Ieri – per quella strana forza che si chiama destino – un amico che non sentivo da un po’ mi scrive per chiedermi se Sergio Garufi fosse morto. Io preso dal panico scrivo un messaggio a Garufi per chiedergli se sta bene. Garufi mi risponde che sta bene – è solo che gli hanno hackerato il profilo Fb e ora tutti gli scrivono messaggi del tipo “Manchi” oppure “Vorrei che fossi qui” che possono ingannare chi non sa, ma Sergio ha scelto di prendere la palla al balzo e invece di farsi un nuovo profilo ha rinunciato ai social. Così gli ho scritto e lui mi ha annunciato che proprio ieri sono usciti due suoi racconti su due diversi libri che ne attestano la buona salute. Uno sta su un libro sul cinema a Milano. L’altro è dedicato alla figura del filosofo Dario Generali e parla del suo rapporto di amicizia con lui, nato quando Generali divenne suo professore al liceo: uno di quei rapporti – nonostante la differenza d’età – profondi, solidi, antichi, che sembrano usciti da un romanzo di Giorgio Bassani, così inusuali oggi in puro clima di svuotamento e contestazione della figura professorale. Generali, spiega Garufi, non mi ha dato soltanto un metodo di lettura e di analisi che poi ho applicato per tutta la vita nei miei scritti, ma mi ha dato anche dei ricordi che sono legati a dei luoghi, a dei discorsi, a delle canzoni. Così Sergio, legando quel rapporto a un tempo e a una canzone che cantavano spesso nei loro giri in auto, “E ti vengo a cercare” di Battiato, fa un paragone con le modalità di amicizia attuali. Oggi, tramite i social, ci si tiene in contatto istantaneamente col telefono, si sta fermi in un punto, il nostro centro, e si scrive all’altro dal proprio centro richiamandolo a sé, come due fari che si guardano attraverso il mare. Ma una volta, prima dei social e degli smartphone, dice Sergio, se volevi arrivare a qualcuno, nell’incertezza della sua presenza, dovevi per forza andarlo a cercare, chiedere di lui, muoverti verso di lui, anche solo per andare a fischiare sotto la sua finestra, o sedersi su un muretto aspettando che passasse, e quel movimento, la sua intensità e durata, misuravano il tuo affetto, il tuo bisogno dell’altro. Allo stesso modo dello scrivere a/di una persona, che è un po’ come muoversi interiormente verso di lei, fare uno sforzo di memoria per rimettere insieme dei pezzi, dare la misura del proprio affetto attraverso la logica di un discorso in uno spazio che è quello del cuore. E questo perché, conclude Sergio, gli amici e gli scrittori, o gli amori, che più contano nelle nostre vite, non sono soltanto quelli che più frequentiamo, ma soprattutto quelli che, in un modo o nell’altro, non smettiamo mai di cercare.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
mercoledì 27 novembre 2024
giovedì 14 novembre 2024
raffaello baldini
C’è un mio amico che mi chiama raramente ma quando succede lo fa per un motivo speciale tipo l’ultima volta che gli era nata una figlia mentre oggi era in fila alla cassa del supermercato e anche se ci pensava già da ieri gli è venuta proprio in quel momento con la gente intorno che vociava questa voglia di dirmi che lo devo proprio leggere l’ultimo libro di Paolo Nori nel quale Nori dice che per lui sicuramente il più grande poeta italiano è stato Raffaello Baldini che non scriveva nemmeno in italiano ma scriveva nel dialetto di Santarcangelo e poi traduceva in italiano e Nori lo ha letto spesso sia in dialetto sia in italiano per se stesso e per gli altri e alla fine ci ha scritto questo libro per dire di questo suo amore e il mio amico allora mi ha mandato la foto di due pagine in particolare in cui Nori riporta e commenta una poesia di Baldini che parla appunto di un amore che non nasce a Venezia o Firenze o a Parigi o a Berlino ma sul vagone del treno un po’ prima di Forlimpopoli ed è questo dice Nori che lo rende davvero grande Baldini e cioè che un amore in Baldini possa nascere sul treno un po’ prima di Forlimpopoli ma con una tale delicatezza che a pensarci è la stessa cosa del mio amico che mi chiama con la voce gonfia di entusiasmo per dirmi devi leggerlo questo libro è bellissimo mentre è in fila alla cassa del supermercato.
