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martedì 3 dicembre 2024

caro michele

Ieri ho visto due film di Mario Monicelli, di quelli considerati minori. Uno abbastanza bruttino, La mortadella, del 1971, con protagonista la Loren che va negli Stati Uniti per sposarsi e si porta dietro come dono di nozze un prosciutto prodotto apposta per lei, che ovviamente le crea problemi alla dogana (in sostanza una buona idea per un cortometraggio dilatata oltremisura). L’altro, assai più serio, è Caro Michele del 1976, trasposizione dell’omonimo romanzo epistolare di Natalia Ginzburg, definito da molti come lento ed eccessivamente letterario, di certo non immediato, ma invece parecchio affascinante. Garboli definiva il romanzo come il resoconto di un “progressivo assideramento” e altrettanto fa il film adattandosi a quelle atmosfere sospese e irrisolte, a cui Monicelli contrappone la figura rivisitata di Mara, antipaticissima e invadente ragazza di Michele, interpretata da Mariangela Melato al suo top. Ne deriva un film sull’incomunicabilità che rappresenta la disgregazione di una famiglia borghese e dei suoi amici (tutti abbastanza anemici, patetici o stronzi) che nulla hanno da dirsi e nulla da sperare e così si aggrappano per sopravvivere alla figura evanescente di Michele, scappato all’estero e che mai si vedrà ritornare (simile a un Godot in minore) ovvero a quella di Mara che però, di contro, o li vampirizza o li respinge con la sua sfacciata vitalità, fino a restate cocciutamente sola; e in questo senso è da segnalare il finale della pellicola che è un dichiarato e parodistico omaggio a Tempi moderni di Chaplin. Il film è visivamente molto bello, specie in determinate sequenze invernali o di chiara derivazione pittorica, ma la sua caratteristica più sorprendente sta forse nel fatto di essere non solo uno dei meno monicelliani dei film di Monicelli, ma allo stesso tempo il più alleniano, anticipando la struttura e le atmosfere pregne di muta disperazione di certi film di Woody Allen degli Ottanta. Persino l’apparentemente italianissima Mara, trasposta in un film di Allen, non avrebbe nessuna difficoltà a passare per la classica ragazza ebrea sboccata e scroccona, come se ne incontrano tante nei suoi film. È come se certo umorismo e fatalismo yiddish fossero stati assorbiti da Monicelli dalle pagine della Ginzburg e trasposti in una pellicola che anticipa molte delle future soluzioni sceniche di Allen, e tutto questo negli anni in cui lo stesso Allen non aveva ancora compiuto il suo passaggio dal puro cinema comico a quello più meditativo e drammatico della sua maturità (Io e Annie è del 1977). Nota di merito a margine, la pregevole presenza come attore (nella parte del padre artista di Michele) del poeta Alfonso Gatto.



lunedì 9 settembre 2024

io lei e woody

Tutti hanno, fra i propri amici, quelli che sono particolarmente facili all’innamoramento, specie se dall’altra parte c’è la persona sbagliata. Io, ad esempio, ho questa mia amica che tende a innamorarsi con una facilità estremamente invidiabile di qualsiasi stronzo le capiti a tiro, basta che sia anche solo minimamente stronzo allora lei se lo piglia. Ma fin qui siamo nella norma delle comuni amicizie. La vera particolarità di questa mia amica è che lei ha trovato un rimedio infallibile per ogni paturnia del cuore, e quando mi cerca per farsi consolare, a parte piangere e lamentarsi o farsi abbracciare, la prima cosa che mi propone è che ci guardiamo insieme un qualche film di Woody Allen. A me la scelta del titolo, tanto a lei piacciono tutti allo stesso modo. Lo dice, ma la verità è che sappiamo bene cosa succederà, che ogni volta che metto un suo film non arriviamo nemmeno a metà che lei si è già addormentata. Così finisce sempre che mentre lei soffre e smaltisce la sbornia di dolore sonnecchiando sul divano, io resto lì da solo a guardarmi Woody Allen per tutti e due. Addirittura sospetto che alcuni film che lei dice di amare in modo particolare, vedi Manhattan ad esempio, li conosca così bene solo perché glieli ho raccontati io: infatti secondo me, ma lei smentisce, non arriva mai alla fine dei film solo per il piacere di farseli raccontare da me.

