sabato 20 aprile 2019

cerino

Greta Thumberg, per metà Giovanna d'Arco e per metà Mercoledì Addams, io non la invidio per niente. Primo perché, al di là di tutte la facili battute, per reggere una simile pressione mediatica ci vogliono le spalle larghe e lei, qualsiasi cosa si pensi del fuoco che la anima, è ancora una ragazzina. Secondo perché la storia ci insegna che persone così prima o poi le bruciano vive e spesso ad accendere il cerino non sono i potenti di turno che si sospetta sempre sfruttino le situazioni a loro vantaggio, ma il popolo, la buona gente de core che prima ammazza e poi santifica.

venerdì 19 aprile 2019

senza risposta

Ieri riflettevo su due cose. Prima: Valerio Magrelli, che è uno dei Grandi, per ragioni di salute o semplicemente pratiche, ha abbandonato la carta e scrive le sue poesie ormai sul telefono oppure attraverso una apposita app che cattura la sua voce, trascrive il suo dettato; in questo si rivela modernissimo, il più moderno se si pensa che molti suoi contemporanei, e qualcuno dei miei, nemmeno sa come si accende un PC. Lui crea sul iPhone, come un ventenne di oggi. Seconda: se è vero, ed è vero, che il supporto su cui costruisci la tua opera modica il messaggio, e se è vero, e io credo sia vero (ma con riserve), che l'ultima produzione di Magrelli ha subito un progressivo indebolimento formale, mi chiedo a tempo perso (e senza risposta) se questo indebolimento può essere stato influenzato 'anche' dall'uso del iPhone e se Magrelli, in nuce, l'avesse ricercato e addirittura previsto.

giovedì 18 aprile 2019

prefiche

A un paio di giorni dall'incendio di Notre-Dame e dalle tante puttanate che ho letto in proposito in questi giorni, mi viene da dire che il nostro è uno dei pochi paesi in cui ogni volta che succede qualcosa di più o meno grave si fanno i funerali mediatici all'Arte e alla Cultura con tanto di prefiche e mistici annuncianti la fine del mondo occidentale, ma alla prova dei fatti i laureati in Beni Culturali stanno tutti per strada.

domenica 14 aprile 2019

poi morivo felice

C'è chi sogna di pubblicare con la bianca di Einaudi, c'è chi sogna di pubblicare con Lo specchio di Mondadori, io sogno di pubblicare nella Piccola Biblioteca di Adelphi. Così stanotte sognavo di fare un pacchetto delle 49 poesie più belle che ho mai scritto negli ultimi quindici anni e mandarlo ad Adelphi, la quale non solo mi rispondeva, ma (per il magico potere che hanno i sogni di avverarsi, almeno mentre dormi) mi pubblicava anche. Titolo scelto per la raccolta: ANATOMIA DI UN VIGLIACCO. Poi morivo felice.

sabato 13 aprile 2019

la casa bianca

Stamattina, con la pioggia che amplifica le emozioni, ho letto un libro delizioso e commovente, tanto che passavo di continuo dal sorriso alle lacrime. Il libro si chiama La casa bianca, di Emanuele Andrea Spano, edito da Puntoacapo Editrice. Imbattersi in un poeta di Novi Ligure che scrive un libro sul paese in cui vivi (Locorotondo) è cosa rara e strana: da qui i sorrisi, ritrovando fra le sue pagine certi angoli per te famigliari (Sant'Anna, via Sabotino...). Allo stesso tempo Emanuele parla di qualcuno (che poi si fa qualcosa, qualcosa di sé almeno, e ancora più presente in quanto assente) di perduto e questo commuove, come chiunque abbia subito una uguale perdita può sapere. Nulla di nuovo forse, eppure essenziale. Un libro preciso, raccolto (o discreto, com'è il suo autore, com'è la copertina da lui scelta), distillato verso a verso, scritto benissimo, con Luzi (il Luzi di Su fondamenti invisibili) e Sereni (il Sereni di Stella variabile) come numi tutelari, da parte di un uomo che "non ha un paese a cui tornare", come scrive Salvatore Ritrovato in prefazione, ma proprio per questo dei paesi "sa cogliere il valore esistenziale". Se non ricordo male, lo presentiamo il 24 aprile alla Libreria L'angolo retto, anche se sinceramente di un libro così, salvo le poche note qui sopra, non si sa mai bene che dire, si ha sempre paura di eccedere, di sbavare. Leggetelo.

venerdì 12 aprile 2019

una cosa in meno da fare

Mi scrive l'hacker anonimo che dice di avere estrapolato dal mio computer dei filmetti compromettenti su di me che vado sui siti a luci rosse: "Attento! questo è l'ultimo avvertimento. O mi paghi i ventimila euro che ti chiedo oppure manderò i filmetti su di te a tutti i tuoi contatti, rovinando la tua vita sociale! Sei molto pervertito, i tuoi amici, e le donne, lo sapranno!" Oh, tiro un sospiro di sollievo, finalmente qualcuno che lo fa al posto mio! Una cosa in meno da fare oggi.

il furbetto

Stamattina, mentre guardavo il Tg, pensavo che solo in Italia si usa la parola "furbetto" per definire uno che viola le regole per proprio tornaconto, defraudando di qualcosa o danneggiando tutti gli altri. Una categoria infinita, da quello che ti frega il parcheggio all'assenteista sul lavoro, al raccomandato in ospedale fino all'evasore. Furbetto è un diminutivo buono per ogni occasione, tende a sminuire il peccato, ad assolverlo già nella lingua, prima di arrivare davanti al giudice: "sì, ha commesso un crimine, è vero, ma perché è furbetto!" nemmeno facesse parte della Banda Bassotti. In quale altro paese mi chiedo, c'è un tale grado di comprensione sociale per gli stronzi? Sarà perché in fondo ci sentiamo un po' stronzi tutti (di che reggimento siete, fratelli?), e se assolviamo il furbetto di turno ci diamo anche noi, implicitamente, la possibilità di essere furbetti un giorno, quando arriverà la nostra occasione. Del resto, se lo ha fatto lui, perché io no?

giovedì 11 aprile 2019

la semplice verità

Stamattina rileggevo la cartolina che Adrea Barbato scrisse a don China dopo il funerale di Caproni, una cerimonia andata deserta se non per i due figli, pochi amici fra letterati e vecchi alunni, il sindaco di Roma da solo, ma non il “mondo ufficiale”, nessun uomo del Potere, quel Potere che negli stessi giorni si era inginocchiato di fronte al feretro di Mariano Rumor. Barbato trovava scandalosa quell’assenza dello Stato di fronte alla Poesia, trovava scandalosa quella chiesa vuota, persino di lettori, e il fatto che la cronaca restasse “indifferente”. Eppure la storia, o meglio ancora il tempo, è una livella e non perdona. Oggi, a quasi vent’anni di distanza, Rumor, per cinque volte Presidente del Consiglio, non fa più rumore, di lui non si ricorda più nessuno, né degli uomini prostrati di fronte a quel Potere, la DC è morta, i giornalisti che non hanno scritto sono stati dimenticati. Le sole parole che rimangono sono quelle di Caproni. E, anche se sono in troppo pochi a farlo, i suoi libri si leggono ancora. Ricordatevelo, la prossima volta che mi incontrate e non mi offrite un caffè.

mercoledì 10 aprile 2019

vecchio film

Quando fai i conti con te stesso e ti accorgi che – come in una parodia di Quattro matrimoni e un funerale – tu volevi essere Hugh Grant ma invece ti è stato dato di essere Gareth, il satiro fracassone col cuore troppo debole a cui dedicano la più sublime poesia. Tu dirai che Gareth non è bello ma è comunque un tipo, uno che lascia il segno, però – proprio come nella vita – Hugh Grant, come qualsiasi altra comparsa, alla fine trova l’amore in una scena bagnata, Gareth ci lascia a metà della storia. Fra tanti matrimoni l’unico funerale è il suo.

elogiativo

Quando contatti una rivista per chiedere se ti fanno una recensione e la rivista ti dice va bene, ce la mandi entro tot e mi raccomando non sia eccessivamente elogiativo che sennò si vede che se l'è scritta lei.

