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domenica 10 novembre 2024

se mi vuoi bene

Sarà l’autunno che rimescola le carte in tavola, ma ultimamente sta succedendo a molti di lasciarsi. Così è capitato di recente a una mia amica (e autrice) che, per compensare la perdita amorosa, ha cominciato a bere oltre misura. È una situazione per cui prima o poi siamo passati tutti, anche io, e la capisco bene. Ma ieri ha passato il colmo, infatti andando al cesso per liberarsi è inciampata, è crollata per terra e crollando si è spaccata la faccia contro lo spigolo del water. Mentre era al Pronto Soccorso per farsi visitare, col naso che sanguinava sui vestiti, ha cominciato a rimuginare sulla sua vita e su come si sente patetica, e ha avuto la necessità di chiamarmi per chiedermi se per caso avevo letto le poesie che mi aveva mandato mercoledì scorso, perché aveva bisogno di sentirsi dire qualcosa di buono per riacquistare autostima, tipo le poesie sono belle e ti pubblico l’anno prossimo. Si vede che non era serata, le ho risposto, perché proprio ieri sera, io che in genere esco poco e nulla, proprio ieri sera ero a cena con amici e non ho risposto al telefono. Non ho nemmeno letto le poesie. Così oggi la mia amica ha passato la giornata a lamentarsi con me, in lunghissimi vocali che ho ascoltato per autopunirmi, del fatto che non sono più l’amico di una volta. – Pochi anni fa mi avresti risposto a qualsiasi ora del giorno e della notte! – Pochi anni fa ti rispondevo perché volevo venire a letto con te! – Lillo, smettila, questa non è una giustificazione! Se mi vuoi bene, dimmi solamente cose belle!


sabato 30 dicembre 2023

chi soffre tutto l'anno...

Un paio di settimane fa mi ero preso uno strappo muscolare alla schiena. Pensavo fosse passato poi ieri ho avuto la geniale idea di potare la siepe con mio fratello. È finita che sto peggio di prima, come se avessi una sbarra di ferro che si conficca fra il fianco e l’inguine e poi si torce nella gamba. Adesso sono imbottito di antidolorifici ma stanotte ho sofferto come un cane e non riesco a trovare una posizione comoda perché che stia steso o seduto o in piedi mi fa male sempre. L’anno finisce, insomma, così com’era cominciato, con me che mi lamento di qualcosa che prima o poi passa o se non passa mi uccide (qualcosa mi ucciderà comunque prima o poi, quindi o la va o la spacca). Del resto la massima di ogni bravo poeta è quella: chi soffre tutto l’anno soffre pure a capodanno, e se non soffre si annoia.

giovedì 17 agosto 2023

quando leggo, quando scrivo

Quando soffro scrivo e quando non soffro leggo. Leggere mi piace più che scrivere, ma mi sveglio ogni mattina col bisogno di scrivere qualcosa.

venerdì 16 giugno 2023

un amore a roma


Un amore a Roma è un film del 1960 di Dino Risi e resta un esperimento assai particolare per come assorbe, complice la sceneggiatura di Ennio Flaiano, elementi del cinema di Fellini (che negli stessi mesi girava La dolce vita), il che dà in parte ragione a chi dice che l’aggettivo “felliniano” sta per “fellini+flaiano”. Il film, basato sul tema universale dell’attrazione degli opposti e della gelosia, descrive l’amore scapigliato e morboso, che assorbe ogni cosa fino a distruggerla, di Marcello, scrittore insoddisfatto e infelice (non a caso in Francia il film venne reintitolato L'inassouvie), per Anna, giovane attrice dal carattere solare ma debole, di lui innamorata ma facile alle tentazioni e perciò infedele. La pellicola, trattata con grande asciuttezza emotiva e formale, per quanto pervasa di una sottile inquietudine esaltata dal bianco e nero contrastato, all’epoca non piacque perché priva di un lieto fine che non poteva esserci. I due protagonisti, troppo squilibrati per reggersi sulle proprie gambe, cercano sostegno nell’altro ma in questo modo la loro caduta è raddoppiata, così continuano a inseguirsi, lasciandosi e poi riprendendosi in questo amore malato, intervallando ogni distacco con incontri fugaci ma altrettanto vacui con nuovi amanti, fino a un finale che pur nella sua tragica “definitività” mi pare resti comunque aperto, perché non sappiamo se dopo questo ci sarà un nuovo incontro. Il film è basato sull’omonimo romanzo del 1956 di Ercole Patti, ma come atmosfere mi ha fatto anche pensare in parte a Lettere da Capri di Mario Soldati, del 1954, che lo avrà ispirato, in parte a un altro libro di successo uscito qualche anno fa, Sylvia di Leonard Michaels (ma scritto in quegli stessi anni), anche se il paragone più diretto rimane ovviamente Melampus, romanzo “americano” dello stesso Flaiano, pubblicato nel 1970, ma scritto originariamente nel 1967 come sceneggiatura per il suo primo film che non fece mai (ne realizzò poi una pellicola Marco Ferreri), di cui la sceneggiatura di Un amore a Roma rimane per certi versi una prova generale.

