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martedì 11 marzo 2025

fake news

C’è un post che gira da qualche giorno col copia-incolla, che mi fa ridere per il suo attacco, infatti leggo l’attacco e poi non riesco ad andare avanti. Dice che a Putin è stato “concesso” dal canale 4 della tv croata di dire qualcosa, e questo mi basta. Ma veramente al presidente di uno degli stati più grandi del mondo può essere “concesso” di parlare? E chi glielo impedisce? E poi sul canale 4 della tv croata? Se Putin oggi dicesse che gli va di fare una intervista in esclusiva con uno dei più importanti canali televisivi del mondo correrebbero in massa da lui, perché quello in gergo televisivo si chiama scoop e di fronte a uno scoop non c’è guerra che tenga. Che se ne fa del canale 4 della Crozia? Mosca è quattro volte più grande dell’intera Croazia, ha il quadruplo della sua popolazione. Se fa una intervista alla radio della parrocchia dietro casa, raggiunge più persone. Infatti questo video alla tv croata di preciso chi lo ha visto coi suoi occhi? Ci sono fake news molto più elaborate di così, scritte da persone veramente in gamba, almeno date retta a quelle, è un modo di dare riconoscimento al loro talento creativo, altrimenti finisce come nel mondo dell’editoria che non si riesce più a distinguere il grano dalla crusca, e la colpa principale non è delle case editrici, ma dei lettori.

domenica 17 novembre 2024

da facebook

Ogni giorno su questa povera bacheca leggo stupidaggini del tipo che Trump, almeno lui, non ha mai fatto guerre, per questo è sempre meglio degli altri. Nemmeno Andreotti ha mai fatto guerre, eppure… Eppure Trump vi piace, e allora io penso che forse il problema non è Trump, ma siete voi e i motivi per cui vi piace. Leggo quelli che dicono che appoggiano Trump perché amano la pace e odiano una certa sinistra, e non li capisco, non ha senso per me questo aut aut, la trovo una forma di malattia. Credo che per una persona sana sia normalissimo odiare una certa sinistra così come è impossibile appoggiare uno come Trump, per gli identici principi; e penso che non c’è contraddizione più grande di dire di amare la pace e aspettarsela da un uomo così, uno intimamente convinto che le donne siano esseri inferiori, che i migranti siano esseri inferiori da deportare, che chi ha denaro conta di più di chi non ne ha, che l’ambiente e il mondo siano un ostacolo da abbattere invece di una risorsa da coltivare, che l’ignoranza dei popoli e la menzogna vincono sempre sulla verità, sull’informazione e sulla cultura, per quanto scomode e sgradevoli esse possano essere. L’unica vera contraddizione per me è questa, stare sempre a dire di odiare le menzogne del potere e poi sposare la causa dell’ennesimo re nudo, invece che del bambino che lo sbugiarda senza mezzi termini.

martedì 25 giugno 2024

e intanto...

Ho appena letto un post di un tipo molto incazzoso che invece di gioire semplicemente per la liberazione di Assange ne approfittava per dire che anche se Assange è libero il mondo fa comunque schifo e quindi c'è da stare poco allegri se la gioia è a metà, e uno sotto il post, assai basic, gli scriveva: Secondo me dovresti scopare di più, perché più o meno la regola è quella, da che mondo è mondo i problemi del mondo si risolvono così. Scopando. E mentre leggevo il post con quel senso addosso di cringe, termine che confesso ho capito che significava solo il mese scorso a Roma quando me lo ha spiegato Fabrizio Pelli, prima andando a orecchio pensavo fosse un corrispettivo di luccicanza, quindi qualcosa a metà fra Shining e la brillantezza lubrificata di John Travolta nella Febbre del sabato sera, quindi qualcosa a metà fra la vasellina e il sangue delle vergini versato per la salvezza del mondo, mentre leggevo il post con una nuova comprensione di me stesso e del mondo pensavo con un certo imbarazzo, ma non è che la gente là fuori quando legge i miei post mi vede così, così nervoso, e pensa: Ragazzo mio, secondo me dovresti scopare di più. Riducendomi a un coniglio. E poi nella mia testa è risuonata la voce del mio amico Antonello che mi dice sempre: Lilli, fammi il piacere, tagliati quella barbaccia e vedrai che ti si spalancherà un mondo. Quale mondo si dovrebbe spalancare non lo precisa mai, ma in fondo in fondo si capisce. E intanto, viva Assange libero!