la giusta causa

Quelle volte che mandi un tuo libro a un premio pur sapendo che perderà perché sai che il premio favorisce i nomi blasonati (quelli che fanno richiamo) e tu lo sai ma il libro glielo mandi uguale in segno di sfida, per dire che non hai paura di loro né dei soliti meccanismi, e per farti meglio capire aggiungi nella busta un biglietto che dice: "Cari miei, questo libro non prendetelo in mano, prendetelo in faccia". Così sei ancora più sicuro che perdi, ma per la giusta causa.

martedì 9 aprile 2019

bellezza in materia di commercio

La bellezza trova sempre strade impreviste per raggiungerti. Nel mare di libri ben scritti ma fondamentalmente noiosi che mi capitano di continuo sottomano, oggi mi ha offerto una pura boccata d’aria una raccolta di articoli di economia e commercio scritti nel Portogallo della fine degli anni ‘20 che, fra capitoli assai tecnici e/o datati (ad es. Capitolo III - La quotazione C.I.F. include le spese per la fattura consolare?), delizia per alcuni passaggi o note di sapore quasi zen nella parsimonia della lingua e nella chiarezza del pensiero, che distilla saggezza universale dalle buone pratiche nel commercio e viceversa. Cito a caso dal novello Kenkō: «A nessun commerciante piace avere, seppure momentaneamente, l’impressione che sia l’avvocato del corrispondente a scrivergli. La precisione commerciale deve avere sempre un tono casuale e spensierato – quello della conversazione di un uomo intelligente» o ancora: «È del peggiore gusto e del peggiore effetto che un capoufficio si scusi con “un errore di un impiegato”. Non vi sono errori di impiegati. Ogni errore di un impiegato è solo l’errore di avere impiegati che commettono errori»; «Nessuna lettere deve rimanere senza risposta per più di 5 giorni […] O la lettera non ha risposta e non si risponde; o ha risposta e si risponde d’immediato; o non può avere risposta d’immediato e allora si scrive dicendolo. Avere fama di essere rispettoso e cortese vale più di un francobollo. È una pubblicità a basso costo» e, sempre in materia di corrispondenza commerciale: «meglio la chiarezza che la brevità; meglio molti paragrafi che pochi; meglio rispondere in fretta, pur dicendo solo parte, che ritardare la risposta per dire tutto». Autore della raccolta, pubblicata in Italia da dell'Urogallo e credo ormai fuori commercio, Fernando Pessoa (nella traduzione di Brunello De Cusatis).

problema a monte

Faccio un corso online in diretta per comunicazione e media marketing. Il tipo dall’altra parte dello schermo mi chiede: chi è che si occupa della comunicazione? Rispondo: io. Mi chiede: chi è che si occupa dei contenuti e della parte grafica dei prodotti? Rispondo: io. Mi chiede: chi è che si occupa della parte amministrativa dell’azienda? Rispondo: io. Allora il tipo dall'altra parte dello schermo mi guarda corrucciando la fronte e mi fa: C'è un problema strutturale a monte, ma non so se riesco a risolverlo da qui.

giovedì 4 aprile 2019

la parola liberata

Mi accorgo, dovendo presentare un mio libro domani e poi dopodomani, di non ricordarmi più che cosa ho scritto. Sto rileggendo il libro e mi dico: ma veramente, ma per davvero le ho scritte io queste cose? Proprio vero che la parola pubblicata è parola dimenticata, o meglio ancora liberata. Nel senso che l'autore se l'è covata dentro per così tanto tempo che una volta messa nel libro se ne libera, si spera, definitivamente (altrimenti si fa ossessione). A parte queste considerazioni il libro è bello, non per nulla l'ho scritto io, l'io che fui almeno e che ora è un altro, mentre mi rileggo con curiosità.

domenica 31 marzo 2019

legno

“Vieni a fare la preghiera a Gesù” dice la giovane mamma alla figlia di nove-dieci anni davanti alla chiesetta di campagna. La bambina le risponde pungente: “Come se anche quella non fosse un’altra fregatura!”. Ascoltandola mi viene da ridere e penso: i bambini sono il nostro futuro. Poi entro in chiesa. Un giovane prete dalla pelle nera sta celebrando la messa per una parrocchia composta quasi tutta da anziani dalle facce dure, rosse, conciate come le hanno i nostri contadini e da altri giovani neri, proprio come lui, seduti in prima fila. A loro, nel suo italiano strascicato, il prete racconta la parabola del buon samaritano. “E tu” dice con veemenza dall’altare “che venivi alla messa della 7.30 e ora vieni alla messa delle 10.00 perché hai litigato con un altro parrocchiano e non vuoi più incontrarlo, che razza di cristiano sei, se non sai perdonare?” Si sente dal fondo della chiesta rispondergli una vecchia: “Jè ggiuste! Tiène rascione!”. Più che una messa, mi sembra una riunione di famiglia. Guardo in alto, il Cristo crocefisso sopra l’altare, la sua pelle è bianca, le sue braccia sottili, delicate, per quanto mi sforzi non trovo nulla in comune fra quello e il sacerdote africano, fra quello e tutta questa gente povera qui riunita nel suo nome. Finché non mi accorgo che la pelle del prete ha lo stesso colore del legno con cui è fatta la croce. Allora sì, penso, c’è qualcosa di vero e di sacro, qualcosa di rispettabile che accomuna questi semplici a quella scultura ed è il legno, il legno della croce a cui Cristo sta inchiodato da secoli, proprio come loro.

venerdì 29 marzo 2019

freno

Ogni tanto mi piglia la presunzione di lamentarmi che i poeti non contano più un cazzo al mondo. Poi considero che ci sono i teatranti e allora metto un freno alla lingua. Non che stiano peggio, però ce la giochiamo.

mercoledì 27 marzo 2019

pseudo isgrò

Mi è appena capitato un tipo che per paura che gli potessi rubare il libro, mi ha mandato un manoscritto con dei versi oscurati come in un'opera di Isgrò. Io all'inizio pensavo fosse fatto apposta e, quando ho capito, per scherzo gli ho proposto di pubblicarlo così com'era. Mi ha risposto che il suo libro gli è costato molta fatica e pubblicarlo con le cancellature sarebbe una grave offesa al suo lavoro artistico. Peccato che nessuno possa godere di tanta bellezza, nemmeno l'editore.

sabato 23 marzo 2019

rivendicazioni

Stamattina ripensavo, a freddo, alla vicenda del bus dirottato. Al di là della dinamica che ricalca alla perfezione la sceneggiatura di un film d’azione americano – negli Stati Uniti starebbero già firmando il contratto per la cessione dei diritti sulla storia – l’attentato di Ousseynou Sy dimostra come la visione politica di Salvini e di chi lo segue sia del tutto fuori fuoco e incapace di capire come non solo la storia non si possa fermare, ma sia già andata oltre le sue aspettative. L’uomo, senegalese ma con cittadinanza italiana, squilibrato o meno che sia (come stanno cercando di provare), depresso o meno che sia, non ha agito in nome di rivendicazioni islamiche, quindi in nome di un terrorismo “straniero” che Salvini paventa da sempre ai suoi elettori, ma in quanto emigrato amareggiato e deluso dal “sogno italiano” – in altre parole, a scatenarlo è stata la presa di coscienza che l’Italia non è l’America di inizio ‘900, non porta lavoro né fortuna, cosa che molti nativi italiani sarebbero pronti a giurare con lui –, ma ancora più Ousseynou ha agito (dice) per vendicare i bambini africani morti nel Mediterraneo, estrema follia – questa sì di matrice terroristica, ma più vicina a quella palestinese che islamica – e denuncia dell’inadeguatezza delle politiche protezionistiche adottate dall’Italia e da tutta Europa contro lo sbarco dei migranti. Quella inadeguatezza nel gestire i flussi umani ha generato un tale odio e sentimento di vendetta da provocare una reazione esasperata, che non ha basi ideologiche ma emotive e che può quindi ripetersi in qualsiasi altra persona che ritenga di aver subito una ingiustizia sociale da parte di uno Stato più forte e vessatorio: basta un cedimento, una scintilla di follia. Proprio come succede negli Stati Uniti, che non a caso sdoganano e stemperano tali paure sociali attraverso la spettacolarizzazione cinematografica coi classici buoni e cattivi, ma in cui i buoni sono sempre americani. Questo perché, in simili dinamiche si genera un sentimento di colpa collettivo in cui la spunta chi rinuncia per primo alla propria umanità. Tu, a uno che va fuori di testa e si vendica su dei bambini per vendicare altri bambini morti in mare, cosa dici? Che è un bastardo perché i nostri bambini vengono prima di quelli neri morti in mare? Che è meglio non prendersela coi vivi, perché per i morti non c’è più niente da fare? E se sì, non stai anche tu rinunciando alla tua umanità? Non è già questo il segno di un cinismo senza pari? Ancora, per unire la beffa al danno, proprio il bambino che ha sventato l’attentato, Ramy Shehata (l’eroe del giorno) è figlio a sua volta di immigrati e ora, in virtù di quel gesto, suo padre rivendica per lui una cittadinanza che prima non aveva. Gli italiani, che avrebbero dovuto venire per primi in questa storia, come in ogni storia che accade sul sacro suolo italiano, sono relegati sullo sfondo, semplice coro in una vicenda che ha giù tutto il sapore speziato dell’internazionalità. In entrambe le storie, quella di Ousseynou e quella di Ramy, le rivendicazioni di un luogo a cui appartenere sono il succo (causa scatenante e premio) di una vicenda che un semplice spettatore come l’italiano medio che guarda la storia al Tg non può capire.