lunedì 13 febbraio 2023

savoir faire

Stanotte durante una colica, mentre mi rigiravo nel letto incapace di trovare una posizione umana, mi sono messo a scrollare il telefono per distrarre la mente dagli spasmi. Ho beccato un post di Franco Arminio appena pubblicato, erano le 3 o le 4, in cui si lamentava di dolori e ansie che gli impedivavo di dormire, così gli ho scritto un messaggio e poi il dolore si è fatto più forte e mi sono impasticcato per sedarlo. Dopo ho preso sonno ma mentre dormivo mi sono sognato di aver scritto ad Arminio una cosa piagnosissima in cui gli dicevo che gli ero vicino nel dolore e nella contrizione e lui faceva le corna come se gli stessi cantando il requiem. Stamattina nel dubbio, anche un po' imbarazzato, sono andato a controllare e in effetti sì gli avevo scritto, ma una cosa molto molto contenuta. Per fortuna il savoir faire ci salva sempre, pure con le coliche addosso.

lunedì 8 agosto 2022

sala d'aspetto

Incontro Sandro dopo quasi due anni che non lo vedo. Mi fissa a lungo, che ti è successo mi chiede, sei dimagrito tantissimo, sei pallido più del solito. Resto sul vago, ho avuto un po' di problemi. Un bel tumore? mi chiede speranzoso. No, rispondo io. Peccato mi fa, se ce lo avevi anche tu mi sentivo meno solo, e comincia a parlarmi del suo. Alla fine, penso, dopo una certa età la vita diventa una sala d'aspetto.

venerdì 22 luglio 2022

perdita

 Una delle esperienze più strane e straordinarie del fare l’editore di poesia è l’esperienza della perdita. In genere molta scrittura scaturisce da quella scintilla, perdi qualcosa e ne scrivi. Nella poesia questa perdita non viene stemperata nella struttura romanzesca, ma spesso è concentrata in diverse cariche esplosive disseminate lungo un testo breve. Dai fuoco alla miccia e il resto è una serie di esplosioni in serie e di ferite. Immagina la vita di un editore che, ad esempio, già sensibile al tema, in autunno dovrebbe pubblicare fra le altre due opere che parlano di perdita, in maniera spesso intima e commovente, entri da una porta nel dolore di una persona, tua simile, tua amica, lo attraversi e quando ne vieni fuori ti tuffi nel dolore di un altro tuo simile, tuo amico, per tirarne fuori un libro. È un continuo percorso nello scavo, in te, in loro, dove la differenza sostanziale fra i due la fa il linguaggio. Ti appigli a quello come a un salvagente, il linguaggio ti impedisce di affondare nell’umano e fraterno dolore. Poi esci dai libri, torni a fare il tuo lavoro, a fare i conti spicci con le entrate, con le uscite, con ciò resta di ogni libro dopo che è stampato e si tramuta in oggetto con un prezzo preciso e delle aspettative di vendita che spesso verranno deluse, ed entri in un nuovo circuito assai più prosaico, un nuovo tipo di perdita o di ammanco che fa rimbombare in terra quello dei libri che ti ostini a pubblicare non si sa più perché. L’editore è un santo. Altro che.

domenica 12 giugno 2022

poesia senza l'a capo e senza la coda

Abbiamo cominciato a morire presto in casa, ciascuno a suo modo e coi suoi piccoli segni premonitori ad avvisarci passo passo della fine. Io nelle macchie nel cavo degli occhi che nascondono un retrogusto di caffè e nel pallore a contrasto della pelle, mio padre nella sfera che in gola gli ha catturato la voce costringendolo a rauchi pianti di cagnara. Fa fatica pure a inghiottire, immagina quanto gli costa rimangiarsi le lacrime. Ma piange anche per me, patema doppio, che non avendo né figli né salute né lavoro non ho futuro e nel mio kaputt riassumo il suo dolore alla moviola. Non ci restano che suoni e macchie dunque per esprimerci, nitidi segni, bruschi risvegli richiamati dall'ansia di non farcela coi tempi. Immancabili sensi di colpa. Pianti stretti in gola e macchie che fioriscono nuove intorno agli occhi, o sulle labbra, o sulle braccia, intorno alle vene che emergono dalla carne come tubature portate a secco ora che i muscoli vengono assorbiti dalle ossa e presto non ci sarà più posto nemmeno per mettersi lo scheletro.