domenica 16 giugno 2024

cina, faro del mondo

Leggevo stamattina due notizie che riguardano la Cina e alcune contraddizioni che ci riguardano. 1) La Cina sta imponendo la censura (o damnatio memoriae) sui fatti di piazza Tiananmen, nel senso che a Honk Kong è impossibile fare manifestazioni pubbliche in merito a quella giornata: la famosa foto dell'omino che da solo fronteggia i carri armati cinesi è bandita; scrivere post sul 4 giugno, o come lo chiamato loro 35 maggio, è vietato; così come accendere una candela commemorativa in quella data (è successo a due ignari turisti, arrestati per aver acceso di sera la torcia del cellulare); ma anche indossare una maglietta con Che Guevara è un reato punibile con l'arresto. 2) Nel frattempo a Bruxelles c'è una "guerra commerciale" in corso che riguarda l'aumento dei dazi da imporre alla Cina per l'esportazione di auto elettriche in Europa, con la Cina che attualmente è il maggiore partner commerciale europeo avendo esportato auto elettriche per dieci miliardi di euro e minacciando dure rappresaglie commerciali a un continente che per la maggior parte dei suoi prodotti, dal vestiario all'oggettistica, è ormai "made in China" e ora, pur con molte resistenze interne, prova a porre dei freni allo strapotere cinese. Tutto questo, dicono gli esperti, non farà che aumentare i costi di produzione e rallentare la tanto annunciata transizione ecologica, di cui, si vocifera, la Germania ho proposto di posticipare la data di scadenza ben oltre il 2035 con una brusca retromarcia sulla decarbonizzazione della nostra tecnologia. Non a caso le destre che stanno prendendo il potere considerano che la preoccupazione ecologica non abbia fondamento e che ci siano in gioco interessi più importanti, quali il lavoro e l'industria. Alla faccia dell'emergenza climatica, ma pure dei diritti degli stessi lavoratori, che ogni giorno vengono ridotti. La nostra speranza, insomma, è di non finire come in Cina, se fra una ventina d'anni qualcuno pronuncerà "2035" con una certa malinconia nella voce e verrà arrestato.

giovedì 28 marzo 2024

parola e libertà

Oggi parlavo con dei ragazzi del fatto che non è il lavoro a renderti libero, come spesso si dice, ma la parola. Il lavoro è un diritto, è una necessità che serve a soddisfare dei bisogni primari, si lavora per mangiare e avere una casa, quindi è importantissimo, ma nella maggior parte dei casi non ti rende libero e spesso nemmeno felice. L’unica libertà possibile riservata all’uomo è nella parola, nell’espressione incondizionata delle proprie idee, magari è una libertà fugace e senza conseguenze, ma nel momento stesso in cui ti esprimi ciò ti rende libero. Quindi è una cosa che va difesa per sé e per tutti, anche per chi ti dice che non capisci niente. Se poi la parola è scritta, e se è scritta bene, ho aggiunto, è meglio ancora. Ma lì mi sono fregato. Una ragazza infatti mi ha chiesto: scusa Lillo, ma se io scrivo non per dire il mio pensiero agli altri, ma per me stessa, perché se non lo faccio sto male, mi sento di scoppiare dentro se non lo faccio, anche quella è libertà? È stata una bella domanda. Infatti ci sto ancora pensando.

martedì 26 marzo 2024

quando sarai libro

"Quando sarai libro" mi scrive un amico per un lapsus. Intendeva "libero", ma essere libro, diventarlo, potrebbe significare anche una certa forma di libertà. Questo pensavo ieri, finché mio cugino non mi ha chiesto di scrivere un libro della sua vita, quello che sognano di fare tutti e che ormai non puoi più negare a nessuno perché gli unici libri di narrativa che vanno sono quelli di autofiction. Se non hai raccontato i fatti tuoi in un libro allora non sei nessuno come narratore, non ti vuole nessuno. Mi diverte perché questa è la cosa che più spesso si rimprovera alla poesia, di essere diventata eccessivamente autoreferenziale. Il romanzo vende qualcosa di più ma non si stacca dall'adagio comune che per "essere libro" bisogna prima di tutto essere libro aperto, e calarsi le mutande con stile. Solo lo stile fa la differenza. Poi qualcuno che sbircia dal buco della serratura lo trovi sempre.