venerdì 22 marzo 2019

i refusi

I refusi sono più noiosi dei
Culicidi di notte: ti ronzano allarmati
nelle orecchie ma tu non puoi vederli
né difenderti finché non ti hanno punto
e allora è tardi. Estinguerli è impossibile
e purché stiano fuori dalle balle
si sopportano le prepotenze dei correttori
di bozze. Ma è inutile. L’autore appena
decente li segnala (i refusi)
con la flemma del giustiziere armato
di matita o penna rossa di contrabbando.
Occhio per occhio e dente per dente: l’editore
attende paziente la seconda edizione
per rifarsi eradicando il male alla radice
con un colpo secco di tastiera.
Ma gli impiastri non sembrano efficaci
contro irritazione o arrossamenti
e per ogni svarione eliminato un altro
si presenta improvviso e sono sempre quelli.

giovedì 21 marzo 2019

cinque pensieri sulla giornata mondiale della poesia

Oggi, giornata mondiale della poesia, sono sette anni giusti che se n’è andato Tonino Guerra. 

Oggi, giornata mondiale della poesia, ho deciso che chiunque incontro gli do un bacio, oppure una carezza, o una palpatina, così dopo potrà dire di essere stato toccato dalla poesia. 

Ogni anno, quando arriva la giornata mondiale della poesia, invece di sentirmi festoso e pronto a condividere versi, mi sento sempre un po’ così, come un esemplare che sta scomparendo e va preservato, quasi fossi un panda nella giornata mondiale del panda. 

Oggi, giornata mondiale della poesia, mi chiedo quand’è la giornata mondiale del romanzo. 

Oggi, giornata mondiale della poesia, ho chiuso l’ufficio e sono andato ai giardini a prendere il sole coi vecchietti, per gustarmi un po’ la sensazione della pensione che non vedrò mai. 
I vecchietti mi dicono che, di mio, ho già la stoffa per essere un ottimo poeta pensionato.

martedì 19 marzo 2019

l'editoria al tempo dei social

L'altro giorno su Facebook una mia amica ha condiviso la foto, assai bella, della poesia che apre un mio libro. Per quella foto ho avuto all'incirca duecento condivisioni, quindicimila like, undicimila cuori, duemila commenti che dicevano "è la cosa più bella che ho mai letto", trentamila "lo voglio" e, alla fine dei conti, neppure un ordine di acquisto. Così funziona l'editoria al tempo dei social. Buona festa del papà a tutti quelli per cui un libro è come un figlio che non riesci a mandare via di casa.


bambine

Nelle ultime due settimane, mi pare, protagoniste assolute delle discussioni social sono state due ragazzine, quasi coetanee, ma assai diverse fra loro per cultura, ragioni economiche, e possibilità di esprimere la propria voce: la prima è la moglie dodicenne “acquistata” da Montanelli in Africa, Milena, la seconda è la sedicenne (oggi, ma porta avanti la sua battaglia già da alcuni anni) Greta Thumberg. Per entrambe, mi pare, la categoria di “bambina”, così come la intendiamo in Europa, risulta inadeguata. Per Milena, la reazione a questa mia affermazione potrà essere fraintesa: Montanelli l’ha violentata, si dirà (si dice), dunque la sua innocenza è stata violata. Eppure, quello di Montanelli non fu uno stupro feroce attuato per strada (tipo quello di cui si parla nella Ciociara), fu una precisa compravendita col padre della ragazza, secondo un sistema ancora vigente in molte zone dell’Africa e nei paesi asiatici, dove lo sfruttamento sessuale dei minori è fonte cospicua di guadagno, dove dunque l’età dei minori non solo non è visto come un freno, ma anzi come un vantaggio o una necessità erotica per chi compra. A me pare, e continuo a pensarlo, che quello attuato con Montanelli sia stato un atto di revisionismo storico sul personaggio che ha toccato poco o nulla quello che sta succedendo su quei mercati adesso: è vero, il gesto mi ha ricordato che c’è un problema morale in Italia legato all’idea di “bambina”, ma intanto che stiamo facendo contro chi, dall’Italia, va a trombarsi le bambine in Asia? Ecco che, della storia di Milena, ci pensavo soltanto oggi, mi ha stupito il fatto che fra decine di articoli o di post, nessuno (nessuno, me compreso) si è posto la minima domanda su di lei: Chi era? Cosa le è successo? Cosa le è successo dopo? Come la pensava lei? Qualcuno l’ha mai intervistata? Tutta la storia è stata inquadrata dal punto di vista dell’uomo, persino da parte di chi lo condanna. Eravamo tutti così concentrati a dimostrare la colpevolezza morale o meno di Montanelli, che della vittima di quel commercio – al di là dello stupro, ancora legato a Montanelli – ce n’è fregato veramente poco a tutti. Anche questo, mi pare, è sintomatico che i bambini per noi contano più come categoria astratta in relazione a noi adulti che come persone vere e proprio (escludendo i “nostri figli”, si intende), ed è il motivo per cui un uguale atteggiamento, mi pare, si sta pian piano riversando su Greta. Prima l’ammirazione commossa, dopo l’ironia, il dubbio e infine il disprezzo. Già oggi, mettendo da parte il messaggio etico e ambientalista di venerdì scorso, la domanda generale è: ma è stata o non è stata pilotata? E ancora si dice: quella bambina è un mostro, perché una bambina non può pensare quelle cose. Come se i bambini non potessero avere una coscienza sociale o delle idee in merito alla vita, o del genio per esprimerle se occorre. Ed è la riprova che la categoria di bambino, per noi, è più una etichetta, o peggio una gabbia (ancora una volta una gabbietta morale), e non semplicemente una definizione legata all’età. Pilotata o meno che sia, mi pare che la domanda principale su Greta rimanga: Lei cosa pensa? Le idee e i sentimenti che esprime sono sinceri? E se lo sono, non bastano quelli a darle fiducia? E, ancora, se c’è chi la pilota, voi adulti che sapete e ritenete che, in quanto “bambina”, vada difesa, cosa state facendo per proteggerla? Per opporvi?

lunedì 18 marzo 2019

sogni ad occhi aperti

Stamattina ero così indispettito e frustrato dal mio conto in banca che ho fatto un sogno ad occhi aperti, nel quale decidevo di darmi un altro anno di tempo per vedere se cambiava qualcosa, dal 21 marzo 2019 al 21 marzo 2020 (gli davo persino un nome: l'anno mondiale della poesia), dopodiché mi rimangiavo tutte le cazzate che ho detto per anni, facevo il salto della quaglia (o ritorno coi piedi per terra) e passavo dritto dritto al lato oscuro della forza, ovvero all'editoria a pagamento. Vuoi fare un libro con me? Sono 1000 euro. Non hai 1000 euro da darmi? Ci sono altri editori bravissimi. Semplice, pulito ed efficace. In questo modo pagavo come si deve gli illustratori, pagavo finalmente un ufficio stampa, pagavo persino le bollette e le fatture, e tutti erano felici.

sabato 16 marzo 2019

vita breve di un nichilista felice

Era un individualista, ma un individualista non egoistico. Il mondo gli stava a cuore, eccome, ma come una galassia di fenomeni unici, tutti diversi gli uni dagli altri e sempre in movimento. Non appena subodorava accozzaglie costruite a forza, si ritraeva e, se poteva, fuggiva. Non amava la politica, e a volte fu anche scambiato – errore grave – per un reazionario. 
[…] Si sa, Parise è stato un ammiratore di Darwin. Gli interessava l’origine, quella sua e dell’umanità. Leggendo i suoi libri mischiava la prima con la seconda e forse trovava qualche consolazione. Col tempo – è questa la mia impressione –, dell’illegittimità famigliare gli è importato sempre meno. Si era abituato a considerarsi una persona sola. […] Era solo anche quando amava, anche quando il mondo dei sentimenti amorosi gli si era rivelato, lasciandolo attonito e stremato. 
La sua vera illegittimità era diventata quella letteraria. Ancora oggi è uno scrittore illegittimo. E si può supporre che questa condizione avrà finito per pesargli più dell’altra. Quanti scritti ha lasciato perdere per strada. E quante volte non è riuscito a darsi, mentre scriveva, con tutto se stesso. C’erano momenti che la fiducia in sé, come essere espressivo veniva meno. Si rintanava nel silenzio inoperoso.

