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domenica 22 settembre 2024

amicizia

Nella sua autobiografia Emilio Isgrò racconta di aver incontrato Alighiero Boetti, che definisce un cane sciolto afflitto dalla solitudine, nel bel mezzo del gelido inverno del 1991. Invitato a una sua mostra a Milano, scrive di aver passato con lui due o tre ore seduto su una panchetta nella sala espositiva riscaldata, ma vuota, lamentandosi dei critici e dei mercanti distruttori dell’arte e dell’uomo. “Una lamentazione talmente appagante che decidemmo di rivederci il giorno dopo alla stessa ora per continuare a lamentarci insieme”. È uno di quegli aneddoti di Isgrò per cui ho sorriso di più, perché l’ho trovato così comune al mondo degli artisti che frequento da una vita che mi sono riconosciuto in quei due che fanno amicizia sulla panchetta della sala deserta, nella comune lamentazione di essere soli e incompresi e anche, come tutti i soli e incompresi che si rispettino, profondamente egoisti e inaffidabili. Il giorno dopo, infatti, già preso da altre cose Boetti darà bidone a Isgrò che continuerà a lamentarsi da solo con se stesso come aveva sempre fatto. L’amicizia, però, rimane intatta.

sabato 16 dicembre 2023

l'arte della sopravvivenza

Apro a caso questo libro strano, Artisti della sopravvivenza (Einaudi, 2022) di Hans Magnus Enzensberger, che è una serie di caustici ritrattini di 60 scrittori del 900, molti dei quali assurti a miti con o loro malgrado, a cui Enzensberger spezza le gambe senza pietà. Prima ancora che scrittori, dice lui, sono stati uomini e donne, e in quanto uomini e donne soggetti alle leggi della sopravvivenza, e a volte della vanità, spesso e volentieri sono venuti a compromessi col potere, lo stesso potere a cui poi nei loro libri si opponevano. Apro a caso e trovo due ritrattini uno accanto all'altro, quello di Curzio Malaparte e quello di Bertolt Brecht. E mi fa sorridere leggere cosa ne scrive: che tanto ha imparato da Brecht di cui rispetta immensamente il talento, il genio poetico, la lungimiranza politica, per quanto fosse un uomo infame, uno sfruttatore sul lavoro, uno a cui il comunismo aveva messo i paraocchi verso lo stalinismo, e per di più uno che puzzava; quanto ritiene Malaparte uno scrittore sopravvalutato e politicamente senza capo né coda, un bugiardo senza vergogna e senza paura, un voltagabbana da romanzo d'appendice, eppure proprio per questo suo non appartenere ad altri che a se stesso, si vede (e si vede bene) che a Enzensberger Malaparte, il fascistissimo Malaparte, stava simpatico, assai più simpatico del maestro Brecht. Dove non arriva il genio artistico, arriva sempre l'arte della sopravvivenza.

domenica 3 dicembre 2023

l'opera

Leggevo una riflessione scritta da Truffaut secondo cui, fra le molte suddivisioni che si possono fare per gli artisti (che siano registi, pittori, poeti, ecc.) c'è anche quella che li divide in due tipi: quelli che potrebbero lavorare anche su un'isola deserta perché tutto ciò che conta per loro è esprimere se stessi attraverso l'opera, in un rapporto per certi versi di ripiegamento estremo, ermetico o eremitico (che ai suoi massimi livelli produce una sorta di "mistero dell'opera", mentre ai minimi diventa uno sfogo indecifrabile); e quelli che senza pubblico smetterebbero subito qualsiasi attività artistica, non tanto perché inseguono il successo, quanto perché il pubblico, per loro, non è un "di più" aggiunto all'opera, ma è parte integrante della stessa, l'opera viene immaginata e prodotta per scatenare una reazione nel pubblico e se togli la possibilità di quella reazione allora l'opera perde di senso e di significato (col rischio, implicito, di invecchiare molto presto). E la vostra opera, invece, di che tipo è, da isola deserta o da pubblico in sala?