sabato 4 marzo 2023

lavanderia a gettoni

Non potendosi permettere di meglio, mio cugino Berto ha preso un monolocale in cui è andato a vivere con la sua compagna e la loro bambina, infilandosi senza troppi rimpianti in una nuova vita, tutta lavoro e famiglia che lo stordisce e lo riempie di una leggera euforia alla quale non sa abituarsi, ma nemmeno rinunciare. Ne esce ogni tanto di sera, quando va a fare il bucato nella lavanderia a gettoni lì vicino, rifugiandosi nel confortevole frastuono delle lavatrici che lo isola dai rumori del mondo. Ci va sempre da solo, dopo cena, quando dalle finestre arriva attutito il ronzio delle tv accese e c’è meno possibilità di incontrare qualcuno con cui fermarsi a parlare. Carica i panni nel cestello, e mentre aspetta che il lavaggio finisca si mette in un angolo illuminato dal neon, tira fuori dalla memoria uno dei libri ingialliti lasciati nella casa dei suoi, e ne legge lentamente qualche pagina, pochi versi, che riassapora come se fosse la prima volta.

venerdì 3 giugno 2022

i conti in tasca

Stamattina mi sono fatto i conti in tasca sull'andamento dei primi sei mesi dell'Anno della ripresa del paese: 2022, e ho realizzato che, a parità di ore di lavoro (anche se il suo è tremendamente più faticoso) uno schiavo che raccoglie pomodori nei campi per 3 euro al giorno guadagna più soldi di me. L'unica differenza fra noi due è che lui è uno schiavo e io no, io (dicono) sono libero di cambiare.

venerdì 6 maggio 2022

l'informazione libera

Oggi ho ripensato a quando facevo il giornalista. Una volta scrissi contro un gruppo neofascista locale, venni minacciato più volte (telefonate notturne, insulti, una volta mi fermarono per strada per menarmi), tutti si indignarono, ma nella sostanza venni lasciato da solo. Un’altra, per difendere un lettore, scrissi una cosa contro un sindaco: questi mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che mi avrebbe fatto “cacare sangue” (parole sue): venni lasciato solo. Un’altra volta, durante una conferenza, feci una domanda antipatica a un politico, venni insultato pubblicamente, pretesi delle scuse, il politico si scusò e mi strinse la mano per far pace. Qualcuno ci vide e il giorno dopo si diceva in giro che mi ero fatto comprare. Una volta facemmo col mio giornale, molto prima del processo, un approfondimento sull’Ilva: i lettori ci scrissero lamentandosi che a loro dell’Ilva non gliene fregava nulla, ci dava lavoro, punto, invece volevano notizie dell’assessore pizzicato in un parcheggio con una donna. Un’altra volta parlammo del fallimento poco chiaro di un’azienda che avrebbe lasciato molti col culo per terra. I lettori mi scrissero che ero diventato noioso, che quella era una storia vecchia e l’agricoltura non serviva a nulla, il futuro del territorio era il turismo, come in effetti è stato con esiti a volte discutibili. Questo più di dieci anni fa, prima che mi disgustassi al punto da non volerne sapere più nulla. Ogni tanto leggo qualcuno che si lamenta perché la nostra informazione non è libera. Perlomeno io non sono mai stato ammazzato da nessuno, anche se a volte ho temuto mi ammazzassero il gatto per ripicca. Ma a me pare che spesso non sia libera anche per colpa del pubblico, che è complice. Perché ogni informazione di merda è fatta per il pubblico di merda che si merita. Pubblico che vuole informazione poi vota per vent’anni Berlusconi, che devasta il paese con l’abusivismo edilizio poi si lamenta della volgarità e del gossip. Vogliono vendetta per ogni male, ma ti chiedono di farla per loro (quante “soffiate” che ho ricevuto), ma se appena appena li deludi allora sei un venduto. E se dici loro ciò che sono se la legano al dito, oppure applaudono come se fosse divertente sentirsi dare degli stronzi. Del resto si sa, gli stronzi sono sempre quelli ai lati.

