli attacchi del Papa, ma con l’effetto contrario, secondo me, di rinsaldare su una sola linea d’attacco gli ambienti ufficiali alla Chiesa con quelli più insofferenti al potere vaticano; ma fa anche un’esplicita ammissione di indifferenza alla nostra cultura e al sentimento del Vangelo, che è sentimento votato all’accoglienza. In tutto questo, però, la figura peggiore non la fa lui, ma i cosiddetti cattolici della domenica, quelli che gli danno retta e dimostrano di non conoscere la storia della propria fede, vanificando di fatto tutto il tempo che perdono la domenica andando a messa. Gente che è andata a scuola (scuola vilipesa dai continui tagli dello Stato) che non conosce e attacca i versi del Magnificat citati in un post da Antonio Spadaro e si ritrova dunque allo stesso grado di ignoranza di mia nonna semi-analfabeta che si incantava per la messa in latino, quando la parola sacra per lei era soltanto un suono. Per loro, induriti dai tempi, oramai tutto è appiattito al solito quaquaraquà. Non per nulla, smascherati, odiano il Papa che dichiara di preferire un non credente a un ipocrita. Maria Giovanna Maglie l’altra sera in Tv diceva di essere contenta perché Salvini finalmente si oppone alle continue ingerenze politiche della Chiesa. Se è vero, però, lo fa utilizzando lo stesso linguaggio figurale del Concilio di Trento (con esiti alquanto ridicoli per quanto mediaticamente efficaci) e con gli stessi scopi della vecchia DC che mischiava con spregiudicata leggerezza mandato divino e potere temporale per prendere voti dalla destra più bigotta e arretrata, quella che nel nostro Paese ha sempre giustificato tutto, ogni tipo di assurdità o violenza in nome di una posticcia tranquillità sociale (quella delle “porte aperte”); quindi facendo un salto all’indietro che riporta l’Italia del 2019 all’altissimo grado di corruzione e qualunquismo della prima repubblica, ma con tutto il carico di approssimazione della seconda.

mercoledì 7 agosto 2019

linea antropologica

Oggi Lino Angiuli mi parlava di una antologia critica in cui è stato inserito, se non sbaglio insieme a Piersanti, nel gruppo della Linea Antropologica. Io che, sono sincero, di Linea conoscevo solo quella Lombarda, ne sono rimasto affascinato. Perché non si tratta, per chi vi rientra, di scrivere poesie liriche o di ricerca, o di cercare nuove forme di introspezione o di azione, ma la poesia è solo un mezzo per entrare in un mondo e mettersi a dialogo con esso. In questo senso, lì dove la Linea Lombarda aveva una connotazione radicata e limitata a un luogo e un tempo, persino a un sentimento, quella antropologica si apre a ogni luogo, a ogni uomo, a ogni sentimento, persino il più improbabile. Vi rientrano, per quello che ne penso, molti altri poeti non antologizzati. Uno, più eclatante, è Franco Arminio con la sua Paesologia. Un altro sono io col mio paesino macondiano. Lì mi piace, e lì mi piacerebbe stare.

martedì 6 agosto 2019

simone il gatto


il duca alfredo e zi' vittorio


un pesce che non vuole piangere

Una bambina mi chiede se un Pesci può vincere mai contro un Ariete (cioè suo fratello). E se i Pesci, soprattutto, impareranno un giorno a mordere. Io le rispondo che certo i pesci mordono, ci sono gli squali ad esempio e i piranha, però vivono in mare e per questo sono sempre in armonia con l’universo. Lei mi guarda storto e mi risponde io non voglio l’armonia, voglio essere asociale e imparare a difendermi da quelli che non mi capiscono. E poi, aggiunge, voglio capire se rido troppo (ma non ride abbastanza) e se i pesci, per il fatto che vivono in armonia col mare e il mare è tutto salato, sono destinati a piangere per sempre. Cosa sono questi discorsi tristi, le chiede sua madre, e perché dovresti piangere? Ma io non voglio piangere, aggiunge la bambina abbracciandola, sono un pesce che non vuole piangere nemmeno quando è in mare! È un verso così bello questo del pesce che non vuole piangere, le dico, è così bello che quasi quasi te lo rubo. La bambina mi sorride (per la prima volta mi sorride), ma contorcendosi contro la spalla di sua madre per non guardarmi negli occhi, e mi fa dai, l’avrà già scritto qualcun altro un verso così stupido. Però se me lo rubi non metterci il mio nome. Perché sono asociale e non voglio finire in una poesia.

pensarci due volte

Se Oriana Fallaci avesse saputo di finire citata in un post di Matteo Salvini accanto alla Vergine Maria e in contrapposizione a Carola Rackete come esempio per la "buona gestione" della sicurezza dello Stato, forse quel giorno lontanissimo in cui da ragazzina scelse di andare a fare la Resistenza ci avrebbe pensato due volte.

sabato 3 agosto 2019

lettera dall'insonna

Prima lo sai ti abbandona la POESIA poi
il SESSO (senza scampo e senza orgoglio) poi
il SONNO (ed è l’inferno quando i pensieri
ti mordicchiano i piedi). Disperazione SIBILANTE
E SOLA (ha scritto Z.) ma tu lo sai ti sei già arreso
Prima. Cospirazione la chiami così senza motivi.
Cospirazione della S. anche SE (a ben guardare)
POESIA comincia con P. la P di:
PER QUESTO SI MUORE COSÌ
NUDI ed è giusto così FARLA FINITA.
Lo scrivi ad A. che come te DI LÀ
non dorme e ti risponde: EH.
Eh. Il segreto vedi è non pensare NON pensare mai
finché viene LUCE e ogni singola cosa torna in essa
insignificante e quotidiana (sibilante e sola).
Chiudere la voce nella testa allora
e non pensare non pensare mai finché il SILENZIO
non ti chiude all’alba nel meritato SONNO.