giovedì 18 aprile 2024

coro

Stanotte in sogno è venuto a trovarmi Woody Allen (quello di Amore e guerra) per raccontarmi la trama di un film che aveva in mente e non poteva realizzare in cui una certa sera con una scusa invita a casa sua una ragazza per provarci, ma questa si porta dietro altri due pretendenti e quando dopo una notte rocambolesca nessuno dei tre ce la fa con lei, gli ultimi due all'alba distruggono la casa del primo. Così, mentre lui me lo raccontava, ero anche io in casa sua e c'era un gruppo maschile in costume d'epoca che faceva da coro greco cantando arie d'opera in salotto che io facevo finta di conoscere citando nomi e autori a caso, e in linea con la storia di invasione casalinga mentre cantavano fumavano e spegnevano le sigarette schiacciandole sul tappeto, cosa che faceva innervosire non poco Woody. "Ecco, mi diceva, se vuoi la storia io te la regalo ma per favore tieni fuori il coro."

sabato 23 marzo 2024

parallelo

Film commovente, di grandissima bellezza visiva, La viaccia (1961) di Mauro Bolognini, con Jean Paul Belmondo, Pietro Germi e una Claudia Cardinale al culmine della sua bellezza, segna il passaggio dalla sua prima fase artistica, più originale sul piano dei contenuti attraverso le sceneggiature, spesso di Pasolini, alla seconda, dove si attiene a realizzare raffinate trasposizioni di opere letterarie, spostando il contenuto sullo stile, dove insomma il contenuto è lo stile. Non a caso il confronto con Visconti. Qui però le atmosfere rimandano ancora alla prima fase più nichilista e pregna di mal di vivere delle sue più recenti pellicole con Pasolini (non a caso torna la Cardinale come nel Bell’Antonio a dare volto a un amore tanto necessario quanto impossibile da trattenere). E infatti, lancio un parallelo, secondo me il finale con Jean Paul Belmondo che dopo aver dichiarato a sua madre che non può vivere senza di lei, attraversa correndo Firenze per rivederla sulle note della “Rapsodia per sassofono e orchestra” di Debussy ha secondo me una eco nel successivo Manhattan (1979) di Woody Allen, dove l’identica scena si ripete a New York sulla “Rapsodia in blue” di Gerswhin. Nel film di Bolognini questo amore è già segnato e infatti Ghigo (Belmondo) riuscirà a rivedere Bianca (Cardinale) scomparire dietro un vetro prima di allontanarsi per sempre, nel film di Allen, pur nell’imminente separazione, Allen offre una speranza a questo amore nell’ultima battuta di Tracy (Mariel Hemingway), “bisogna avere un po’ fiducia nella gente” e nel mezzo sorriso di Allen, uno dei suoi pochissimi su pellicola, che sembra quasi fare il verso a quelli così vulnerabili del giovane Belmondo.

venerdì 21 luglio 2023

orgasmo

Ormai è diventata una consuetudine sentirmi dire, ogni volta che incontro qualcuno: "Antò, stai bene? Sei dimagrito ancora!" Io allora, per variare sul solito trito e ritrito bollettino sulla mia salute, amo dire che ho cominciato a praticare quel famoso apologo di Woody Allen dove mi sto lentamente restrigendo fino a scomparire in un orgasmo. Mi sono già immaginato la scena con un gran botto finale fra le case, come un sacchetto di carta che viene fatto esplodere fra le mani di un burlone e poi la scia che guizza sopra il campanile e una pioggia sottile che ricade dolcemente sul paese.

mercoledì 28 settembre 2022

ordine

Forse è per come la raccontano, ma a pelle continuo a sentire che c'è qualcosa di assurdo in questa storia che in Russia da una parte si fanno fare le elezioni per annettere quegli ucraini che vogliono diventare russi ma non li lasciano andare via e dall'altra si tolgono i passaporti a quei russi che vogliono scappare dal paese natale perché non vogliono combattere una guerra per annettere gli ucraini di cui sopra. Lo so che è una situazione tragica, ma più ci penso in questi termini e più mi sembra uno spunto comico alla Woody Allen, per cui mi sono immaginato un plot con delle trattative diplomatiche dove, per sistemare le cose, si organizza una sorta di scambio sul confine in cui prendi gli ucraini che vogliono diventare russi e li metti al posto dei russi che vogliono andare via dall'Ucraina. Poi chiedi agli ucraini diventati russi di arruolarsi per tornare a riprendersi le terre natali e ai russi diventati ucraini di difendersi con le unghie e coi denti per non tornare in patria. Così nei fatti non è cambiato nulla, ma tutti sono molto contenti perché hanno messo un po' ordine fra i motivi degli schieramenti.


