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giovedì 25 aprile 2024

roma città aperta

Siccome l'ho appena visto, devo dire che più di tutte le lezioni di Barbero o anche di Scurati, il 25 aprile è sempre meglio riguardarsi "Roma città aperta" che è un film bellissimo fatto in presa diretta dalla fine della guerra, per ritrovare un equilibrio con questa giornata in cui la retorica certe volte rischia di prendere il sopravvento. Dice tutto il film e ci ricorda molte cose importanti, oltre al fatto che per un breve periodo, proprio nel dopoguerra, abbiamo avuto il miglior cinema del mondo, fatto con quattro soldi e il cuore in mano. Era un cinema che aveva delle idee e che voleva dire, dopo tanta censura, la sua sulla realtà. Il 25 aprile, secondo me, per qualcuno è divisivo non perché è fascista, come dice uno slogan che gira e che a suo modo è divisivo (o sei con me, o sei contro di me), ma perché non ha visto i film giusti quando doveva, o non ha letto i libri giusti, se li ha letti. Perché l'antifascismo si fa anche leggendo i libri, guardando i film, studiando e scrivendo, esprimendo sempre le proprie idee e soprattutto ascoltando quelle degli altri, questo me lo ha insegnato mio padre, che di sicuro non era un gran lettore, ma veniva da un mondo contadino che credeva in un'idea di miglioramento attraverso il lavoro e lo studio, e io gli ho creduto. E oggi più di ieri, che quell'idea di miglioramento sta andando a rotoli perché la nostra identità culturale sta morendo, bisogna impegnarsi di più, sforzarsi di capire di più, di ascoltare di più, perché secondo me per stare al mondo oggi non basta più essere antifascisti, serve essere qualcosa di più, ma essere antifascisti è un buon inizio.

giovedì 11 aprile 2024

slogan

Avevo letto che l'ANPI voleva lanciare per il 25 aprile lo slogan "Cessate il fuoco ovunque" che sembrava un tentativo di dire qualcosa a qualcuno, ma prendendo una posizione talmente ampia per evitare di scatenare polemiche, da scatenarle comunque. Poi oggi al Tg ho visto prima dei poveri ragazzi che stavano giocando una partita di calcetto a Kharkiv, una partita uguale a tutte quelle che si potrebbero vedere in qualsiasi periferia del mondo, solo che a un certo punto li ho visti gettarsi a terra terrorizzati, le mani a proteggersi inutilmente la nuca, per gli scoppi di un bombardamento improvviso, come tanti altri che stanno distruggendo la città; e subito dopo un ragazzetto afroamericano, uno con la tuta nera e le scarpe sportive per darsi un'aria da duro, ma fondamentalmente un quindicenne che ad Akron, Ohio, stava giocando per strada con una pistola giocattolo, e per questo è stato ferito da un agente in servizio, a cui gridava con la voce di un quindicenne in lacrime, terrorizzato a morte, è finta, è finta, è finta! Sono cose che ti fanno pensare. E forse "cessate il fuoco ovunque" non è così male come slogan, soprattutto se davvero si allarga il tiro a tutti quanti, non solo a chi pensiamo se lo meriti più di noi. CESSIAMO IL FUOCO OVUNQUE, questo sarebbe stato meglio. (Del resto, le armi che si usano spesso le fabbrichiamo noi, ma parlando anche nel piccolo, siamo noi quelli che andiamo ancora a caccia per fare sport, ovvero per uccidere senza motivo, siamo noi quelli che nei mattatoi abbattono ogni singolo animale che mangiamo con un colpo di pistola in fronte, che è fondamentalmente una esecuzione, oppure siamo noi a capodanno che spariamo dai balconi con fucili e pistole, o lanciamo dei fuochi d'artificio che non servono davvero a niente e nessuno, solo a spaventare gli animali).

