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mercoledì 4 dicembre 2024

dignità di padri

Le cose più intense e ammirevoli dei Tg di questi giorni, pur nella tragedia da cui sono scaturite, sono state le reazioni così composte e piene di dignità e di pensiero sì di Gino Cecchettin, ma anche di Yehia Elgaml – che per la stampa pare non avere altro nome che “padre di Ramy”, ma che meriterebbe altrettanta attenzione. Sono due persone diversissime per provenienza e cultura, accomunate dalla perdita dei rispettivi figli per cause violente, eppure non una sola parola di vendetta è venuta da loro, non una di rabbia. Spesso gli esempi di più alta civiltà vengono dai parenti delle vittime e ogni volta ci si stupisce di come fanno, ci si interroga su cosa faresti tu al loro posto. Guardandoli, viene da chiedersi se siano l’eccezione che conferma la regola nella generale barbarie che avanza, oppure sperare che non siano soli, e che rappresentano ancora il meglio di questa società, la parte invisibile e civile che non si arrende ai peggiori istinti (quelli che darebbero fuoco alla città per rappresaglia), ma che proprio per questo non fa notizia e non finisce in Tv finché non viene macchiata dal sangue.

domenica 3 maggio 2020

dignità

Delle volte mi viene voglia di capire com’è che in Italia ci sono giornali o riviste o siti che si dicono compagni, o perlomeno illuminati, e dopo sette anni che pubblichiamo libri – non brutti, non inutili – ci trattano ancora da poppanti, o meglio ancora da invisibili: non un saluto, non un cenno, non uno sguardo, nemmeno distratto. “Ma dici a me?” ti rispondono se provi a contattarli. Sempre che ti rispondano. È successo persino per un libro che parla della dignità del lavoro, argomento centrale della fase 2. Il libro è uscito nel 2019, ma vale più leggere quello che ascoltare le stronzate di Renzi. 
Così, pian piano perdi le speranze, un po’ ti carichi di malumori e ti dici: Mah, forse sono io che non so promuovere i miei libri, forse è quello che pubblico che cozza col mercato, forse davvero ogni spazio è saturo e strapparlo ad altri richiede un tipo di rabbia che mi manca. Forse è un po’ tutto questo messo insieme, così ti colpevolizzi oltre misura e ti passa la voglia di essere quello che sei. Fatto sta che un bel giorno di quello stesso libro sul lavoro si parla su una rivista online in Messico, la settimana dopo te lo ritrovi recensito a Pechino, dove a nessuno davvero importa nulla di te. Molto del merito è del lavoro dell’instancabile Valeria Raimondi, curatrice del volume. Ma per quanto uno cerchi di razionalizzare le cose a un certo punto ti chiedi: ma com’è possibile, ma davvero in Cina sì e in Italia non c’è mai spazio? Eh, ma tu sei invisibile! Ma Gesù, quanti editori di poesia ci sono in Italia? Cinquanta? E c'è così poco spazio che si deve sgomitare fra cinquanta? Io ci credo davvero nella dignità del mio lavoro. Ma certi giorni mi piacerebbe sapere a che età si diventa grandi in questo Paese, quando cioè ci verrà riconosciuto uno spazio semplicemente perché quello che facciamo è fatto bene, e non perché si chiedono o si fanno favori personali. La vera dignità è quella, e io per ora l’ho sfiorata, ma sfiorarla non mi basta.