lunedì 25 aprile 2022

liberazione

Ogni anno si dice che ci sono delle polemiche divisive intorno al 25 aprile, ma il fatto pensavo oggi è che non è divisivo il 25 aprile, sono semplicemente divisi gli italiani, e non per colpa dei politici come sostengono alcuni, ma semplicemente perché quello italiano è un popolo da stadio, che per natura ama le discussioni, la retorica come forma d'arte. Così a forza di parlare gli italiani si dividono ancora di più (quello italiano è un popolo fratricida, scriveva Saba, che chiede al padre il permesso di ammazzare il fratello) e il 25 aprile non è mai finito, c'è ancora chi spera, con le parole o coi fatti, di liberare l'Italia da qualcuno o qualcosa. Così c'è ancora tanto da fare, da lottare, per liberarci, per liberare. "Io lo so cosa ci vorrebbe per questo paese" diceva Monicelli con un ghigno avvelenato sul volto. Ma Monicelli è invecchiato e morto con quella parola non pronunciata. Io spero sempre che verremo liberati, alla fine, per opera dello Spirito santo.

giovedì 16 dicembre 2021

senza natale

Non ho mai sentito così poco il Natale come quest'anno, e infatti non ho crisi malinconiche, né magoni esistenziali sul senso della vita irrealizzata, né pensieri suicidi tipici di ogni Natale che si rispetti. Quest'anno si respira un'aria fredda e pulita. Forse davvero alla fine ce ne stiamo liberando. Ed è un bene, perché senza Natale ne usciremo sicuramente migliori.

venerdì 8 ottobre 2021

chiudere la bocca

In pratica nello stesso giorno arrivano le notizie contrastanti che da una parte riaprono cinema e teatri al 100% e discoteche al 50% (ma solo per chi ha il green pass, vero o falso che sia) e contemporaneamente in Europa ben 12 paesi della comunità europea, praticamente tutto l'est Europa (quello di Kafka, Màrai e della Szymborska, di Schiele, Kokoshka e Klimt, di Fritz Lang e Billy Wilder), chiedono di usare i fondi Europei per erigere muri di filo spinato contro i migranti. 12 paesi sono il 30% della comunità europea, è un terzo dell'Europa, è una cosa enorme, è come dire che un cittadino su tre di questo continente ti sta dicendo qualcosa di brutto e tu non puoi chiudere le orecchie e far finta di nulla. Ma tu a queste persone, questi europei proprio come te, cosa puoi rispondere? Che non sono democratici né accoglienti? Che non sono brave persone? Che non hanno diritto di stare in Europa come ne hai diritto tu perché non condividono la tua visione delle cose? Che sono in minoranza democratica e allora devono accettare le cose e stare zitti? Mi fa molta paura questa cosa. Il fatto che un cittadino europeo su tre abbia questi sentimenti in corpo e il fatto che due cittadini su tre possano chiudergli bocca in virtù del loro più forte potere economico.