domenica 20 marzo 2022

censura e lacrime

Stamattina leggevo che ci sono indignati, anche fra i miei amici, perché hanno censurato Orsini. La censura è orribile sempre, è vero, ma volendo essere pratici, chi se ne frega se Orsini non è più su Wikipedia? A parte che Wikipedia non è un’enciclopedia “libera”, ma fa capo a una fondazione che decide cosa pubblicare e cosa no (io ad esempio non ci sono e dovrei esserci), ma veramente c’era qualcuno che andava a cercare la sua pagina? E per far cosa, leggere la sua bibliografia? È vero che non amo Orsini e sono di parte – ho letto un paio di articoli suoi, anche su altre questioni, e lo trovo lontanissimo da me – ma non mi pare che con le sue analisi abbia scoperchiato il vaso di Pandora, ha semplicemente confermato, dall’alto dei suoi ex-titoli accademici, alcune idee di chi la pensava come lui. Anche questa se vogliamo è cultura mainstream, perché non rimette in discussione tutte le carte sul tavolo, conferma soltanto una delle mani in gioco. Anzi, anche la censura fa parte del gioco, perché a modo suo rilancia l’idea come “pericolosa”. E infatti Orsini, nel frattempo che veniva censurato da una parte, ha cominciato a scrivere sul Fatto quotidiano. Ecco, se vogliamo parlare di censura allora, io voglio fare il benaltrista: pensate che sono due anni che non vediamo un film di Woody Allen al cinema, né si sa se lo rivedremo. Questa è seria, perché non è legata a ciò che dice, ma alla sua condotta morale, alla sua storia, cioè si nega ad Allen di esprimersi come artista non perché è pericoloso ciò che fa, ma perché è imbarazzante ciò che è. “Lei è orgoglioso di essere ebreo?” gli chiede un tribunale di integralisti ebrei in una scena di Gigolò per caso di John Torturro. “Sono orgoglioso di essere ebreo… ma anche spaventato…” risponde Allen. Basta sostituire a “ebreo” l’aggettivo “americano” per capire. Proprio come per Chaplin, stanno aspettando la sua morte per rivalutarne l’opera e dedicargli una retrospettiva piena di commozione e di lacrime in lucida pelle di coccodrillo.

lunedì 14 giugno 2021

post lang

Dopo il post di ieri, oggi molti amici mi chiedevano com'è stato il film di Fritz Lang che ho visto ieri (e se fossi sopravvissuto). Sul film rispondo: Bellissimo! Solo che dopo mi ha preso una colica e ho passato la notte in bianco. Ho pensato che deve esserci una sorta di legge del contrappasso per cui per ogni bel film o libro o disco che ti arriva, ti prendi anche un po' di cacca per bilanciare. Ecco perché c'è tanta gente là fuori che non legge, il contrappasso non perdona. Alla fine, forse, ha ragione Woody Allen, la perfezione sarebbe vivere sempre e soltanto nei film, chiudere fuori la vita, il dolore, la perdita e le notti in bianco. Che poi è il succo di Matrix, prima che arrivasse Keanu Reeves a rompere tutto.

giovedì 5 novembre 2020

fermati woody

Oggi al telefono con una poetessa che fu amica di Attilio Bertolucci, mi racconta un aneddoto spassoso di suo figlio Bernardo. Pare che una volta il giovane ma già affermato Bernardo fosse a New York per lavoro, e vede da lontano Woody Allen. Ammirato e intimidito insieme comincia ad andargli dietro cercando un momento buono per attaccare bottone. Solo che Woody si accorge di lui, si spaventa per quell'uomo che lo segue, accelera il passo e poi comincia a scappare, inseguito. Immaginate la famosa scena di Manhattan in cui lui corre per New York miscelata con la notte degli assassini di Pinocchio. Woody davanti che corre a gambe levate gridando "Aiuto, aiuto, mi vogliono ammazzare!" e Bertolucci dietro che lo rincorre: "Woody, Woody fermati, sono Bernardo Bertolucci! Voglio parlare con te!"

