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domenica 26 maggio 2024

dio è con noi?

Autore mi manda una mail di quasi 7000 battute in cui, citando apertamente le sacre scritture, mi avverte che a fare libri non c’è fine ma, tutto sommato, potrebbe essere inutile perché siamo prossimi a un epilogo devastante per l’umanità che si concluderà con la pace vera nel regno di Dio (quando cioè saremo tutti morti). Quindi mi illustra una sua possibile opera in otto volumi dove partendo dall’attacco alle torri gemelle del 2001, passando in rassegna i fatti degli ultimi vent’anni fra epidemie e guerre (alcune delle quali sono sante, con Putin messaggero del Signore), conclude dicendo che è sempre meglio non prendere aerei (volesse mai il Cielo che li dirottano), né c’è da fidarsi di nessuno e men che meno del Papa, che nei secoli ci ha raccontato un sacco di balle. L’unica certezza qui è Dio e soltanto Dio, che per fortuna incontreremo presto non appena saremo tutti morti, cosa che per come vanno le cose è questione di attimi. Del resto tutto è già scritto, anche i suoi otto volumi in attesa di pubblicazione. – Ne sono così sconvolto che ne parlo con Giovanni Turi, il quale, avendola ricevuta a sua volta, mi risponde: Questo quasi quasi te lo soffio!

lunedì 5 dicembre 2022

stromboli

Stromboli, terra di Dio, girato da Roberto Rossellini nello stesso anno di Francesco, giullare di Dio, il 1949, ha in comune con l’altro la parola Dio nel titolo, ma sviscerato da un altro punto di vista. Tanto quello di Francesco è un film in cui l’alienazione della santità fa da ponte fra individuo società e natura, quanto il film su Stromboli è tutto giocato sulla lucidità dello sguardo, quello di Karin, interpretata da Ingrid Bergman, che lo esclude. In tal senso va interpretato il finale dell’opera, dove Karin riesce sì a trovare una comunione col divino inteso come mistero e natura – rappresentata dall’aspro paesaggio vulcanico dell’isola – ma non con la comunità che vi risiede, incontaminata e selvaggia ma non priva di preconcetti, di cattiverie e di ingiustizie, a cui persino incinta si rifiuta di tornare, così come prima ancora aveva rifiutato la ben più elegante ma non meno crudele società europea che aveva portato alla guerra. Karin, insomma, non riesce a trovare un suo posto fra gli uomini, ma non le viene meno l’orgoglio di chi rifiuta di soccombere alle regole sociali e integrarsi, e in tale rifiuto arriva a conoscersi nella natura dell’isola, a riconoscersi in essa. Da ciò lo scandalo del film. Mancando, dopo la rappresentazione della crisi dell’individuo, qualsiasi pentimento o volontà di accettazione sociale che è insito in tutti i lieto-fine, col protagonista che cerca di trovare un compromesso con la comunità di appartenenza, non stupisce che il film non sia piaciuto negli Stati Uniti, dove l’individualismo è sempre ammesso purché ammantato di patriottismo (ovvero spirito di comunità), e per il quale venne rimaneggiato con una voce fuori campo che lo “spiegava” al pubblico.

La foto, assai celebre, è di Federico Patellani da un reportage sul set (Stromboli 1949).

sabato 29 ottobre 2022

sfilata

Ho appena letto la storia assai commovente di una famiglia brasiliana che appoggia Bolsonaro. Durante una manifestazione elettorale la figlia tredicenne, alla sua prima sfilata, si è messa sopra un carro che girava per la città e a un certo punto passando davanti a dei sostenitori di Lula qualcuno ha lanciato una pietra e l'ha colpita in faccia. Piena di sangue l'hanno subito portata al pronto soccorso. E lì il padre comincia a gridare: "Dio, Dio perché ci hai abbandonato?". Al che la figlia gli risponde che lei si è sacrificata per la vittoria della democrazia, mica per Dio. Il padre è orgoglioso del coraggio di sua figlia, così orgoglioso da scrivere sotto la foto che le fa col viso pieno di sangue: "Le ho perdonato persino la bestemmia verso Dio. VIVA BOLSONARO!"

