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lunedì 2 ottobre 2023

capitano tutte a me

Non lo sapevo, la prima versione assoluta di questo standard bellissimo, amato più di tutti da Massimo Urbani, è stato incisa dall'orchestra di Tommy Dorsey con un giovanissimo (25 anni) Frank Sinatra alla voce. Poi l'avrebbe fatta sua Chet Baker, anche se la prima versione che ho mai sentito era in un disco di Charlie Parker con una sezione d'archi che ho comprato dopo aver visto Bird, il film di Clint Eastwood (erano gli anni Novanta e ancora si compravano i dischi, anzi nel mio caso le cassette). Viene cantata più di recente anche in un film di Woody Allen (A Rainy Day in New York), ma le versioni che preferisco (almeno fra quelle che ho sentito) sono quella al piano solo di Thelonious Monk e un'altra live, monumentale, di Art Pepper, registrata un anno prima della sua morte.

venerdì 12 maggio 2023

vandali

Frame da The Exhibition of Vandalizim, documentario del 2010 di Aryan Kaganof sull’attacco vandalico subito il 30 gennaio 2010 dallo Zimology Institute, scuola musicale creata a Cape Town dal compositore sudafricano Zim Ngqawana. La scuola viene completamente saccheggiata. Non intenzionato ad arrendersi a nessuna intimidazione, il musicista decide di organizzare, dentro la scuola distrutta, un live estemporaneo in cui viene accompagnato da uno dei suoi allievi, Kyle Shepherd. L’esibizione viene ripresa da Kaganof e diventa un mediometraggio che verrà poi distribuito dopo la morte prematura di Ngqawana, nel 2011. L’happening comincia con lui che suona il piano rovesciato e fatto a pezzi e man mano si allarga improvvisando sulle macerie della casa, e sul suo sax. Alla fine dell’esibizione Zim Ngqawana, guardando in macchina, dice: “Il vandalismo come crimine è stato concepito dal sistema in modo che l’attenzione possa essere distolta dal vero vandalismo, che è quello dell’anima. Noi torneremo” promette. “Noi torneremo”.

mercoledì 31 agosto 2022

bheki mseleku

Quella di Bheki Mseleku è la storia di un musicista nero, nato in Sudafrica e con un padre violento, che si mette in cammino per trovare un proprio posto nel mondo e lo trova quando torna a casa. Infatti, i suoi dischi più belli sono il primo (Celebration) e l’ultimo (Home at last). In mezzo l’Inghilterra e l’America, un contratto discografico con la Verve, le collaborazioni con Joe Henderson, Abbey Lincoln, Pharaon Sanders, Charlie Haden. Quando Bheki Mseleku torna in Africa, sperando di mettere a frutto il suo talento e l’esperienza maturata all’estero, non se ne accorge nessuno. La sua musica non interessa il mercato discografico. La sfortuna lo perseguita: gli svaligiano la casa derubandolo persino del suo cimelio più prezioso, regalo di Alice Coltrane, il bocchino del sax con cui John Coltrane aveva inciso A love supreme. Il resto lo fa il diabete. Muore a 53 anni, lasciando un disco di inediti che verrà pubblicato quasi vent’anni dopo la sua incisione (Beyond the Stars) e nove figli, l’ultimo dei quali, piccolissimo, ha chiamato Nirvana.

sabato 26 dicembre 2020

collima

 

Stamattina mi è venuto da ripensare a un poeta che un po’ di tempo fa, cercando di offendermi, dopo avermi scritto che ero scandalosamente superficiale, mi mandò il link a un pezzo di Chet Baker, una versione di “Estate” se non ricordo male, e subito dopo avermela mandata aggiunse “No, lascia perdere, non ascoltarlo, non ti collima!” intendendo che non avessi abbastanza sensibilità per cogliere la malinconica bellezza di un pezzo di Chet Baker, come invece poteva fare lui. Io, in tutta onestà, nella mia superficialità, più che per il pezzo mi sono stupito perché quella è stata la prima volta in vita mia che ho letto la parola “collima” in una frase e, forse per il suono, mi sono immaginato come una piccola altura, o una gobba, qualcosa che ti cresce addosso e che ciascuno di noi si porta dietro, come quando si dice avere il bernoccolo per qualcosa. Ecco, a me mi manca la gobba da Chet Baker. Lui mi piace anche, ma la sua tristezza non mi pesa.

