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sabato 1 marzo 2025

poesia in rima

La poesia più brutta che credo di avere mai letto, di un cattivo gusto come pochi, l'ha pubblicata oggi un signore italiano, ed è una cacatina in settenari in rima baciata, che ricorda nel ritmo i fumetti di inizio Novecento del Corriere dei Piccoli, sul modello di Bilbolbul, che chi non lo ricorderà era un fumetto di taglio coloniale che raccontava le avventure africane di un piccolo "negretto" che quando si emozionava cambiava colore della pelle, una cosa oggi improponibile. Questo signore, ispirato dall'editoriale di oggi di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, si augurava nei suoi versi che dopo la "sgridata" di Trump che ha svelato la sudditanza di Zelensky alla Nato, gli ucraini rinsaviti, in questo "lieto giorno" facciano fare a lui e a quel "bel soggetto" di sua moglie la stessa fine di Mussolini (sottinteso: appesi per i piedi in piazza). Il fascismo, nelle intenzioni dell'autore, combattuto con lo stesso linguaggio irridente, fanatico e violento del fascismo, in cui si celebra con gioia la soppressione fisica del proprio nemico. Io l'ho trovata una cosa aberrante, una sorta di transfert in cui non c'è più differenza, né distanza, fra vittima assassino e spettatore, sono tutti malati di sangue. E leggendo la sua poesia, mi sono vergognato di scrivere in versi anch'io.

mercoledì 4 dicembre 2024

dignità di padri

Le cose più intense e ammirevoli dei Tg di questi giorni, pur nella tragedia da cui sono scaturite, sono state le reazioni così composte e piene di dignità e di pensiero sì di Gino Cecchettin, ma anche di Yehia Elgaml – che per la stampa pare non avere altro nome che “padre di Ramy”, ma che meriterebbe altrettanta attenzione. Sono due persone diversissime per provenienza e cultura, accomunate dalla perdita dei rispettivi figli per cause violente, eppure non una sola parola di vendetta è venuta da loro, non una di rabbia. Spesso gli esempi di più alta civiltà vengono dai parenti delle vittime e ogni volta ci si stupisce di come fanno, ci si interroga su cosa faresti tu al loro posto. Guardandoli, viene da chiedersi se siano l’eccezione che conferma la regola nella generale barbarie che avanza, oppure sperare che non siano soli, e che rappresentano ancora il meglio di questa società, la parte invisibile e civile che non si arrende ai peggiori istinti (quelli che darebbero fuoco alla città per rappresaglia), ma che proprio per questo non fa notizia e non finisce in Tv finché non viene macchiata dal sangue.

giovedì 19 ottobre 2023

sangue sulle poesie

Ieri mi è capitato di leggere, per amicizia, alcune poesie d’amore da due persone diverse. Le prime, che verranno pubblicate da un altro editore, di un uomo un po’ più grande di me, scritte con tutta l’esperienza di chi ne ha viste tante e il mestiere di chi sa gestire il suo vissuto in versi che per quanto leggeri hanno sempre quel tono un po' assoluto di chi in fondo l’amore conosce bene in tutti i suoi risvolti; e le seconde imperfette, a tratti goffe, ma traboccanti di sentimento, da parte una ragazzina che sta soffrendo per amore che per lei è qualcosa di totalmente nuovo, ne è sopraffatta. Io le avevo consigliato di scrivere perché quando scrivi, quando riesci a dare un nome alle cose, comunque stai meglio, e lei mi ha girato le sue poesie dicendomi che non la fanno stare meglio, le sue poesie sanguinano! E mentre leggevo lei pensavo ai versi del primo, che nemmeno volendo potrebbe più tornare a quel grado di intensità, ma in alcuni testi ammette con rimpianto che gli piacerebbe sanguinare un’ultima volta per amore come quando aveva vent’anni; e allo stesso modo pensavo a lui mentre leggevo le poesie di lei che continuamente si chiede quando finirà questo dolore, questo suo sanguinare per amore, e non sa ancora che un giorno potrebbe addirittura rimpiangerlo.

giovedì 31 marzo 2022

pacco

Credo di essere l'unico editore al mondo che riesce a tagliarsi le dita ogni volta che fa un pacco. Risultato: comincio a sgocciolare sangue intorno come una fontanella. E ogni volta mi chiedo perché continuo a fare le copertine dei miei libri bianche...

