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sabato 1 marzo 2025

poesia in rima

La poesia più brutta che credo di avere mai letto, di un cattivo gusto come pochi, l'ha pubblicata oggi un signore italiano, ed è una cacatina in settenari in rima baciata, che ricorda nel ritmo i fumetti di inizio Novecento del Corriere dei Piccoli, sul modello di Bilbolbul, che chi non lo ricorderà era un fumetto di taglio coloniale che raccontava le avventure africane di un piccolo "negretto" che quando si emozionava cambiava colore della pelle, una cosa oggi improponibile. Questo signore, ispirato dall'editoriale di oggi di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, si augurava nei suoi versi che dopo la "sgridata" di Trump che ha svelato la sudditanza di Zelensky alla Nato, gli ucraini rinsaviti, in questo "lieto giorno" facciano fare a lui e a quel "bel soggetto" di sua moglie la stessa fine di Mussolini (sottinteso: appesi per i piedi in piazza). Il fascismo, nelle intenzioni dell'autore, combattuto con lo stesso linguaggio irridente, fanatico e violento del fascismo, in cui si celebra con gioia la soppressione fisica del proprio nemico. Io l'ho trovata una cosa aberrante, una sorta di transfert in cui non c'è più differenza, né distanza, fra vittima assassino e spettatore, sono tutti malati di sangue. E leggendo la sua poesia, mi sono vergognato di scrivere in versi anch'io.

giovedì 4 agosto 2022

1925

Quando il cinema è buono non ha tempo. Ci pensavo ieri sera che ho rivisto un vecchio film di Florestano Vancini, Il delitto Matteotti del 1973. Il film descrive la crisi di governo che segue all’omicidio – commissionato dalla Ceka, la polizia segreta fascista – del socialista Matteotti e che vede schierata da una parte una destra ferocemente corrotta e squadrista e dall’altra un gruppo di partiti di centro e di sinistra benintenzionati ma salottieri che non riescono a mettersi d’accordo su nulla, nemmeno di fronte al pericolo di una dittatura, e finiscono col fare mero ostruzionismo simbolico, alleanze farlocche (Socialisti e Popolari ma senza i Comunisti in attesa dei realisti) fino sbriciolarsi da sé e lasciare campo libero a Mussolini, il quale fa il duro ma è a sua volta soggetto ai ricatti interni del suo stesso partito e dei poteri economici, gli industriali in primis – “L’importante è che si parli chiaramente al Duce, se è davvero un uomo di governo deve dimostrarcelo, e subito!” “Altrimenti lo licenziamo” –, il tutto calato in un sistema giudiziario, fra magistratura e forze dell’ordine, colluso e compiacente, e in un contesto sociale violentissimo che si fa scudo del clima politico per esprimere i propri peggiori istinti. I più coraggiosi finiscono pestati a sangue o uccisi, esiliati o ridotti al silenzio. Vedi Piero Gobetti. Né giustizia viene fatta. Ma questo, per fortuna, è successo nel 1925, mica ai giorni nostri.


 

lunedì 25 aprile 2022

maturazione

Non so se sia dovuto al coflitto in corso, e quindi a una maggiore riflessione sulla violenza della guerra, ma credo che sia il primo anno da che sono sui social che al 25 aprile non ho ancora visto nessuno (fra i miei conoscenti almeno) che ha pubblicato la foto del cadavere di Mussolini esposto a piazzale Loreto con qualche battuta sprezzante sotto. Invece sono aumentati i papaveri rossi. Non doverla vedere, devo dire, mi ha migliorato la giornata.

giovedì 30 settembre 2021

conferma

A conferma della brutta giornata apprendo ora che il consiglio comunale del mio paese non è stato capace nemmeno di revocare la cittadinanza onoraria concessa a Benito Mussolini nel 1924, con tutto che nel frattempo c'è stata la caduta della monarchia, la nascita dello stato italiano democratico e il ripudio di qualsiasi forma di fascismo sancito dalla costituzione. Uno potrebbe dire, come è stato fatto, che sono gesti che non servono a niente oggi "con tutti i problemi che abbiamo". Ma ammettere così candidamente di essere testardamente fedeli a simboli e visioni vecchi di un secolo non è come ammettere di essere già morti dentro? E tu vorresti risolvere i problemi di oggi quando sei già morto da un pezzo?