martedì 7 aprile 2020

standard

Stanotte ho sognato di farmi una lunga chiacchierata con Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Loro stavano in un letto matrimoniale accanto al mio, ammantato da una trapunta gialla. La Mondaini mi consigliava di ascoltare un bellissimo standard chiamato So Close to the Future, che io non conoscevo (ne mi pare esista, o mi sbaglio?). Quando le chiedevo come fa, mi rispondeva: Suona come Sammy Davis Jr.

sabato 28 marzo 2020

bud in bob

Il titolo del nuovo pezzo di Dylan viene da Shakespeare, Amleto. Io aggiungo una cosa sull'ultima citazione nel brano (Play "Love Me Or Leave Me" by the great Bud Powell). Che io sappia (ma ho chiesto anche a Sergio Pasquandrea per conferma), Bud Powell non ha mai inciso una sua versione di "Love Me or Leave Me". Ne ha fatto una riscrittura che si chiama "Get It" (in "Swingin' with Bud"), cioè ha preso la melodia originale dello standard e l'ha riscritta per farne una canzone sua... pratica per cui lo stesso Dylan, da buon folksinger, è famoso, o famigerato, e spesso viene accusato di plagio. La domanda è: lo ha fatto apposta, o è stato un caso ben riuscito?

giovedì 1 febbraio 2018

new york

New York scrive Sergio Pasquandrea è una città sulla città, una città bella e perduta che sorge sopra la città dei topi, i ratti che ne avvelenano le fogne ed emergono in superficie per rubare nel buio ciò che possono, guidati solo dalla fame. Eppure New York, aggiungeva David Riondino in una telefonata stamattina, è la citta dei facchini e dei commessi, personale senza volto al tuo servizio, strade perennemente accese e brulicare inestinguibile, una continua scoperta, proprio come una passeggiata in montagna: c'è una meta in alto da raggiungere e qualsiasi scorcio è fonte di bellezza e meraviglia, di pericoli nascosti. Questo passaggio mi ha fatto pensare a Paolo Cognetti. Fra ratti e facchini, dunque, si divide il nostro prossimo audiolibro, Topografia della solitudine, che io personalmente avrei chiamato Topografia di New York calcando la mano su questa corrente antropomorfa, kafkiana, per metà umana per metà infernale, come ebbe a descriverla Garcia Lorca con immagini di straordinaria e vivida crudeltà visionaria, carne squartata e putrescente appesa ai muri. Manca ancora un suono e per me, forse, è quello del sax, il sax di Coleman Hawkins o di Sonny Rollins oppure la tromba di Louis Armostrong, un suono selvaggio e mercuriale, il suono della tua mente che gira vorticosamente alla ricerca di un angolo vuoto per spegnere i sensi nel buio.

sabato 9 dicembre 2017

my favorite tune

My Favorite Tune è una sorta di retrospettiva per piano solo ed è il terzo e ultimo lavoro in studio (a vent'anni di distanza dal secondo, Mellow Dream) di Ryo Fukui, jazzista giapponese il cui primo album, Scenery (1976), è considerato in patria una sorta di oggetto di culto fra gli appassionati del genere, per la qualità della musica ma anche per via del carattere assai schivo, riservato del suo autore, che passò la maggior parte della sua vita nell'ombra, facendo quello che più gli piaceva: suonare.

domenica 5 febbraio 2017

the gipsy

“…quando gli ho chiesto di suonare The Gypsy, che è un brano che lo stesso Parker ha suonato una sola volta nella seduta storica e drammatica di Lover Man, Massimo non lo aveva mai sentito. Glielo feci sentire io in studio, una volta sola, e lui l’ha suonato subito dopo ad orecchio, l’ha suonato incerto come quello di Parker, due versioni entusiasmanti. Parker suonò a stento la melodia di The Gypsy perché stava male, la suonò usando appena le note fondamentali del tema, era al minimo delle sue possibilità ed al massimo della sua creatività. Ho tenuto presente quella seduta di Parker. Massimo suonando quel pezzo, ha accettato la sfida e si è messo nella condizione psicologica di Parker. Erano tutti e due in un momento di impedimento: Parker non aveva facoltà mentali giuste in quel momento, Massimo non conosceva il pezzo; entrambi hanno fatto un capolavoro di un brano che non avevano mai suonato.” 