martedì 30 giugno 2020

non lo faccio più

Se c’è uno scrittore a cui mi sento affine per spirito e stile, quello è Ennio Flaiano. Sono vent’anni che scrivo e, a parte un paio di amici, ci fosse mai stato un critico che abbia notato questa somiglianza. Qui due sono le cose: o sono io che m’illudo parecchio sui miei mezzi, oppure Flaiano, anche se lo citano in molti, in verità l’hanno letto in pochi. L’altro giorno, in un’intervista, ho fatto io la prima mossa e l’ho citato apertamente fra i miei modelli. Silenzio tombale dall’altra parte. L’intervistatore non lo conosceva, e ha provato a rimediare rilanciando su Woody Allen. Stanotte, in sogno, mi ha chiamato Flaiano stesso, inferocito: «Insomma, la vuoi finire sì o no di mettermi in mezzo? Con le tu uscite mi stai rovinando la reputazione!» E io a piangere e scusarmi: «Mi dispiace Ennio, non ti volevo imbarazzare. È stato un errore, un malinteso. Non lo faccio più!».

lunedì 25 maggio 2020

l'aggettivo "togliattiano"

Oggi leggevo in un articolo di Veneziani l'aggettivo "togliattiano" e mentre lo leggevo mi è venuto da sorridere, come quando ti trovi di fronte qualcosa di vecchiotto, ammuffito, un po' grigio e un po' rigido, insomma nostalgicamente retrò, un po' com'era la morale sessuale d'inzio '900 (parlo di morale sessuale perché il pezzo di Veneziani era su Woody Allen): la verginità è sacra, si diceva, anche se poi dietro c'erano un sacco di fuitine. Da noi si diceva scendere: se n'è scennute pe cure, se n'è scesa, andata via con quello, in attesa del matrimonio riparatore. E "togliattiano" sa un po' di quella cosa lì: una certa rigidità morale in merito alla sacralità/verginità della propria politica rispetto alle altre, dove il sacro però era più decantato che reale e restava vivo soprattutto un certo bigottismo provinciale. Poi perché scrivo tutto questo e dove voglio andare a parare non lo so, sarà che me ne sto scendendo anch'io stamattina, per non lavorare. O sarà che non si studia mai a scuola e per me Togliatti resta soprattutto quello della poesia di Saba chiamata A un giovane comunista, in cui Saba lo paragana a un giallo canarino e dice di preferire il canarino, sarà questo ma per me Togliatti, a cui Guttuso ha dedicato uno dei suoi quadri più belli è pieni di giallo e di rosso, è tutto meno che il colore, però stamattina ugualmente mi ha fatto sorridere il vetusto aggettivo "togliattiano", e ho pensato che forse andrebbe un po' riverniciato, per non lasciarlo ammuffire così, in certi sorrisi che poi inacidiscono col tempo. Io ad esempio, ho appena deciso che il mio prossimo gatto lo potrei chiamare Togliatti. Il gatto Togliatti. Così lo metto vicino a Mao e faccio una foto dei due.

lunedì 6 aprile 2020

la metà che dà il latte

Non ho mai letto un libro della Murgia, ma non ho mai ascoltato un disco intero di Battiato (non ci sono mai riuscito, a parte Fleur, quello sì veramente bello). Fondamentalmente non mi interessa nessuno dei due, e menomale perché se la Murgia avesse toccato uno dei cantanti che mi piacciono mi sarei inalberato anch’io. Però ieri ho notato questa cosa, e la dico, e cioè che esattamente un anno fa, aprile 2019, in molti condividevano i suoi post contro Salvini (“Salvini, tu non sai cos’è il lavoro!”) gridando: “La Murgia lo sa!”, mentre ieri gli stessi la condividevano per schernirla: “La Murgia, come al solito, fa la saputella e parla a sproposito!”. Siamo passati, a un anno giusto di distanza, da un polo all’altro in base all’obbiettivo che ci tocca. E a me pare che la Murgia, insomma, stia messa nell’opinione pubblica come la Diane Keaton di Amore e Guerra, “per metà santa e per metà vacca”, a seconda della metà che serve. Ma sempre meglio, come diceva Woody Allen, la metà che dà il latte.

mercoledì 11 settembre 2019

cortocircuito

...La smania di scrivere e riscrivere ponderose opere a volte fa incappare in lapsus ridicoli, come quello a pag. 371 dell’edizione cartacea, dove a proposito del libro di Voltaire, si dice Zelig invece di Zadig. Onore a Woody Allen. 