sabato 9 luglio 2022

un sogno allegro

Stanotte ho fatto un sogno allegro. C'erano Piero Ciampi e Curzio Malaparte che dovevano scrivere una canzone insieme. Nel sogno io avevo la faccia di Ugo Tognazzi e venivo chiamato dalla casa discografica per accompagnarli in giro in motorino, rigorosamente rubato a un bambino. Per cercare l'ispirazione, infatti, facevamo un lungo giro in tre sul motorino, ma in una campagna brullissima e su strade tutte in salita, dove si doveva fare la conta per capire chi dovesse scendere e farsela a piedi. Scendeva sempre Ciampi che poi pretendeva gli si offrisse da bere per riprendere fiato. Ogni due chilometri ci fermavano in un bar. Titoli proposti per la canzone: "Io con te sto parlando" e "Ma la testa non ci sta". Finiva coi due che litigavano sulle parole da usare nel testo e si davano grossi spintoni e si insultavano in toscano stretto. Ogni due insulti all'altro partiva una bestemmia gratuita verso Dio. Era così bello che mi sono svegliato ridendo.

domenica 10 aprile 2022

guerra e pace

Visto che è il giorno delle palme e che sono un fervente dylaniato, ne approfitto di per dire che non ho mai capito perché in questo periodo chi propugna la pace canti così spesso Masters of War di Bob Dylan che non è certo una canzone di pace. Cioè Dylan non dice “Padroni della guerra, veniamo a patti diplomatici” ma dice “Padroni della guerra, io spero che schiattate in corpo e crepiate molto, molto male”. Sul come debbano morire non lo dice, ma con la sua buona educazione ebraica probabilmente sta invocando il Dio crudele, vendicativo e spietato del Vecchio Testamento (quello che disse ad Abramo “ammazzami un figlio”). Insomma, non ci sta nulla di male ad augurare la morte agli altri – e nei nostri dialetti ci sono parecchie espressioni colorire per augurartelo, con varie sfumature di colore che vanno dalla colite al colera – però non mi sembra la canzone più adatta a manifestare un pensiero di pace. Io proverei piuttosto con l’Inno alla gioia di Beethoven: “Abbracciatevi, moltitudini! Questo mio bacio vada al mondo intero!”. Mi rendo conto che è un pochino più difficile da cantare, soprattutto se non hai il coro a supportarti, ma del resto è risaputo che chi vuole la pace nel mondo deve impegnarsi il doppio.

martedì 18 gennaio 2022

le sentenze

Incontro per strada un ex studente, ragazzo alla moda coi pantaloni attillati che gli arrivano sopra le caviglie, le scarpette bianche e nessuna traccia di calze. Non mi frega nulla della moda, semplicemente lo invidio perché io porto addosso dieci strati di roba e ho ancora freddo. Non so come faccia ma lo odio e glielo dico apertamente. Quello, unendo il danno alla beffa, mi fa: “Beh sai, l’età non aiuta…” poi mi saluta e si gira per andarsene. Ma proprio in quel momento scivola su una macchia d’acqua saponata sul marciapiede, che qualcuno ha rovesciato dopo aver lavato le scale di un palazzo, e casca di culo per terra con un tonfo. La morale di questa favola serve a ricordarci che Dio e grande e le sentenze, prima o poi, arrivano.

martedì 10 agosto 2021

anno mille

Comincio a pensare che stiamo per raggiungere il punto di non ritorno e a breve l'argomento del giorno non sarà più la dittatura sanitaria ma la fine ambientale del pianeta. Finché un giorno, alzando il tiro, finiremo per tornare a parlare di Dio (C'è? Non c'è?) e dei massimi sistemi, ovvero torneremo a pregare per salvarci l'anima, proprio come si faceva nell'anno Mille.

martedì 19 novembre 2019

professionisti

Ho appena realizzato che i ragazzi che ti molestano ogni giorno per costringerti a passare a una nuova compagnia dopo la fine di Enel hanno preso il posto dei più datati Testimoni di Geova, che ci annunciavano la fine del mondo e ci ammonivano di pentirci SUBITO perché le conseguenze delle nostre azioni sarebbero state tremende. Stiamo sempre lì, solo che i nuovi sono dei veri professionisti e hanno tutti il tesserino.

domenica 13 gennaio 2019

di chi è la colpa?