[Paolo Piangiarelli]


Da JAZZ FROM ITALY.

domenica 15 maggio 2016

amicizia, regali, musica e distanze


Nell’ultima settimana ho ricevuto 3 regali diversi da 3 diversi amici che nemmeno si conoscono fra loro ma tutti all'insegna della musica. Corindeni, dei romeni Maria Raducanu (canto) e Mircea Tiberian (piano), regalatomi da Elena Vladareanu insieme alla borsa HABEMUS BEBE che fa da sfondo e a una barretta di cioccolata svizzera che abbiamo mangiato ieri mattina a colazione; Into the Silence del trombettista israeliano Avishai Cohen regalatomi da Marco Bertoli insieme a tutta la sua simpatia e a una bevuta di Unicum (roba da vecchi, dice lui) in una ormai leggendaria cena assieme a Carlo Tosetti; The Curve of a Day dell’italiano e compaesano e compagno di avventure Donato Fumarola (stavolta soprattutto compositore per un disco di musica classica), disco per cui ho un affetto particolare, primo perché l’ho visto praticamente nascere e registrare (ci canta dentro anche mio fratello), poi perché è un disco capace ogni volta di commuovermi, soprattutto la title track. Ognuno di questi dischi viene da una parte diversa del mondo ed è stato pensato per arrivare altrove, il più lontano possibile da casa. Così, ascoltandoli, mi pare di allungarmi anche io con loro e di arrivare, attraverso l’amicizia, un pochino più lontano.

giovedì 12 novembre 2015

degi degi

Un pezzo molto particolare questo di Don Cherry, che fu stretto collaboratore e amico di Ornette Coleman e qui è all'apice della sua fascinazione per il Miles Davis elettrico. L'ironia sta nel fatto che Miles aveva "ideato" il jazz elettrico (poi fusion) proprio in opposizione alla rivoluzione Free di cui Coleman (e con lui Cherry) fu il maggior rappresentante. Il pezzo è contenuto nell'album Brown Rice del 1975, anno in cui un Miles ormai esausto e con vari problemi di salute si ritira dalle scene, e riscuote un grandissimo successo. Di lì a quattro anni Cherry completerà questo suo viaggio nel mondo del rock collaborando con Lou Reed a uno dei suoi pezzi più oscuri, The Bells, omaggio alla poesia visionaria di Edgard Allan Poe. 

venerdì 9 ottobre 2015

di risvegli, ritratti, patate e coincidenze

Stamattina, appena sveglio, ho letto il commovente ritratto che Sergio Pasquandrea fa di Louis Armstrong nel suo libro Volevo essere Bill Evans (Fara 2014), raccolta di brevi testi sul jazz. Così mi è venuto da pensare a Woody Allen che in quell'altro commovente autoritratto che è Manhattan inseriva questo pezzo fra i motivi per cui vale la pena di vivere: Potato Head blues, uno dei primi capolavori di Armstrong, inciso nel 1927 dai suoi Hot Seven e che si avvale nell'intro di un favoloso interplay col clarinettista Johnny Dodds appena entrato nel gruppo, per poi dare spazio a 0.40 a uno dei più belli assoli registrati da Armstrong, senz'altro il più gioioso. Alcune di quelle piccole cose, insomma, per cui vale la pena di svegliarsi, e che mi andava di condividere con voi.
Ora che ci penso, questo post va dedicato anche a Marco Bertoli, che è in parte ispiratore del libro di Sergio e che proprio ieri pubblicava a sua volta un pezzo omaggio a Louis. Quando si parla di coinvidenze letterarie.

domenica 26 luglio 2015

keep on keepin' on

Ieri sera ho visto il film documentario Keep on Keepin’ on, dedicato alla figura del mitico Clark Terry e in particolare ai suoi ultimi anni e al suo rapporto di amicizia col giovane pianista Justin Kauflin e col più vecchio Quincy Jones. Confesso che ero molto curioso, ma a mente lucida l’ho trovato un po’ freddo, un film che voleva dire tanto ma non è riuscito a dire abbastanza, soprattutto sulla grandezza umana applicata all'arte di Terry. Tanta gente famosa (la cui fama era misurata in Grammy) che diceva quanto gli dovesse come maestro di vita e d’arte ma poi? poi nulla, non un aneddoto, non uno straccio di storia a dare cuore e sostanza al messaggio. E l’unica testimonianza, appunto, rimane quella forse vera ma un po’ troppo “cinematografica” del passaggio di consegne al giovane Kauflin, che Terry raccomanda a Quincy Jones. Mah. Per questo motivo, gli unici momenti in cui la pellicola (pluripremiata) ha parlato al mio cuore, sono stati quelli in cui lo stesso Terry raccontava come da bambino, povero, si è costruito la sua prima tromba piegando un tubo di latta, e poi gli spezzoni in cui suonava o cantava. Pura magia, a ribadire che il modo migliore per conoscere un artista e la sua vita è ascoltarsi la sua opera col cuore aperto e la mente sgombra dai pregiudizi. Lo stesso Terry lo dice, a un certo punto, nel film (cito a memoria): «Se sei una persona rigida o cattiva il suono del tuo strumento sarà rigido e cattivo anch’esso. Io ho sperato per tutta la vita di essere una buona persona».