venerdì 16 novembre 2018

fame

«Felici?» esclamò Mrs. Flat guardandomi con occhi stupiti «come potete essere felici, quando i vostri bambini muoiono di fame e le vostre donne non si vergognano di prostituirsi per un pacchetto di sigarette? Voi non siete felici: siete immorali». 
«Con un pacchetto di sigarette» dissi a voce bassa «si comprano tre chili di pane». 
Mrs. Flat arrossì, e mi fece piacere vederla arrossire. 
«Le nostre donne son tutte degne di rispetto» dissi «anche quelle che si vendono per un pacchetto di sigarette. Tutte le donne oneste di tutto il mondo, anche le donne oneste d’America, dovrebbero imparare dalle povere donne d’Europa come si possa prostituirsi con dignità, per sfamarsi. Sapete che cosa è la fame, Mrs. Flat?» 
«No, grazie a Dio. E voi?» disse Mrs. Flat. […] 
«Quando tornerete in America» dissi «avrete almeno imparato questo fatto orribile e meraviglioso: che la fame, in Europa, si può comprare come un oggetto qualunque». 
«Che cosa intendete dire per comprare la fame?» mi domandò il Generale Cork. 
«Intendo dire comprar la fame» risposi «i soldati americani credono di comprare una donna, e comprano la sua fame. Credono di comprare l’amore, e comprano un pezzo di fame. Se fossi un soldato americano, comprerei un pezzo di fame, e lo porterei in America per farne un regalo a mia moglie, per mostrarle che cosa si può comprare in Europa con un pacchetto di sigarette. È un bel regalo un pezzo di fame». 

Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi 2010, pag. 216

mercoledì 10 agosto 2016

dignità

Sognare la dignità che ti calpesta e scoprire che lo fa per sistemarti un problema alla schiena. Infatti il giorno dopo ti risvegli un pochino più dritto.

sabato 21 marzo 2015

fondamento

Stasera ho sentito parlare Barbara Balzerani, oggi scrittrice, ma in passato leader delle Brigate Rosse, protagonista di alcune delle pagine più importanti e cruente della nostra storia politica e sociale. Mi ero ripromesso di fermarmi solo una mezz'ora, invece, tale è il carisma di questa donna, quando ha comincianto a parlare mi sono attaccato alla sedia per un'ora e mezza. Mi sono sentito trasportare con forza nei flussi storici e umani che hanno determinato e determinano la nostra vita e mi sono sentito, alla fine, più ricco e e più forte di prima, meno solo. Che gran donna la Balzerani, soprattutto adesso che pare aver fatto pace, in parte, col proprio passato, e che modo stupendo ha di raccontare, con parole semplici, i meccanismi di un mondo all'apparenza inespugnabile. Più di tutto, nelle sue storie, tornano alcuni concetti basilari: la dignità di ognuno per la quale c'è sempre da lottare, la necessità che tutti torniamo ad assumerci la responsabilità delle nostre azioni, e soprattutto l'assoluto fondamento della cultura come diritto sacrosanto, come base di tutto, le parole SCUOLA SCUOLA SCUOLA e ancora SCUOLA.

lunedì 26 gennaio 2015

ma perché...

Stamattina, appena alzato, scrivo il mio pensierino del giorno: "Si dovrebbe tutti invecchiare con dignità e morire al momento giusto."
Lascio il mio quaderno sul tavolo, e dopo una mezzora torno e ci trovo aggiunto il commento di mio fratello: "Ma perché, ti fa sentire Che Guevara quel gatto morto che ti cresce in faccia?"

sabato 16 novembre 2013

dignità e matte risate



Per quanto sia indifendibile a più livelli, è difficile per un non pugliese riuscire a capire il profondo senso di tradimento che qui si prova per il comportamento di Nichi Vendola. Non riguarda l’essere o meno di sinistra, o anche quello certo, ma soprattutto Vendola per molti di noi (della mia generazione almeno) era la speranza di qualcosa di piccolo ma integro, qualcosa che aveva a che fare, una volta tanto, con le idee e con i sentimenti, prima ancora che con gli interessi di qualcuno e col cinismo sterile di tanti altri.
Persino di fronte agli scandali che di volta in volta sono venuti fuori negli ultimi anni, c’era ancora il dubbio che oltre gli errori politici e le brutte figure si potesse ancora trovare, quasi intatta, quella coerenza intima, profonda, dell'uomo. Invece, la risata quasi imbarazzata, untuosa, che abbiamo ascoltato nelle ultime ore, da lui non ce la saremmo mai aspettata e a molti di noi ha fatto male.
È vero, le cose sono sempre più complesse di come sembrano, tutti hanno diritto a difendersi, ma quella risata, più ancora di ciò che è stato detto, ha scavato un solco profondo, una ferita non rimarginabile.
Cade Vendola, sepolto sotto la sua stessa risata, e con lui vengono meno, ed è assai peggio, molte delle energie migliori che, bene o male, era riuscito a tirarsi dietro nella sua corsa. Perché, e questo va ricordato, Nichi Vendola non è (stato) semplicemente, come in molti ora sostengono per delegittimarlo, un uomo politico come tanti, è stato un simbolo, un leader, e anche per questo il danno è ancora più grave.
Speriamo davvero che si dimetta. Lo deve alla dignità di chi lo ha votato e difeso, almeno quanto alla sua.