Ci sono due uomini al bar che commentano l’arresto di Cesare Battisti. Quando il figlio adolescente di uno dei due chiede chi è Battisti, l’uomo gli risponde: “Ma come non sai chi è Battisti? Cosa ti insegnano a scuola?”. “Perché non glielo spieghi tu?” fa l’amico al padre. “Io l’operaio all’Ilva faccio. Non sono bravo a spiegare le cose. È mia moglie che parla coi figli. Provaci tu, che sai parlare bene”. “Ma no, è una responsabilità, mica sono così informato sui fatti, e se sbaglio qualcosa? Che mi dirai dopo? Bisognerebbe studiarsi la cosa, ma chi mi paga per questo?”. “Appunto dico, sono pagati i professori, dovrebbero spiegarlo loro chi è Battisti!”. “Con quello che pagano i professori! Serve uno più in alto, almeno uno del sindacato”. “Buoni quelli a spiegare le cose! Non si capisce mai niente quando parlano!”. “E se provassimo con uno più in alto ancora?”. “Il Presidente?”. “Il Presidente no, ma almeno il Sindaco”. “Ci sono le elezioni, mica il sindaco si può sbilanciare, adesso. Ti risponderà come il ministro: la pacchia è finita! Che non significa niente, però dice tutto!”. “Ci stiamo complicando la vita! Sapere chi era Battisti ormai mi sembra un segreto di Stato!”. “E se chiedessimo al prete?”. “Che gliene frega al prete! Mica Battisti è uno della parrocchia”. “Io penso che potrebbe dire tante cose, invece”. “Sì, ma niente di preciso. Uno che non ha mai affrontato il problema, ci deve pensare bene prima di parlare. Ti risponderà che deve confrontarsi col Vescovo, col Papa!”. “Chissà cosa ne pensa il Papa? Un’idea lui ce l’avrà!”. “Bisogna vedere se è l’idea giusta, ché pure il Papa dice un sacco di castronerie”. “Chissà cosa ne pensa Dio, allora?”. “Io dico che manco lui ci sta capendo niente”. Il padre a questo punto si gira verso il ragazzo e gli fa: “Prima o poi chi è Cesare Battisti lo capirai da solo. Qui, come vedi, stiamo come stiamo, e nemmeno Dio sa più come aiutarci”.

giovedì 20 luglio 2017

virus

Si dice che dal Bene venga il Male e il suo contrario
che si esprimano a vicenda in equilibrio necessario
alla creazione perché l’uno assieme all’altro sono Uno.
Eppure il Virus riproduce il proprio doppio
e sta nascosto fra gli exploit del mondo
pronto a rivelarsi nella fine del sistema.
Io guardo a lui così solerte e discreto
e poi mi chiedo in barba ad ogni Chiesa
se non c’è stato un clamoroso errore:
se Dio non è somma di tre che danno Uno
ma un più concreto doppione di se stesso
infetto al mondo e già pronto a replicarsi
al nostro primo raffreddore.

