Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
venerdì 7 febbraio 2025
tette e corpi
sabato 30 novembre 2024
vergogna
L'anno scorso durante il vertice Cop28 in Arabia Saudita si disse chiaramente che riconvertire le fonti energetiche in chiave meno impattante in termini di inquinamento e surriscaldamento globale sarebbe stato più costoso che pagare i danni ai paesi più colpiti del terzo mondo. Quindi si promise a questi ultimi di pagare loro un indennizzo per tamponare i danni e rallentare il più possibile la loro fine annunciata mentre i paesi ricchi del mondo si prendevano il loro tempo (fino al 2035) per capire come aggiustare le cose, senza rinunciare a nulla del proprio benessere. Che già di per sé era una cosa oscena. Quest'anno, durante il vertice Cop29 in Azerbaigian, con significativa assenza degli Stati Uniti post elezione Trump, hanno cambiato le carte in tavola, dicendo che ai paesi del terzo mondo, invece dei richiesti 1.300 miliardi di dollari all’anno da oggi al 2035, sarebbero stati dati solo 300 miliardi di dollari di indennizzo (la carità) con la possibilità di dilazionare la promessa riconversione energetica ben oltre il 2035 perché le nostre economie sono in difficoltà. Tutto questo detto a paesi che nella maggior parte dei casi sono soggetti a carestie, siccità, inondazioni e disastri climatici, e la cui popolazione, quando emigra verso le nostre terre, o viene mal sopportata o addirittura disprezzata. Roba da vergognarsi di noi, prima di tutto come esseri umani.
giovedì 8 agosto 2024
quarto potere
In farmacia. – Antò, oggi ho letto Paese Vivrai, bell’artichele tiène! – Grazie, ma non lo faccio io quello. – Nan jè teggue? – None. – I ce cazze campe a ffè? – Dici che me lo devo prendere? – Sìne, jè na potenze, Paese Vivrai! – Ho già Agorà. – Tutte tu t'à pegghiè, Antò! N'à lassè nudde a nusciune! Quello che lasci è perduto! – Ma poi chi fa così finisce male! Ti odiano tutti, dopo. – Ce l’è ditte sta fatulaggene? Tu ffè accussì che diventi sindaco, sinte a mmè! Sintele a stu tremone!
lunedì 8 luglio 2024
vaso
Ieri, mentre un amico assai più scafato di me mi apriva gli occhi e mi faceva i nomi dei tanti che pur facendo gli amiconi un po’ distratti hanno in mano il potere editoriale e se lo tengono stretto anche parlandone male, o negando di avere degli amici, pensavo che anche io in fondo volevo stare lì con loro, essere dei loro, non proprio un amico, più un complice, fare il finto modesto invece di essere soltanto bravo, avere il mondo delle lettere in mano e qualche volta menarmelo per sollazzarmi nel mio ego, al pensiero che tanto, anche pisciando fuori dal vaso, se ci hai il potere editoriale in mano c’è sempre qualcuno disposto a pulire per te ciò che cade intorno al vaso.
domenica 25 febbraio 2024
garboli e il potere
Nel settembre 1972 Cesare Garboli risponde a un articolo di Natalia Ginzburg sul massacro di Monaco, quando dei terroristi palestinesi durante le Olimpiadi assaltarono gli alloggi della squadra israeliana e uccisero tutti gli atleti. La Ginzburg, in quanto ebrea, è combattuta fra le due posizioni, se schierarsi con le vittime dell’attentato o con le motivazioni che hanno mosso i palestinesi, e si pone una serie di questioni – purtroppo mai risolte – su cosa avrebbe fatto lei al posto delle forze potere per trovare una soluzione al conflitto fra i due popoli, concludendo che l’unica scelta di campo che può fare, mancandole il potere di cambiare le cose, è stare dalla parte delle vittime. Garboli, prendendo spunto dalla fine del suo articolo, le risponde che le sue conclusioni sono giuste, ma per le premesse sbagliate: “oggi non si può stare dalla parte di chi fa la storia, ma solo dalla parte di chi la subisce. Un tempo, fino a ieri, si apriva alla coscienza di ciascuno uno spiraglio di speranza: la speranza di collaborare alla storia stando dalla parte giusta. In modo particolare, questa speranza ha celebrato il suo grande momento, si sa, all’indomani del crollo del fascismo, una festa sulla quale il cielo si è rapidamente richiuso. Tutte le generazioni che hanno preceduto la nostra, sia pure confusamente, hanno sempre vissuto nell’illusione, o comunque nell’idea che il mondo potesse cambiare, e che la storia dell’uomo fosse in lento, ma costante progresso. […] Se oggi abbiamo una certezza, è appunto che il mondo non cambierà mai […] che le vittime della storia non potranno mai diventare protagoniste della storia, non potranno mai conquistare e detenere il potere”. E se anche lo conquistassero non cambierebbe nulla, perché l’idea di poter gestire il potere è una semplice