lunedì 23 marzo 2015

recorda-me

Ronnie Scott (1927-1996) sassofonista inglese molto apprezzato da Charles Mingus, è noto ai più per aver inciso lo scanzonato assolo di sax di Lady Madonna dei Beatles, e forse più indirettamente per aver fondato con Pete King, nel 1959 a Londra, il Ronnie Scott’s Jazz Club, oggi uno dei tempi sacri del jazz europeo, in cui hanno suonato e inciso fra gli altri: Zoot Sims, Ben Webster, Sonny Rollins, Stan Getz, Bill Evans, Art Blakey, Art Pepper, Oscar Peterson, Nina Simone, Chet Baker (in coppia con Van Morrison ed Elvis Costello), Curtis Mayfield, Cassandra Wilson, Jeff Beck, The Who, e Jimi Hendrix nel suo ultimo concerto. 

martedì 3 febbraio 2015

apollo sul pendio


Sakamichi no Apollo (tradotto: Apollo sul pendio), o anche Jammin' Apollo, è un bellissimo anime di 12 puntate diretto da Shin'ichirō Watanabe, già ideatore di Cowboy Bebop, ambientanto nel Giappone di metà anni '60, che parla dell'amicizia fra due liceali appassionati di jazz che decidono di mettere su un gruppo tutto loro. L'anime è pieno zeppo di riferimenti al jazz di quegli anni, dai Jazz Messengers a Bill Evans, ogni puntata prende il titolo da uno standard, ma anche la storia, una sorta di educazione sentimentale in chiave musicale, è davvero bellina. Io l'ho scoperto ieri e me ne sono innamorato subito, ho già visto tutte le puntate e mi sento di consigliarlo a chiunque, soprattutto se appassionati di jazz. Poi ovvio, va ammessa qualche licenza narrativa, per esempio che un ragazzino di 16 anni suoni la batteria allo stesso livello di Art Blakey, però il bello delle storie è anche questo, se no che gusto c'è a sognarle?
È possibile guardarsi tutte le puntate QUI. E questa, invece, è la mia scena preferita.

giovedì 7 agosto 2014

chi è

Chi è
Charlie Parker

un jazzista
un sassofonista

riempie di musica il mondo

ci fa sentire un dondolìo
dentro di noi e fuori

ci fa chiudere gli occhi
sotto le palpebre fluiscono le onde

E adesso Charlie
che stai suonando Now’s the Time
la fisica ci dispensa dalle sue leggi
e ci spostiamo in un'altra dimensione

sentiamo il sassofono ancora per un po’

ma ci lasciamo dietro anche quel suono

(Ryszard Kapuscinski, da Taccuino d'appunti, ed. Forum, trad. Silvano de Fanti)

venerdì 13 giugno 2014

fare lillo

Ho fatto un sogno. Aiutavo mio fratello a espiantare un albero in giardino. Fra le radici dell'albero ho trovato un vinile, sepolto lì da chissà quanto ma tutto intero, per nulla rovinato dall'umidità del terriccio. Aveva la copertina color seppia, su cui si intravedeva, sotto il titolo, l'ombra di un nero che teneva sulle ginocchia la sua tromba. Titolo del disco: FARE LILLO; autore: Shephan Rove; tracce: tre, questi i titoli: 1) Un ragtime nella foresta infernale; 2) Lucertole preistoriche; 3) Pernacchio, ovvero una riscrittura di Satisfaction per toglierle qualsiasi traccia di bianchitudine dal suono. Anche il cielo era color seppia, oppure verdone brillante come i rami, perché rifletteva il mondo intorno. Grosse lucertole (quasi preistoriche) correvano per il giardino. Poi la tromba ha cominciato a suonare e l’albero mi ha chiesto, in cambio del vinile, di potersene restare lì dov’era. Per nostra sfortuna il sogno è finito, e mi resta la nostalgia di sapere tutto di quel disco senz’averlo mai ascoltato.