mercoledì 24 aprile 2013

dignità

Sbaglia chi pensa al 25 aprile come una festa legata a fatti storici passati, lontani nel tempo e nello spazio e quindi inutili, a Resistenza e Liberazione come termini desueti. Si dirà che la Resistenza è morta con chi l’ha fatta e della Liberazione oggi non si vede più nemmeno l’ombra, se non per quei pochi che se la sono comprata. Ma per me il 25 aprile è e rimane legato soprattutto all’idea di Dignità, e quella non ha tempo, anzi all’opposto, peggio vanno le cose e più è necessaria.

domenica 13 gennaio 2013

rifiuto

Mi rifiuto di andare a voltare per “salvare” l’Italia da Berlusconi, Monti o chicchessia, o per “contrastare il loro gioco”. Rifiuto questo modo di pensare. Lo trovo tanto paternalistico quanto, per certi versi, disonesto. Paternalistico perché siamo in democrazia, e se un italiano, dopo vent’anni di B., vuole votare ancora B. solo perché ha fatto una bella comparsata in tv, allora B. se lo merita tutto, B. eppure Topo Gigio. Disonesto perché, se dopo tanti bei discorsi sul rinnovamento della politica, per contrastare B. o M. devo chiudere gli occhi e turarmi il naso e andare a votare – con una legge elettorale che è una truffa! – un PD altrettanto vecchio e solo un pizzico meno falso, allora non credo che potrei più sentirmi a posto con me stesso. Se vogliono trasformare tutta questa storia delle elezioni in quel detto: “O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”, facciano pure. Io mi rifiuto di assecondarli e non vado a votare. Non si tratta di antipolitica, ma solo (per come la vedo) di coerenza e dignità. Coerenza verso se stessi. Dignità di persona pensante.

sabato 15 settembre 2012

requiem per roberto roversi

Non ne sono sicuro al 100% ma credo che con la morte di Roberto Roversi sia scomparso l’ultimo dei grandi scrittori italiani formatisi moralmente durante la Resistenza, quegli scrittori che facevano dell’impegno politico e sociale, o se preferite della partecipazione attiva, un tutt’uno con la propria scrittura, senza distinzioni. Era un imperativo del cuore e una necessità del sangue. Quella è ormai per molti un’esperienza superata, a favore di che non ho mai capito, eppure, per il potere miracoloso della parola di rendere tutto ciò che si racconta ancora vivo, presente, finché si narra, finché continua l’azione del narrare, qualcosa rimaneva con loro, Roversi e gli altri, anche ad anni di distanza. Ora, con la sua morte, con la fine dell’ultimo rappresentante di quella generazione, credo che il filo si sia definitivamente spezzato. Né si può tornare a ciò che non c’è più. Bisogna andare avanti.
Un tempo guardavamo, guardiamo ancora, a quegli scrittori come fari nel buio. Ora i fari sono spenti e resta di fronte a noi solo il mare buio. C’è già chi possa prenderne il posto? Di sicuro c’è, ma non è la qualità dello scrittore a fare una generazione, sono i tempi stessi e la volontà delle persone a non cedere più un solo grammo della propria dignità. Forse i tempi non sono ancora maturi, però lo stanno diventando a velocità vertiginosa. C’è da affilare le armi e aspettare, poi colpire con rapidità e decisione. Scrivere.

