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lunedì 25 aprile 2022

liberazione

Ogni anno si dice che ci sono delle polemiche divisive intorno al 25 aprile, ma il fatto pensavo oggi è che non è divisivo il 25 aprile, sono semplicemente divisi gli italiani, e non per colpa dei politici come sostengono alcuni, ma semplicemente perché quello italiano è un popolo da stadio, che per natura ama le discussioni, la retorica come forma d'arte. Così a forza di parlare gli italiani si dividono ancora di più (quello italiano è un popolo fratricida, scriveva Saba, che chiede al padre il permesso di ammazzare il fratello) e il 25 aprile non è mai finito, c'è ancora chi spera, con le parole o coi fatti, di liberare l'Italia da qualcuno o qualcosa. Così c'è ancora tanto da fare, da lottare, per liberarci, per liberare. "Io lo so cosa ci vorrebbe per questo paese" diceva Monicelli con un ghigno avvelenato sul volto. Ma Monicelli è invecchiato e morto con quella parola non pronunciata. Io spero sempre che verremo liberati, alla fine, per opera dello Spirito santo.

lunedì 25 maggio 2020

l'aggettivo "togliattiano"

Oggi leggevo in un articolo di Veneziani l'aggettivo "togliattiano" e mentre lo leggevo mi è venuto da sorridere, come quando ti trovi di fronte qualcosa di vecchiotto, ammuffito, un po' grigio e un po' rigido, insomma nostalgicamente retrò, un po' com'era la morale sessuale d'inzio '900 (parlo di morale sessuale perché il pezzo di Veneziani era su Woody Allen): la verginità è sacra, si diceva, anche se poi dietro c'erano un sacco di fuitine. Da noi si diceva scendere: se n'è scennute pe cure, se n'è scesa, andata via con quello, in attesa del matrimonio riparatore. E "togliattiano" sa un po' di quella cosa lì: una certa rigidità morale in merito alla sacralità/verginità della propria politica rispetto alle altre, dove il sacro però era più decantato che reale e restava vivo soprattutto un certo bigottismo provinciale. Poi perché scrivo tutto questo e dove voglio andare a parare non lo so, sarà che me ne sto scendendo anch'io stamattina, per non lavorare. O sarà che non si studia mai a scuola e per me Togliatti resta soprattutto quello della poesia di Saba chiamata A un giovane comunista, in cui Saba lo paragana a un giallo canarino e dice di preferire il canarino, sarà questo ma per me Togliatti, a cui Guttuso ha dedicato uno dei suoi quadri più belli è pieni di giallo e di rosso, è tutto meno che il colore, però stamattina ugualmente mi ha fatto sorridere il vetusto aggettivo "togliattiano", e ho pensato che forse andrebbe un po' riverniciato, per non lasciarlo ammuffire così, in certi sorrisi che poi inacidiscono col tempo. Io ad esempio, ho appena deciso che il mio prossimo gatto lo potrei chiamare Togliatti. Il gatto Togliatti. Così lo metto vicino a Mao e faccio una foto dei due.

sabato 2 marzo 2019

il canto

È tardi. Affronto lietamente il gelo
di fuori. Ho in cuore di una vita il canto,
dove il sangue fu sangue, il pianto pianto.
Italia l’avvertiva appena. Antico
resiste, come quercia, allo sfacelo.

(Umberto Saba, Il canzoniere, Einaudi, 2014)

mercoledì 30 settembre 2015

il fusinato

Saba è nato a Trieste nel 1883. Il 1883 è stato – secondo il Pancrazi – un anno fausto per la letteratura italiana. Nacquero in quell’anno, oltre ad una delle opere più celebri di Gabriele D’Annunzio, Saba, Gozzano e Pinocchio. Siamo molto in dubbio che la nascita di Guido Gozzano rappresenti, per la letteratura italiana, una fortuna maggiore di quella che sia stata, al tempo delle belle cose di pessimo gusto, la nascita del Fusinato*, col quale il Gozzano ha grandi, fino ad ora insospettate, parentele; ma ringraziamo l’illustre critico per Saba ed anche per Pinocchio. 

[Umberto Saba, Storia e cronistoria del Canzoniere] 

*Arnaldo Fusinato, poeta risorgimentale di cui restano alla nostra memoria solamente due versi, ma lo restano in maniera indelebile. I due versi sono: «sul ponte sventola / bandiera bianca» usati da Battiato per la celebre canzone. Le vie della poesia (come quelle di Pinocchio) sono infinite.

sabato 4 luglio 2015

storia d'italia

Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuta in tutta la sua storia – da Roma a oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. 
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani... «Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli». […] Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione. 
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli. 
 
[Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini, Einaudi 2011]

sabato 22 dicembre 2012

storia di un canarino

Al lettore

Se leggi questi versi e se in profondo
senti che belli non sono, son veri,
ci trovi un canarino e TUTTO IL MONDO.