giovedì 10 marzo 2022

il lapsus

Scrivo una email di presentazione al giovane proprietario di una prestigiosa libreria di una grande città italiana per chiedere se sono interessati a un rapporto di collaborazione, considerato che in zona ho già quattro autori e sto per pubblicarne un quinto. Aggiungo che in quella città – non priva di un certo campanilismo – nel tempo ho fatto altri tentativi con altre librerie, tutti andati a male, e tutti con l’identica risposta di massima: noi qui vendiamo solo roba fresca, locale, l’autore come il prosciutto si vende all’etto e a km. 0. Questo per me era l’ultimo tentativo e ho puntato tutto sul km. 0. Il libraio mi risponde con un messaggio di nemmeno due righi compreso di lapsus freudiano: “Al momento non siamo interessati, Vi dispiace”. A quel punto non ho saputo trattenermi: “A me non dispiace affatto, stia sereno”.

sabato 6 novembre 2021

condivisione

Stanotte, piegato in due da una colica tremenda, ho pensato ad un crowdfunding e a come sarebbe bello se ciascuno si prendesse un po' dei miei malori così da condividere ogni cosa, le gioie ed i dolori.

venerdì 18 settembre 2020

ernia

Un autore mi scrive che, malgrado tutto, accorgersi di avere il pallino della poesia è come scoprire di avere un’ernia: la stessa profonda intimità che preme per uscire, gli stessi effetti indesiderati, ma anche lo stesso bruciante dolore che non perdona. Mi ha fatto a tal punto dispiacere che mi sa che lo pubblico solo per questo. Chiedo scusa agli altri poeti che soffrono meno.

mercoledì 9 settembre 2020

ferita

Io non so più che lingua parlare. Di recente c'è un'aria di morte qui, si respira tanta di quella morte qui, e violenza, che mi sembra quasi mancarmi l'aria. Un'amica mi ha detto vai su IG che c'è silenzio, ma anché lì sono soltanto cruda carne, ancora bocche, e io non ho più bocche da offrire, mi fotografo apposta con una mascherina, nascondo la ferita, che la bocca oggi è una ferita, ogni parola non detta sanguina, ogni parola detta sanguina, sanguina ogni cosa detta male, o detta troppo forte, o troppo piano, tutto è sangue, tutto è una ferita che non tace. Non si secca.

in morte di nico naldini

È morto oggi Nico Naldini, che fu cugino e biografo di Pasolini. Naldini era fra quelli che sostenevano che Pasolini non fu vittima di una congiura ma semplicemente dei propri vizi. Ho sempre pensato che, proprio per questo, fu tra quelli che più soffrirono per la sua morte. Perché gridare "me lo hanno ammazzato!" come faceva Laura Betti, in parte assolve da colpe, lanciadole fuori, all'esterno, come pietre; mentre, all'opposto, persino il più rassegnato "si è fatto ammazzare" sottintende quasi sempre, con furore autopunitivo, un opprimente "...e io non ero lì a salvarlo".


martedì 7 luglio 2020

ferire

A volte leggo queste recensioni negative a dei libri, pesantemente negative e spesso giuste e ben argomentate per spezzare le gambe a libri di grandi nomi e che quindi vanno in giro per il mondo come il re nudo prima di venire smascherati, e mi pare – ma forse è una impressione solo mia – che per quanto siano necessarie e giuste nelle argomentazioni, siano poi sbagliate nel sentimento, in quella sottile vena di compiacimento nel ferire, nel far male, nell’affondare il coltello nella piaga. Le leggo e mi chiedo: che gusto c’è a ferire gli altri? È invidia? Livore? È piacere? È senso talebano di giustizia? Solo perché hanno avuto qualcosa che non meritano? Ecco, ogni qual volta io fra le righe di una stroncatura ci leggo quel sottile compiacimento nel ferire gli altri mi prende la voglia di fare un passo indietro, anche se magari la recensione è giusta e messa a fuoco. Non perché gli altri non vadano feriti se serve, ma perché per farsi piacere una cosa così un po’ guasti da qualche parte bisogna essere. Ma assai peggio di chi scrive e ci mette la faccia, credo, ci sono quelli che si accodano compiaciuti: “è proprio quello che pensavo anch’io!” solo che tu non lo hai scritto, te ne sei guardato bene, ti sei accodato col tuo ghigno al giudizio negativo di un altro per lucrarci sopra, che in gergo si dice fare gli avvoltoi.