Silvio Perrella, Vita breve di un nichilista felice, in appendice a Goffredo Parise, Lontano (Adelphi, 2009).

la cultura, senza morale

Ho letto un articolo prima, sulla storia di Montanelli, che è una boiata immensa. In cui a partire dalla famigerata vicenda della moglie-bambina si fa a pezzi la sua vita per dimostrare che di fondo era una brutta persona. Non importa cosa abbia scritto e come, era tutto fasullo e meritevole di damnatio memoriae. Il pezzo si conclude così: "La cultura, senza morale, non merita alcuna statua." Ma chi determina cosa è morale? A me queste cose fanno paura, ma davvero, questo mischiare le carte in tavola con il piglio dell'oggettività critica che critica non è, ma giudizio morale determinato dagli umori di pancia, dalla febbre del momento. Perché è da queste forme di pensiero che nasce l'odio, e dall'odio quella cosa odiosa che la censura, che per quel che mi riguarda è la prima forma di integralismo, e integralismo fa rima con fascismo, non con militanza. Montanelli comprò la ragazzina, è vero. E Pascoli si faceva entrambe le sorelle (si chiama incesto). Pasolini si inculava i ragazzini. Sandro Penna era come Pasolini. E così Palazzeschi. Marinetti, D'Annunzio, Ungaretti, i futuristi, tutti simpatizzanti o amici di Mussolini. E Piovene era addirittura antisemita. Malaparte partecipò all'omicidio Matteotti. Gadda era antifascista ma pervertito. Saba si trombava le commesse della sua libreria che licenziava ogni pochi mesi per cambiare. Ma questi sono i primi che mi vengono in mente. E mi pare che se andiamo a scavare i fatti di tutti, resta ben poco di chiunque da salvare. Ma il fatto che Picasso (o Woody Allen, o Miles Davis, o Lou Reed) fosse un mostro, un pezzo di merda che distrusse psicologicamente ogni sua amante per renderla succube di sé, rende forse meno bella o valida la sua Guernica? O invece sarebbe meglio bruciare ogni suo quadro perché la sua morale come uomo vacillava?

giovedì 14 marzo 2019

il signore sporco

Ho salvato un lombrico, un innocuo viscido roseo lombrico che si contorceva per strada, lontano dalla sua aiuola dopo le piogge. L’ho preso dal marciapiede e l’ho deposto nella terra prima che venisse calpestato o si seccasse. Mentre lo facevo, è passata una signora col figlio piccolo che mi ha guardato. Così, l’ho sentita dire al figlio piccolo, a bassa voce: “Tu non devi fare come quel signore!”. “Chi è?” ha chiesto il bambino. “Quello è un signore sporco” ha detto la madre. Ecco, volevo raccontarlo soprattutto perché mi piace la definizione che mi è stata data, il signore sporco, come in una prosa della Lamarque. Però, visto che so come finiscono queste storie, con una serie di giudizi morali lanciati contro la madre e le sue fisime, spezzo una lancia a suo favore e chiedo: quanti di voi raccolgono i lombrichi per strada per rimetterli nella terra delle aiuole?

martedì 12 marzo 2019

una causa più alta

Leggendo il (bel) pezzo di Zad El Bacha sul gesto dimostrativo contro il monumento di Montanelli da parte del collettivo femminista NUDM, ho capito le motivazioni profonde del gesto. Eppure, ammetto che vedere imbrattata la statua di uno scrittore, di un uomo che cioè scrive, che racconta il proprio tempo, continua a darmi fastidio e farmi pensare che scegliere proprio quella statua, invece di mettere a fuoco il problema lo abbia come banalizzato e spento. Perché, al di là di tutte le possibili interpretazioni simboliche, quello è e rimane il monumento a Montanelli giornalista e non a Montanelli colonialista. E l’idea che non si possa scindere la propria identità lavorativa da quella umana mi sembra in qualche depauperante. Così, utilizzare quel monumento come pietra dello scandalo per denunciare il trattamento verso le donne africane subito durante il colonialismo, mi pare un po’ come se si volesse annullare un percorso umano più complesso, per riassumere l’intera vita di Montanelli in un solo gesto infamante. Un po’come se si andasse a dimostrare sulla tomba di Céline per denunciare la deportazione degli ebrei francesi. O come se si censurasse l’ultimo film di Woody Allen per riparare ai danni delle molestie sessuali nel mondo cinematografico americano. Ancora si dice: quella messa in atto non è una presa di posizione contro Montanelli in se stesso, ma contro ciò che rappresenta come maschio italiano dell’epoca. Si chiama politica del capro espiatorio. Ne condanni uno per assolvere tutti gli altri. In questo caso quell’uno è il giornalista Montanelli. Uomo di destra, di cultura orgogliosamente borghese, spesso arrogante. Insomma, uno che sta poco simpatico. E Montanelli, in effetti, si comportò da stronzo nella storia di quella bambina, tanto più che, senza mai scusarsi, cercò sempre di giustificarsi. Eppure, a differenza di altri, Montanelli ne ha parlato pubblicamente. Di tutti gli italiani che con lui si vogliono riassumere ma non hanno mai parlato, che vogliamo fare? Dei vostri nonni, dei bisnonni, che ne facciamo? Li lasciamo in pace perché Montanelli paga pegno per tutti? Ecco allora che mi chiedo: non sarebbe stato più giusto, visto che il problema era il contesto, andare a gettare quel secchio di vernice su un qualsiasi monumento dedicato alle guerre coloniali, prenderli tutti insieme e non uno per tutti? Ce ne sono, in Italia, di monumenti collettivi, anche se la memoria storica li ha velocemente oscurati. No, perché Montanelli avrebbe causato più scalpore, proprio in virtù di quella vicenda di cui si è detto e su cui si è montato negli anni un caso mediatico. In altre parole, ancora una volta è vero che è il contesto a fare la differenza, ma il contesto televisivo che ci permea tutti, il contesto populista in cui viviamo e in cui servono persone, con nomi e cognomi, da mettere alla gogna, lo stesso contesto di massa, del più forte contro il più debole, che portò Montanelli (o Malaparte, per dire un altro) in Africa a fare quello che facevano tutti senza opporsi: prendersela con una persona che non può difendersi, in nome di una causa o di una giustizia più alta.

lunedì 11 marzo 2019

spalle larghe

Quando arriva primavera, non so perché (sarà forse colpa dell’ormone in subbuglio) passo le ore al telefono con gli autori che hanno i problemi di cuore. Io sono l’editore, e come dice sempre Tardia (altro mio autore): “Parlare a un editore è come avere lo psicologo, solo che lo psicologo lo paghi”. Io provo a spiegarlo agli autori che, se invece di parlarne con me, le loro paturnie le scrivessero, si sentirebbero assai meglio, che la scrittura in queste cose è meglio di una cura di antibiotici. Ma nulla. Gli autori vogliono sì un editore ma anche un amico con le spalle larghe. Dunque ne parlano a lungo con me e poi mi chiedono: “Tu al posto mio cosa faresti?” Risposta: “Io scriverei un libro, così monetizziamo il tuo dolore”. (Che si sa che le storie d’amore tormentate, ahivoglia a dir di no, piacciono sempre). Ma nulla, nessuno mi segue mai su quella strada.