illusione. Perché il potere è un male, e praticarlo significa ammalarsene e praticare la volontà del male, non la propria. Essere al potere significa assecondare il potere, quindi non ha senso chiedersi cosa si farebbe avendo il potere in mano, si farebbe esattamente quello che il potere vuole. “Finché si è vittime, si è nel giusto, e si è nel giusto finché si è vittime. Tertium non datur… […] È stato Manzoni il primo, limpido assertore che agire la storia, fare la storia e non subirla, è comunque rendersi complici di un male, diventare corresponsabili di un orrore.” È una visione molto pessimistica la sua, anche influenzata dal periodo storico in cui l’ha scritta, nel pieno degli anni di piombo. E, infatti, rendendosene conto, chiude così: “Qualche volta, se si parte da certe premesse, e si arriva a certe conclusioni, bisogna avere il coraggio del proprio pessimismo fino in fondo”. Cinque anni dopo, alla notizia del rapimento Moro, Garboli d’impulso salì in auto e abbandonò definitivamente Roma, andando a rinchiudersi nella cascina di campagna della sua famiglia in Toscana, dove rimase per il resto dei suoi giorni dedicandosi esclusivamente allo studio e alla scrittura. A pensarci adesso, ricorda un po’ la scelta del poeta latino Orazio.
giovedì 23 novembre 2023
il potere e la colpa
Il patriarcato, il maschilismo, il machismo, e tutto quel complesso meccanismo per cui siamo cresciuti in una società dove alcuni uomini hanno più vantaggi rispetto ad alcune donne esiste eccome, coi debiti distinguo, perché ogni vantaggio è sempre mediato dalla possibilità sociale ed economica di chi lo esercita: una donna ricca ha sempre più vantaggi di un uomo povero, una donna nata a Milano ne ha più di un uomo nato in Calabria, una donna nata in una famiglia colta ha molti più vantaggi di un uomo con la terza media, una donna che lavora come manager in un’azienda ne ha di più di un uomo che lavora in fabbrica, una madre coinvolta in una separazione ha sempre qualche vantaggio in più del padre. Ma nella maggior parte dei casi quel vantaggio esiste e chi lo nega sa di sminuire la realtà. Certo la realtà sta cambiando, ai tempi dei miei nonni, visto che parlano tutti del patriarcato dei nonni, mia nonna avrebbe trovato aberrante che una donna si rivoltasse contro il “proprio” uomo. Era la sua cultura quella, una cultura profondamente rurale, contadina e cristiana, e noi ora possiamo dire che era una cultura sbagliata e che mia nonna era una vittima, o una complice, del patriarcato perché non capiva come stavano i macrosistemi sociali ed economici che muovono il mondo, ma non possiamo dire che mia nonna e la sua cultura non vadano rispettati, altrimenti facciamo come gli americani che vanno ad invadere gli altri paesi per esportare il loro modello di democrazia. Del resto, come diceva il mio amico Nannino il brasiliano, noi siamo tutti “americanizzati”, anche chi adesso odia l’America. Noi la pensiamo diversamente dai nostri nonni, in tutto, e io stesso sono pieno di colpe per come ho gestito male molte relazioni, ma è un fatto mio, relativo al mio vissuto e non certo a quello degli altri, e il primo responsabile dei miei errori sono io stesso. Ancora, dati alla mano, anche se la percezione è diversa, l’Italia è uno dei paesi con meno femminicidi nel mondo. Vai in un qualsiasi paese dell’est Europa (Lettonia in testa, dove i dati vengono quasi decuplicati), o vai in medio oriente (Afghanistan, Iran, ecc.), o in Africa (dove in alcune zone si pratica ancora l’infibulazione), fai un confronto con quei paesi e allora ti accorgi che nemmeno le donne sono tutte uguali, parlando di potere, che alcune donne per il solo fatto di essere nate in determinati paesi hanno più vantaggi di altre, e per il solo fatto di vivere qui, di sfruttare economicamente questo potere, sono, volenti o no, colpevoli verso di loro. E servirebbe una presa di coscienza globale, lì dove non riusciamo a metterci d’accordo nemmeno su problemi relativi alla sopravvivenza della specie, come i problemi ambientali, che ci sono allo stesso modo, e chi lo nega sminuisce, ancora una volta, la realtà. Una donna può anche dirmi, adesso, che faccio del benaltrismo, che non si sta parlando di cosa succede in Medioriente o al clima, che si vuole un cambiamento, o meglio ancora una presa di coscienza qui e ora, ma chiedere una presa di coscienza istantanea, un cambiamento culturale in mezza giornata è già il frutto di una visione della vita che è tutta occidentale, consumistica, dove non c’è tempo da perdere, dove basta cliccare un tasto sul telefono per ottenere ciò che vuoi in 