Sono alcuni giorni che vedo girare un post in cui c'è la foto di un comunista che alza il pugno prima di venire fucilato. Sopra la foto c'è un testo che ricorda l'anniversario della morte di Federico Garcìa Lorca, e secondo cui Lorca prima di morire avrebbe declamato un ultimo inno alla libertà. Ma non è vero. Lorca era sì un poeta e un drammaturgo che denunciava l'ipocrisia della società spagnola che soffocava il desiderio dei giovani nel sangue marcio della famiglia e della religione, ma non era un soldato. Venne catturato dai franchisti perché “socialista e massone” ma fucilato perché “dedito a pratiche aberranti come l’omosessualità”. E delle sue ultime ore non resta più nulla, nessuna traccia, tutto accuratamente cancellato, persino il luogo in cui fu sepolto. Qualche testimone disse che nelle ultime ore chiese un prete, qualcun altro che, mentre andava a morire, piangeva. Tentativi di infangarne la memoria insinuando che aveva paura, rispondono altri. Ma perché non avrebbe dovuto avere paura? Perché volerlo trasformare a tutti i costi in un eroe senza macchia della rivoluzione, pronto a immolare la propria vita in nome di un sogno di libertà scritto da altri? Sembra quasi, all’inverso, lo stesso trattamento riservatogli da chi lo uccideva perché non si allineava alla moralità del regime franchista. Lorca è un simbolo, è vero. Ma non serve mettergli in bocca inni posticci alla libertà. Basterebbe ricordarlo per ciò che era per evidenziare l’infamia della sua morte: un uomo giovane e sensibile, che non aveva mai fatto male a nessuno, il cui talento venne sprecato perché, amando la vita, aveva voglia di viverla a modo suo.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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venerdì 24 agosto 2018
giovedì 1 febbraio 2018
new york
New York scrive Sergio Pasquandrea è una città sulla città, una città bella e perduta che sorge sopra la città dei topi, i ratti che ne avvelenano le fogne ed emergono in superficie per rubare nel buio ciò che possono, guidati solo dalla fame. Eppure New York, aggiungeva David Riondino in una telefonata stamattina, è la citta dei facchini e dei commessi, personale senza volto al tuo servizio, strade perennemente accese e brulicare inestinguibile, una continua scoperta, proprio come una passeggiata in montagna: c'è una meta in alto da raggiungere e qualsiasi scorcio è fonte di bellezza e meraviglia, di pericoli nascosti. Questo passaggio mi ha fatto pensare a Paolo Cognetti. Fra ratti e facchini, dunque, si divide il nostro prossimo audiolibro, Topografia della solitudine, che io personalmente avrei chiamato Topografia di New York calcando la mano su questa corrente antropomorfa, kafkiana, per metà umana per metà infernale, come ebbe a descriverla Garcia Lorca con immagini di straordinaria e vivida crudeltà visionaria, carne squartata e putrescente appesa ai muri. Manca ancora un suono e per me, forse, è quello del sax, il sax di Coleman Hawkins o di Sonny Rollins oppure la tromba di Louis Armostrong, un suono selvaggio e mercuriale, il suono della tua mente che gira vorticosamente alla ricerca di un angolo vuoto per spegnere i sensi nel buio.
giovedì 17 giugno 2010
due poesie d'amore di federico garcìa lorca
Lorca accompagnava spesso le sue poesie con dei disegni.
Sonetto del dolce lamento
Ho paura di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua, e l’accento
che di notte mi pone sulla guancia
la solitaria rosa del tuo fiato.
Ho paura d’essere su questa riva
un tronco senza rami, e ancora più sentire
di non avere fiori, polpa o argilla
per il bruco del mio struggimento.
Se tu sei il mio tesoro segreto
se sei croce e dolore da cui sono bagnato
se sono il cane tuo, padrone mio
non lasciare che perda il conquistato
e adorna le acque del tuo fiume
con foglie del mio autunno dissennato.
Gazzella dell’amore imprevisto
Nessuno comprendeva il profumo
dell’oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d’amore fra i denti.
Mille cavallini persiani dormivano
nella piazza con la luna della tua fronte
mentre io per quattro notti mi legavo
alla tua cintura, nemica della neve.
Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Io cercai, da darti, nel mio petto
le lettere d’avorio che dicono sempre
sempre, sempre: giardino della mia agonia
il tuo corpo fuggitivo per sempre
il sangue delle tue vene nella mia bocca
la tua bocca senza più luce per la mia morte.
Sonetto del dolce lamentoHo paura di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua, e l’accento
che di notte mi pone sulla guancia
la solitaria rosa del tuo fiato.
Ho paura d’essere su questa riva
un tronco senza rami, e ancora più sentire
di non avere fiori, polpa o argilla
per il bruco del mio struggimento.
Se tu sei il mio tesoro segreto
se sei croce e dolore da cui sono bagnato
se sono il cane tuo, padrone mio
non lasciare che perda il conquistato
e adorna le acque del tuo fiume
con foglie del mio autunno dissennato.
Gazzella dell’amore imprevistoNessuno comprendeva il profumo
dell’oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d’amore fra i denti.
Mille cavallini persiani dormivano
nella piazza con la luna della tua fronte
mentre io per quattro notti mi legavo
alla tua cintura, nemica della neve.
Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Io cercai, da darti, nel mio petto
le lettere d’avorio che dicono sempre
sempre, sempre: giardino della mia agonia
il tuo corpo fuggitivo per sempre
il sangue delle tue vene nella mia bocca
la tua bocca senza più luce per la mia morte.
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