autoritratto come polifemo


venerdì 8 marzo 2019

viva l'8 marzo

Oggi mi sento la febbre. Quindi, dopo essere passato in posta, in banca, al bar, e avere un po' diffuso il virus influenzale che mi ha colpito, credo che mi metterò a letto contento di aver partecipato a modo mio all'estinzione del pianeta.

martedì 5 marzo 2019

limonio

Oggi è uscito anche il mio ultimo libro di poesie, che ho fatto per il semplice motivo che mi andava. Per questo non sarà promosso né distribuito. Chi lo vuole me lo dice, mi scrive, o va sul sito di Pietre Vive, e glielo fornisco. Ne ho stampate poche copie e all’inizio volevo darlo anche gratis. Poi però mi son detto che sarebbe stato come deprezzarlo. Per cui gli ho dato il prezzo di tutti gli altri: 10 euro, ma di tutto ciò che ne verrà non terrò nulla per me, sarà invece reinvestito per stampare il prossimo libro di Pietre Vive Editore. Che mi pare essere la migliore forma di #crowdfunding possibile: non quella dove dai qualcosa a un autore perché è un amico o ti sta simpatico, ma quella in cui comprando il libro di uno che ti sta simpatico (sperando di star simpatico a molti) aiuti un editore a pubblicare qualcun altro che nemmeno conosci, perché credi nel suo progetto editoriale.


lunedì 4 marzo 2019

comprensione

La mia gatta, osservando me, si è sollevata a un livello superiore di comprensione dei bisogni comuni. Infatti non fa più i suoi bisogni nella volgarissima terra del giardino, ma direttamente nel vaso. Il problema adesso è farle capire la differenza fra il vaso innocuo dei gerani e quello meno innocuo del basilico o del prezzemolo o della salvia.

domenica 3 marzo 2019

lo stress

Ho visto che c'è stata molta affluenza, oggi, per le primarie del PD. Sono contento per chi ci crede, ma ho sempre il dubbio che non sia il risultato di un risorto spirito politico, quanto piuttosto dell'innata passione italiana per il totocalcio: chi vincerà la partita di oggi? C'è stato un momento, lo confesso, in cui avevo pensato di andarci anche io. Poi ieri sera, in Tv, ho visto Giachetti dire: "Noi non abbiamo sbagliato niente" e mi è passata ogni voglia. Il PD faccia quello che vuole e al meglio che può. Io sto da un'altra parte.



sabato 2 marzo 2019

il canto

È tardi. Affronto lietamente il gelo
di fuori. Ho in cuore di una vita il canto,
dove il sangue fu sangue, il pianto pianto.
Italia l’avvertiva appena. Antico
resiste, come quercia, allo sfacelo.

(Umberto Saba, Il canzoniere, Einaudi, 2014)

mercoledì 27 febbraio 2019

dalla cripta

Donna gentile a l’amoroso guardo
ch’ognor beltade e più savere mostra,
i’ vo’ campar da la persona vostra
sí come quella a la cui face m’ardo;

e mora al dipartir non fora o tardo
lunge dai rai e dalla nivea chiostra
che sí mi volve in tormentosa giostra
più che l’agna dimembri aguglia o pardo:

ma fuggita, omè, che val, se priso
prisa da voi l’imago ne la mente
porto, lo stampo i’ dico del sorriso

cui pur pensando Amor mi fa dolente,
e ’n Inferno tornando ’l Paradiso
lagrime lassa a tanto strazio niente?


(Dante Petrarca o Francesco Alighieri, uno dei due. Bellissimo pastiche, ma mi chiedo se al di là del gioco, ovvero dell’esercizio stilistico, ce n’era davvero bisogno. E ancora, aspetto al varco tutti coloro che hanno comprato ammirati le cento poesie d’amore a Ladyhawke e ora forse diranno che Mari “non è più quello di prima”).

domenica 24 febbraio 2019

di sogni e favole

Ho appena finito il libro di Trevi, un libro talmente profondo e trasversale, “assoluto”, che, se avessi avuto lo stesso talento, profondità e pazienza, avrei voluto scriverlo io. Siccome non li ho, sono contento di averlo visto prendere forma nel lavoro di Trevi, liberandomi così di fatto dal senso di colpa di non aver saputo scrivere il libro “assoluto” che mi sognavo. Ora, se anche ne fossi capace, a che servirebbe? Lo ha già scritto lui. Meglio, quindi, dedicarsi a progetti più leggeri. Fra i tanti meriti dell’opera di Trevi, l’averci ricordato un periodo non troppo lontano in cui c’era un pubblico, non necessariamente colto, che riempiva i cinema durante le proiezioni dei film di Tarkovskij, che leggeva i libri di critica letteraria di Garboli, perché credeva che lo sforzo necessario a comprendere opere anche difficili sarebbe stato ripagato da una rivelazione, da un nuovo punto di vista e di comprensione della loro realtà. Altri tempi, ovviamente, prima di arrendersi all’idea che di sforzarsi di capire il mondo non vale la pena. A tal proposito, ancora Trevi ci ricorda – dopo Senza verso e Qualcosa di scritto – la centralità dell’esperienza poetica nel panorama culturale italiano, non tanto per la capacità della poesia di farsi leggere – ché gli unici poeti che vendono, in Italia, sono quelli di cui si parla nei libri dei romanzieri, vedi Trevi stesso, vedi Bolaño dei Detective selvaggi e Limonov di Carrère – ma come approccio necessario a una diversa percezione della realtà.

venerdì 22 febbraio 2019

come un veleno

"La Tav si farà" dice sicuro Salvini che oramai, avendo vinto su tutta la linea nel suo confronto con i Cinquestelle, si prepara idealmente a diventare futuro premier. "Chi lo vota uno così?" si chiedono in tanti. Eppure, solo un anno fa la Lega era un partito in bancarotta, colpevole di aver derubato lo Stato per 49 milioni di euro. E ho visto io stesso Salvini, appena sei anni fa, preso a uova marce in una piazza del Sud dove poi ha preso voti. Oggi lo stesso Salvini è lì indisturbato e quasi ammirato a far le sue cose, c'è chi lo indica come un leader, Bossi passa per uno statista, e si discute di secessione da Nord a Sud. Dopo il quasi ventennio di Berlusconi, colluso con la mafia, Salvini, leader di un partito di ladri, continua a corrodere e disgregare il nostro tessuto sociale per meglio spezzarci il collo, arrivati al dunque. Confermando come questo nostro Stato, avendo perso qualsiasi fiducia in se stesso e nel proprio futuro, si affida ormai a una manica di criminali per farsi meglio ammazzare dall'interno, come un veleno. Proprio come succede in un certo romanzo di Sciascia che diceva tutto a tutti senza venir creduto, additato anzi come disfattista. Sciascia che giustamente non viene studiato a scuola non perché meridionale (come insinuano, ma figurati se è vero), quanto perché ciò che scrive, una volta compreso, spaventerebbe a morte i ragazzi.

la classifica

Due giorni fa è uscita per L’indiscreto una classifica di libri di qualità, allestita da esperti e “grandi” lettori, suddivisa per categorie. Per quanto riguarda la poesia, questa classifica mi pare fotografi bene qual è la situazione della poesia oggi in Italia. I primi dieci posti, infatti, sono occupati per metà da antologie (a cui aggiungo la ristampa di Brown Sugar di Veneziani, che a suo tempo fu un piccolo classico) che spesso provano a fare giustizia di personalità che in vita non ebbero la giusta visibilità (vedi Di Ruscio). E in cui un giorno, si spera, finiranno molti vivi che oggi scrivono ma non se le fila nessuno, manco i grandi lettori, che evidentemente sono più impegnati a fare i conti con le antologie dei passati. La poesia però, si sa, viaggia con tempi diversi. Così la ricognizione critica, che spesso è più brava a riesumare che incentivare i presenti e vivi. Unica grande eccezione: Valerio Magrelli, al primo posto con antologia (bellissima, per me), e al quarto posto con la sua ultima uscita (Il commissario Magrelli) che però è un libro minore, non certo il migliore della lista, anzi. Devo forse pensare, e nonostante gli scopi di imparzialità che la lista si impone, che anche qui il peso di un nome fa la sua parte? Il bello però arriva alla voce n.17, che riesce ad unire tutti gli estremi possibili tanto da essere degna di una mostra di Andy Warhol, nella capacità di appiattire ogni cosa su un unico piano semantico. Quella è la fotografia più perfetta di come è considerata la poesia oggi in Italia: un minestrone che accomuna ben dodici autori, dodici storie e scritture diverse, dove Franco Arminio e Paolo Fresu, Guido Catalano e Giampiero Neri stanno alla pari, perché tanto è sempre la stessa menata. Ecco, quando vedi queste cose, ti chiedi per un attimo perché scriviamo poesie, se alla fine il tuo lavoro rischia di essere buono come un altro, tanto buono da poter essere equiparato, nel gusto, a quello di un Neri o di un Magrelli, ma non abbastanza da avere la certezza che si sia capito perché. La risposta, ancora una volta, la dà una poetessa, Arundhathi Subramaniam (in un bel libro pubblicato da Interno Poesia), quando scrive che dieci persone le leggono, in ogni caso. Al di là di qualsiasi classifica.