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Il ritratto di Trauffaut è di Duane Michals (1981)

giovedì 12 novembre 2020

l'artista

Mi chiama una donna. Non si presenta. Mi dice: Cioè io sono un’artista, ho anche fondato un movimento spirituale, cioè ho anche scritto un libro di barzellette, ma cioè non riesco a trovare un editore, cioè mi cercano tutti i soldi, cioè tu come fai? – Signora dipende, che intende come faccio? – Cioè mi cerchi soldi anche tu? Oppure mi dai il 7% sui diritti? Cioè secondo me così è uno sfruttamento, cioè se io sono un’artista e tu sei un editore, sei tu quello che fa i soldi, o no? E allora tu mi pubblichi e facciamo 50 e 50, cioè così è giusto, cioè la poesia è un dono, a me mi esce dallo spirito. Se no tu a che cosa servi? – E non lo so signora, è lei che mi ha chiamato… – Oh, oh! Chiude.

martedì 11 settembre 2018

piero

”Piero era un egoista mostruoso, ma anche un genio. In quel momento l’RCA voleva il monopolio sulla musica e prendeva tutto quello che poteva valere. Io andai da Ennio Melis, dirigente, e mi disse: ma non c’è qualcuno, uno buono, che può valere? Sì, te ne porto uno io… bravissimo, straordinario, eccezionale! E gli raccontai della gran balle. Ma è affidabile? Come no! (Piero affidabile, buonanotte!) Allora arrivammo lì e cominciammo a parlare, lui bravissimo, perché era anche sano in quel momento. Facciamo un contratto, insomma gli feci avere, nel ’64, due milioni e mezzo, una cosa pazzesca d’ingaggio. Gli dissero: passa poi per i soldi, e lui, no no subito! Pretese subito i soldi. Prese i soldi. Uscimmo dall’RCA, Piero mi guardò e disse: Oh Gino, glielo abbiamo buttato nel culo. Prese i soldi, e sparì per tre anni.” 

(Gino Paoli)

lunedì 16 luglio 2018

epitaffio

Poco fa, dopo pranzo, ho preso sonno sul divano per circa dieci minuti. E mentre sonnecchiavo ho sognato l'epitaffio che avrei voluto inciso sulla mia lapide. Più o meno una cosa così (niente di personale, ovviamente, si parla di massimi sistemi). Chi mi sopravvive la vedrà: 

Era un grande artista, ma l’hanno capito dopo 
perché i suoi contemporanei erano tutti dei gran coglionazzi. 
Questa lapide sta qui piantata sul suo petto a loro infamia. 
E tu che leggi, anche se ora è morto, credimi, 
erano dei coglionazzi e lo resteranno per sempre.

giovedì 28 giugno 2018

minestra

Oggi, durante un bellissimo incontro con Antonio Scaburri, alla domanda se si sentisse un artista lui ha risposto con molta ironia: “No, io mi sento più un artigiano, anche perché un artista è uno che gli basta un piatto di minestra, nel senso che crede così fortemente in ciò che fa che gli basta un piatto di minestra per mettersi al lavoro. Io, per il mio lavoro, mi faccio pagare molto bene…” 
In quel momento mi sono sentito molto artista.