martedì 26 maggio 2020

tre scrittori a cui ho pensato ieri

Ieri sera mi sono iscritto al canale di Rai 5 per vedere lo speciale su Malaparte tanto pubblicizzato. L’ho trovato carino anche se un po’ troppo spostato su La pelle e pochissimo invece su Viva Caporetto che è invece un libro centrale, o meglio ancora il libro centrale di Malaparte perché è quello che ci dice dove nasce non solo il suo fascismo ma anche il suo antifascismo. Perché va bene l’opportunismo – e Malaparte fu un vero opportunista – ma è anche vero che l’adesione al fascismo fu per lui, come per molti, il risultato della delusione maturata al fronte, nel primo conflitto mondiale, verso gli ambienti del potere italiani e il modo in cui sfruttavano i soldati considerati niente più che carne da macello: delusione che lo porterà prima ad aderire al fascismo, credendo potesse essere una cura per il malgoverno dei Savoia e poi ad allontanarsene quando invece di correggerlo il fascismo a quel potere aderì in pieno. In quella delusione subì anche un processo di disincanto e ammaliziamento per cui cominciò a pensare che se non puoi vincere il nemico (e lui non poteva vincere contro Mussolini) è sempre meglio sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio ed è lì che nacque l’opportunista che sappiamo. Tutto questo passaggio è saltato ed è venuto fuori un ritratto istrionico ma senza dramma e se a uno scrittore togli il dramma allora togli l’anima. 
Sempre sullo stesso canale Rai 5 però ho scoperto un’altra puntata di quel bel programma che è L’altro ‘900 dedicata a Parise, bella perché parte dalla casa di Parise a Salgaredo, una casa che lo scrittore amò molto e in cui nacquero i suoi Sillabari, senza la quale anzi i Sillabari avrebbero un diverso sapore perché lievitati in un altro forno, secondo una intuizione assai cara a Sergio Garufi. Ieri c’è stato il “compleanno” di Carver e tutti hanno tirato fuori i suoi libri e io mi chiedo sempre come mai i racconti dell’americano Carver sì e i tanti bei racconti di tanti italiani no, come se ci fosse un rifiuto inconscio. Quindi sarebbe un esercizio carino secondo me se ogni racconto di Carver che leggi, né leggi di contro uno di Parise o di qualsiasi altro italiano che preferisci, solo per ricordarti che ci sono altri paesaggi narrativi oltre a quegli alberghi pieni di cuochi divorziati che hanno problemi con l’alcol. Altri suoni, altre emozioni. Diciamo che Carver è come una pietra scagliata in un lago, c’è il tonfo del sasso che tocca l’acqua e poi affonda, il movimento delle onde concentriche. Parise invece è come una piuma che si posa sull’acqua leggera dopo un colpo di vento. Sono due modi diversi di toccare l’acqua ma hanno entrambi a che fare col liquido. 
Ancora Parise diceva questa cosa bellissima (la riporto a memoria): «Non si può essere completamente felici per scrivere, ma nemmeno completamente infelici». Questa cosa forse fa la differenza fra la grandezza drammatica di Carver e la leggerezza di Parise. Eppure, dovendo scegliere, non mi sento di invidiare Carver rispetto a Parise. Il primo era un uomo solo e fu salvato dall’amore di sua moglie Tess. Il secondo ebbe anche lui una moglie, ma ancora di più: «Menomale che ti ho conosciuto» gli dice un vecchio Raffaele La Capria (che di Parise fu amico) alla fine del documentario. E ho pensato, guardandolo, che bella una storia che comincia con la ricerca di una casa – Parise era orfano di padre e per questo passò buona parte della propria vita alla ricerca di una casa che fosse proprio sua, Salgaredo appunto – e finisce con un amico che ti ricorda con affetto. Mi sembra una vita riuscita, non completamente felice e nemmeno completamente infelice, e in mezzo scrittura e ancora scrittura e il colore verde dell’erba.

mercoledì 19 febbraio 2020

prenderci gusto

Stamattina, parlando con Maria, che è una vecchia contadina a cui spesso regalo dei libri, mi ha raccontato di essere diventata una lettrice assai tardi, dopo un litigio col marito, il quale difendeva Mussolini come una brava persona. Lei sentiva che non era così, ma non sapeva come ribattere, allora ha cominciato a cercare sui libri dei nipoti gli argomenti per rispondergli che no, Mussolini non era una brava persona. Leggendo, però, ci ha preso gusto e da allora non ha più smesso.