domenica 10 novembre 2024
se mi vuoi bene
sabato 9 novembre 2024
regalare libri di poesia
Ieri è passato a trovarmi Domenico, che ha fatto qualche anno fa l'alternanza scuola-lavoro con me e adesso studia medicina a Bologna, e un po' per interesse suo un po' perché spero di avergli lasciato qualcosa, continua a frequentare la poesia, ma come mi ha detto ieri si diverte più a leggere quella degli altri che a scriverla e come fa ogni volta che viene a trovarmi mi porta il libro scritto da un altr* che gli è particolarmente piaciuto. E stavolta mi ha portato questo.
martedì 5 novembre 2024
certezza
martedì 15 ottobre 2024
l'avversario
Ieri sera a cena parlavamo di Limonov di Carrère e della Russia in cui aveva cominciato a scrivere poesie, una Russia in cui – come diceva Silvio – un ragazzino di 13 anni e senza i giusti agganci era già condannato, sapeva già che la cosa migliore che gli poteva capitare era diventare un alcolizzato di vodka, oppure se gli riusciva fuggire, e questa visione della Russia era l'unica cosa che Limonov avesse in comune con Brodskij, il suo avverario di sempre, quello che voleva battere a tutti i costi diventando più bravo, più famoso, più grande. Perché in arte, più importanti degli amici sono i rivali, reali o immaginari che siano. Lo dice proprio Limonov, in una intervista del 2014 (tradotta da Davide Brullo e Fabrizia Sabbatini), in cui confessa quanto gli manchi il suo avversario: “C’è stato soltanto un uomo il cui talento letterario era commisurabile al mio – benché diverso e minore del mio. Iosif Brodskij. (…) Mi sento un po’ solo a causa della sua assenza, ho pure scritto una poesia su quanto mi senta solo al mondo senza di lui. Può o meno fa così: Senza Brodskij, la noia mi devasta. (…) Brodskij era un Maestro, abbiamo vissuto una complicata relazione di amore-e-odio. Non gli piaceva il mio primo libro, invidiava alcune pagine di Diario di un fallito. Ho invidiato la sua ode In morte di Zukov. Quando, nel 1998, uscì il mio libro, Anatomia di un eroe, avevo fisicamente bisogno che Brodskij leggesse quel libro. O uno simile a Brodskij. Ma Brodskij giaceva conficcato nel suolo di Venezia. (…) Non era brillante, Iosif, ma era un Maestro, sapeva apprezzare, sapeva sentire. È una rara apparizione, un Maestro, dunque, ora, chi cazzo mi leggerà?”