lunedì 24 aprile 2023

ponte

Lancio un ponte fra 23 e 25 aprile con questo saggio scritto “dall’interno” di quegli anni, nel 1931, da quel grandissimo autore che è Ignazio Silone, sulle origini del fascismo. Nella prima parte del volume Silone analizza il fascismo non come fenomeno incistatosi nel tessuto italiano, ma come deriva delle mai risolte questioni sociali derivate dall’unità d’Italia. Unità arrivata in un clima risorgimentale altoborghese che la sognava ma temeva l’ingerenza delle classi più umili, e da una monarchia sabauda che affondò la stessa unità primo perché trattò i territori meridionali conquistati come colonie, poi perché a tal punto fragile da non riuscire a gestire suddetti territori, per cui al fine di imbrigliarne le rivendicazioni si inventò il complesso e farraginoso sistema burocratico che subiamo ancora oggi, di modo che soffocasse nelle sue spirali qualsiasi tentativo di rinnovamento politico, e fomentò proprio nella politica quell’orrendo fenomeno di opportunismo a cui si dette il nome di “trasformismo” poi ereditato da tutti i partiti nel dopoguerra. Nacque tutto allora, prima ancora del fascismo, coi Savoia, i quali come ciliegina sulla torta, quando le istanze delle classi povere, ridotte allo stremo dalla prima guerra mondiale, divennero impossibili da gestire attraverso la “semplice” politica, la corruzione e la violenza, si affidò a quelle bande criminali che furono i fascisti. Motivo per cui, primo: quando si dice che non abbiamo mai fatto i conti col fascismo, la verità è che non abbiamo mai ancora fatto i conti con l’Italia intesa come stato unitario, né con le palesi diseguaglianze che ne affliggono i territori, e secondo: sarebbe stato assai meglio, negli anni, cercare di capire come sanare queste diseguaglianze, invece di fomentarle o sparare proposte assurde e deprecabili come l’autonomia differenziata. Perché il fascismo, dove la gente sta bene, o non ha problemi, in genere non attecchisce.

lunedì 25 aprile 2022

liberazione

Ogni anno si dice che ci sono delle polemiche divisive intorno al 25 aprile, ma il fatto pensavo oggi è che non è divisivo il 25 aprile, sono semplicemente divisi gli italiani, e non per colpa dei politici come sostengono alcuni, ma semplicemente perché quello italiano è un popolo da stadio, che per natura ama le discussioni, la retorica come forma d'arte. Così a forza di parlare gli italiani si dividono ancora di più (quello italiano è un popolo fratricida, scriveva Saba, che chiede al padre il permesso di ammazzare il fratello) e il 25 aprile non è mai finito, c'è ancora chi spera, con le parole o coi fatti, di liberare l'Italia da qualcuno o qualcosa. Così c'è ancora tanto da fare, da lottare, per liberarci, per liberare. "Io lo so cosa ci vorrebbe per questo paese" diceva Monicelli con un ghigno avvelenato sul volto. Ma Monicelli è invecchiato e morto con quella parola non pronunciata. Io spero sempre che verremo liberati, alla fine, per opera dello Spirito santo.

domenica 26 aprile 2020

quando un popolo canta

Ieri 25 aprile 2020 credo di aver sentito la mia Bella ciao preferita da molti anni a questa parte, nella versione cantata da Guccini con la voce tremante da vecchio, commovente nella sua purezza un po’ naif e insieme irriducibile. Guccini ne ha modificato il testo per attaccare, come fa da sempre, Berlusconi Salvini e i fasci della Meloni, e così cantando ha fatto incazzare la Meloni, ridando insomma alla canzone un senso politico che, devo dire la verità, mi sembra più divisivo che inclusivo: non il “25 è di tutti”, ma “tu no, tu non puoi, tu sei fuori”. Nella voce di Guccini non è più la canzone della grande festa popolare come spesso la viviamo, ma la viva testimonianza di qualcosa di irrisolto nella nostra identità di popolo. Io me la vivo spesso come un grande dubbio questa cosa, come una contraddizione: ma “se tu no, tu non puoi” mi chiedo, perché queste persone dovrebbero festeggiare, come rimproveriamo loro di non fare, una festa dove non sono gradite? Abbiamo fatto abbastanza per coinvolgerle, oppure no, non le volevamo proprio, perché ci faceva comodo avere un nemico che rafforzasse le nostre convinzioni? Io non lo so, e per dirla come Brecht: “solo i ciechi parlano di soluzioni, ma io ci vedo bene e non ho speranze per nessuno”. So che l’Italia che è venuta fuori dalla guerra non è più la loro, eppure è anche la loro perché un sacco di cose non sono state mai dette né risolte, perché come diceva Pasolini avremmo dovuto chiedere, avremmo dovuto voler sapere di più di quel che ci hanno detto, ma sapere non conveniva a nessuno, perché i puri, i veri puri di questa nazione, coloro che l’hanno fondata e la cui memoria inneggiamo il 25 aprile, sono stati una manciata, un “piatto di grano”, tutti gli altri bene o male da qualche parte sono saliti sul carro dei vincitori e hanno accettato dei compromessi per mantenersi vivi. Ieri però, nonostante la clausura, si respirava una bella atmosfera in questa Italia. Sospetto che per una volta sia stato merito del coronavirus, perché forse, se ci fosse stato il nulla osta, molta gente semplicemente sarebbe andata al mare a godersela la libertà invece di cantarla, ma che importa. Alla fine hanno cantato tutti, così la sera del 25 aprile del 2020 è arrivata la notizia della morte di Kim Jong-un e ho pensato che forse è vero, quando un popolo canta tutto insieme da qualche parte muore un dittatore.