domenica 14 giugno 2020

anche le statue sentono dolore

Questo, credo, sarà l’ultimo post che scrivo su Montanelli e la statua, un po’ perché mi sono rotto di tutte le polemiche in merito e un po’ perché sapevo già come andava a finire e quindi è inutile continuare. Però volevo dire un’ultima cosa, e cioè che spesso per le cose che diciamo/facciamo ci sono anche altri motivi che non vengono subito in superficie, ma stanno un po’ più a fondo e magari toccano solo in parte il nocciolo delle questioni. Così, leggendo le tante opinioni in merito, mi sono chiesto anch’io perché per certi versi mi toccasse così tanto questa faccenda della statua di Montanelli. E credo succeda anche perché quella statua non mi dice nulla come simbolo istituzionale, ma piuttosto mi parla come immagine. Tu guardi quella statua e pensi “Ecco Montanelli, fascista, colonizzatore africano, che comprò e stuprò una bambina”; io la guardo e non ci vedo un uomo che stupra una bambina (forse servirebbe Cattelan per quello), ci vedo solo l’immagine di un uomo seduto – come sul cesso – che sta scrivendo sulla macchina da scrivere, che potrebbe essere anche un pc. Lo so che manco di fantasia, e che qui vale un po’ il fenomeno del quadro di Magritte, “Ceci n’est pas une pipe”: poiché io ti scrivo sotto che quello è Montanelli tu ci infili dentro tutta la vita di Montanelli, e se è un’altra cosa tu penserai che è un’altra cosa, ma io non ho tutta questa fantasia e quindi se mi metti davanti un uomo seduto che scrive, anche se sotto ci scrivi “Montanelli” oppure “Filippo” oppure “Elefante a pois in volo”, io vedo solo un uomo seduto come sul cesso che scrive. È un mio limite. Ed eccone un altro: poiché io faccio la stessa identica cosa ogni singolo giorno per dieci ore al giorno, stare seduto come sul cesso a scrivere, inevitabilmente mi identifico in quell’immagine, che diventa una metafora della mia vita. Gli altri, più furbi di me, hanno delle vite, dei lavori, una famiglia, una identità alternativa alla scrittura, scrivono nei ritagli di tempo e sperano in uno spazio di attenzione che li risollevi dalla quotidianità. Io faccio solo quello dalla mattina alla sera, sto seduto a scrivere, dedicando tutta la mia vita alla scrittura mia e degli altri, pieno di dubbi e circondato da gente che ogni singolo giorno mi chiede: “ma è possibile, è reale, riesci davvero a viverci?” perché in fondo sono tutti convinti, anche chi mi vuol bene, che sto sbagliando, che sto peccando di presunzione. Ogni volta che qualcuno mi fa quella domanda io sorrido, farfuglio una battuta per stemperare il fastidio, ma in fondo mi sento come quella statua che si prende una secchiata di vernice in faccia. Un po’ come Montanelli, in cui non mi riconosco, ma che bene o male ha dedicato tutta la sua vita al giornalismo e si era illuso che questo bastasse a cambiare il giudizio della storia su di lui; anche io mi sono illuso che a furia di fare soltanto una cosa, stare seduto come sul cesso a scrivere, ne avrei fatto un’arma utile, sarei stato in grado di cambiarmi la fedina di fallito, almeno a posteriori. Invece proprio Montanelli ci insegna che non funziona così, che quello è destino di pochi eletti, tutti gli altri verranno ricordati per ciò che hanno fatto quando non scrivevano e resteranno, chi più chi meno, soltanto degli stronzi. "Ma che dici, tu sei bravo, tu non hai mica stuprato una bambina" mi direte. Ma nemmeno quella statua lo ha fatto. Quello che ha stuprato la bambina ora sta in un cimitero. La statua sta seduta in un parco e scrive e si prende le secchiate per tutti, proprio come sto facendo io. E anche se lo so che forse sto dicendo un mucchio di fesserie e non capisco la gravità dei peccati di Montanelli, probabilmente mi ha fregato il mio amore per “Il principe felice” di Wilde, che è il primo libro che mi ricordo di aver letto, regalo di mio padre, e con cui ho imparato che anche le statue sentono dolore.