sabato 28 settembre 2024
per gino
La settimana è cominciata con la morte di Gegè ed è finita con quella di Gino. Ho letto i ricordi di tanti oggi, ognuno che lo lega a un particolare periodo della sua vita: gli anni in radio, oppure al lavoro come centralinista in ospedale, o prima ancora quando negli anni ’70 suonava le tastiere in un gruppo pop incidendo un 45 giri di successo che gli aveva procurato l’attenzione di un bel po’ di ragazze e una lunga serie di avventure erotiche che qui non si possono dire, ma mi aveva raccontato lui stesso con grande divertimento durante gli anni del mio servizio civile da obiettore di coscienza, quando si sedeva con me durante le mie ore di turno, stringendo nervosamente le mani intorno al ginocchio e fumando una sigaretta dietro l’altra, oppure facendole scattare all’improvviso con un ghigno e puntandomi il dito sottile sotto il naso quando voleva prendermi di sorpresa se mi vinceva la sonnolenza. È stato allora che l’ho conosciuto, nei pomeriggi afosi dell’estate 2003, quando Gino mi insegnò cosa significasse accompagnare un cieco, prenderne il passo, ovvero adeguarsi a una velocità comune di modo che l’altro camminasse 𝘤𝘰𝘯 te, seguendo il tuo passo, fidandosi di ciò che vedevi tu anche per lui; prendere quel certo passo che dice “fidati di me”, sembrava una cosa facile ma era una bella responsabilità, prendere quel passo e procedere rilassati, senza che ti si irrigidisca il braccio per quella pressione gentile o irritata a seconda dell’umore, stando attenti alle scale, ai marciapiedi, alle buche, ai gradini, al traffico, alle merde dei cani, senza cambiare marcia, senza accelerare o strattonarlo in avanti come si fa a volte coi cani o coi bambini, con la delicatezza di chi vede l’altro che si tiene a te. Era facile dimenticarsi di lui, perché era minuto, sottilissimo, leggero, aveva le mani delicate da pianista e il passo baldanzoso di chi si è sempre fatto strada da solo al buio, preceduto da tutta una serie di magnifici e buffi esclamativi, “Yooooh!”. Aveva una sua malinconia che si esprimeva in lunghi silenzi, in lunghe giornate di apatia passate a letto, in plateali scatti d’ira che assomigliavano ai capricci di un bambino quando lasciava la stanza sbattendo la porta. Era leggero anche oggi nella cassa, non lo vedevo da anni, troppo minuto nel suo vestito elegante che pure gli donava, le mani posate con delicatezza l'una sull'altra, i capelli tirati morbidamente indietro, gli occhiali scuri sul naso: gli occhiali che lo avevano accompagnato per tutta la vita come un accessorio necessario e che adesso, che più non gli servivano, gli davano un’aria molto cool nella morte, da vera star, come quand’era ragazzo. Stavo seduto davanti a lui e dall’altra parte della cassa stava seduta una coppia, entrambi commossi, lui ha tirato fuori dalle tasche due fazzoletti, uno per sé e uno per la sua compagna, poi lui ha chiesto “sei pronta?” e quando lei ha detto sì, hanno cominciato a piangere insieme.
domenica 22 settembre 2024
amicizia
giovedì 12 settembre 2024
ma che ci avrà?
Autrice con cui ogni tanto mi sento viene mollata dalla sua compagna «troia» (come la definisce) che dopo trent’anni di vita da lesbica l’ha lasciata per un uomo, inutile e abietto come tutti gli uomini per cui si perde all’improvviso la testa sfasciando solide relazioni di coppia. È, insomma, una sconfitta su tutti i fronti, sentimentale e di genere. A peggiorare le cose, la mia amica ha scelto di parlarne con me. Provo a consolarla come posso, ma non sono molto bravo in questo caso. Ogni volta che, cercando di darsi dei motivi, se n’esce con frasi del tipo: «Ma che ci avrà lui che manca a me?» mi parte un sorrisetto cretino che la fa incazzare doppio. – Lillo, prova a dire quella cosa, prova solamente a dirla e giuro che ti carico di mazzate! Lillo, statti accorto! – E io ci provo a contenermi, ma niente, è più forte di me: alla terza volta che se lo chiede, finisco per prendermi io le mazzate destinate a lui.
lunedì 9 settembre 2024
io lei e woody
Tutti hanno, fra i propri amici, quelli che sono particolarmente facili all’innamoramento, specie se dall’altra parte c’è la persona sbagliata. Io, ad esempio, ho questa mia amica che tende a innamorarsi con una facilità estremamente invidiabile di qualsiasi stronzo le capiti a tiro, basta che sia anche solo minimamente stronzo allora lei se lo piglia. Ma fin qui siamo nella norma delle comuni amicizie. La vera particolarità di questa mia amica è che lei ha trovato un rimedio infallibile per ogni paturnia del cuore, e quando mi cerca per farsi consolare, a parte piangere e lamentarsi o farsi abbracciare, la prima cosa che mi propone è che ci guardiamo insieme un qualche film di Woody Allen. A me la scelta del titolo, tanto a lei piacciono tutti allo stesso modo. Lo dice, ma la verità è che sappiamo bene cosa succederà, che ogni volta che metto un suo film non arriviamo nemmeno a metà che lei si è già addormentata. Così finisce sempre che mentre lei soffre e smaltisce la sbornia di dolore sonnecchiando sul divano, io resto lì da solo a guardarmi Woody Allen per tutti e due. Addirittura sospetto che alcuni film che lei dice di amare in modo particolare, vedi Manhattan ad esempio, li conosca così bene solo perché glieli ho raccontati io: infatti secondo me, ma lei smentisce, non arriva mai alla fine dei film solo per il piacere di farseli raccontare da me.