 (Zordan, recensione pubblicata su Amazon)

domenica 13 gennaio 2019

di chi è la colpa?

Ci sono due uomini al bar che commentano l’arresto di Cesare Battisti. Quando il figlio adolescente di uno dei due chiede chi è Battisti, l’uomo gli risponde: “Ma come non sai chi è Battisti? Cosa ti insegnano a scuola?”. “Perché non glielo spieghi tu?” fa l’amico al padre. “Io l’operaio all’Ilva faccio. Non sono bravo a spiegare le cose. È mia moglie che parla coi figli. Provaci tu, che sai parlare bene”. “Ma no, è una responsabilità, mica sono così informato sui fatti, e se sbaglio qualcosa? Che mi dirai dopo? Bisognerebbe studiarsi la cosa, ma chi mi paga per questo?”. “Appunto dico, sono pagati i professori, dovrebbero spiegarlo loro chi è Battisti!”. “Con quello che pagano i professori! Serve uno più in alto, almeno uno del sindacato”. “Buoni quelli a spiegare le cose! Non si capisce mai niente quando parlano!”. “E se provassimo con uno più in alto ancora?”. “Il Presidente?”. “Il Presidente no, ma almeno il Sindaco”. “Ci sono le elezioni, mica il sindaco si può sbilanciare, adesso. Ti risponderà come il ministro: la pacchia è finita! Che non significa niente, però dice tutto!”. “Ci stiamo complicando la vita! Sapere chi era Battisti ormai mi sembra un segreto di Stato!”. “E se chiedessimo al prete?”. “Che gliene frega al prete! Mica Battisti è uno della parrocchia”. “Io penso che potrebbe dire tante cose, invece”. “Sì, ma niente di preciso. Uno che non ha mai affrontato il problema, ci deve pensare bene prima di parlare. Ti risponderà che deve confrontarsi col Vescovo, col Papa!”. “Chissà cosa ne pensa il Papa? Un’idea lui ce l’avrà!”. “Bisogna vedere se è l’idea giusta, ché pure il Papa dice un sacco di castronerie”. “Chissà cosa ne pensa Dio, allora?”. “Io dico che manco lui ci sta capendo niente”. Il padre a questo punto si gira verso il ragazzo e gli fa: “Prima o poi chi è Cesare Battisti lo capirai da solo. Qui, come vedi, stiamo come stiamo, e nemmeno Dio sa più come aiutarci”.

mercoledì 5 settembre 2018

il trionfo del kitsch

È da alcuni giorni che gira la notizia che forse non vedremo mai (di sicuro non per molto tempo) l’ultimo film di Woody Allen, A Rainy Day in New York, perché trattando della storia d’amore fra una minorenne e un uomo maturo, la stessa da lui trattata nell’amatissimo Manhattan, non è conforme agli standard sulla pura asetticità del desiderio promossi dal movimento #MeToo, che era nato per evitare molestie sul lavoro contro le donne ed ha finito per diventare movimento d’opinione sui contenuti artistici di un’opera che, se sono politicamente scorretti, viene immediatamente censurata. Così #MeToo ha scatenato un vespaio contro Allen e il distributore del film si è tirato indietro. A periodi, negli Stati Uniti torna questo clima da caccia alle streghe, in cui si riversa il peggio del puritanesimo che impregna la loro cultura, lo stesso clima che Allen denunciò in un film bellissimo come Il prestanome. La parte più interessante della questione però è un’altra. Non si sta boicottando Allen per i contenuti del suo film presi in se stessi – che da ciò che ho capito sono stati sviluppati in chiave drammatica, la stessa che ha dato origine a pellicole come Match Point, Blue Jasmine o Irrational Man – ma perché, avendo egli sedotto la figliastra della moglie, Soon-Yi Previn, si è subito messa in relazione quell’esperienza con il film, ovvero non si riesce minimamente a considerare che i contenuti dell’opera possano essere sviscerati dal vissuto del suo autore, per cui se il film parla di amore con minori e l’autore ha avuto una storia con una minore, allora il film per induzione parla della storia dell’autore ed è intollerabile che se ne faccia un film. È una considerazione critica talmente bassa, mediocre, anche considerando che viene da persone che lavorano nel mondo del cinema, ovvero della finzione, che mi lascia basito. È la negazione assoluta dell’arte come astrazione narrativa, che porta a universalizzare il contenuto, sia pure nato da un vissuto, per farne un’opera, e in cui invece si ribadisce a oltranza l’idea piccolo borghese che l’opera è unicamente il frutto di una confessione intima, la pagina di diario dell’uomo qualunque, dove l’elaborazione concettuale e la formale sono orpelli e chiunque può dire la sua, e se quello che dice è “carino” allora è già arte. Ma, se non è “carino” per nulla allora è osceno e censurabile. Proprio quello che Kundera aveva definito – ne L’insostenibile leggerezza dell’essere – il trionfo del kitsch.