martedì 26 maggio 2020

febbre creativa

Come volevasi dimostrare, finita la reclusione è anche finito lo sconvolgente flusso creativo per cui mi arrivavano 8-10 manoscritti al giorno, segno che tanta poesia era meramente curativa, serviva cioè a tenere insieme i nervi scossi delle persone. Che a me umanamente va anche benissimo, è uno dei motivi per cui credo che la poesia non sia solo arte per l'arte, altrimenti uno non vi si rifugerebbe nel momento del bisogno. Però spero anche che dei vari diari del COVID-19 faremo tutti a meno d'ora in poi. Poi certo, il mondo è pieno di sadomasochisti incalliti e il capolavoro è sempre nascosto dietro l'angolo. Anzi, leggevo stamattina in un post: "io chiedo all'arte non che mi faccia star bene ma che mi ferisca". E io allora auguro a tutti gli amanti dell'arte che ferisce di trovare un sacco di opere d'arte che vi prendano a calci e bastonate e vi facciano sanguinare per ore, finché non implorate pietà alla madonna incoronata di spine. Io mi tengo a un metro di distanza e vi guardo le spalle con affetto.

giovedì 7 maggio 2020

croce

Se ora mi piantassero un chiodo nella spalla farebbe meno male. Alla fine lo stress mi ha raggiunto e si è conficcato fra collo e scapola, lì dove si appoggia la mia croce.

venerdì 3 aprile 2020

insensibilità

"Amore è quando ti attecchisce un gelso in fronte". Continuo a ripensare da giorni a questo verso di Lino Angiuli. Quando l'ho letto per la prima volta mi è sembrato così leggero, luminoso, da essere quasi alieno a quanto si legge oggi. Un verso che viene quasi da un altro tempo. Lo rende diverso la gioia vitale che ne trasuda, una gioia nuda, che è priva di pudore, senza mascherine. L'altro giorno un amico che ama la poesia mi diceva che sta leggendo poesia che ferisce, che entra nella carne, toglie il fiato. E credo questo sia il sentimento generale che prevale oggi in chi legge e scrive poesia. Siamo a tal punto dentro il nostro tempo, talmente assuefatti alle sue brutture, alle sue deformazioni drammatiche, televisive, che non solo la felicità, il semplice riso, ci paiono quasi fuori posto, ma ormai per sentire che "c'è" la poesia ci serve che sia cruda, scabra, caricata a pallettoni di dolore. Sale sulle ferite. Una poesia semplicemente gioiosa non ci è concessa, non ce la perdoniamo, e non perché non riusciamo più a innamorarci, a gioire (e per gioire non si intende "accontentarsi delle povere cose" che è già una proiezione in negativo, ma godere del tutto che c'è in quanto mi piace, mi fa stare bene, che è una proiezione salutare della vita); ma soltanto perché la nostra pelle è così spessa, il nostro cuore a tal punto anestetizzato che non la sentiremmo sincera, la poesia, non la sentiremmo profonda se muovesse solo al riso, restasse fuori, vibrante nell'aria, se non si spingesse un po' più a fondo, ancora più a fondo nella carne, fino a farci sanguinare, fino a ricordarci attraverso il dolore che siamo vivi, creature di masochistico splendore. Il che non è un demerito della poesia, credo, ma una perdita del poeta.

mercoledì 1 gennaio 2020

piangere

Invecchiare significa, fra le altre cose, confrontarsi coi problemi di salute tuoi e di chi ti sta accanto. In questo senso, la mia e quella di alcuni miei amici è stata una fine d’anno emotivamente difficile. Così, quasi richiamato da esso, ho riletto Questa libertà, l'autobiografia di Pierluigi Cappello. In particolare sull'ultimo capitolo, che parla dell'incidente che lo ha paralizzato a vita, ho pianto allo stesso modo in cui feci per la prima volta cinque anni fa. Ho pianto per due ore, mentre leggevo. Piangere su un libro è il regalo che mi sono fatto per cominciare meglio quest’anno. Perché, per «restare umani», bisogna prima di tutto imparare a sentire – e non soltanto capire – il dolore degli altri. E i libri servono anche a questo.

martedì 26 novembre 2019

il dolore di creare qualcosa

Imparate a conoscere il dolore di creare qualcosa. Una volta imparato siate pronti a essere indulgenti con gli altri. In poesia, in letteratura, in tutto. 

[Yuki Suetsugu]