sabato 18 agosto 2012

scioperi

Talvolta i racconti di mio fratello sui comportamenti igienici nell’azienda alimentare dove lavora sono talmente agghiaccianti che davvero mi viene voglia di comprarmi un pezzo di terra e qualche animale e ricominciare a produrre da solo il mio cibo. Non è l’unico, anche il mio vicino e poi un nostro amico comune, che fanno uguale lavoro ma in aziende diverse, ripetono lo stesso copione con piccole varianti. C’è di tutto, da chi scatarra nella vasca del latte a chi architetta scherzi coi topi. Protagonisti assoluti dei racconti non sono mai i padroni, che immaginavo capaci di qualsiasi cosa pur di guadagnare, ma gli operai, gente semplice, di cuore, talvolta di buon senso, ma che in quella realtà fatta di turni al nastro trasportatore sembrano imbarbarirsi fino al punto di scordarsi persino di sé, e di chi consumerà i loro prodotti, per dar sfogo alla rabbia e alla frustrazione. Quegli operai, di cui conosco alla perfezione i nomi, pur non avendoli mai incontrati, sono adesso i primi a scendere in piazza, perché il loro posto di lavoro è minacciato dalla crisi e mi chiedono accorati, dallo schermo della tv mentre pranzo, una mano per salvaguardare il loro futuro e il loro diritto a una vita dignitosa.

martedì 3 luglio 2012

la vigna

Oggi mio nonno, in un attimo di memoria, mi ha rivelato che suo padre, dunque il mio bisnonno, è morto in casa, nella casa dov’era nato e intorno al cui universo si è svolta tutta la sua vita, e morendo ha chiesto scusa per i propri errori non al prete né a Dio, ma solamente ai suoi figli. È morto a 84 anni e in tutta la sua vita ha bestemmiato una sola volta, quando cioè mio padre, allora ragazzino, gli ha mozzato uno dei baffi mentre lo radeva, baffi che il bisnonno portava con orgoglio e un pizzico di vanità, alla moda dell’epoca, lunghissimi, imponenti. Basta così poco a rendermelo simpatico. Non ci resta nient’altro di lui, nemmeno una foto, solo qualche albero e la vigna piantata in campagna, quando ai braccianti venne concesso di prendersi un pezzetto di terra e coltivarlo.