domenica 18 luglio 2021

favolette e metodi

C’era una volta in un paese lontano lontano un governo speciale che disse ai suoi cittadini: miei cari, o vi tesserate al nostro partito oppure vi toglieremo il lavoro, la casa, la dignità e qualsiasi vita sociale, e i più cattivi li manderemo al confino perché ci danno fastidio. E la gente per strada applaudiva o formava delle piccole bande che davano addosso ai dubbiosi, convinte di essere nel giusto. Ora, io non dico che siamo nella stessa situazione storica, e non nego che ci sia un’emergenza in corso, né sono un complottista (ma per me tutto questo è frutto di gravi errori di politica ecologica), ma è più forte di me: certi metodi di cui si sta parlando mi danno fastidio, specie se mercoledì ci dichiariamo tutti convinti antifascisti e sabato diamo addosso a chi non è d’accordo con noi. Non ho soluzioni, ma conosco molte persone che hanno dei dubbi e provo ad ascoltarle. E penso che se un Governo ritiene che tutti debbano vaccinarsi per la nostra salute, allora fa una legge chiara e dice che ci si deve obbligatoriamente vaccinare. Se non fa quella legge, per motivi che dice e non dice, ma poi per obbligarti usa metodi coercitivi a me non sta bene, è come mettere una pistola alla testa di una persona e dirle: sei libero di scegliere. Non funziona così la libertà, non è una roulette russa. E nulla mi vieta di immaginarmi un altro scenario dove, per come vanno le cose, se oggi diciamo di sì a questi metodi: “per accedere alla vita sociale, ai servizi pubblici, ci si deve prima vaccinare”, domani il vaccino “opzionale” verrà erogato a pagamento, così verranno a crearsi nuove profonde divisioni di classe fra chi potrà vaccinarsi – con sottosezioni, vaccini di seria A, B e C – e godere di certi privilegi e chi sarà escluso perché il vaccino costerà un po’ troppo e gli verrà negato. È solo un’altra favoletta che mi racconto, ma solo per quanto riguarda l’Italia, perché nel resto del mondo funziona già così.

venerdì 19 giugno 2020

cose brutte

Negli ultimi tre giorni sono morte in Iran Reyhaneh Ameri, decapitata dal padre a 22 anni per essere rientrata tardi (precedentemente per una colpa simile lo stesso padre le aveva spezzato gambe e braccia); e Fatemeh Barihi decapitata a 19 anni dal marito di 17 anni (che era stata costretta a sposare) e ammazzata con la complicità della famiglia della ragazza perché accusata di averlo tradito. Il 27 maggio scorso invece è morta, con grande scalpore pubblico, Romina Ashrafi, decapitata dal padre a 13 anni per essere scappata di casa con un uomo di 35 anni del quale si era innamorata. In Iran, secondo l'articolo 630 del codice penale, l'adulterio giustifica il delitto: nel senso che se un marito scopre la moglie a tradirlo può ucciderla senza subire pena. Mentre, sempre secondo il codice penale islamico, se un padre o un nonno uccide un figlio è condannato al pagamento di una multa in denaro.

domenica 16 febbraio 2020

l’impresa più difficile

Stamattina, a letto, mi è tornato in mente un litigio che ci fu alcuni anni fa fra mio nonno e un lontano parente venuto a trovarlo, in cui mio nonno rimproverava il parente di lavorare per un altro, in ufficio. E il parente, che invece era fiero del suo lavoro di prestigio, rimproverava mio nonno di aver vissuto tutta la vita nei campi, nella fatica e nella sporcizia, piegato sulla zappa sul suo pezzetto di terra senza futuro, e senza mai guardare oltre. Ma mio nonno, l’unica volta che ha guardato oltre era stata in guerra, da soldato, e non aveva più intenzione di tornarci là fuori. Soprattutto, diceva, quella terra era sua, proprio sua, se l’era comprata col lavoro. Per lui, ch’era stato sotto padrone da bracciante, l’unica libertà possibile era quella, avere il tuo pezzetto di terra, non prendere ordini da nessuno, anche vivendo di poco. Sia mio padre sia mio zio, in maniera diversa, hanno preso da lui, infatti mio padre andando da operaio in ferrovia ha sofferto per vent’anni come un cane alla catena, bestemmiando ogni singolo giorno di vita, e mio zio, che un impiego vero non l’ha mai cercato, ha sempre vissuto di espedenti in nome di quella libertà senza padroni. Mio nonno gli diceva che è il lavoro a farti libero. Però la sua pensione, una volta che la forza gli è finita, era un’infamia, una truffa, una miseria, indegna persino di un bracciante. Alla fine non gli restava più nulla, e quel poco di terra, poi, mio zio se l’è venduto. Però mio nonno era testardo e rimase sempre fissato sulle sue idee, anche davanti al parente che non aveva torto affatto quando gli chiedeva: Come si può vivere alla giornata, senza un piano? Ma persino mio fratello, che di piani ne fa tanti – e cerca di convincermi da anni a chiudere la casa editrice, prima di finire come nonno – non fa che saltellare da un posto all’altro incapace di fermarsi, con la differenza che lui si fa pagare anche l’aria che respira, per il solo fatto che il lavoro va pagato. Insomma, pensavo stamattina, questa cosa che mio padre e mio zio hanno imparato da mio nonno, e che mi ripetono con rabbia fin da quando ero bambino, che cioè per essere liberi si devono eliminare i padroni, ormai l’ho capito da tempo che è una gran bella frottola, ma come per tutte le frottole smettere di crederci è l’impresa più difficile.