domenica 8 luglio 2018

in tutto e per tutto

Come ormai hanno capito in molti, più delle analisi sui giornali, ormai, valgono le conversazioni sui social per capire chi siamo e dove andiamo, conversazioni spesso di una superficialità imbarazzante, ma che restano, sulla scena del crimine, come le tracce del nostro DNA. Una cosa che ci rivela ad esempio, è quella per cui uno dichiaratamente di sinistra, poco fa, mentre elogiava il modo eroico in cui morì il Che, vero soldato in opposizione agli imperialisti americani, lo metteva a confronto con un certo duce che catturato a Dongo si pisciò addosso. Una immagine gratuita, senza eleganza e senza pietà, motivata solo dall'irrisione e piena di quel culto della forza, in chiave quasi estetica, che si contrappone alla debolezza dei vili e che è, in tutto e per tutto, fascismo.

sabato 2 settembre 2017

potere e verità

Due immagini che si sovrappongono stamattina. La prima viene da Tecnica del colpo di Stato di Curzio Malaparte, dove Malaparte scrive che se prendessimo per buone le oleografie che si fanno a posteriori del Duce non si capirebbe come una simile macchietta abbia potuto prendere il potere in Italia a inizio ‘900. Avendolo conosciuto e seguito per un lungo periodo, Malaparte ci dice come il giovane Mussolini fosse in realtà un uomo nuovo (e assai ammirato) nel panorama europeo dell’epoca, moderno, spietato, opportunista e ben conscio dei meccanismi del potere, un uomo realmente pericoloso, insomma. E ciò che, fin dall’inizio, condannò il fascismo aggiunge Malaparte, furono le scorie di cultura cattolica inoculate dalla Chiesa e rimaste ad avvelenare quanto di nuovo Mussolini aveva portato nella politica italiana e per certi versi, per contagio, tedesca. La seconda viene da Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi che sto leggendo in questi giorni, dove Trevi scrive che fin dall’inizio tutti sapevano, avevano capito che Pasolini non poteva essere stato ucciso dal solo Pelosi. Bastava avere un po’ di sale in zucca per arrivarci. E allora perché negarono? Perché, al di là di qualsiasi teoria del complotto, gli ambienti giudiziari e politici negarono persino l’evidenza, quando era tutto così ovvio? Perché il potere, risponde Trevi, si esplica anche in questo modo, sul piano più alto della verità, dicendo che la verità è quella anche quando magari è esattamente il suo contrario. Perché il vero potere è l’affermazione di quella verità sopra tutte le altre, finché a furia di ripeterlo tu finirai per cedere e farti venire un dubbio. E anche questa storia del potere come possesso della verità, pensavo leggendo Trevi, è una bella scoria inoculata dalla Chiesa.

lunedì 24 ottobre 2016

concime


«Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a loro posta e coprir d’onte e stuprare la Italia...» 
Comincia così la nuova edizione, stavolta non censurata, di Eros e Priapo, estrema invettiva antifascista di Carlo Emilio Gadda, che all'epoca (1967) venne grandemente ripulita da Adelphi (con editing di Enzo Siciliano) per la violenza del sentimento e l'immaginario osceno, visto che poi il linguaggio è sempre altissimo e visionario. La cosa più sconvolgente del libro non è tanto il livore espresso contro Mussolini e il regime, ma la feroce condanna degli attegiamenti vanesi, velleitari, machisti e brutali della cultura dell'epoca, che non sono per Gadda espressione di una dittatura scesa sull'Italia a umiliarla ma, al contrario, concime di stampo prettamente italiano su cui il fascismo ha attecchito con gusto.

domenica 15 marzo 2015

il gioco delle tre carte

Mi sono accorto che da un po', sui link ad alcuni concorsi di poesia che spammano in rete, insieme all'onnipresente Merini compare la foto di Gabriel Garcìa Marquez. Non ho mai saputo che lui scrivesse poesie, eppure, non so come, nel pubblico indifferenziato dei poeti che non leggono poesia ma partecipano ai concorsi, Marquez acchiappa. A questo punto mi chiedo, per essere poeti basta scrivere una qualsiasi cosa e poi morire o bisogna scrivere almeno una bella cosa e poi morire? "Mussolini ha scritto anche poesie", notava acutamente De Gregori, che è conosciuto da tutti, persino dai non poeti. A questa stregua, mi dico, Marquez è tanto poeta quando Mussolini, giusto? E, meritocrazia a parte, chiunque scriva e si senta un pochino poeta può scegliere se sentirsi più affine a Marquez, alla Merini, oppure a Mussolini. In ogni caso invertendosi di posto, come nel gioco delle tre carte, il risultato non cambia.