24/48 ore da qualsiasi angolo del mondo. Altro che educazione, che invece è un processo che richiede anni! Ci neghiamo il tempo di imparare, di crescere come si deve, poi pretendiamo che tutti imparino ad ascoltare se stessi da un giorno all’altro. Come fare meditazione zen coi corsi scaricati da YouTube. Ma processi come questo, in cui un sistema sociale, culturale, viene sostituito da un altro, sono lunghi, durano decenni, secoli a volte (vedi la Chiesa che sono due secoli che sta morendo e ancora resiste), ci superano, e il fatto che siamo qui a parlarne non significa che stiamo eroicamente attivando l’inizio di un movimento nuovo, significa solo che molto tempo fa questo cambiamento ha cominciato ad attecchire grazie al lavoro di altri e adesso noi che ci siamo dentro, anche inconsapevolmente, partecipiamo al flusso del cambiamento, ne godiamo in parte i risultati, perché fossimo nati altrove ci avrebbero probabilmente messi in prigione, o impiccati in piazza. E anche per questo dobbiamo dare a tutti il tempo di arrivarci con le proprie gambe, perché se no facciamo come gli americani in Afghanistan, che quando sono andati via è stato come tornare indietro di vent’anni. Io almeno, da “americanizzato”, mi sento molto in colpa per l’Afghanistan, come se fosse anche colpa mia. Ecco, questo direbbe lo storico che c’è in me, se facessi ancora lo storico, o meglio se avessi avuto maggiori vantaggi per potermi infilare in qualche università a leccar culi dei magnifici rettori. Cosa di cui non avevo proprio voglia e non ho fatto.
lunedì 21 agosto 2023
dove la mettono?
Sarà anche vero, come dicono orgogliosi, che la poesia, in quanto genere scarsamente commerciale, rende immuni dal potere. Ma allora poi mi dovete spiegare tutti questi poeti, a decine, a centinaia, che scodinzolano in adorazione del successo e di chi ha più potere di loro. Io non me lo spiego. Dove la mettono la poesia in quei momenti?
mercoledì 19 luglio 2023
sesso e potere
Amica mi confessa di essere contrariata dal fatto che prima, quando nelle sue storie pubblicava video in cui improvvisava balletti stupidini e ammiccanti, o foto in costume succinto e scorci delle scollature e delle gambe, era seguitissima ma si ritrovava la chat piena di viscidi stalker, ma da quando per allontanare i più molesti ha smesso con le foto e pubblica soltanto profondissime citazioni filosofiche sul nulla che siamo, ovvero citazioni di Pavese, non prende un like neanche dai suoi stessi amici, me compreso. – Ma possibile che tutto si debba sempre ridurre al sesso? – Non c'è mica solo quello, le dico. Io fossi in te proverei a fotografare i gatti.
lunedì 24 aprile 2023
ponte
Lancio un ponte fra 23 e 25 aprile con questo saggio scritto “dall’interno” di quegli anni, nel 1931, da quel grandissimo autore che è Ignazio Silone, sulle origini del fascismo. Nella prima parte del volume Silone analizza il fascismo non come fenomeno incistatosi nel tessuto italiano, ma come deriva delle mai risolte questioni sociali derivate dall’unità d’Italia. Unità arrivata in un clima risorgimentale altoborghese che la sognava ma temeva l’ingerenza delle classi più umili, e da una monarchia sabauda che affondò la stessa unità primo perché trattò i territori meridionali conquistati come colonie, poi perché a tal punto fragile da non riuscire a gestire suddetti territori, per cui al fine di imbrigliarne le rivendicazioni si inventò il complesso e farraginoso sistema burocratico che subiamo ancora oggi, di modo che soffocasse nelle sue spirali qualsiasi tentativo di rinnovamento politico, e fomentò proprio nella politica quell’orrendo fenomeno di opportunismo a cui si dette il nome di “trasformismo” poi ereditato da tutti i partiti nel dopoguerra. Nacque tutto allora, prima ancora del fascismo, coi Savoia, i quali come ciliegina sulla torta, quando le istanze delle classi povere, ridotte allo stremo dalla prima guerra mondiale, divennero impossibili da gestire attraverso la “semplice” politica, la corruzione e la violenza, si affidò a quelle bande criminali che furono i fascisti. Motivo per cui, primo: quando si dice che non abbiamo mai fatto i conti col fascismo, la verità è che non abbiamo mai ancora fatto i conti con l’Italia intesa come stato unitario, né con le palesi diseguaglianze che ne affliggono i territori, e secondo: sarebbe stato assai meglio, negli anni, cercare di capire come sanare queste diseguaglianze, invece di fomentarle o sparare proposte assurde e deprecabili come l’autonomia differenziata. Perché il fascismo, dove la gente sta bene, o non ha problemi, in genere non attecchisce.