venerdì 30 agosto 2024
da anni immemorabili
Era il 1935. Scrive Giorgio Caproni: «Io non avevo ancora pubblicato niente in volumetto – ricevetti un libretto, mi pare accompagnato da una cartolina postale. Il libretto era intitolato La barca, l’autore era Mario Luzi, e diceva: “Sono un giovane studente di filosofia, le mando questo libretto in omaggio” eccetera, eccetera, senza chiedermi un giudizio». Fu così che il primo in assoluto a segnalare il ventunenne Luzi che esordiva in poesia, fu il ventitreenne Caproni, non ancora pubblicato in versi, ma già recensore letterario per ‘Il popolo di Sicilia’. Ricorda Luzi: «Sono legato a questo mite ma severo e indefettibile ‘faber’ da anni immemorabili, fin da quando a Castello dove ancora abitavo mi arrivò un giornale siciliano che conteneva una nota su La barca, il mio primo libro: e me lo mandava da Genova l’autore che si firmava appunto Giorgio Caproni. Era il primo segno di attenzione che mai avessi ricevuto da fuori e anzi da lontano per via pubblica». Continua Caproni con la sua prima impressione della raccolta: «Insomma, mi fece un po’ l’impressione degli Ossi di Montale, ma mentre gli Ossi erano volti a quella tipica disperazione radicale propria di tutti i genovesi, questo Luzi invece era volto sul rovescio, alla speranza, no?» annotando come l’autore fosse, non necessariamente in negativo, «un convinto e perfetto cattolico», ma anche «un vero poeta». Ne fu a tal punto convinto che continuò poi a recensirne puntualmente le uscite fino al 1963 (Nel magma), e a farlo soltanto «per amore», quando cioè solo «per amore» si poteva ormai scrivere una di quelle «piuttosto degradanti cose chiamate recensioni».
venerdì 23 agosto 2024
porcata
Il
momento più alto che possa capitare a un editore, quando viene a
trovarti un autore di cui sei amico ma non vuoi pubblicare, che trovando
fra le carte del tuo studio una vecchia poesia scritta per te su un
tovagliolo, la legge quasi disgustato e chiede: Chi l'ha scritta sta
porcata? E tu scoppi a ridere e rispondi: L'hai scritta tu! Ora hai
capito perché non ti pubblico?