domenica 25 agosto 2019

stella

«Se glielo chiedi la prima cosa che ti dicono è: sono libero. Tutti liberi sono… Un po’ meno se li metti alla prova». Come li metti alla prova? «Faccio delle domande sulle cose che non vogliono perdere. Tutti sono legati a qualcosa, la casa, la macchina, il lavoro, lo status, un amore… qualcuno non lo dice ma è schiavo. Senza quella cosa lì ti senti libero lo stesso? Qualcuno ti dice sì, qualcuno ti dice no. Se non sai nemmeno questo, non sei per niente libero». Ma poi la libertà cos’è? Stella, che è arrivata in Italia dall’Est vent’anni fa, mi dice che l’unica vera libertà, per lei, è quella economica. «Se hai i soldi fai quello che vuoi, altrimenti libero sei soltanto a parole. La libertà è bella finché non hai fame. Dopo diventa una parola pure quella… brutta!». Tu i soldi come li fai? Stella mi guarda fisso: «Pompini» mi risponde. Ma è ironica. Siccome le piacciono le cose che scrivo, ha letto tutte le mie poesie. Ma ne ha capite soltanto dieci.

lunedì 29 luglio 2019

libertà di espressione

Credo che Vittorio Sgarbi – che pure seguo con grande simpatia e certe volte con stima per le sue idee e il suo anticonformismo – sia oggi l'esempio più vivace, certamente il più esposto, delle contraddizioni che caratterizzano in Italia gli un-tempo-detti intellettuali, ovvero coloro che avrebbero i mezzi critici per pensare e dire la loro. Prima litiga in diretta – alla sua maniera – con Giampiero Mughini, arrivando allo scontro fisico, ma commentando l’episodio in uno dei suoi video e sostenendo che lui è per la violenza verbale – definita l'ultima forma di libertà d’espressione dell'individuo sociale – mentre è contrario a quella fisica che è male, è reato ed è punibile. Poi, un paio di giorni dopo, fa un post pro-salviniano in cui se la prende con Enrico Mentana che, da giornalista, si esprime in difesa dello Stato di diritto in cui forse viviamo e contro gli abusi di alcuni membri delle forze dell'ordine contro il ragazzo sospettato dell'omicidio del carabiniere di Roma. Sgarbi sostiene che quel ragazzo è una bestia – declassandolo al ruolo di subumano – e non c’è nulla di male a trattarlo così: applicando alla perfezione, quindi, almeno nel linguaggio, il retaggio colonialista che finché non sono riconosciuti come uomini si possono sempre malmenare. Se invece sono riconosciuti come uomini – vedi Mughini – allora li puoi semplicemente trattare da stronzi, ma solo se ti contraddicono nell’espressione delle tue idee. Il che, ovviamente, nel mondo di Vittorio Sgarbi è l'esempio della sua libertà irrinunciabile a esprimere le proprie sopra tutto e tutti: quella per cui Voltaire si starà ora rivoltando nella tomba.