martedì 14 marzo 2023
il soft power
Ho visto adesso al Tg che l’Italia è al 9° posto nel mondo per soft power, cioè per potere di condizionare il pensiero degli altri non attraverso la forza politica o militare ma attraverso il peso della cultura e della creatività. Dieci anni fa, per dire, eravamo al 10° posto, quindi è una cosa di cui essere orgogliosi. Ma rimane il mistero di capire dove questo meccanismo si inceppa in casa nostra: in che modo, con una tale cultura che ci rende noni nel mondo, poi non siamo capaci di esprimere una classe politica che sappia rappresentare questo potere. Invece non solo se ne vergognano come a scuola (volesse mai il cielo che li chiamassero “secchioni”), ma se glielo chiedi qualcuno ti risponde pure che il soft power ce l’ha nascosto nei pantaloni.
sabato 19 febbraio 2022
vanità
Ho sempre pensato – da bravo illuso – che una crisi fosse comunque necessaria, perché forzando i punti critici di un sistema poteva spingere a dei cambiamenti importanti. Soprattutto in un settore imbalsamato e mefitico com’è quello culturale italiano. Non pensavo che ne saremmo usciti migliori, ma perlomeno più consapevoli e pronti a rinunciare a qualcosa per cambiarne un’altra. Invece non mi pare che questo stia succedendo, anzi l’ansia di tornare tutti a una normalità posticcia e che non c’è mai stata mi pare renda ancora più ciechi i ciechi, più sordi i sordi. Ma davvero tutto andrà a posto facendo finta che non ci siano delle crepe? Inorgogliendoci per la prossima fiera dove saremo tutti bellissimi nella nostra bolla di promotori culturali? Ho amici editori che si lamentano perché le librerie non pagano le fatture, ho amici librai che piangono perché non ce la fanno a pagare l’affitto con le vendite. La distribuzione comincia a fare acqua e persino i corrieri cominciano a perdere colpi nelle consegne, anche se i costi dei libri sono sempre più alti. Organizzare una presentazione è sempre abbastanza complicato ma a voler essere sinceri molti, moltissimi scrittori sono contro il green pass. Del resto fra quei 5 milioni di italiani non ancora vaccinati si nascondono tantissimi artisti. In tutto questo, anche se le analisi economiche sostengono il contrario, gli unici ad avere un reale vantaggio oggi sono “i padroni della festa”, quelli che stanno più in alto, che controllano i grandi marchi editoriali, che vendono più libri, che controllano la distribuzione. È un sistema che scricchiola? In questo senso non è cambiato nulla. E chi dovrebbe parlare sta quasi sempre zitto perché se pubblica coi grandi non gli conviene esprimere dissenso, e se pubblica coi piccoli può anche sgolarsi fino a morire, tanto non lo ascolterà nessuno a meno che non vinca un premio. Perché la vanità degli scrittori è brutta, ma anche la vanità dei lettori fa abbastanza paura.
venerdì 3 dicembre 2021
parvenza
Ho appena sentito al Tg che il rapporto CENSIS 2021 definisce fra le altre cose la nostra come una società “irrazionale” per via del fatto che il 67% degli italiani crede che il potere reale dello Stato non sia appannaggio del popolo (secondo costituzione) ma sia concentrato, in modo non pienamente democratico, nelle mani di un gruppo ristretto di potenti dietro cui ci sono delle multinazionali responsabili di molto di quello che accade oggi nel mondo e guidata da una lobby di super potenti che decide anche per noi in base al proprio tornaconto. Tutto questo il CENSIS lo attribuisce a uno stato di paranoia e complottismo esasperati. Io credo invece che sia un ultimo tentativo di “illusione”, perché se ti immagini che c’è un super potente che controlla tutto allora c’è la speranza che prima o poi tu possa rivoltarti e abbatterlo, sconfiggere il male come nelle fiabe. Razionalmente parlando, se non c’è complotto, vuol dire che siamo governati da una manica di imbecilli immaturi e corrotti, puttanieri patentati, egoisti senza un briciolo di pietà umana o legge morale a guidarli, che fanno il comodo loro fregandosene delle conseguenze, perché mandati al governo da una più ampia scelta di succubi cretini, ovvero noi che li votiamo soltanto per lamentarci di come ci fregano. Io fra le due opzioni preferirò sempre il complottismo, sarà anche “irrazionale”, ma almeno la mia parvenza di dignità viene salvata.