giovedì 15 agosto 2024
il “nemico”
Si può essere, da antifascista, amico di un fascista? Me lo chiedeva un amico un po’ di tempo fa? – Se il fascista è intelligente sì, rispondevo. – E lui incalzava: Ma ci sono fascisti intelligenti? Io non credo. – Mi è tornato in mente stamattina, mentre leggevo dell’incredibile amicizia fra Piero Gobetti e Curzio Malaparte, che ha un doppio livello di lettura. Sul piano pubblico era pungente, severa e sarcastica, specie da parte di Gobetti, oppure assai prudente, specie da parte di Malaparte; su un piano privato era un’amicizia più intima, onesta ed affettuosa. Nelle loro lettere, lettere di due ventenni che guardano il mondo da punti di vista opposti, riescono a parlarsi in nome del talento che entrambi riconosco all’altro. Malaparte, acutamente, dice che quello che li separa è l’esperienza della guerra, che lui ha fatto, segnandolo nel profondo, e il poco più giovane Gobetti no, lasciando puro il suo idealismo. Gobetti predice a Malaparte che, con la sua intelligenza e col suo carattere così bizzarro, non gli ci vorrà molto prima di litigare coi fascisti, ma questo non potrà che fare bene alla sua scrittura, liberandola dalla brutta retorica del regime. Malaparte si preoccupa per lui, lo mette in guardia, implora di lasciar perdere l’editoria politica e dedicarsi esclusivamente all’arte e alla letteratura, prima che i fascisti lo facciano fuori. Gobetti invece sceglie di emigrare a Parigi per continuare da lì la sua lotta e viene ucciso nel 1926. Malaparte non commenta in alcun modo la sua morte e scriverà solo anni dopo, a guerra finita, quasi come un tributo postumo per quanto tardo, che “senza dubbio Piero Gobetti è l’uomo che, in senso antifascista, ha avuto maggiore influenza sulle giovani generazioni”, facendo di lui “il capo riconosciuto dell’intellettualismo antifascista”, più ancora di Gramsci, insomma. Nel 1925, a testimonianza della sua grandezza l’editore Gobetti pubblica due libri diversissimi fra loro. Uno di un giovane e riottoso poeta genovese alla sua prima pubblicazione, uno dei pochi intellettuali italiani che non aderì al fascismo, gli “Ossi di seppia” di Eugenio Montale; e l’altro di Curzio Malaparte, prima ancora che prendesse quel soprannome, una raccolta di saggi e articoli sul fascismo, chiamato “Italia barbara”. Gobetti lo presenta con una nota in copertina scritta di suo pugno, e degna di quella che vent’anni dopo Vittorini avrebbe riservato a Fenoglio per “La malora”. Scrive Gobetti: “Presento al mio pubblico il libro di un nemico. Coi nemici si vuole essere generosi: qui poi Curzio Suckert ci aiuta a combatterlo. Mi piace essere settario-intransigente, non settario-filisteo. Ho giurato di non rinunciare mai a capire né ad essere curioso. Curzio Suckert dunque è la più forte penna del fascismo: io non gli farò l’oltraggio di confutarlo. Completare immagini, opporre politica a variopinta fantasia e a stile pittoresco non è di mio gusto. Il mio antifascismo non combatte mulini a vento. Gli spiriti bizzarri amo lasciar sbizzarrire e anche della loro faziosa toscana letteratura, quando è letteratura, applaudirli. Sono oppositore; né melanconico, né pedante”. L’anno dopo Gobetti verrà ucciso. Nel 1928, Malaparte gli dedica un libro che Gobetti aveva letto in anteprima e che avrebbe voluto pubblicare, una raccolta di scritti satirici intitolata “Don Camaleo” dove si descrivono le malefatte di un fascista che, proprio come un camaleonte, riesce a cavarsela sempre in virtù della sua innata capacità di trasformismo. Da un verso è una presa per il culo di Mussolini, e a suo modo di Malaparte stesso, dall’altro è un sentito ‘mea culpa’ indirizzato alla coraggiosa intransigenza del “nemico” Gobetti.
lunedì 15 luglio 2024
per la morte della gatta grigia
Dopo 16 anni di vita insieme stamattina è morta la mia gatta grigia con lo sguardo antipatico, a cui non ho mai dato un nome. Era entrata nella mia vita in un giorno d’estate come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, attraversando la porta di casa e gettandosi in un angolo con un lungo gnac che voleva dire Eccomi a casa, la casa che aveva scelto lei per se stessa, io l’ho accolta e da allora non è più andata via, prendendosi un pezzo alla volta tutto quello che poteva, in ultimo la mia sedia che era diventata la sua. Ho passato gli ultimi due giorni seduto per terra accanto a lei terrorizzata dal buio che veniva, con la mano sulla sua testa per farle sentire che c’ero, le parlavo e lei mi rispondeva a sibili e sospiri, e se mi allontanavo mi chiamava, e quando è morta qualcosa finalmente si è rotto e ho cominciato a piangere insieme tutte le lacrime della nostra amicizia e quelle che non ho mai pianto per la morte di mio padre.