domenica 18 settembre 2016

follia e morte

Scrive Iosif Brodski, in Fondamenta degli Incurabili, che passando molti mesi dell’anno a Venezia, sua città del cuore subito dopo Pietroburgo, gli capitava spesso di incontrare degli italiani che si dicevano “comunisti”. Quando gli capitava, lui, che era cresciuto nel comunismo e fu condannato e processato e poi era fuggito dal comunismo di Stalin, doveva reprimere i conati di vomito se non veri e propri istinti violenti. Ancora Dmitrij Sostakovic, che in Russia visse sulla sua pelle il favore e il disamore di Stalin, al dittatore dedicò pagine feroci della sua musica, basti pensare alla sua descrizione della Quinta Sinfonia, opportunamente sottotitolata “Risposta ad una giusta critica”, dove la critica era quella di Stalin che stroncò con una tale durezza il suo Lady Macbeth, da far considerare a Sostakovic l’idea del suicidio. Dice Sostakovic: «Ritengo sia chiaro quel che accade veramente nella Quinta. Il giubilo è forzato, è frutto di costruzione. È come se qualcuno ti picchiasse con un bastone e intanto ti ripetesse: “Il tuo dovere è di giubilare, il tuo dovere è di giubilare”. E tu ti rialzi tremante con le ossa rotte e riprendi a marciare bofonchiando: “Il nostro dovere è di giubilare, il nostro dovere è di giubilare”». Una volta si diceva, con una certa ingenuità, che i comunisti erano il male e mangiavano i bambini. In realtà il comunismo, che era sinonimo di “Potere”, come qualsiasi altro potere del mondo divorava soprattutto gli artisti, perché gli artisti avevano voce rivoluzionaria, e quella che meno sopporta il Potere è la voce degli altri. Così anche Andrej Platonov, da alcuni considerato il maggior romanziere russo del ‘900, per quanto puramente comunista, lo era a tal punto da superare in fede (e dunque sbugiardare) i propri capi, e fu ridotto al silenzio col ricatto, quando presero suo figlio e lo spedirono in Siberia. In Cevengur, il suo capolavoro, Stepan Kopenkin, un cavaliere errante in groppa al suo cavallo chiamato Forza Proletaria giunge nel villaggio di Cevengur, sospeso in una atmosfera di follia e di morte perenne, portandovi nuova morte nel nome di Rosa Luxemburg e sondando così i confini del comunismo reale, in cui speranza e morte si confondono senza più soluzione né perdono.

domenica 26 luglio 2015

keep on keepin' on

Ieri sera ho visto il film documentario Keep on Keepin’ on, dedicato alla figura del mitico Clark Terry e in particolare ai suoi ultimi anni e al suo rapporto di amicizia col giovane pianista Justin Kauflin e col più vecchio Quincy Jones. Confesso che ero molto curioso, ma a mente lucida l’ho trovato un po’ freddo, un film che voleva dire tanto ma non è riuscito a dire abbastanza, soprattutto sulla grandezza umana applicata all'arte di Terry. Tanta gente famosa (la cui fama era misurata in Grammy) che diceva quanto gli dovesse come maestro di vita e d’arte ma poi? poi nulla, non un aneddoto, non uno straccio di storia a dare cuore e sostanza al messaggio. E l’unica testimonianza, appunto, rimane quella forse vera ma un po’ troppo “cinematografica” del passaggio di consegne al giovane Kauflin, che Terry raccomanda a Quincy Jones. Mah. Per questo motivo, gli unici momenti in cui la pellicola (pluripremiata) ha parlato al mio cuore, sono stati quelli in cui lo stesso Terry raccontava come da bambino, povero, si è costruito la sua prima tromba piegando un tubo di latta, e poi gli spezzoni in cui suonava o cantava. Pura magia, a ribadire che il modo migliore per conoscere un artista e la sua vita è ascoltarsi la sua opera col cuore aperto e la mente sgombra dai pregiudizi. Lo stesso Terry lo dice, a un certo punto, nel film (cito a memoria): «Se sei una persona rigida o cattiva il suono del tuo strumento sarà rigido e cattivo anch’esso. Io ho sperato per tutta la vita di essere una buona persona».

martedì 12 agosto 2014

l'ultimo battito del mondo

Uno dei motivi per cui oggi sono ciò che sono e faccio ciò che faccio è merito di un film che uscì al cinema quand'ero alle scuole medie e che per molti della mia generazione ebbe lo stesso impatto di Gioventù bruciata sui ragazzi degli anni '50. Il film era L'attimo fuggente, e parlava fra le altre cose di come opporsi al grigiore della vita attraverso la poesia. Senza quel film, che all'epoca mi colpì grandemente e poi ho in parte ridimensionato, non mi sarei mai iscritto al liceo artistico né avrei cominciato a scrivere io stesso.
Lo stupore, quando muore un artista, è vedere come, per motivi diversi, il suo impatto sugli altri è stato altrettanto forte, e come il suo lavoro ci renda un po' più simili, e uniti rispetto alla vita, ai suoi problemi e ai suoi misteri, di quello che pensiamo. Per questo ognuno di noi, quando muore un artista, si sente in dovere di condividere parte del suo amore, attraverso i suoi ricordi, le proprie emozioni che poi scopre essere emozioni comuni. Ed è come se i cuori di tutti battessero all'unisono per quella persona, perché possa sentire quell'ultimo grande battito del mondo anche dalla morte.