martedì 28 agosto 2018

uova

Quel momento epifanico in cui leggi una intervista a Woody Allen e ti accorgi, con grande ingenuità, che quando in "Io ed Annie" parlava di uova stava in realtà parlando per metafore, o come dice lui: freudianamente, se i rapporti uomo-donna, pur nelle loro infinite difficoltà continuano, è perché tutti abbiamo bisogno di ovaie.

giovedì 6 ottobre 2016

sul rinnovato compiacimento per l'ultimo bel film di woody allen

Mi vien da dire, da alleniano convinto, che ogni cinque anni circa c’è qualcuno che dice che Woody Allen è finito, morto, sepolto, superato, e per giunta inutile. Poi torna a fare un bel film ogni quattro carini (negli ultimi venti anni ne ha fatti un sacco carini) e tutti ritornano a dire, sorpresi e un po’ dimenticandosi precedenti affermazioni: “Ah però, Woody Allen, sempre grande lui!”. Woody Allen intanto se ne fotte beatamente e continua a far film, belli, brutti, soltanto carini, non importa, perché lui semplicemente prosegue la propria ricerca. Perché un artista serio non fa le sue cose pensando: “Questo sarà un capolavoro che piacerà a tutti”. Uno fa e basta, al meglio che può, e dà forma alla sua idea. Punto. Il capolavoro, se c’è, ce lo vedono (o ce lo vedranno) gli altri. Riuscirci è una scommessa, non un obbligo morale verso il pubblico. L’unico obbligo è l’onestà dell’intenzione. Poi, se come appassionato ti piace davvero un artista, secondo me, la ricerca in sé (la sua intera produzione vista nel suo insieme, compresi gli errori, i tentativi, gli scarabocchi e le imperfezioni) è più interessante della singola opera. Ed è il motivo per cui, per estensione, di Leonardo o Rembrandt collezioniamo anche gli schizzi. E se proprio si vuole il capolavoro a tutti i costi, per soddisfare il proprio fine palato sempre a caccia di nuove emozioni estetiche, c’è tanta roba in giro, ottima per quanto meno prestigiosa nel nome, basta cercare. Oppure si può sempre tornare ai classici, a cominciare dalla Corazzata Potemkin di famigerata e surreale memoria.

giovedì 18 agosto 2016

fingere l'orgasmo intelligente

Stamattina ho cominciato a leggere Lamento di Portnoy di Philiph Roth. Al primo capitolo ho pensato che senza Roth forse non avremmo avuto un certo Woody Allen. Al secondo capitolo, invece, ho pensato che senza La coscienza di Zeno forse non avremmo avuto questo libro. Da bravo italiano con il senso di inferiorità tipico di tutti gli italiani in trasferta, dapprima mi sono chiesto: Possibile che Philiph Roth abbia letto Italo Svevo? Poi ho controllato, e in effetti Roth indica Svevo come suo modello. Ma guarda, mi sono detto ringalluzzito, quindi senza Svevo forse oggi non avremmo né un certo Philip Roth né, di conseguenza, un certo Woody Allen. E pensare che La coscienza di Zeno in molti forum di lettura passa – soprattutto fra i ragazzi, ma non è un libro per ventenni – come illeggibile, avvilente o sopravvalutato. Oppure peggio, è uno di quei libri che i più fanno finta di aver letto – perché si dovrebbe in qualche modo averlo letto per definirsi veri amanti della lettura – ma i più sono a tal punto annoiati dalla sua idea che – per non dispiacere la convenzione del piacere intelligente – preferiscono fingere l’orgasmo, prima ancora di aver cominciato.