domenica 10 gennaio 2021

sangue


Quando vedo un film di Takeshi Kitano mi viene da pensare a una critica che mi sento fare, a mio demerito, sui miei racconti, ovvero che alcuni miei personaggi non sono ben definiti, risultano a volte abbozzati o manichei. Mentre tutti, invece, dovrebbero significare. A me, pur riconoscendo i miei limiti, fa sempre uno strano effetto sentirlo, perché nella vita reale la maggior parte delle persone che incontriamo non significano un bel nulla, non sono che comparse, non solo non sappiamo niente di loro, non ci interessa saperlo, oppure vivono secondo schemi mentali talmente radicati e rigidi da renderli quasi delle macchiette, e noi per questo li odiamo o li prendiamo in giro. E quindi mi chiedo, pretendere dal personaggio di un libro di significare qualcosa, non è un po’ come mistificare la realtà? E a quale scopo? Per rendere migliore la storia, o per migliorare la realtà, la sua stessa idea? Devo dire che finora, la soluzione più radicale l’ha trovata proprio Kitano nei suoi film. Per lui la vita non ha senso, quindi i personaggi di contorno vengono semplicemente ammazzati, spesso in maniera violenta, e la gente paga per vedere il sangue.

giovedì 25 giugno 2020

paese che vai...

Il 5 aprile 2020, meno di 3 mesi fa, ho visto persone che invocavano il sangue di Michela Murgia, definita indifferentemente da uomini e donne come una capra ignorante e presuntosa, una che se la crede troppo, capace solo di proferire "minchiate" per quanto aveva detto con troppa leggerezza su Battiato; oggi, alcune di quelle persone, ma soprattutto donne, le ho viste commentare la notizia in cui la stessa Murgia asfaltava a ragione Morelli che con troppa leggerezza ha parlato dei "codici femminili" con un compiaciuto e compagno: Brava Murgia! Brava Michela! Ci mancava solo un Brava sorella! e anche qui coi codici femminili ci saremmo sprecati.

sabato 2 marzo 2019

il canto

È tardi. Affronto lietamente il gelo
di fuori. Ho in cuore di una vita il canto,
dove il sangue fu sangue, il pianto pianto.
Italia l’avvertiva appena. Antico
resiste, come quercia, allo sfacelo.

(Umberto Saba, Il canzoniere, Einaudi, 2014)

martedì 4 settembre 2018

sangue sulle parole

L'altro giorno al Terracina Book Festival, mentre sistemavo i libri sul nostro tavolo mi sono tagliato un dito e nel ho sporcati alcuni di sangue. Poco dopo si è avvicinata una ragazza e mi ha chiesto di poter acquistare una di quelle copie. "Ma sei sicura?" le ho detto, "te ne do una pulita". Ma lei: "Vuoi mettere avere una copia del libro bagnata dal sangue del suo autore?". "Di quello ce n'è già dentro a litri" le ho detto. Ma ha insistito per acquistarlo, perché il rosso sul bianco della copertina spicca di più di quello spillato fra le parole. Come mi ha suggerito poi Francesca Santucci, probabilmente lo sta già usando per clonarmi.

domenica 17 giugno 2018

il sague amaro

C’è chi fa il sangue amaro.
Io mi strappo il sesso piuttosto che sbavarti dietro per un buco.
C’è chi fa il sangue amaro.
Io mi strappo la lingua piuttosto che leccarti il culo per un bravo.
C’è chi fa il sangue amaro.
Io mi strappo la mano piuttosto che scrivere per pochi, poco interessati, come sei tu, buco di culo.
C’è chi, come Magrelli, si fa il sangue amaro.
Io sono troppo orgoglioso e piuttosto che darla vinta a qualcuno
M’infilo in una tagliola e dico che se c’è una ferita non è a causa tua.

giovedì 29 marzo 2018

le mani sono un campo seminato a sangue...

Le mani sono un campo seminato a sangue
che affiora in filari d’amore e cicatrici
mentre vi trascini l’unghia offesa
a dissodare o punire il mio cuore di gattaro.

mercoledì 7 febbraio 2018

appunto

Appunto per una recensione che stabilisca i possibili punti di contatto e le necessarie distanze fra Buon Sangue di Lorenzo Cherubini (2005) e Il Sangue Amaro di Valerio Magrelli (2014), in barba a tutta la critica snob e per il solo piacere di fare un bagno di sangue a parole. Possibilmente farla uscire per Pasqua, in tema di resurrezione. 

Mi lavo i denti in bagno. 
Ho un bagno. 
Ho i denti. 
Ho una figlia che canta 
di là dalla parete. 
Ho una figlia che ha voglia di cantare 
e canta. 
Può bastare. 