Nel 1951 Umberto Saba pubblica Quasi un racconto, l’ultima sua raccolta di poesie pubblicata in vita, che si appaia alla precedente Uccelli (1948), e raccoglie una selezione di versi scritti a partire dal 1948 e incentrati sul particolare rapporto di amicizia instaurato col canarino di casa.
Saba viveva in quegli anni un difficilissimo stato depressivo e tale amicizia riusciva, proprio per la sua particolare innocenza, a rincuorarlo da tanto dolore.

A un giovane comunista

Ho in casa – come vedi – un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.

È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno in sua cara compagnia, bambino.

Ma tu pensi: I poeti sono matti.
Guardi appena; lo trovi stupidino.
Ti piace più Togliatti.

È la poesia che apre la sezione Dieci poesie per un canarino, chiamato “Palla d’oro” ed è la più evidente, e ispirata, dimostrazione di un sentimento sincero e dolce, gioioso.
È stata Linuccia, la figlia di Saba, a convincerlo a pubblicare il libro, mettendo insieme una serie di poesie per certi versi private. Nel momento stesso in cui Saba si decide a pubblicare, però, la storia assume le tinte di un vero e proprio piccolo romanzo.

“Per una strana coincidenza, una coincidenza che fa pensare, il protagonista di “Quasi un racconto” – il canarino – fuggì, attraverso una griglia lasciata, e non da me, PER CASO, aperta. Fuggì, e non lo vidi più, tranne una volta che si posò, assieme ai passeri, ai quali s’era evidentemente riunito, sul davanzale della finestra, dove, nella speranza che vi rientrasse, avevo lasciata aperta e ben fornita di cibo, la gabbia. […] Un imbecille (che viceversa è un grand’uomo) scrisse, anzi telefonò, per “congratularsi” dell’accaduto. Secondo quell’euforico, il canarino s’era involato giusto quando, avendo esaurito il suo compito, la sua presenza era diventata inutile. Tutto insomma si sarebbe svolto come in una favola… Ma io non pensavo a me, e alle mie-sue poesie: pensavo a lui, alla sua probabile lenta agonia. Prova ne sia che il mio primo impulso, quando non lo vidi più, e vidi invece la griglia aperta alla sua sventura, fu quello di buttarmi dalla finestra.”

È una nota che Saba avrebbe voluto pubblicare in appendice al volume del 1951 e che poi non fu inserita, si dice, per questioni di tempi tipografici. L’imbecille, come lo definisce Saba, era in realtà Carlo Levi, suo vecchio amico, che dette il suo consenso alla pubblicazione della nota “un po’ a denti stretti”, e solo dopo l’accorato intervento di Linuccia che cercò di riappacificare gli animi fra i due. Alla fine, comunque, non se ne fece nulla.


La nota ha, per certi versi, un carattere semiserio, e d’altra parte rivela il profondo senso di angoscia vissuto in quegli anni da Saba (l’accenno a buttarsi giù dalla finestra è rivelatore in tal senso). Ma Saba era anche realmente preoccupato per il canarino, che avendo vissuto sempre in cattività non era in grado di procurarsi il cibo da solo.
La storia ha un epilogo triste quanto tragicomico, così come viene raccontato da Herbert L. Jacobson, allora direttore di Radio Trieste:

“Quando fuggì, Umberto Saba telefonò alla nostra sede per sapere se era possibile lanciare un appello via radio, per la ricerca del volatile. Poiché quel canarino rappresentava un simbolo letterario, e quasi un personaggio nazionale, ero ben disposto ad accontentarlo. Ma i miei colleghi, soprattutto i burocratici e i tecnici, mi dissuasero: per regolamento, la radio rifiutava appelli quasi quotidiani alla ricerca di piccoli animali perduti. Fatta un’eccezione per Saba, non avrebbero potuto rifiutare gli altri. Fu raggiunto un accordo: nessun appello radiofonico, però, data la mia posizione ufficiale nel Governo Alleato, avrei mobilitato alla ricerca del canarino polizia e vigili del fuoco. Lo feci, invano.”

Il canarino non verrà mai ritrovato e Saba morirà pochi anni dopo, nel 1957, lasciando una manciata di poesie piene di fatalistica rassegnazione sulla solitudine della vecchiaia e la morte imminente, pubblicate due anni dopo sotto il titolo di Epigrafe.

[…] Fanciullo,
od altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva o in letizia (e più se in pena) apprendi
da chi ha molto sofferto, molto errato,
che ancora esiste la Grazia, e che il mondo
– TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.

(Nelle immagini opere di Juan Mirò. Per approfondire il complesso rapporto esistente fra Saba, Linuccia e Carlo Levi, si legga lo studio, a cura di Silvana Ghiazza, “Carlo Levi e Umberto Saba: storia di un’amicizia”, ed. Dedalo).