sabato 11 giugno 2016

edipo relitto

Ieri sera mi è successa questa cosa buffa. Stavo presentando il mio libro a Ostuni e a un certo punto Antonio Giampietro, l’altro scrittore con me sul palco, mi ha fatto una domanda su un testo che ho incluso nel mio libro, ma di cui non mi ricordavo assolutamente nulla. Succede, credo, quando hai poca memoria e scrivi in maniera bulimica. Poi, mentre Antonio mi ricordava il testo in questione, una vocina dentro di me ha detto: “Ma l’ho scritto io? Minchia come sono bravo!” E subito dopo, a punire tanta presunzione, è risuonata nella mia testa la voce di mia madre a ribadirmi: “U fasule s’avante da sule!” E mi sono sentito come Woody Allen in Edipo Relitto ma, per fortuna, con un cielo zeppo solo di rondoni.

martedì 29 dicembre 2015

piani inclinati

Ieri Nicola Lagioia ha rilanciato sulla sua bacheca Fb una intervista di Alessandro Baricco sul Fatto Quotidiano in cui Baricco, partendo dalla sua idea di storytelling riesaminava la situazione italiana in maniera talvolta approssimativa talvolta assai affascinante, perché in sostanza Baricco (e questo da sempre) dà l’idea di filtrare tutta la realtà su un piano fortemente, quando non esclusivamente, letterario, che ad alcuni può piacere ad altri no, ma è il suo modo di affrontare la vita e va rispettato. Lagioia suggeriva a Baricco di cambiare punto di vista, adottando il metodo Steinbeck, ovvero tastare con mano la realtà di cui si parla, spingersi in profondità nelle piaghe sociali e ritrovare in esse una umanità che sarà pur sempre letteraria ma fatta di carne e sangue. È un contrasto vecchio quanto la storia, quello che vede gli artisti scegliere di muoversi su un piano verticale, come Steinbeck, i cui estremi toccano insieme cielo e terra in un continuo saliscendi teso a superare le distanze, i limiti, toccare insieme fango e stelle, ovvero un piano orizzontale, come Baricco, sospeso fra cielo e terra in perfetto equilibrio formale e sensualmente spirituale. Non è che uno sia migliore dell’altro, perché ognuno soddisfa dei palati e delle esigenze diverse, visioni talvolta opposte. Tommaso Pincio, molto giustamente diceva che quello di Baricco è linguaggio da salotto (salotto borghese che nulla ha a che fare con le strade polverose di Steinbeck) proprio come possono esserlo i film di Woody Allen o i romanzo di Proust, il che però non è un titolo di demerito, c’è dell’ottimo salotto in giro così come dell’ottima strada, eppure salotti e strade che è meglio evitarsi. Ciò che mi è venuto da chiedermi, però, affacciandomi anch’io su questi discorsi, è dove sto messo di preciso, e se sono più un poeta di strada o da salotto, o invece un ibrido, un bastardino da salotto. Certo è che il salotto mi appartiene, ma credo sia inclinato, non sta precisamente in equilibrio e nemmeno in verticale, né saprei definire quali sono i gradi di pendenza che mi caratterizzano. E anche se di Baricco mi importa assai poco come compagno di stanza (ma di Allen sì, ad esempio) tutta questa storia nata per caso ieri sulla bacheca di Lagioia, mi affascina parecchio, perché mi racconta di nuovo della continua ricerca, letteraria e personale, che ciascuno di noi deve affrontare per definirsi umano.

Mi ha risposto Tommaso Pincio: Ho tirato in ballo la questione del salotto perché avevo visto un film di Allen la sera prima. Pur restando un aspetto pertinente, può risultare depistante rispetto al nocciolo della questione che resta per me il fare di ogni cosa materia di storytelling, ovvero non oggetto di conoscenza (come nel metodo Steinbeck auspicato da Nicola) ma strumento di persuasione, seduzione, creazione di consenso. Questo era il punto, per me.