giovedì 21 gennaio 2021
e se domani mi chiamassero…
Amanda Gorman, 22 anni, legge una poesia durante l’insediamento di Biden alla Casa Bianca. È una donna, nera, è giovane, vincitrice di premi importanti realizzati ad hoc per chi scrive versi, e si prende il palco insieme a due star dello star system (Lady Gaga e Jennifer Lopez). Inconcepibile, o meglio ancora innaturale per il pubblico italiano, dove la poesia è roba da morti e per i giovani imperversano i talent show. Mi faceva particolarmente specie, stamattina, un commento che ho letto, di una signora che diceva che in Italia non succede mai che politica si commistioni con la poesia. Che è una cosa assolutamente falsa, ma diffusa nella percezione comune. Da sempre politica e poesia vanno a braccetto. E fino a tutti gli anni ’70 la poesia interveniva a gamba tesa negli affari politici. Poi è cambiato qualcosa, c’è stato un allontanamento, una resa (Le mie poesie non cambieranno il mondo) che ha impoverito entrambi i campi. Di recente gli unici tre interventi di poeti conosciuti in chiave politica sono stati la candidatura di Franco Arminio alle elezioni europee del 2014 con L’altra Europa di Tsipras; il processo a Erri De Luca, con assoluzione nel 2015 per le sue dichiarazioni “sovversive” anti-TAV; e più di recente (novembre 2019) il discorso di Rondoni a favore della Lega durante le scorse elezioni di Bologna. In tutti e tre i casi il mondo delle Lettere ha reagito, o dileggiandoli (Arminio), o astenendosi vigliaccamente e lasciandolo solo (De Luca); o delegittimandoli: quello non è un poeta (Rondoni). Che però, in tutti i casi e per ragioni diverse, sono già delle prese di posizione politica le quali, mi pare, non vada da nessuna parte oltre il no. E lo dico facendo parte, anche io, di quel no. Mi accorgo, guardandomi, come sono bravissimo a lamentarmi senza fare mai abbastanza, senza muovere un dito, talmente disgustato dall’idea di un’azione politica da rifiutarla in toto, senza assumermi la responsabilità di sporcarmi le mani per cambiarla, la politica, anche sbagliando posizione (come Pasolini o Fortini, come Sanguineti, persino come Pound). E questo perché nella mia ansia di purezza, ho preferito spesso una posizione passiva, ma che mi permettesse di mantenere la mia fedina penale immacolata in attesa che la storia riconoscesse il mio valore di poeta, dal puro impegno ideologico ma scritto sulla carta igienica. E forse per questo molti di noi si stupiscono piacevolmente di quanto successo in America, non perché loro hanno capito, più di noi, quanto può fare/dare la poesia, ma perché quello che abbiamo visto in atto lì, a cui ci piacerebbe ambire, è il riconoscimento del Potere come noi non lo viviamo più, ma come lo abbiamo appreso a scuola. L’ambizione a quel mecenatismo in cui sotto sotto ancora speriamo. Qualcuno che dall’alto ci chiami e ci dica: tu sei bravo, vieni! E così, per chiudere, solo per gioco mi chiedo: e se domani mi chiamassero davvero, se domani Conte mi telefonasse dal Parlamento e mi dicesse: devi fare una poesia per celebrare l’Italia e leggerla davanti a tutti noi, a Franceschini, a Renzi, a Salvini e Meloni, a Di Maio… Lo farei? Ci andrei, anche solo per leggere la mia poesia “contro” di loro (ben sapendo che dopo verrei dileggiato dai miei amici come dai miei nemici, insultato dai giornali, in TV, dagli haters di professione e ricoperto di merda per mesi)? Sarei degno della chiamata istituzionale, o rifiuterei apertamente l’istituzione dicendo che non è degna dei miei versi? O, più saggiamente, me ne tirerei fuori con una scusa di comodo, magari simulando un mal di pancia?