sabato 27 aprile 2019

intorno al 27

Ogni anno, al ponte fra 25 aprile e 1 maggio, mi ritrovo sempre a pensare quanto sia forte e necessaria l’interdipendenza fra le due feste, e a chiedermi quanto, per uno come me, le infici nel loro significato la mancanza di libertà economica. Le vivo, ma sempre un passo indietro agli altri. Di fatto sono un liberato di serie B, o forse è colpa mia che sono poco pratico, e mi sono perso da qualche parte fra il 25 e il 1, che sono invece feste dell’azione, più o meno intorno al 27.

giovedì 25 aprile 2019

fenoglio

Ci pensavo stamattina per la prima volta, se amo questa festa del 25 aprile non è per tutto ciò che simboleggia: la libertà, la lotta, la giustizia, lo stare o no dalla parte giusta, le luci e le ombre, la retorica, i monumenti, questo e quello. Sono tutte cose giuste, eh. Ma se la amo col cuore, se provo empatia e simpatia, se mi commuovo a pensarci e ripensarci, è perché l’ho letta nei libri di Fenoglio, in quelli di Pavese, di Calvino, e l’ho vista nei film di Rossellini, di Monicelli, di Scola, in certe scene di Totò. Ogni anno mi accorgo che, nonostante le manifestazioni, le polemiche, l’accanimento terapeutico di alcuni e tutti i bellissimi discorsi infiorettati di ideali, ogni anno si perde un pezzettino di memoria, un pezzo di sincero sentimento, tutto diventa parole ma senza cuore, e questo secondo me succede perché si dicono un sacco di bellissime parole ma non si legge mai abbastanza. Perché non c’è liberazione più grande di quella che viene dai libri, e non c’è liberazione possibile se non conosci Raul, Blister, Milton, Sceriffo, che poi sono tutti quei nomi incisi nella pietra dei monumenti ma fatti di carne e di sangue, con le loro paure, la rabbia, il piscio e il vomito, gli amori da ventenni che vengono sempre a mettere sgambetto agli ideali. Ecco, nel giorno della liberazione mi piacerebbe tanto che si facessero meno bellissimi proclami su cos’è o non è la libertà e si leggessero più storie di Fenoglio.

martedì 25 aprile 2017

ritorno

È il 25 aprile: giorno in cui si celebra la liberazione dal nazifascismo. La marea della retorica sale. La Resistenza al nazifascismo, valore indistruttibile quanto il rispetto della Democrazia Cristiana ad Aldo Moro, viene invocata e trasposta come resistenza alle trattative per salvare la vita di Moro. Il guaio è che quella Resistenza è un valore indistruttibile anche per le Brigate rosse: credono di esserne i figli, di continuarla o di ripeterla. Nessuno ha spiegato loro che non si trattava di una rivoluzione lasciata a mezzo e con la riserva di riaccenderla a più conveniente momento, ma di un ritorno invece: di un ritorno all’Italia prefascista – e col paradosso della continuità giuridica con l’Italia fascista – in cui, in qualche modo, a tentoni, ad improvvisazione, si sarebbe tenuto conto delle idee, dei fatti, delle cose nuove e migliori che intanto correvano nel mondo. 

[Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Adelphi 1983]

mercoledì 24 aprile 2013

dignità

Sbaglia chi pensa al 25 aprile come una festa legata a fatti storici passati, lontani nel tempo e nello spazio e quindi inutili, a Resistenza e Liberazione come termini desueti. Si dirà che la Resistenza è morta con chi l’ha fatta e della Liberazione oggi non si vede più nemmeno l’ombra, se non per quei pochi che se la sono comprata. Ma per me il 25 aprile è e rimane legato soprattutto all’idea di Dignità, e quella non ha tempo, anzi all’opposto, peggio vanno le cose e più è necessaria.