martedì 11 giugno 2024
l'amicizia
Mi viene a cercare Gianni, un mio vecchio compagno del catechismo che non vedo da allora. – Antonio, ma come, ho saputo dei tuoi grandi successi lavorativi, e tu non mi dici nulla! – Quali successi? – Non sei tu Antonio Lillo che dirige l’Ufficio tecnico al Comune? – Ahhh! No. Quello è mio un omonimo. Ogni tanto mi chiamano per sbaglio, ma non sono io. – Fa una mezza risata. – Ah non sei tu, mannaggia! E che lavoro fai, invece? – Faccio l’editore – Fa uno sguardo vuoto. Glielo spiego meglio. – Faccio libri. – Allora si illumina. – Ah, sotto a Giacovelli stai? – Sotto a Giacovelli 𝘭𝘦𝘷𝘢𝘭𝘰… – Ahhh, mannaggia! Ma almeno lo conosci? – Chi, Paolo? Sì che lo conosco. – Ma siete almeno amici? – Gianni, ma tu cos’è che vuoi da me? – Fa lo sguardo offeso. – Nulla! Ma se siete amici è meglio.
venerdì 17 maggio 2024
buste
Ho appena raccolto i piselli dall'orto. Passa mia zia a trovarmi e mi porta una busta piena di ciliegie rosse. Subito dopo passa un'altra zia e mi porta una cassetta di nespole mature. Suonano alla porta ed è la vicina con una busta di asparagi. Mia madre intanto ha fatto il pane caldo. Un amico mi scrive che vuole portarmi due bottiglie di vino. Un altro amico mi chiama per dirmi che è appena diventato papà. Poi dice che non vivo nella terra più bella del mondo, qui anche non avendo un soldo basta allungare la mano fuori e c'è qualcuno che ti passa una busta piena di sorprese.
mercoledì 8 maggio 2024
vittorio
Ieri è venuto a mancare Vittorio De Michele. L’ultima volta che l’ho visto mi aveva detto di stare meglio, però mi aveva chiesto il favore di impaginargli un libro fotografico, che è stato stampato in 2 sole copie: una per sé e una per sua figlia, come ricordo di un viaggio fatto insieme. L’ho trovato un gesto di grande tenerezza, tipico di una persona così sensibile ed entusiasta quale era lui. Gli avevo impaginato anche il libro precedente, quello coi trulli in copertina che partiva dal ricordo di viaggio di un soldato inglese a Locorotondo e che poi è uscito con un editore svizzero. Vittorio sperava glielo pubblicassi io, ma non ci siamo capiti e alla fine mi disse “Gli editori di Locorotondo dovrebbero essere più coraggiosi”, una piccola stoccata ma senza guardarmi in faccia, come se fosse un’osservazione casuale, per non trasformarla in una discussione che non c’è mai stata. Sull’ultimo numero della rivista “Locorotondo” mi chiese di includere un suo scritto che parla dei pellegrini che nel 700 passavano per il nostro paese, voleva che fosse pubblicato come ricordo per i nostri lettori. Ecco tre lavori diversi in cui ritornano i suoi punti fermi: il nostro paese inteso come comunità umana fortemente coesa in cui se ci si dà una mano si è più forti, l’importanza degli affetti famigliari, un grandissimo istinto come storico, ma anche estetico che si esprimeva attraverso varie arti, dalla fotografia (perché era un ottimo fotografo) alla musica, l’amore per il viaggio, o meglio ancora il pellegrinaggio che è un’altra cosa: pellegrino è chi viaggia per fare una sua ricerca spirituale e non per semplice divertimento. Vittorio aveva tutte queste qualità, che gli venivano universalmente riconosciute e infatti ieri moltissime persone si sono unite spontaneamente in un grande abbraccio collettivo. Eppure, aggiungo, molti gli volevano bene come persona e come medico (perché era un ottimo medico), molto meno forse come storico. L’area archeologica di Grofoleo, ad esempio, la cui vicenda lo vede fra i suoi protagonisti, ne è la prova: l’attenzione recente posta su quell’area si deve in fondo a una sua scoperta, e il fatto che sia stata ricoperta da una strada è la prova che da quel punto di vista il senso della sua ricerca non è stato capito, apprezzato forse, ma non condiviso. Una volta me lo disse lui stesso, come dato di fatto: “Antò, ai curdunnesi della loro storia nan ce ne fotte nudde”. Eppure, parlando di storia, io dico che fra molti decenni, quando del ricordo così affettuoso di chi lo ha conosciuto non resterà più nulla, di Vittorio resteranno ancora i suoi libri e l’importanza delle sue ricerche storiche sul nostro territorio. Io posso dire, nel mio piccolo, che a breve pubblicheremo un libro di uno studioso americano, Anthony H. Galt, che ha fatto uno studio sul nostro territorio pubblicato dalla Cambridge University Press, dove Vittorio è citato più volte. Non sono tanti gli studiosi del nostro paesino la cui bibliografia è citata a Cambridge, e non solo lì. Vittorio è stato uno dei pochi ad arrivarci, e scusate se è poco.