(Valerio Magrelli)


sabato 22 aprile 2017

sputare sangue

Spilucco senza tregua l'autobiografia di J.M. Coetzee, Scene di vita di provincia. Per impegni presi dovrei leggere altro, ma non riesco a staccarmene. E mi prudono le mani e mi vien voglia di marinare gli impegni. Ma come caspita si fa a leggere libri così e poi ostinarsi a voler scrivere? Che poi risponde all’imperativo di certi corsi di scrittura: “quando scrivete, non leggete altri autori ché vi influenzano!” Ma io più leggo e più mi viene voglia di scrivere, di rubare, di vedere se riesco a fare meglio. Secondo me, se scrivete, non solo dovete leggere, ma dovete leggere quelli più bravi di voi, quelli più forti, quelli che vi fanno male all’orgoglio. La scrittura è come il pugilato alla fine, lo diceva anche Hemingway, se sei bravo più botte prendi e più ti viene voglia di rialzarti per sputare altro sangue.

sabato 23 luglio 2016

mi stringe in gola il sangue...

Mi stringe in gola il sangue.
Mi sanguina dal cuore.
Ogni tua cellula perduta si fa
goccia che risale. Sale e soffoca
dal cuore ma non passa.
Ristagna e secca
negli occhi senza pianto.
E brilla il mio rimorso.
Mi bagna il canto. Perché ti perdo?
Perché non ti ritrovo?

domenica 14 febbraio 2016

san valentino agli scemi

Buon San Valentino a tutti gli editori che non rispondono mai, al loro silenzio che fa male cane, che non sai mai interpretare. A voi e al vostro silenzio da stronzi io dedico il mio amore assurdo, che come tutti gli amori è un po' scemo. Buon San Valentino a tutti gli scemi, ai duri d'orecchio, ai morti di fame, agli scrocconi e ai combattenti, ai rompiballe senza portafoglio che lottano contro se stessi per costringersi a pubblicare un libro che fosse per loro starebbe in cima ai grattacieli, a risplendere come un’insegna, e invece finisce sempre che devono sputare sangue e pagare persino per farselo leggere.

lunedì 16 novembre 2015

ora citano neruda i pacifisti

Scrive Pablo Neruda: «La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il pane». Capisco le loro buone intenzioni, ma la poesia, per come la pratico e so, e sa lo stesso Neruda, è una continua dichiarazione di guerra. Contro la stupidità, la banalità e la mediocrità di tutte le facili soluzioni. È un continuo stare all’erta nel buio, ed anche la paura stessa del buio. Chi scrive poesie non dorme mai, vi assicuro. E quando dorme, sogna. E non sogna il pane che si farà corpo, ma la parola che griderà i peccati del mondo, come vino e sangue in remissione dei peccati.

sabato 19 settembre 2015

sangue

Mio fratello si sveglia nella stanza sul retro poco prima dell’alba e sente i rami picchiettare contro la finestra del piano di sopra. Fine estate del ’45 ed tornato a casa da una guerra. Aspetta che la luce allaghi la stanza quando si alza un grido, la mia voce in sogno. Più tardi insieme scorrazzeremo per i campi al limitare della città mentre l’erba ci fischia intorno. Non mi chiederà se fosse mio il grido che ha sentito; invece mi seguirà nelle boscaglie ombrose dove vado sera dopo sera a conversare con radici ritorte e rampicanti. Altri vengono in coppia in inverno a respirare il cielo gelato, in primavera per gli aromi della terra, ragazzi e ragazze in cerca di se stessi. Mostro a mio fratello un fitto nido di uova infrante, la tana appena scavata dal topo di campagna. L’oscurità comincia a raccogliersi tra i rami, i venti si levano fino a che i boschi piangono la fine del giorno. Ci dirigiamo verso casa parlando di progetti per l’anno a venire. È ancora estate anche se le stagioni ci soffiano intorno – pioggia e nevischio in agguato nell’aria grigia che respiriamo – il futuro che viene verso di noi nell’ombra nera dell’olmo, due fratelli – quasi un unico uomo – tenuti insieme da ciò che non possono condividere. 

[Philip Levine, traduzione Giuseppe Strazzeri, Notizie del mondo, Mondadori 2015, pag. 67, 69]

lunedì 13 luglio 2015

u scinke

U scínke! – me chiéme frateme
i acchianke u díscete affeléte jínte a carne.
Se pigghje a pezzechéte u jaretídde
ca jí mange
i jídde none – a dieta!
roseche sckitte l’ossere d’i virme.

Belle jídde cante ínt’a vetrine – jí stòche riète
nu scínke de passione ca stè scrive
a vite nostre i cume vòne i fattere
pu cuore
ca vè sculanne sanghe mméne a Críste.

Dè stòche jí –
campanne senza cuore sópe u cippe.


Traduzione dal curdunnese.

IL VITELLO

Il vitello! – mi chiama mio fratello
e spinge il dito affilato nella carne.
Si prende la pizzicata il galletto
ché io mangio
e lui no – a dieta!
rosica solo le ossa dei vermi.