mercoledì 30 gennaio 2013

lo zoo mediatico

Romano Mussolini
Con buona pace di tutti, quando Berlusconi ha detto, alcuni giorni fa, che anche Mussolini ha fatto delle buone cose, aveva ragione. Certo, c’è da chiedersi quanto Berlusconi fosse cosciente di ciò che stava dicendo, e c’è da chiedersi quanti invece, fra quelli che lo hanno coglionato o si sono offesi per le sue parole, ne sapessero di storia abbastanza per poter sostenere il contrario. 
Io so quello che vedo, e vedo che il grado di disfacimento della scuola pubblica è tale che ormai mi chiedo chi sappia ancora qualcosa, in generale, che esuli dalle comuni necessità: allacciarsi le scarpe, mangiare dalla bocca invece che col naso, contare il resto quando si fa la spesa. Me lo chiedo, ad esempio, ogni volta che salgo in treno e vedo i “nostri” ragazzi che sporcano i vagoni, schiamazzano senza rispetto e definiscono sprezzantemente la scuola, loro che ce l’hanno, nient’altro che un parcheggio. 
La cosa più triste in tutto questo sta nel fatto che, nonostante la scuola sia organizzata male e così com’è non serva a nulla – ed ecco dunque gli scellerati tagli alle facoltà umanistiche, ecco dunque come passano i messaggi subliminali per cui tutto ciò che concerne il pensiero, l’astrazione, l’arte che vada oltre i talent show, sia inutile alla vita – contro tutto e tutti il potere della parola resta inalterato. Non bastano gli slogan distruttivi, la cattiva gestione delle risorse per l’istruzione, ad abbattere tale potere. E ciò è ancora più triste se si pensa a così tanti inermi senza nessuna capacità critica, perché c’è stata la volontà politica di non fornire loro i mezzi per svilupparla, e affetti invece da una pigrizia mentale senza uscita. 
Ecco, coltivare l’ignoranza è uno dei mezzi di controllo sociale di ogni politica autoritaria. E, il cinema lo insegna, come ogni autoritarismo che si rispetti, persino quando è blando come il nostro, in cima alla piramide c’è sempre un manipolo di cialtroni. 
Di questa ignoranza diffusa e infida, che a parole innalza la Scuola e la Ricerca, ma poi nei fatti li considera niente di più di un ammortizzatore sociale per trentenni disoccupati e senza altro scopo nella vita che pagare le tasse, abbiamo una prova ogni giorno, quando accendiamo la tv per qualche isterico comizio pre-elettorale, degno di Uomini e Donne. Un talent alla ricerca del buonsenso. 
L’abbiamo visto negli ultimi giorni. La Finocchiaro, in un impeto di sincerità dettato dall’istinto, fa la battutaccia in cui ci tiene a distinguere il proprio ruolo di deputata rispetto a quello delle più comuni bidelle. Berlusconi inneggia a Mussolini, quello stesso Mussolini che ancora riteneva la scuola fondamentale per la formazione di uno Stato tanto da metterne a capo il filosofo Giovanni Gentile, non certo Maria Stella Gelmini o ancora prima Letizia Moratti, nemmeno loro, purtroppo, bidelle – e Gentile mi scusi dalla tomba per il paragone –. E un’altra Mussolini, Alessandra, va in giro in televisione sbraitando parolacce come le pescivendole interpretate al cinema da sua zia Sofia Loren, contro Andrea Scanzi, giornalista che dà dell’ignorante storico a Berlusconi, salvo poi, a sua volta, sbagliarsi più volte sulla parentela fra i Mussolini, Benito e Alessandra, definendo Benito lo zio, invece che il nonno. 
Ecco, in questa sorta di zoo mediatico, l’unica cosa che mi viene da dire è che in fondo, per errore, anche Berlusconi aveva ragione: Mussolini, il padre più che il nonno, ha fatto del bene all’Italia. Parlo di Romano Mussolini, jazzista di valore, oramai, ahimè, dimenticato.