giovedì 29 dicembre 2016

81

Nella città su cui governa la Principessa Sanguinaria, tutti gli uomini, una volta o l’altra, si innamorano della Principessa, e si presentano a corte per chiederla in moglie. Ella non dice mai di no, ma propone all’uomo che la chiede in moglie un quesito: qualche volta è complicato, qualche volta è semplice, proprio un quesito da scuola elementare. In ogni caso, il corteggiatore farà inevitabilmente un errore, forse un errore irrilevante, ma che non sfuggirà mai alla Principessa, e il corteggiatore verrà ucciso. Il giorno dopo si presenterà un nuovo candidato, e non avrà sorte diversa. In realtà, la Principessa è donna delicata, affettuosa, che niente di meglio desidererebbe che sposare un giovane senza casato né fortuna, e abbandonare quel suo terribile compito, giacché solo di un compito impostole si tratta. Infatti, la Principessa deve ubbidire ad un Re Sanguinario, che le suggerisce i quesiti, ne esamina la soluzione e le indica l’inevitabile errore, e insieme le comanda di procedere a giustiziare il temerario corteggiatore. Ma il Re Sanguinario a sua volta maledice il suo tristo compito, e nulla di meglio desidererebbe che leggere i classici, viaggiare in cerca di cattedrali antiche, e libri dimenticati dagli uomini. Non vorrebbe uccidere nessuno, e non di rado piange assieme alla sua cara Principessa, ma egli deve ubbidire all’Imperatore Sanguinario. Costui ogni settimana convoca il Re, e gli chiede quanti sono stati uccisi, e in che modo; e quando il Re gli descrive la sorte terribile di quei giovani incauti, egli ascolta assentendo, come se le cose andassero proprio nel modo che desidera, e alla fine si congratula con il Re, che in cuor suo si strappa i capelli e maledice se stesso e l’Imperatore. In realtà, l’Imperatore è un omaccione che ama la caccia, i buoni e grassi cibi, il vino e le cantate dopo cena; gioca con cani e gatti, e ci tiene ad essere generoso con i poveri; ma anch’egli deve ubbidire. Ogni mese egli lascia il castello e si reca in mezzo ai monti, davanti ad una caverna in cui non osa entrare; ma, fermo sulla soglia, racconta a voce alta quanta gente è stata uccisa e dove e come. Dall’interno una voce risponde con ringhi e mugghi, e potrebbe anche essere la voce di un drago, o di un vulcano, o di un fantasma. Stranamente, quella voce si placa in una sorta di mormorio, che ha in sé qualcosa di benevolo. Allora l’Imperatore si avvolge nel suo manto, e si incammina di nuovo verso il castello, chiedendosi a chi mai egli ubbidisca, se demonio o dio, o se quello stesso cui obbedisce sia un demonio che ubbidisce ad un dio, o dio fatto schiavo dal demonio. 

[Giorgio Manganelli, Centuria, Adelphi 2013]

venerdì 18 novembre 2016

più cara del signore

Saluti dal Calvario dalla Signora Babinski.
Vedova Babinski senza figli dal Kuwait.
Mio marito fu ambasciatore in Costa d'Avorio.
Morto dopo undici anni di matrimonio e
quattro giorni di malattia. Prima della sua morte
entrambi eravamo cristiani.

So che sarai sorpreso nel ricevere la mia lettera
ma come figlio di Dio dovrai sapere
che le nostre strade e la sua non sempre coincidono.
La Bibbia ci dice che Lui opera in molti modi
e non sempre tutto funziona al meglio
per coloro che hanno creduto in Gesù Cristo.

Dalla morte del mio amato confesso di aver desiderato
unicamente avere un figlio ma senza risposarmi
e fuori da ogni Legge che fosse
coniugale ovvero della Bibbia. Ma il Cielo
non ha chiuso le sue porte. Così il mio dottore ha detto
che non arriverò ai nove mesi
consumata dal cancro. La perdita si aggiunge alla perdita
e l’espiazione non placa il mio dolore.

Mio marito era in vita
quando ha depositato una cifra in banca
ad Abidjan, Costa d'Avorio, soltanto per me.
Due milioni di dollari e mezzo. Volevo
venisse utilizzata per gli orfani e le vedove
perché non ho figli né mai avrò un erede. Né voglio
possa andare ai parenti che sempre
stanno qui appollaiati cercando di cavarmi il denaro dagli occhi.

La Bibbia ce lo insegna: “Benedetta è la mano che dà”.
Pertanto prendo questa decisione. Soddisfo un desiderio
che fu di mio marito, giocatore, e ti scrivo aiutata da una suora
puntando tutto sul caso. Voglio che sia tu ad ereditar la mia fortuna.
Voglio che mi invii il tuo nome e l'indirizzo, ogni dato
ché io possa affermare sotto giuramento
in tribunale come in faccia al Divino
che sei tu, mio illustre sconosciuto, mio fratello
il mio legittimo erede nel destino.

Una volta ricevuta la risposta con le informazioni che ti chiedo
ti darò il contatto della banca e firmerò le carte del passaggio.
Tu prega per me che da cristiana e pagandola assai cara
ho servito la verità più del Signore. La mia vita spegne adesso
fuori da ogni grazia. Ti aspetto, tu ricorda è urgente.

Tua sorella nel Calvario
Vedova Babinski


Nota. Questa poesia l'ho scritta rimaneggiando una mail che mi è arrivata l'altro giorno e che ho trovato particolarmente commovente...

mercoledì 26 ottobre 2016

l'uscita


«Il fatto che esista una parola, “sogno”, non significa e non implica che la realtà abbia un’alternativa». 