mercoledì 4 dicembre 2013

20 anni oggi

Minkia l’ho letto ora, se no non me ne sarei mai accorto. 20 anni oggi che è morto Frank Zappa. Io me lo ricordo quando è morto, facevo il liceo, e mi rendo conto di cominciare a diventare vecchietto perché posso fare la conta: mi ricordo quando è morto lui, e poi Kurt Cobain, Battisti, De Andrè, George Harrison, da poco Lou Reed (che con Zappa, fra parentesi, si odiava)... Mi ricordo dov’ero quando se ne sono andati, cosa facevo, che cosa ho pensato. Di Zappa mi ricordo il coccodrillo in tv, con lui che nel servizio correva come un matto sul palco con la bacchetta da direttore d’orchestra e i baffi ad ancora.
Ecco, a 20 anni di distanza posso dire che se c’è una cosa che ho imparata da lui è questa. Quando durante una intervista gli chiesero quale genere musicale preferisse fra i tanti che praticava, Zappa, che nei suoi concerti faceva di tutto, dal doo wop al jazz alla classica, da Ravel agli AC/DC passando per i Beatles, rispose semplicemente: “Per me è tutta buona musica”. Un atto di coraggio grandissimo che equiparava i vari generi, gli artisti in virtù non della loro nobiltà o storia ma della semplice bellezza, del batticuore che riuscivano a procurarti.
L’ho sempre trovata una lezione insuperata di stile e di intelligenza, oltre che di libertà senza pregiudizi.

domenica 6 ottobre 2013

dalle porte del sonno

L’idea per questo pezzo è nato alcune sere fa, mentre non riuscivo a dormire, come ogni tanto mi capita e, per passare il tempo, cercavo su youtube un pezzo dei Fugazi fra i miei preferiti, I’m so tired, contenuto in Instrument Soundtrack, del 1999. I Fugazi sono una band alternativa di Washington, fra le più influenti degli anni ’90, che da alcuni anni non è più in attività, e praticano un genere parecchio aggressivo, definito post-hardcore, ma I’m so tired mi piace in particolar modo proprio perché non c’entra nulla con quel sound, è una lenta ballata pianistica, cantata in solitudine da Ian MacKaye, fondatore del gruppo e suo leader insieme a Guy Picciotto, scritto in uno di quei momenti in cui l’ansia e l’insonnia prevalgono sulla notte. La sua voce arranca nel fango, alla ricerca di uno spiraglio di luce.
Di lì a un paio di anni i Fugazi avrebbe sospeso qualsiasi attività musicale, i suoi membri avrebbero intrapreso altri progetti solistici e questo pezzo così malinconico pare quasi annunciare, in privato, quella fine mai realmente annunciata.



È stato dunque così, per caso, che mentre cercavo I’m so tired dei Fugazi, ho trovato Sleep rules everything around me, dei Wugazi, che sembra quasi integrare e amplificare il discorso, spostandolo su un livello meno esistenziale e intimo ma più duro, quasi epico, spietato, fortemente calato nella realtà urbana e razzista di una metropoli, New York, vista attraverso gli occhi di un nero. Il brano apre 13 Chambers, del 2011, primo e (ad oggi) unico disco dei Wugazi, al secolo Cecil Otter e Swiss Andy, ovvero i nuovi araldi di un genere nato una decina di anni fa e definito molto simpaticamente bastard pop.
Cos’è il bastard pop, di che si tratta? È un’operazione di mashup, molto vicina a certe contaminazioni dell’hip hop ma anche agli esperimenti di musica concreta della prima metà del 1900, in cui si fondono insieme alcune parti o frammenti di due (o più) brani musicali per ottenerne un terzo. Per un certo periodo è stato un genere abbastanza diffuso, tanto da meritarsi addirittura una trasmissione su MTV. Poi è un po’ finito nell’ombra, fino alla recente uscita di 13 Chambers, dichiarato omaggio alla musica dei Fugazi e del gruppo rap Wu Tang Clan di New York, dalla fusione dei cui nomi nasce la sigla Wugazi.