giovedì 1 agosto 2019

l'estate dei nuovi singoli


eleganza

Da ragazzino, quando era mio insegnante alle medie, me lo ricordo come una persona taciturna, schiva, timida, che è un po' un retaggio delle nostre terre, e mi sembrava anzi uno che teneva le distanze. A confronto con altri sindaci ben più istrionici e viscerali di lui (Campanella, Petrelli) un po' ci perdeva in immagine. Eppure, col senno di poi, o meglio da quanto mi occupo della rivista Locorotondo e sto approfondendo certi aspetti della nostra ricerca storica, devo dare atto a Lelio Conte di essere stato uno dei sindaci che più ha avuto a cuore la crescita culturale di questo paese e l'orgoglio delle nostre origini. Molti dei libri e delle ricerche a cui ancora oggi facciamo riferimento hanno il suo patrocinio in calce. Che uno potrebbe anche dire, anzi mi è stato proprio detto, che quelli erano gli anni '80 e allora c'erano i soldi e si potevano spendere, ed è vero anche questo. Ma io un sindaco che se c'ha i soldi li usa per finanziare la pubblicazione di libri di ricerca invece delle solite opere pubbliche non ne ho conosciuti così tanti in vita mia, e c'ho più di quarant'anni. Ma soprattutto, questo veniva fatto con quel tipico silenzio che col tempo e l'esperienza ho scoperto essere una forma di pudore, e di eleganza, come ormai se ne vede troppo poca.

lunedì 29 luglio 2019

libertà di espressione

Credo che Vittorio Sgarbi – che pure seguo con grande simpatia e certe volte con stima per le sue idee e il suo anticonformismo – sia oggi l'esempio più vivace, certamente il più esposto, delle contraddizioni che caratterizzano in Italia gli un-tempo-detti intellettuali, ovvero coloro che avrebbero i mezzi critici per pensare e dire la loro. Prima litiga in diretta – alla sua maniera – con Giampiero Mughini, arrivando allo scontro fisico, ma commentando l’episodio in uno dei suoi video e sostenendo che lui è per la violenza verbale – definita l'ultima forma di libertà d’espressione dell'individuo sociale – mentre è contrario a quella fisica che è male, è reato ed è punibile. Poi, un paio di giorni dopo, fa un post pro-salviniano in cui se la prende con Enrico Mentana che, da giornalista, si esprime in difesa dello Stato di diritto in cui forse viviamo e contro gli abusi di alcuni membri delle forze dell'ordine contro il ragazzo sospettato dell'omicidio del carabiniere di Roma. Sgarbi sostiene che quel ragazzo è una bestia – declassandolo al ruolo di subumano – e non c’è nulla di male a trattarlo così: applicando alla perfezione, quindi, almeno nel linguaggio, il retaggio colonialista che finché non sono riconosciuti come uomini si possono sempre malmenare. Se invece sono riconosciuti come uomini – vedi Mughini – allora li puoi semplicemente trattare da stronzi, ma solo se ti contraddicono nell’espressione delle tue idee. Il che, ovviamente, nel mondo di Vittorio Sgarbi è l'esempio della sua libertà irrinunciabile a esprimere le proprie sopra tutto e tutti: quella per cui Voltaire si starà ora rivoltando nella tomba.

avere tempo

C'è sempre qualcuno che ti manda la sua proposta editoriale di domenica. Ma questo qui è speciale, infatti sai che è una proposta editoriale soltanto perché nell'oggetto c'è scritto: Proposta editoriale. Senza nemmeno un rigo di presentazione. Tu guardi l'allegato pensieroso come se ci fosse collegata una bomba, però lo salvi in cartella di lettura e poi rispondi al tipo per dirgli che hai ricevuto il tutto e per chiedere come mai non ti ha scritto nulla nella mail. E quello ti scrive che ieri era domenica e non aveva tempo.

domenica 28 luglio 2019

l'ingrato

Mi accorgo che sono un ingrato quando mi chiedono chi sono i miei scrittori di riferimento e io ne cito sempre troppi e mai che spenda una parola per Ennio Flaiano
Da Diario notturno, che dà giustizia al povero Maccari, quando quasi tutti attribuiscono la frase a Flaiano stesso:

venerdì 26 luglio 2019

mercoledì 24 luglio 2019

la tua stessa merda

Di recente ho avuto a che fare con una scrittrice importante, perlomeno molto più importante di me, che è stata, posso dirlo senza ombra di dubbio, antipatica e tirata come pochi. In risposta al suo comportamento, cito quanto disse Roberto Bolaño (che sta un po’ più in alto di tutti e due) nel 1999, durante una intervista con Marcelo Damiani. Damiani gli chiede chi o cosa dovrebbe essere un artista e Bolaño risponde così: «Prima di tutto io credo che l’artista debba essere una persona gradevole. Gra-de-vo-le. Non bisogna aggiungere più immondizia di quella che già c’è. C’è una poesia di William Carlos Williams che parla proprio di questo. Se non puoi portare qui qualcosa che non sia la tua stessa merda, è meglio che te ne vai».