Iosif Brodskij, Lettera a Orazio 

Percorriamo da ore un lungo corridoio in pietra, o ponte coperto da un’altissima volta e «sospeso sul nulla, ma solido», come ci dice la guardia che ci accompagna verso l’uscita col fare svagato e un po’ sbuffante, ma colloquiale, di tutte le guardie annoiate e costrette a un lavoro ingrato. Ho provato a farle domande, ma non ha risposto a nessuna, aggirandole coi suoi sinceri apprezzamenti alla meraviglia architettonica di quel corridoio. Ma è così lungo e impervio, insensato e pieno di curve inattese che si avvolgono e avvitano e aggrovigliano su se stesse in una sorta di labirinto serpentesco, che appare più il delirio di un ingegnere folle che l’opera grandiosa che ci dipinge la guardia entusiasta. Siamo in tre con la guardia. Ci accompagna un bambino che non conosco ma si stringe a me senza mai guardarmi in viso, e mi assomiglia al punto da essere il mio ritratto di quando avevo la sua età, la stessa aria malinconica, lo stesso sguardo privo di sorriso di quand’ero bambino. La guardia, parodiandoci, ci chiama la sacra famiglia mancata, mancandoci appunto una donna.
La volta, senza alcuna forma di illuminazione, emana una sorta di luminescenza muschiosa dalle pareti, che mi lascia ammirato. La guardia ci dice che è così perché riflette la luce che si propaga dall’uscita, ormai non troppo lontana. Non le credo più, da quanto tempo ci costringe, senza violenza ma con decisione che non ammette lamentele, a quella marcia forzata. È un cammino di ore indirizzato verso la nostra morte, lo sappiamo, eppure non ci opponiamo, ormai rassegnati alla fine. Certo, preferirei non essere costretto a quella prova massacrante. Mi sento come spossato, come se le gambe non riuscissero più a reggermi e per un attimo credo che sia in bambino a furia di appendersi a me a togliermi ogni forza. Vorrei scrollarmelo di dosso, cacciarlo via, ma poi mi prende pietà di lui e lo lascio perdere. Mi volto indietro, per un attimo come richiamato da una voce, ma è un’illusione, e mi chiedo dove sia sua madre, dove la sua vera famiglia, e perché è stato affidato a me in quelle ultime ore che ci coinvolgono. Poi lascio perdere anche le domande e mi concentro unicamente sulla voce querula della guardia, sulle sue chiacchiere per ammazzare il tempo che ci resta.
Arriviamo dunque alla fine del corridoio o ponte, di fronte a un enorme e solido muro all’apparenza senza uscita. E ci dirigiamo verso un angolo, incontro a una porticina strettissima e irregolare che sembra essere stata scavata nella spessa parete cieca con un punteruolo di fortuna. È talmente stretta come uscita da sembrarci ridicola. E noi dovremmo passarci attraverso? Ma come? Forse potrebbe il bambino, ma io? Provo a spiegarlo alla guardia, ma lei si dice convinta del contrario, è possibile.
Ci invita a chinarci e ad allungare la testa attraverso quella finestrella per ammirare, dopo tale cammino, cosa finalmente ci aspetta. Gli obbediamo e restiamo come paralizzati, meravigliati da tanto splendore. Siamo sospesi, è vero, chilometri sopra il mare, quasi nello spazio aperto. Ma persino la Terra sotto di noi, che pare farsi sempre più lontana, si illumina della stessa luminescenza diafana del corridoio in cui siamo. Mi volto, di nuovo armato di domande, verso la guardia, che adesso mi punta contro una pistola per precauzione, ma continua a sorridermi da un’adeguata distanza di sicurezza.
«Si può sapere dove siamo? Cosa ci aspetta? Vuoi davvero che saltiamo di sotto da quella altezza?» chiedo, facendomi finalmente coraggio, e alle mie parole il bambino sembra stringermi ancora di più a me, e mi bacia la mano che intanto si è posata sulla sua guancia umida, per scaldarlo.
La guardia mi sorride, comprensiva, e tira fuori dalla tasca una corda d’oro che mi passa. «Non dovete lanciarvi di sotto, dovete calarvi con questa e andrà tutto bene. Ma occorre fiducia».
Ma la corda mi appare troppo corta per calarci di sotto, e resto immobile.
Lui mi sorride per la terza volta e mi rivela: «Siamo nella pancia del Signore, questo è il suo intestino. Tocca a voi, adesso, dargli un senso».
Il bambino comincia a tremare contro il mio corpo, si stringe di più, sempre di più a me, fino a farmi male. Io fisso la corda che mi appare ancora troppo corta, non so decidermi, mi chiedo se a un certo punto ci sarà una magia, e come potremo mai uscire da quella fessura strettissima nel muro. Allora sento il grilletto della pistola che viene caricato. Osservo la canna puntare minacciosa verso di noi.
«Ora pregate» ci ordina.