mercoledì 17 aprile 2024
lunghi abbracci
Certe volte dovrei essere più grato per gli amici che ho. Prendi ad esempio Fabio Macaluso, avvocato e gentiluomo. Siccome è in Sudamerica, gli ho scritto prima una mail per chiedergli un'opinione su un problema di diritti. Fabio appena sveglio (con la differenza di fuso orario) legge la mail e mi chiama apposta dal Sudamerica per dirmi, testuali parole: "Antonio, hai fatto una cazzata, ma non ti preoccupare, la risolviamo. Un abbraccio lungo 14.000 km!"
giovedì 11 aprile 2024
merlo
venerdì 29 marzo 2024
sogno della valigia
Nel sogno devo partire per il prossimo viaggio e per questo tutti i miei amici vengono a trovarmi a casa per salutarmi. Le sedie non bastano per tutti, così le cedo a loro e resto seduto per terra, a gambe incrociate, accanto alla mia valigia che è talmente grande e appariscente da sembrarmi volgare. Parlo con tutti con piacere sincero e dedico a ciascuno un sorriso, persino a chi mi rinfaccia di trovarmi eccessivamente dimagrito e stanco provando a passarmi un piatto di minestra. Soltanto dopo, quando arriva l’ora di andare mi accorgo che le mie gambe non si muovono, si sono addormentate. Così i miei amici che sembrano già sapere tutto mi aiutano. Aprono la valigia, che è vuota, mi prendono con cura per non farmi male e mi depositano al suo interno, accomodandomi gambe e braccia e richiudendola con la sicura. A questo punto non vedo più nulla, sento le scosse e i rumori del trasporto mentre vengo accompagnato verso non so dove, e mi rendo finalmente conto che se è vero che dovevo partire non conoscevo ancora la meta. Sono lucido nella valigia e questo mi spaventa. Sospetto addirittura di essere morto. E se la morte fosse questa perenne vigilanza anche dopo che ti hanno rinchiuso al buio, sarebbe orribile. Per fortuna si sentono molti rumori di strada e questo mi fa compagnia. Ma la valigia viene riaperta e mi ritrovo in una nuova stanza piena di gente che non conosco, seduta o in piedi, che parlotta distratta di fronte a me. Qualcuno mi tira fuori dalla valigia e poiché non ho più forza negli arti, che ricadono giù come se fossero disarticolati, come se io stesso fossi ormai trasformato in un burattino, mi depositano per terra, con le spalle appoggiate contro la valigia, e mi richiedono di descrivere la mia storia e parlare di come sono arrivato fin lì. Io lo faccio al meglio che posso, o perlomeno ci provo, ma la gente non mi ascolta, eppure ogni volta che ho finito qualcuno dal pubblico si volta a guardarmi e mi chiede: Scusa, non abbiamo capito, puoi ripetere? E a me, anche se sono intimidito, per una sorta di meccanismo interno o forse soltanto perché non mi sento pronto a tornare nella valigia, prende la voglia di fare meglio e ricomincio a raccontare da capo.