sabato 16 febbraio 2019

due atrocità e un nonluogo

Ieri sera nella trasmissione della Palombelli ho sentito due atrocità. Le riporto qui, non tanto per puntare il dito contro la trasmissione in sé, ma perché mi pare abbiano il carattere del luogo comune, cioè sono cose che molte persone pensano. Ecco, volevo ribadire il fatto che invece, per me, sono atrocità. La prima, pronunciata da un giornalista, diceva che i centri commerciali non andrebbero chiusi la domenica perché sono luoghi per socializzare. A me dei centri commerciali non frega una benemerita mazza, ma non si socializza in un centro commerciale – che è notoriamente un nonluogo – ci si aliena. Proprio come davanti alla televisione. Se questo, per la élite culturale del paese, è quanto di meglio abbiamo per socializzare, allora è vero che ci considerano tutti dei palombi in gabbia, oppure che sono capre ignoranti quanto noi. Una politica culturale seria, che in Italia s’è fatta poco o nulla, invece di preoccuparsi dei centri commerciali, cercherebbe di trovare un modo per incentivare ad andare a teatro la domenica, ad esempio. La seconda atrocità, invece, ribadisce un pensiero un tempo caro a Beppe Grillo, ovvero che Umberto Bossi è stato uno statista. Io non so che peso si dia alla parola statista oggi in politica, certamente basso, ma a questo punto non capisco perché Craxi è morto in esilio, mentre uno come Bossi è senatore. Bossi è il peggio di quanto la nostra cultura da centro commerciale ha mai espresso: un fanatico, un violento, uno squadrista che ha sempre inneggiato all’odio, al razzismo, uno per cui, come ricordava bene Martelli ieri, il vero problema erano i “terroni” e lo pensava sul serio, un uomo che ha abusato del suo ruolo politico per rubare a man bassa dalle casse dello Stato. In tutto e per tutto un pezzo di merda. Ieri, dopo il ricordo di Martelli, la Palombelli ha cercato di stemperare le cose dicendo: “era il 1994”. Infatti i tentativi di secessione di questi giorni ce li stiamo solo sognando.

venerdì 15 febbraio 2019

mortacci loro

Ieri ho comprato l'ultimo libro di Trevi (16 euro). Ma voglio ancora prendere quello di Di Ruscio (20 euro). Poi questo mese ci sono le offerte sul catalogo Adelphi (25% di sconto, vuoi non approfittarne?). E così mi dissanguo. Lo so che non dovrei essere io a dirlo, ma quanto cazzo costano i libri! Mortacci loro! Preso da questo sentimento, ieri, mentre tornavo a casa, ho cominciato a parlare col libro di Trevi: "Spero che, con quello che mi sei costato, sarai all'altezza delle aspettative, altrimenti altro che sogni e favole!, ti strappo foglio per foglio e ti metto sul fondo della lettiera del gatto! Statti attento, Trevi!".

giovedì 14 febbraio 2019

viva vito riviello


In questo splendido 2019, fra le altre cose, la Regione Basilicata sta facendo cose assai degne nell'ambito della poesia e della diffusione del meglio delle proprie voci liriche. Sappiamo che l'anno prossimo verrà ristampata, col contributo della Regione, l'opera omnia di Leonardo Sinisgalli. Quest'anno intanto è pronto il volume, edito da Sapienza Università, con l'opera tutta di Vito Riviello, nato a Potenza, di cui da anni non si trovava più niente in giro. Non solo, a questa pagina è anche possibile scaricare l'intero volume (1220 pagine) in pdf, gratuitamente. 
Sono cose belle che vanno condivise.
 
Mappa

Più a sud del sud c’è sud
sud e sud, tanto sud che
ancora a sud non c’è che sud
a perdita d’occhio sud
all’infinito sud,
solo alla fine dei sud,
si fa solo per dire,
c’è l’ultimo sud,
il sud più sud che mai
il sud-sud, il suddissimo,
poi c’è il Sud-Africa.

Vito Riviello

felicità

Guardo il Tg delle 13.00 (tanto per avvelenarmi il pranzo) e vedo che dopo i pastori sardi anche gli olivicoltori protestano. Il mondo dell'agricoltura, dopo anni di abbandono, comincia seriamente a incazzarsi, e fa bene. Ci si deve incazzare, è un dovere. Ma si deve avere anche uno spazio sui media, altrimenti la tua incazzatura non serve a nulla, non la guarda nessuno. Nessuno se la ricorda. Ecco che, di fronte alla discussione sulla Tav che è diventata una battaglia politica in tutto e per tutto, dove quindi il benessere degli individui passa in secondo piano rispetto alla forza di potere che la spunta, mi chiedevo: ma che fine hanno fatto i No Tav, tutti coloro che per circa 15 anni hanno fatto opposizione a quei lavori e sono stati picchiati, arrestati, vilipesi, trattati alla stregua di criminali e terroristi dalle forze dell'ordine. Ora che, per commuovere il pubblico da casa, si tirano in ballo i destini di quei poveri 50.000 operai che rischiano il posto di lavoro (e quindi, si dice, interrompere i lavori è come sputare sul loro problemi), quei cittadini che invece erano contrari da sempre perché ritenevano quell'opera pubblica dannosa per l'ambiente in cui vivevano, non li nomina più nessuno? Non hanno più diritto di parola? Ma nemmeno per dire che ci sono altre ragioni a parte quelle sacrosante del lavoro? Nessun microfono per loro? Oppure non parlano perché li hanno finalmente sterminati tutti? E pensandoci, mi viene in mente una bella vignetta di Altan che dice tutto, che è lo specchio più preciso di quello che siamo diventati. "Abbiamo diritto a un po' di felicità". "A chi gliela togliamo?". Essere felici tutti, insieme, non è più un sogno possibile.

verso la secessione

Domani, venerdì 15 febbraio, il governò firmerà l’intesa per l’autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Si tratta di una richiesta di devoluzione pressoché totale, una secessione mascherata da autonomia. 
La Lega sta per riuscire ad ottenere l’obiettivo per cui è nata: separare il Nord dal resto d’Italia.
L’obiettivo ultimo è quello di trattenere sul territorio i 9/10 del gettito fiscale. Il tutto mascherato da una procedura tecnica: da ora in avanti, infatti, per gestire le risorse che le Regioni potranno trattenere, verranno stabiliti dei bisogni standard parametrati sul gettito fiscale. L’idea è semplice: se un territorio è più ricco ha diritto ad avere più servizi e di miglior qualità. In questo modo, come ben spiega Giancarlo Viesti nel pamphlet "Verso la secessione dei ricchi" (Laterza) si fa tranquillamente passare il concetto che i diritti di cittadinanza “a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini italiani; maggiori laddove il reddito pro-capite è più alto”. 
L’avvio di questa trattativa “segreta” fra Stato e Regioni si deve al bellunese Gian Claudio Bressa, in qualità di sottosegretario di Stato dell’ultimo governo Gentiloni. 

mercoledì 13 febbraio 2019

chapeau

Stasera ho sentito che Berlusconi ha subito in circa trent’anni che fa politca 88 processi, molti dei quali costruiti sulle sue vicende “private” al solo scopo di affondarlo, “porcate” le ha appropriatamente chiamate. Più o meno per lo stesso lasso di tempo, 33 ne ha subiti Pasolini, ben 55 di meno. Berlusconi 1 - Pasolini 0.