domenica 14 agosto 2016

regola

Capita che la notizia passi
fra le maglie di censura dell’Impero.
Capita che il cancro receda
senza chemio.
Capita che il sorcio sfugga
alle grinfie del felino. Capita persino
che il cappio riveli Dio
al suicida.
Capita ma non è cosa certa
che nella rarità si mostri la bellezza
della vita. Quell’eccezione
chiamata speranza:
il resto delle vittime a bilioni
la regola che la conferma.

sabato 26 marzo 2016

maledizione

«È una maledizione della Bibbia il lavoro, non è un divertimento. Perché quando Geova arrivò nel giardino disse: tu partorirai, tu striscerai, e tu suderai. Sicché io per ora sudo. Ho provato anche le altre, ma… non ci son riuscito.»

Paolo Poli

martedì 1 dicembre 2015

scritto a un semaforo

Alla fine se metti insieme tutti quelli che abbandonano gli animali senza pensarci due volte + quelli che picchiano le donne come se fosse naturale + quelli che Gesù è grande ma gli immigrati devono morire perché ci rubano il lavoro + quelli che la famiglia è tutto ma se Dio mi dà un figlio gay lo uccido + quelli che lo studio non è un diritto ma un optional per il lavoro malpagato che ti aspetta + quelli che palazzinari a più non posso tanto il verde è solo un colore + quelli che andare ai musei che palle meglio vedersi la partita di calcio truccata e illudersi che è ancora sport + quelli che Salvini dacci un futuro + quelli che ti dicono ancora comunista + quelli che Pasolini è Dio peccato che se lo leggo mi annoia + quelli che i preti sono tutti pedofili ma io voto sempre solo Berlusconi + quelli che fare le ferrovie al Sud è dare lavoro alle mafie + quelli che la politica ha rovinato il paese ma Valentino Rossi può evadere le tasse perché corre + quelli che la politica ha rovinato il paese e io non voto più ma dopo che ho votato per vent’anni Berlusconi + quelli che la politica è corrotta ma io voto chi mi dà il condono edilizio davanti a casa + quelli che la Fallaci è una troia psicopatica che istiga all’odio + quelli che Renzi mi sta sul cazzo ma voto Pd perché siamo una grande famiglia direi che non servono tanti sondaggi Istat per capire che l’Italia è una bella marea di stronzi.

venerdì 27 novembre 2015

sogni ai sempliciotti

Ho fatto un sogno. Dio faceva l’imprenditore di un call center erotico. Gli ho detto: «Dio, ma che fai? Sei un mucitone!» E lui mi ha risposto: «Regalo sogni ai sempliciotti, e quello che guadagno lo do in parte in beneficenza, in parte all’otto per mille. Così sono tutti contenti, i poveri eppure il Vaticano…»

lunedì 23 novembre 2015

io con dio (la casa)

Un giorno morirò, andrò in Cielo e incontrerò Dio. La prima cosa che gli dirò sarà: «Ma si può sapere che ti ho fatto di male, che in vita, da che mi ricordo, mi è toccato sempre di vivere in case fredde, ma talmente fredde che alla metà di novembre non mi sento più le dita delle mani quando scrivo?» E lui, lo conosco bene il maledetto, lui mi risponderà così: «Lilluzzo, era per frenare i tuoi bollenti spiriti, che se ti davo una casa coibentata poi chissà che mi combinavi!»

martedì 3 novembre 2015

l'aia

In principio gli uccelli volavano, ed erano creature di Dio. Volavano gli angeli, ed erano creature di Dio. Uomini e donne avevano lunghi arti e schiene lisce che Dio aveva creato così per una ragione. Cimentarsi col volo significava cimentarsi con Dio. Ne sarebbe nata una lunga battaglia, ricca di leggende istruttive.
Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi, 2013