Bello lui canta in vetrina – io sto dietro
vitello di passione che scrive
la vita nostra e come vanno i fatti
col cuore
che va scolando sangue in mano a Cristo.

Lì sto io –
campando senza cuore sopra il ceppo.

lunedì 21 aprile 2014

la pasqua

Ho visto mio nonno
resuscitato nel mattino di Pasqua del 2014
e alto non più di un bambino
venirmi a trovare in sogno.
È entrato in casa timoroso
e io preso da altro ci ho messo un poco
a riconoscerlo e abbracciarlo.
Mio padre seduto fuori sul parapetto
guardava il vento e mio nonno
in mancanza di lui si è stretto a me
suo padre diretto in linea di sangue.
Mi ha detto di non riuscire a dormire
e per questo è scappato di là. Già in pigiama
si è messo a cercare inutilmente
le sue coperte di lana e il letto
poi si è steso nella cenere del caminetto
ancora calda, ma nulla
era buono abbastanza. Allora
ha preso coraggio e mi è venuto in braccio
il mio nonno bambino
ha poggiato la testa sul mio petto
e si è lasciato cullare a lungo
fino a russare lievemente e farsi così finalmente
la prima dormita della sua morte
da un anno a questa parte.

domenica 16 febbraio 2014

trasparente

Io e Silvio andiamo a trovare Francesco, il nostro maestro di fotografia. Vive in campagna, lontano da chiunque, in una zona lievemente rialzata che va raggiunta attraverso una stradina serpeggiante e ripida, e passa le sue giornate lì, col suo cane, godendosi un orizzonte meraviglioso della valle.
Quando arriviamo sta tagliando la legna, ha un dito fasciato da un taglio, e il cane ci viene incontro facendoci le feste. Francesco è un tipo rude all’apparenza, ci saluta appena, non parla molto, ma nonostante l’imbarazzo gli fa piacere scambiare due chiacchiere, si vede. Ordina a Silvio di preparare un caffè mentre accende il fuoco.
Poi tira fuori per noi una scatola con delle vecchie foto e la data 1976-77, un anno della sua vita racchiuso in circa duecento scatti in bianco e nero. In una serie dei bambini corrono fra gli alberi inseguendo un pallone, in un’altra un ragazzo serve ai tavolini di un bar di provincia, in un’altra ancora degli uomini pisciano nei bagni pubblici di un autogrill. Poi c’è una foto sola, la più bella di tutte, che rappresenta le panchine vuote nel buio, illuminate appena da un faro, nella metropolitana deserta di una città senza più nome.
Moltiplicatela per quarant’anni, ci dice con la sua voce scura, e avrete una piccola visione della mia vita. Mentre parla si toglie la fascia dal dito per disinfettarlo, e lascia che il suo cane lo lecchi sporcandosi il musetto di sangue. Non ho più voglia di nulla, ci dice, né di troppo rumore né di mostre o d’Europa. E ci racconta, come fa spesso, del suo amico Bonasia, morto per la fotografia e per la droga. Per la verità.
Ma cos’è la verità?, gli chiedo a bruciapelo. Mi fissa a lungo, punta il dito ferito verso la finestra che lascia entrare, nonostante l’inverno, una luce calda e piena, e dice: la verità è un grande pannello neutro contro il muro, accanto alla finestra, così puoi fare delle foto con la luce naturale.
La luce naturale? Sempre!, mi risponde sicuro.
Si alza per andare incontro al muro. Nella luce i suoi capelli lunghi e crespi, la sua barba bianca, si illuminano. Prima sembrano bruciare, evidenziando i segni del tempo sul suo volto abbronzato, poi scomparire contro il muro bianco, far scomparire tutto, man mano che si fa fatica a tenere gli occhi aperti, a metterlo a fuoco in tutta quella luce, finché non chiudi gli occhi e lui diventa trasparente.

sabato 18 gennaio 2014

lettera da parigi

Lettera dal mio vuoto da Parigi dove nel ricordo vivi ancora
oltre come sei la mia portata una menzogna a ciel sereno
una biscia che s’agita nel fango e non più la fiera anguilla
penetratami nel cuore con la forma di un capello
a bermi nel sangue a battere nel mio battere
mentre cercava le parole giuste per stupirmi e ora
mi strozza in gola come un osso un fermaglio mal digerito
m’impedisce il pianto e mi ferisce avvelenando
la memoria col sale povero sale da cucina
dove un tempo si stendevano perfette pianure di ghiaccio
solitarie e tristi ma accecanti nel sole e non silenziose
avvilite com’è ora il mio cuore in un lavello
umiliato sotto il gettito d’acqua e lavato senza cura
ormai da mani esperte a estirpare il male del ricordo
conficcato nel profondo e rigido come uno spillo
un cadavere come un altro con un suo peso un suo volto.