discorso di lino sul sole

Mi lascio prendere dal sole.
Stanotte non ce l’ho fatta a prender sonno, tanto rumoreggiava la tempesta.
Oggi il sole giallo splende tra i suoi rami spogli.
Mi metto tra parentesi e faccio spazio all’immenso.
Non è stata un’inezia levarsi così in alto
tra i casermoni in affitto, ché chi ti parla è anch’egli affetto
da questa forma di miopia e cerca sì di liberarsene
difetto congenito alla vista di un io fortissimo implacabile
che confonde di continuo le acque anche piovane
e la poesia.
Parliamo in questa stanza a cuore aperto, facciamolo cantare il cuore
per le ombre. Ché un cuore deve battere, agitarsi. Un cuore
deve vivere e convivere coi lutti.
Con le sue contraddizioni in versi.
Perché ci son soltanto due tipi di poesia: una che ti chiede e l’altra
che qualcosa vuole darti. Ed è difficile distinguerle.
Devi domandarti: la tua poesia mi sta chiedendo attenzione
o ha solo voglia di parlare
a cuore aperto con me?
Ma ricorda nessuno è perfetto, nemmeno un maestro
e ognuno è debole secondo il caso.
Anch’io ho bisogno di non parlare con gli ulivi
ma di mettermi in ascolto della loro parola.
Arrendevolezza. Umiltà. Qualche volta e non sempre ci riesco.
Sii paziente. (Ride). Ascolta ancora un poco.
È un impegno che dura da una vita
liberarsi da questa forma di miopia
che può portarmi finalmente a poter dire:
mi lascio prendere dal sole. E così via...


In Discorso di Lino sul sole sono innestati versi sparsi di Discorso mattutino all’albero Griehn (Morgendliche Rede an den Baum Griehn) di Bertolt Brecht, nella traduzione di Anna Maria Curci pubblicata su Poetarum Silva il 1 aprile 2012, insieme a parole scritte da Lino Angiuli in una e-mail datata 8 febbraio 2019.

scusa

Stamattina pensavo che c'è un sacco di gente che mi manda manoscritti, e io rispondo a tutti come posso, a qualcuno do anche dei consigli, a qualcuno faccio persino l'editing se il lavoro mi piace. Poi, per varie ragioni, i manoscritti vengono pubblicati da altri, anche giustamente mi viene da dire, visto che le mie possibilità sono limitate. Il punto è: ce ne fosse uno che mi avesse mai detto grazie. L'unico che mi ricordi è Antonio Bassano che scrisse un libro bellissimo e poi si è defilato dal mondo dei poeti (come dargli torto?). Ma altri ciccia, nada. Ci pensavo stamattina, e poi mi sono detto: "questi discorsi sono il primo sintomo che stai diventando un vecchio acido. Non sono da te". E infatti l'ho usata come scusa per mangiarmi un bel cornetto alla crema e marmellata e così ripristinare gli equilibri.

lunedì 11 febbraio 2019

addio fantasmi


So che il gioco degli accostamenti facili, quando si parla di un libro-libro come Addio Fantasmi di Nadia Terranova (Einaudi Stile Libero, 2018), è sempre dietro l’angolo. Soprattutto quando l’autrice ha, alle sue spalle, una terra ricca di scrittori com’è la Sicilia, quella di Vittorini della Conversazione così come quella di Pirandello del Mattia Pascal, che qui viene richiamato alla memora con un ribaltamento sostanziale. Lì dove lui si chiedeva: cosa succede quando un uomo decide di venire meno alla propria vita insoddisfacente, qui l’autrice si chiede: cosa succede a chi rimane e resta in balia della sua presenza priva di un corpo da seppellire?
E Laquidara, in tal senso, mi sembra un cognome tanto appropriato quanto pirandelliano da attribuire a questa famiglia, le cui esistenze liquide, racchiuse in una casa i cui segnali – dall’acqua sporca che preme nei termosifoni fino alle perdite del tetto, i cui lavori di riparazione richiamano in Sicilia la protagonista, fuggita anni prima attraverso lo Stretto – rimandano continuamente a una dimensione sommersa.
Intorno a quella domanda, cosa succede a chi rimane?, si muove il nucleo narrativo di un romanzo la cui trama è stringatissima, priva di veri colpi di scena e tutta costruita per quadri e movimenti lievi. La levità è importantissima nell’andamento del romanzo, permeato da un senso di accettazione del dolore, che rifiuta volutamente il registro tragico, pur nell’irrisolta elaborazione del lutto (“incompiuta tristezza”).
Ecco, se c’è un libro a cui avvicinerei questo di Nadia Terranova è Le otto montagne di Paolo Cognetti. Per la stessa trama ridotta all’osso; in cui il paesaggio (lì le alpi, qui il mare siciliano) assume il ruolo fondamentale di coprotagonista; per il tempo lento che dispiega la narrazione, un tempo che ti chiede (con gentilezza) di adeguarti a lui e non il contrario; per la scrittura nitida, solida, colta senza sembrare erudita, spesso basata su chiaroscuri emotivi, una scrittura cordiale, che ti accoglie, ti abbraccia, pur senza consolare. Pochi personaggi imprigionati nei propri vizi, nei propri piccoli egoismi, nei propri rapporti irrisolti a causa dei traumi subiti, si incontrano, si parlano, né risolvono mai del tutto i loro problemi.
In entrambi i libri c’è la figura di un padre scomparso con cui si deve fare i conti, un padre non capito fino in fondo, un padre che è la metafora (causa e proiezione) di qualcosa di irrisolto nella loro maturità. In tutti e due c’è la necessità di ricostruire, senza successo, una casa che ha delle falle evidenti. Vi è dunque, in entrambi, mi pare, una vena fortemente pavesiana che si estrinseca soprattutto nei loro finali, in cui il lutto personale assume una portata esistenziale, dove si comprende come quello dei morti è un mondo più forte, offre una casa più accogliente, ma proprio per questo fare i conti con loro diventa un atto di rivolta necessaria, esprime una volontà di riappropriazione della propria storia che è il primo passo per diventare adulti.
In entrambi i romanzi, infine, questa rivelazione si dispiega attraverso un rapporto d’amicizia (e non d’amore): Bruno, per Cognetti e Nikos, per Terranova, non sono spalle ma figure riflesse che hanno affrontato gli stessi paesaggi perturbati, senza però fuggirne, lasciandosene permeare (avvelenare) lentamente e che per questo sembrano, all’apparenza, più forti nella loro immunità.
Proprio in tal senso, a mio avviso, l’unico difetto riscontrabile nel libro di Nadia Terranova, sta nel fatto di aver dato meno spazio di quello che avrebbe potuto a una figura bella come quella di Nikos, che viene un po’ appiattita nella prima parte (anche se in linea con la psicologia egoistica della protagonista), facendoci desiderare di averne avuto un po’ di più. Nikos, che simboleggia la controparte più concreta, rassegnata ma anche semplicemente “umana” della protagonista, la sua immagine speculare e per questo caratterizzata da una cicatrice sul volto, traccia evidente di una ferita insanabile, mi ha fatto pensare – forse perché suggestionato dalle sue origini greche – a una bellissima poesia di Vittorio Sereni, da Diario d’Algeria, che condivido qui, come omaggio:

Dimitrios

Alla tenda s’accosta
il piccolo nemico
Dimitrios e mi sorprende,
d’uccello tenue strido
sul vetro del meriggio.
Non torce la bocca pura
la grazia che chiede pane,
non si vela di pianto
lo sguardo che fame e paura
stempera nel cielo d’infanzia.