Ero tornato nella vecchia casa dei mie nonni, ora diventata un purgatorio degli uccelli. Gli uccelli stavano in semilibertà nell’aia dove un tempo raspavano solo le galline, ma non potevano oltrepassarne i cancelli e nemmeno volare, mentre i loro nidi erano custoditi in casa, ordinati in una lunga sequenza di scaffali. Il museo era custodito da un vecchio che ricordavo di aver già visto ma senza certezze, e ad accogliermi al mio ingresso c’era anche il sindaco. Mi sono diretto subito verso l’aia che era diventata una sorta di campo sterminato e brulicante di uccelli di qualsiasi specie, volgari o nobili, le cui teste colorate spuntavano dalla massa di penne e di piume svolazzanti, di richiami diversi, striduli e gutturali, in continuo bisticcio peggio che sotto la torre di Babele. Il custode mi ha spiegato che quelle erano in realtà le anime dei morti in attesa della fine del mondo. Alla fine del mondo il cancello dell’aia sarebbe stato aperto e ogni uccello, recuperato il suo nido, avrebbe spiccato il volo a prendere posto sul ramo di un grandissimo albero che si vedeva anche da lì, a distanza. L’albero era Dio. Ho chiesto al custode se c’era anche mio nonno fra i pennuti e lui mi ha risposto di sì, che si era trasformato in un passerotto da combattimento. «Un passerotto da combattimento, – ho chiesto – e che sarebbe?». «È un uccellino che durante le guerre si infila negli zaini dei soldati a portargli fortuna in cambio di poche briciole di pane. Peccato che qui non ci sono guerre, e allora ci si annoia». Sentivo, intanto, come una lieve pressione risalirmi lungo la schiena, arrampicarsi in maniera delicata. Era mio nonno, che non potevo vedere, ma si aggrappava con le sue unghiette al maglione e poi con un ultimo frullo mi saliva in capo, a beccarmi lievemente sulla testa per farsi sentire, per salutarmi, e dire a modo suo che stava bene e in salute. Accompagnato da mio nonno e dal custode ce ne siamo andati a zonzo in quell’enorme piazza abitata ad ascoltare le storie degli uccelli in attesa del volo. Poi siamo entrati nel vecchio forno a cercare delle briciole di pane per mio nonno, e ci abbiamo trovato il sindaco. Era tardi, così ci stava preparando una frittata: «Qui a parte i sogni manca tutto, ma almeno siamo pieni di uova».

lunedì 2 novembre 2015

essere o tenere

Penso all’opposizione fondamentale di Fromm, «essere o avere», e penso come la stessa, trasportata a Sud, cambia colore, perché qui il verbo «avere» non esiste, non si usa, è un prestito dell’italiano al nostro dialetto più profondo. A Sud non si dice «avere» ma «tenere», io non ho, tengo. È una differenza importantissima, perché la lingua, al di là di quanto ci fanno credere quelli che decidono per noi, non è solo un fatto di colore, la scelta di un vestito o una opzione economica, no, la lingua che parli dà un significato diverso a come guardi il mondo. Così «avere» è una condizione fuori dal tempo: io ho qualcosa da sempre, posso perderla certo, ma è mia di diritto; «tenere», invece, è una condizione provvisoria, un colpo di fortuna o di furbizia, qualcosa che mi sono conquistato, ma che trattengo finché posso, non è mio e già domani potrebbe essermi strappato e tornare in gioco. «Tenere» è il verbo dei poveri, di chi ha fame e morde l’osso con rabbia. In questo senso, tradurre l’opposizione di Fromm in «essere o tenere» cambia tutto, una opposizione così ti fa già precario nell’anima, già votato a quel nulla che ti spetta per nascita, oppure all’«essere» che qui, una volta, si identificava in due modi: o col rispetto e l’onore garantito ai galantuomini, per quanto poveri, dalla loro parola; oppure, per gli ultimi, non con l’essere uomo, ma con l’identificarsi in tutto e per tutto con Dio, centro del mondo, come se fossimo, noi, cosa sua. Dio ci teneva stretti e solo lì, fra le sue fauci, eravamo al sicuro.