domenica 12 maggio 2019

la grande festa

Sempre più, a ogni anno che ci vado in varie vesti, il Salone del Libro mi sembra simile a un enorme corpo che si nutre di se stesso. Istituzione del Libro, vive divorando gli stessi editori che il Libro fanno, mungendoli di tutto ciò che hanno (soldi, tempo, energie) in vista del grande sogno: pubblicità per una settimana, contatti, vendite necessarie a tamponare in parte le spese ingenti. Un luogo dove tutto ha un costo, persino l’aria che respiri e dove in realtà i libri sono il pretesto per l’evento e non viceversa, proprio come a Sanremo. Tutto inutilmente, visto che alla fine, per usare la metafora kennediana, la festa generale della cultura camuffa gli ingranaggi economici per cui quello che prende il Salone agli editori è sempre qualcosa in più di quello che ricevono gli editori dal Salone, anche quando negano la cruda realtà parlando della necessità di esserci. Necessità, ovviamente, imposta dal sistema culturale per cui o ci sei o non sei. In quest’ottica è quasi singolare che nel 2019 l’unico editore che sia riuscito a strappare al Salone tutto ciò che il Salone promette senza dare sia l’editore fascista scacciato dal Salone stesso e per questo non fagocitato dalla macchina tritacarne in cui la cultura di rigira beata come un maiale nel fango. Altaforte, scacciato dal tempio della cultura in nome di una purezza che non esiste più da un pezzo, e rigettato attraverso il gossip nel mondo là fuori, ne ricava – in scorno agli altri editori – pubblicità, la sua settimana di gloria mediatica e vendite senza spese, il massimo che dal Salone si possa ottenere non perdendo un briciolo della propria identità politico-culturale che poi è stata la vera pietra dello scandalo. E intanto che si gridava alla vittoria (simbolica) della cultura sul fascismo, a Casal Bruciato una famiglia rom veniva minacciata dalla presenza di Casa Pound, e mentre il sindaco Raggi andava a trovarla (quello sì un gesto forte e deciso), Di Maio dichiarava che vengono prima gli italiani. Dunque esattamente, che vittoria contro il fascismo è stata? A me pare che il Salone, come corpo culturale, ancora una volta abbia rifiutato il confronto in nome della festa dietro cui girano i soldi (anche se mi rendo conto che c’erano troppi interessi in gioco per una tale fermezza). Quando, a mio avviso, avrebbero dovuto semplicemente rileggersi il messaggio insito nella parabola del figlio prodigo: non è scacciando tuo figlio/fratello peccatore che risolvi il problema, ma riaccogliendolo in casa e mettendolo di fronte alle proprie responsabilità famigliari.

sabato 27 aprile 2019

intorno al 27

Ogni anno, al ponte fra 25 aprile e 1 maggio, mi ritrovo sempre a pensare quanto sia forte e necessaria l’interdipendenza fra le due feste, e a chiedermi quanto, per uno come me, le infici nel loro significato la mancanza di libertà economica. Le vivo, ma sempre un passo indietro agli altri. Di fatto sono un liberato di serie B, o forse è colpa mia che sono poco pratico, e mi sono perso da qualche parte fra il 25 e il 1, che sono invece feste dell’azione, più o meno intorno al 27.

giovedì 25 aprile 2019

fenoglio

Ci pensavo stamattina per la prima volta, se amo questa festa del 25 aprile non è per tutto ciò che simboleggia: la libertà, la lotta, la giustizia, lo stare o no dalla parte giusta, le luci e le ombre, la retorica, i monumenti, questo e quello. Sono tutte cose giuste, eh. Ma se la amo col cuore, se provo empatia e simpatia, se mi commuovo a pensarci e ripensarci, è perché l’ho letta nei libri di Fenoglio, in quelli di Pavese, di Calvino, e l’ho vista nei film di Rossellini, di Monicelli, di Scola, in certe scene di Totò. Ogni anno mi accorgo che, nonostante le manifestazioni, le polemiche, l’accanimento terapeutico di alcuni e tutti i bellissimi discorsi infiorettati di ideali, ogni anno si perde un pezzettino di memoria, un pezzo di sincero sentimento, tutto diventa parole ma senza cuore, e questo secondo me succede perché si dicono un sacco di bellissime parole ma non si legge mai abbastanza. Perché non c’è liberazione più grande di quella che viene dai libri, e non c’è liberazione possibile se non conosci Raul, Blister, Milton, Sceriffo, che poi sono tutti quei nomi incisi nella pietra dei monumenti ma fatti di carne e di sangue, con le loro paure, la rabbia, il piscio e il vomito, gli amori da ventenni che vengono sempre a mettere sgambetto agli ideali. Ecco, nel giorno della liberazione mi piacerebbe tanto che si facessero meno bellissimi proclami su cos’è o non è la libertà e si leggessero più storie di Fenoglio.