Tornando indietro, alle sue origini, il primo capolavoro assoluto del bastard pop, e quello che rimane ancora oggi il miglior esempio di quel genere è un album del 2004, il Grey Album di Danger Mouse, musicista e produttore statunitense fra i più noti, che fondeva insieme frammenti sonori e loop musicali del White Album dei Beatles con le parti vocali dell’assai più arrabbiato Black Album del rapper Jay-Z. Realizzato in clandestinità e diffuso illegalmente sul mercato, il Grey Album di Danger Mouse conquistò subito l’attenzione del pubblico, scatenando l’entusiasmo degli stessi Paul McCartney, Ringo Starr, e di Jay-Z, e al contempo le ire delle loro case discografiche, che fecero di tutto per censurarlo, senza mai riuscirci.
Da un certo punto di vista la cosa è affascinante, perché a ben vedere i Beatles, anche per merito del Grey Album, sono stati in assoluto il gruppo più saccheggiato dal genere bastard pop, e ci sono svariati dischi in cui il loro lavoro viene fuso con quello di altri gruppi, soprattutto nell’ambito del rap. A tal proposito McCartney, in una intervista del 2011, si disse “onorato” dalla cosa, rimarcando come i Beatles avessero spesso rubato alla musica nera degli anni ’60 e come vedesse in questo tipo di furto al contrario la perfetta chiusura del cerchio.



Tornando al disco dei Wugazi, io non ho nessuna prova a sostengo di questa mia affermazione, anzi, potremmo definirla la classica visione da fan, ma mi sono fatto l’idea che, in un certo senso, la loro scelta di utilizzare Sleep rules everything around me per aprire il loro disco, sia un omaggio trasversale al Grey Album, proprio attraverso il legame sotterraneo che c’è fra bastard pop, rap e Beatles. I Fugazi, come gruppo, sia per sonorità che per contenuti non hanno nulla da spartire coi Beatles, se non fosse che la lenta ballata di MacKaye, in effetti, non ha nulla a che fare coi Fugazi. È un pezzo che, oltre a discostarsi dal loro solito sound, ha per spirito e persino nel titolo un chiaro riferimento al brano omonimo dei Beatles, I’m so tired, contenuto proprio nel White Album, ed espressione di un momento molto particolare della vita di John Lennon, in ansia a tal punto da farsi venire delle crisi di insonnia: di lì a poco avrebbe annunciato al mondo la sua relazione con Yoko Ono, e poco dopo sarebbe venuta la fine della sua collaborazione coi Beatles.



Quelli di Lennon e MacKaye sono due brani molto simili nelle intenzioni come nell’atmosfera. Per riprendere la definizione usata dal critico Geen Lees per la musica di Bill Evans, possiamo definirli “lettere d’amore scritte al mondo da qualche prigione del cuore”. Magari quella di Lennon è più ironica e mossa, ma entrambe generano fantasmi. Va detto che quella sorta di viaggio in una terra indistinta fra sogno e veglia, alla ricerca del proprio io più nascosto, è in realtà uno dei motivi fondamentali della poetica di Lennon. Andando a ritroso attraverso pezzi come Strawberry Fields Forever o I’m only sleeping, si può arrivare al suo primo capolavoro autobiografico, Help!, che proprio del principio di quel viaggio parla, dalle porte appena spalancate del Sonno.
Ascoltando un demo del 1970, in cui cerca di riportare il brano al tempo originale in cui lo aveva composto (prima che esigenze commerciali lo rendessero più ammiccante, velocizzandolo) si ritrova nel suo grido scomposto, nel suo lento trascinarsi nel buio alla ricerca di una via d’uscita, la stessa ansia e paura del brano di MacKaye, nessuna differenza fra i due. Dimostrazione di come un lungo filo sottile possa stendersi, anche nella più completa diversità della voce, fra i cuori degli uomini soli.

