venerdì 15 gennaio 2010

lou reed e l'amore - shelley albin (seconda parte)

Lou e Shelley si ritrovarono intorno al 1968. Shelley nel frattempo si era sposata. E anche stavolta, così com’era successo coi suoi genitori, quando presentò Lou a suo marito sperando di poter costruire fra loro una solida amicizia, questi si rifiutò di avere a che fare con tale feccia umana. Visto che Shelley rimaneva sempre e comunque legata a Lou e non volendo rinunciare a vederlo, il loro rapporto divenne, proprio come alcuni anni prima, una dolorosa sequenza di incontri clandestini, fatti di brevi attimi di totale felicità e lunghi pianti senza sfogo. Si incontravano al parco o andavano allo zoo, passeggiavano, parlavano, ridevano, si capivano come nessun altro al mondo, eppure erano consci di quanto fossero effimeri questi momenti. I ricordi di quei pomeriggi così intrisi di bellezza e allo stesso tempo di un’infinita tristezza per tanto amore negato, ispirarono poi Reed per quella che forse resta, insieme a Sweet Jane, la sua canzone più famosa, Perfect day (contenuta in Transformer, del 1972).



Non solo, i tormenti sentimentali che stava vivendo in quel momento, diviso com’era fra questa storia senza futuro con Shelley e una relazione omosessuale con Billy Name, fotografo conosciuto alla Factory, lo costrinsero a guardare dentro di sé e a scrivere il suo primo vero album personale, il terzo dei VU (senza titolo), tutto dedicato alle sue riflessioni sull’amore, che viene sviscerato in ogni sua forma. Lo stesso Reed era così legato a questo lavoro da permettersi di modificare, senza informarne gli altri, il missaggio finale mettendo maggiormente in evidenza la propria voce sugli strumenti. Così che, messe da parte atmosfere malsane, distorsioni e ritmi tribali, si respira un’intimità senza precedenti per un disco dei VU, e infatti molti fan del gruppo storcono il naso a sentirlo. Eppure è uno dei capolavori degli anni ’60, e una delle opere più intense di Reed, che nel disco inserisce alcune delle sue perle: Some kinda love, Candy says, Afterhours, ma soprattutto Pale blue eyes, la più dolce e fragile delle sue dichiarazioni d’amore, con quel tocco di fatalità in più che fa la differenza. "Ho scritto questa canzone per qualcuno che mi mancava troppo" dirà poi in un’intervista. Per la prima volta è lui a incidere uno dei suoi pezzi sentimentali su disco. Nessun altro avrebbe potuto cantarlo così.



Nell’estate del 1969 la storia di Lou e Shelley assunse le tinte di una relazione vera e propria. Lou, che sentiva di capirla e di amarla più di suo marito le chiese più volte di lasciarlo ma lei, pur desiderandolo, ben sapeva che la vita con lui sarebbe stata troppo disordinata perché potesse adattarvisi. Shelley rifiutò sempre di fuggire con Lou, pur fra mille dubbi e rimorsi. Le composizioni di Reed di questo periodo registrano questa incertezza. Da una parte scrive canzoni vivaci e allegre come She’s my best friend (che poi, rallentata, finì nello stesso disco di Coney Island Baby), dall’altra lamenta la sua assenza e il suo bisogno di lei in brani come I can’t stand it, non ci sto, (in parte riscritta per il suo primo album solista) nel cui ritornello canta, dopo che la padrona di casa ha cercato di picchiarlo con una scopa: “Ma se Shelley fosse qui con me tutto andrebbe bene”.
Il mio pezzo preferito di queste registrazioni, però, si intitola I’m sticking with you, mi sto attaccando a te, e come spesso succede nei pezzi più intimi del primo Reed, la fa cantare ad altri. In questo caso il pezzo è costruito con un arrangiamento vaudeville e affidato alla batterista, Maureen Tucker, che con la sua voce da ragazzina non fa che accentuare il sentimento d’innocenza espresso dal testo (non a caso poi inserito nella colonna sonora di Juno). A metà però succede l’imprevisto. Il pezzo diventa prima un duetto fra lei e Reed. Poi, per dieci lunghissimi secondi, proprio come in I found a reason, Reed canta da solo, anzi di più, fa cantare il suo cuore. Non è mai stato e raramente sarà ancora così scopertamente nudo come in questo momento. Non è più una semplice interpretazione la sua, si avverte, è puro sentimento: “Farò qualsiasi cosa per te, qualsiasi cosa mi chiederai di fare, qualsiasi cosa per te…” prima del coro in crescendo finale. Qualsiasi cosa perché tu (Shelley) stia con me, è sottinteso. È un momento di grande commozione. La crisi è già alle porte e lui la sente e, come succede sempre a tipi così, l’unica maniera che ha per combatterla è aprirsi completamente, tirare fuori e confessare i suoi più intimi sentimenti. Una resa totale all’altra che però non venne capita, generando in tal modo un profondo rancore.
Tutto ciò è molto triste perché negli ultimi pezzi di Reed dedicati a Shelley (composti durante le registrazioni di Loaded ma utilizzati anch’essi nel suo primo album solista) si respira la trepidazione per qualcosa di nuovo. I love you e Love makes you feel sono pezzi di una semplicità disarmante in cui Reed ammette, finalmente in prima persona, di aver compreso che non ci si può opporre all’amore, che è stupido, perché l’amore ti fa star bene, ti fa sentire alto tre metri, e suona così...



Quando Shelley rimase incinta, nel 1970, fu costretta a scegliere se restare col marito, garantendo così alla figlia un futuro sicuro e confortevole o seguire Lou nelle sue derive tossiche e nei suoi sogni di rock’n’roll. Lei scelse di restare col marito. Il suo ultimo dialogo con lui avvenne al telefono. Lou stava male, era depresso: stava cercando, senza successo, di disintossicarsi e aveva lasciato i Velvet, nel tentativo di darsi una nuova direzione. La chiamò per congratularsi con lei della bambina e anche perché aveva bisogno di sentirla e lei, che aveva la madre accanto, fece finta di non conoscerlo e chiuse il telefono dicendogli che aveva sbagliato numero. Lui non la cercò mai più.

5 commenti:

SCIUSCIA ha detto...

Minchia, mi sono rattristato per Reed.

lillo ha detto...

mica uno diventa stronzone per nulla ;)

sergej ha detto...

bella, antonio. commento poco perché sono sommerso dal lavoro, ma ti seguo sempre.

Francine ha detto...

meravigliose :)

gabriella pitzalis ha detto...

Sono sempre molto curiosa di conoscere "l'uomo Lou Reed" ed ho trovato molto interessanti le storie che hai raccontato ed anche le tue considerazioni. Sono molto obiettive, neanche i biografi più accreditati sanno (o vogliono) raccontare la vita di un artista senza necessariamente "screditarli". Grazie.