mercoledì 28 ottobre 2009

mr stevens e la dignità

Ho finito da poco di leggere un libro splendido ma che, ammetto, mi ha lasciato un amaro in bocca di quelli che ti porti dietro il retrogusto per giorni. Il libro si intitola Quel che resta del giorno ed è stato scritto da Kazuo Ishiguro. Dal libro è stato tratto nel 1993 un film bellissimo e struggente diretto da James Ivory, con Anthony Hopkins e Emma Thompson, che però non rende giustizia agli intenti del romanzo. Di per sé la storia è semplicissima. Nella prima metà del ‘900 un maggiordomo inglese è talmente ligio al suo dovere da lasciarsi scappare poco per volta, al servizio del suo padrone, che poi si scoprirà essere (per ingenuità) un filonazista, tutte le piccole gioie che la vita gli potrebbe offrire fino al culmine rappresentato dalla perdita della donna amata. Si potrebbe considerare la storia di un fallimento. E così la interpreta il film, e così molti l’hanno letta. Ma questo non basta, ancora non rende giustizia al senso del romanzo.
Ho letto in giro alcune recensioni per chiarirmi le idee e tutte colgono qualcosa senza che nessuna convinca però del tutto. Una ragazza, ad esempio, su un forum lamenta di essersi annoiata in quanto non succede niente. E per quanto sia un discorso approssimativo è anche inopinabile: tutto il romanzo vive di piccoli scarti, episodi insignificanti o marginali, due interi capitoli sono dedicati a un ricevimento e a una importante discussione in salotto, altri si perdono dietro conversazioni in merito all’andamento del personale o alla pulizia delle posate e alla fine della vita privata (e sentimentale) dei protagonisti non resta quasi nulla, appena pochissimi accenni perduti nell’immensa matassa di considerazioni sul lavoro. E invero non è un romanzo facile da leggere, scorre via piuttosto lentamente per quanto non sia molto lungo.
Un altro, su un blog, diceva che la cosa che apprezzava di più della storia fosse il fatto che Mr Stevens, il protagonista e narratore, non fosse un testimone attendibile, che il suo racconto fosse pieno di falle, menzogne palesi, omissioni, tutte tese a distrarre l’attenzione del lettore dal suo reale pensiero, che ovviamente è invece chiarissimo. Tutto il libro è costruito così, come un lungo tentativo di raccontarsi negando, senza mai svelarsi del tutto e questo ovviamente non si poteva mettere nel film, che di conseguenza perde completamente questa caratteristica, acquistando però in fluidità e dando maggiore risalto al personaggio di Miss Kenton, la donna che Stevens ama.
Ma nemmeno questo è il succo, e neanche il finale fatto della morale spicciola che bisogna (si può solo) andare avanti con fiducia, perché la parte più bella della giornata è la sera, come gli viene detto da un passante con cui scambia poche parole nelle ultime pagine. No. In verità la chiave del libro si trova nel penultimo capitolo, quando viene chiesto a Mr Stevens di dire la sua, durante un discorso in cui si cerca di definire cosa sia la dignità. E Stevens risponde: “ho il sospetto che sostanzialmente consista nel non togliersi i panni di dosso in pubblico.” Cosa che in parte giustifica quanto detto sopra, ma ancora di più apre uno spiraglio sul senso del libro e sulla vera natura di Stevens, non un personaggio così grigio e insignificante come può apparire nella descrizione che lui stesso fa di sé.
Per quel che ne penso io Quel che resta del giorno è un romanzo sulla dignità e sul perseguimento della stessa. Mr Stevens in cuor suo è un personaggio molto classico, molto “romano” mi verrebbe da dire, permeato degli stessi ideali di quel mondo. Proprio come un soldato romano il suo interesse personale viene sacrificato costantemente alla causa, cioè seguire il proprio generale fino in fondo, credendo ciecamente in lui. Questo fa Stevens per tutto il libro. Per il proprio generale, per il suo signore, Sir Darlington, sacrifica tutto, persino Miss Kenton. E lo fa perché è convito che la causa perseguita dal suo padrone, la pace fra Inghilterra e Germania nazista, sia più alta e importante di lui e dei suoi bisogni. Quando, a un certo punto, Miss Kenton cerca di parlargli per fargli capire che andrà via con un altro se lui non farà niente per trattenerla, lui, che in quel momento è indaffarato per conto del suo padrone, le risponde che quello non è il momento perché di là si sta discutendo dei problemi del pianeta. Potrebbe sembrare una follia oggi, perché quel concetto di dignità non esiste più, ma c’è della nobiltà antica in questo. In fondo la natura di Stevens è nobile. Il suo è il tentativo di partecipare alla realizzazione di un mondo migliore e a questo scopo sacrifica tutto se stesso. La delusione finale di Stevens consiste nel rendersi conto del fatto di avere lottato e sacrificato l’intera sua vita senza ricevere in cambio il suo premio. Che non è Miss Kenton, per rivedere la quale, ormai anziano, si mette in viaggio attraverso l’Inghilterra (viaggio che gli darà l’occasione di ripensare al suo passato) ma, in linea coi principi classici di cui è formato, avrebbe dovuto consistere nella gloria del suo signore e, per riflesso, della sua. Il suo signore invece è caduto in disgrazia dopo la fine della guerra, è morto ed è stato dimenticato. Ora persino parlare di lui crea imbarazzo. Mr Stevens ha servito il padrone sbagliato e si è ritrovato a sacrificare se stesso per una causa che la storia non vuol ricordare. Per lui che ha dato tutto quello che aveva da dare alla causa della storia, nella storia non ci sarà posto. “Io mi sono fidato” e il suo ultimo amaro commento, a chiusura del libro. Tutto quello che gli resta è una lunga sera da vivere.