lunedì 27 maggio 2013

il bellavista, finalmente l'abbonamento

È uscito il secondo numero della nostra rivista. In copertina nessun nudo, ma uno schiaffo.
È anche possibile, finalmente abbonarsi per chi è fuori dal nostro raggio di distribuzione. Per abbonarsi basta scrivere a ilbellavista@pietreviveeditore.it (o nel caso dei frequentatori di questo blog a me) indicando in oggetto ABBONAMENTO e all’interno della mail il proprio indirizzo: noi vi risponderemo indicandovi le coordinate a cui effettuare il versamento. È possibile abbonarsi attraverso pagamento paypal o bonifico bancario.
Il costo dell’abbonamento è di soli 30 euro all’anno, che danno diritto a ricevere ogni mese la nostra rivista e in più, in omaggio, uno dei nostri libri (fra le decine che di sicuro pubblicheremo) oppure una stampa d’arte da scegliere fra quelle che stanno realizzando per l’occasione tre dei migliori giovani artisti italiani: Pierpaolo Miccolis, Raffaele Fiorella e Fabio Mazzola. Presto, sul nostro sito saranno pubblicati i loro lavori, fra cui poter scegliere. Bello, no?

mercoledì 1 maggio 2013

l'aria che cambia

Sarà anche vero che ne ha fatti di più belli, che Tempest e "Love and Theft" sono molto più rappresentativi del suo ultimo periodo artistico e raccontano molte più cose di lui e del suo mondo, però, quando vedo una giornata di sole, il primo disco a cui penso è Together Through Life. Gli altri sono pieni di inverno o di afose nottate estive, questo invece suona di primavera, di quel particolare momento in cui la primavera si fa estate e tu tieni le finestre aperte per goderti l'aria che cambia.

mercoledì 10 aprile 2013

time after the world

Non che lo adori, ma in linea di massima trovo che sia ingiusto chi dice che Miles elettrico, quello degli anni’70 e ‘80, non avesse più nulla da dire. Per quanto alcune derive pop, soprattutto negli anni ’80, lascino perplessi, ci sono molte belle cose nel repertorio dell’ultimo Miles, soprattutto nei dischi dal vivo. In particolare, oggi ho ascoltato una raccolta di pezzi live che ripercorre i suoi ultimi tre anni di vita (dal 1988 al 1991): si intitola Live Around the World ed è stupenda, con un suono brillante e molto funky ma assolutamente Miles, quella sottile vena di amarezza e ostinazione che caratterizza i suoi lavori migliori, che ammalia senza possibilità di replica. Dura un’ora e dieci questo disco, e non si sente proprio. In assoluto, per me, la cosa più bella della seconda parte della sua carriera.

mercoledì 20 marzo 2013

equilibrio e splendore

Per chiudere il profluvio di post che, per festeggiare, ho caricato oggi sul blog, ho pensato che mancasse una solo una bella canzone. All’inizio mi ero indirizzato verso Songs: Ohia, gruppo americano il cui leader, Jason Molina è morto sabato scorso a 39 anni. Poi mi sono detto che preferivo qualcosa di meno funereo, e così a Molina dedicherò di sicuro un post nei prossimi giorni e invece oggi scelgo il pezzo di un altro un po’ artista.
John Martyn, di cui ho già pubblicato qualcosa in passato, appartiene a quella rara specie di artisti che attingono la propria arte direttamente dal cielo. Alla stessa specie di gente come Nick Drake, Tim Buckley o David Crosby. A differenza loro, Martyn si è sempre preso un po' meno sul serio e questo gli ha permesso nel tempo di mantenere l'equilibrio, di tenersi al di fuori di certe spinte autodistruttive che invece hanno rovinato gli altri. La qualità del suo lavoro resta comunque eccelsa. E tale miracoloso equilibrio fra scanzonata ironia e profondità del cuore ci sia sempre da esempio.

lunedì 11 marzo 2013

un minuto di silenzio

Negli anni 70, l'artista serba Marina Abramovic visse un'intensa storia d'amore con l'artista tedesco Ulay.
Per 5 anni vissero in un furgone realizzando opere di ogni tipo. Quando sentirono che la relazione non soddisfaceva più nessuno dei due, decisero di percorrere la Grande Muraglia cinese; uno da un lato ed uno dall'altro, cominciarono a camminare per incontrarsi, poi, nel mezzo, dove darsi un ultimo grande abraccio, per poi non vedersi mai più.
23 anni dopo, nel 2010, quando Marina era già un'artista consacrata, il MoMa di New York dedicò una retrospettiva alla sua opera. In questa retrospettiva, Marina condivideva un minuto di silenzio con ogni estraneo che si sedesse davanti a lei. Ulay arrivò senza che Marina lo sapesse e...