È già lontano,
arguto mulinello
che s’annulla nell’afa,
Dimitrios, su lande avare
appena credibile, appena
vivo sussulto
di me, della mia vita
esitante sul mare.

domenica 10 febbraio 2019

meglio che crepi il pastore

Sono rimasto sconvolto dalla protesta dei pastori sardi, il cui latte viene pagato, leggo, 55 centesimi a litro, più o meno quanto il costo della telefonata a Sanremo per votare il vincitore del festival. Sapevo che le condizioni di chi fa agricoltura sono pessime, ma farsi sbattere in faccia quanto poco sia considerato il loro lavoro fa sempre male. Certo che se lo paghi quanto si deve quel lavoro, poi i prodotti alimentari finiti li pagherai quattro, cinque, sei volte di più del loro prezzo attuale. Per questo tutti stanno zitti, anche se sanno, per questo chiudiamo gli occhi di fronte alle forme di neo-schiavismo degli immigrati, perché se devi sceglierne uno solo che deve immolarsi per tutti, fra il pastore e chi va a fare la spesa, è meglio che crepi il pastore. Ma allora, perché tutti gli altri non stanno bene?

sabato 9 febbraio 2019

la vera domanda

La gente che si incazza per Busetti che, essendo leghista, dice cose da leghista. Io mi chiedo, cosa mai dovrebbe dire un leghista, che gli piace un meridionale? Sarebbe un leghista effeminato. Inconcepibile. Di Maio che lo accusa di aver detto cazzate è quasi più ridicolo di lui. Non gli sarà sembrato vero che per una volta a dire cazzate è un altro! Starà stappando lo spumante in questo momento! Ma la vera domanda, per me, rimane un'altra. Lasciado perdere la storia degli insegnanti del Sud che devono darsi da fare (ché si sa bene che la Scuola italiana tutta, da nord a sud, si regge sugli insegnanti meridionali, spesso costretti a emigrare), la vera domanda per me rimane questa: senza voler esagerare, ditemi un solo ministro di un solo governo, negli ultimi vent'anni, che abbia mai investito in maniera sostanziale nella Scuola, in termini economici ma anche di idee, di proposte, invece di far tagli. Io non me ne ricordo uno, uno solo, un solo nome. Poi magari sono io che ho la memoria corta, e allora mi scuso.

mercoledì 6 febbraio 2019

la poesia compagna

La poesia compagna, la poesia compagna, ogni giorno incontro un poeta che fa la poesia compagna. Poi però se provo a fargli editing si inalbera: a un poeta, ti risponde, non si può toccare nulla! Perché la sua voce è unica e parla già per tutti a modo suo. Ma io volevo spiegargli a quel poeta che un libro è qualcosa di più di una voce sola, di una persona sola, è un lavoro collettivo, in cui l'unione fa la forza, moltiplica la voce per cento. Non ci siamo capiti. Delle volte mi sembra che qui l'unico vero compagno sono io.

martedì 5 febbraio 2019

dono

Se ne parlava poco fa con Roberto R. Corsi. La poesia è un dono, la narrativa un lavoro. Per questo i libri di narrativa si comprano, al poeta si dice: “Hai mica una copia da regalarmi?”

sabato 2 febbraio 2019

il nome giusto

Mi segue su Instagram un tizio che si è scelto come nickname Carciofo Sottovuoto. A volte penso che anche per trovarsi il nome giusto occorre talento.

poesia coi grilli

“Lillo fa rima con grillo…”
“Purché non faccia rima con grillino…”
“In quel caso ci scrivo Lillino…”

venerdì 1 febbraio 2019

dialogo

Stamattina pensavo che c'è qualcosa di assolutamente straordinario nel modo in cui, da quando faccio l’editore, la mia condizione economica si rifiuti ostinatamente di crescere professionalmente con me. Più divento bravo nel mio lavoro, più lei si rifiuta di collaborare e, anzi, ogni tanto si chiude in se stessa e mi fa la guerra del silenzio, oppure i dispetti, manco fosse una moglie che ce l’ha con me perché si sente trascurata. E io che non faccio altro che pensare a lei! Ma niente oh, non c’è dialogo. Non ci capiamo proprio sui fondamentali.

giovedì 31 gennaio 2019

il lettore saggio

Non ho nulla contro l'acquisto compulsivo di libri cartacei (figurarsi!) però stamattina su IBS ho visto che vendono gli ebook di Gli anni al contrario di Nadia Terranova a 0,99 euro e Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi a 3,99. Quindi, ahivoglia ad annusare romanticamente l'odore della carta, ma il lettore saggio che ha in tasca venti euro, sa quando bisogna approfittare del progresso e invece di accontentarsi di comprare due libri bellissimi e basta, il lettore saggio compra due ebook bellissimi + un libro cartaceo a scelta da 13 euro, meglio se di un editore indipendente!, e con le due euro che gli restano ci va a prendere un caffè al bar con la commessa della libreria.

martedì 29 gennaio 2019

mal costume, mezzo gaudio

Un giorno diranno di me che, mentre qualcuno si dava da fare per cambiare questo Paese in meglio e salvarlo dal disastro annunciato, io me ne stavo a casa a parlar male di tutti, di quelli e degli altri, perché diffidavo di chiunque, soprattutto di me stesso, in perfetto Italian Style.

lunedì 28 gennaio 2019

la cultura del cazzo

Stavo guardando il video di Sgarbi contro la Nappi, in risposta a uno scontro che hanno avuto su Rete 4 la settimana scorsa. In quel diverbio la Nappi ci ha fatto una figura pessima e Sgarbi pure. Oggi, guardando il video di Sgarbi, ho pensato che siamo uno di quei paesi in cui l'opinione detta male (molto male) di una pornoattrice ha maggiore peso, non solo mediatico ma proprio di opinione pubblica, di quello di un uomo di cultura, un pensatore o anche di un addetto ai lavori. E che, di contro, la risposta di Sgarbi per cui una pornoattrice non dovrebbe immischiarsi in certe cose, ma fare solo quello che sa fare, cioè prendere cazzi, è scorretta sotto qualsiasi punto di vista. Perché, se la Nappi ha una sua (per quanto esile sia) opinione politica, ha il diritto in quanto cittadina votante di dirla, e se ha il potere mediatico per influenzare (anche male) chi le dà retta, ha tutto il diritto di usare quel potere che le hanno dato. C’è chi mi dirà che è sbagliato che una persona che non ha il pieno controllo del potere delle sue parole possa parlare a un pubblico così vasto e che spesso la prende sul serio (quando non è impegnato a riempirla di insulti sessisti), ma se quella cosa la Nappi la dice male o viene mal recepita (acriticamente) dal pubblico, in un sedicente Paese industrializzato, direi che la colpa non è proprio tutta della Nappi. Di chi è allora? Ecco, questo è il paese che qualcuno ha voluto per noi e ha pazientemente coltivato perché producesse questi frutti. Non dico che sia stato Sgarbi, forse ha più colpe Berlusconi in questo senso. Ma se Sgarbi, che non è un fesso e nemmeno una persona impreparata, risolve ogni diverbio come fa, dicendo: “Tu mi fai schifo! Io non ti voglio scopare!” non dà certo un grande esempio di maturità. O forse è anche lui uno dei tanti intrappolati in quella cultura del cazzo che denigra? Perché alla fine, che sia una pornoattrice o che sia un dotto opinionista a parlarne, sempre lì si ritorna. Alla cultura del cazzo. Non certo la migliore, ma di sicuro la più duratura forma di pensiero che l’Italia abbia espresso dai tempi di Boccaccio.

sabato 26 gennaio 2019

sciacallaggio


Oggi ho visto il servizio di Berlusconi a L'Aquila: non so con quale coraggio ci sia tornato dopo la sua gestione politica dell'emergenza terremoto di dieci anni fa. Eppure c'è ancora chi lo applaude. Poi dicono: prima devono venire gli italiani che hanno bisogno. Mai che si aggiunga (vedi proprio il caso de L'Aquila) come spesso il problema non sono gli stranieri che vengono a rubare risorse, ma gli italiani stessi che speculano sulle sventure dei loro connazionali, dei fratelli, come sciacalli. Non a caso una delle parole più usate intorno al disastro che colpì quella bellissima città è stata proprio "sciacallaggio", declinata in ogni suo possibile significato.  

(La foto l'ho fatta io nel 2012, L'Aquila per fortuna non è morta e resiste)


preziosissimo saba

venerdì 25 gennaio 2019

nudde

“T’à specchiè l’ucchie!” m’à ditte
aqquanne m’i rrajéte pe jídde. I íj
– so fatue u sacce – m’i specchiète.

Oh! ddò nan se vète nudde. Nan se vète
cchiù nudde. Manke u fatue ca sì.


Traduzione. 

Nulla 
“Devi specchiarti l’occhio*!” mi ha detto
quando mi sono arrabbiato con lui. E io
– sono sciocco lo so – mi sono specchiato.

Oh! qui non si vede nulla. Non si vede
più nulla. Manco lo sciocco che sei.


*Devi lustrarti l’occhio fino a renderlo capace di riflettere.