Visualizzazione post con etichetta rock. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rock. Mostra tutti i post

mercoledì 17 ottobre 2018

dall'oblio

Come credo succeda ai tanti romantici innamorati degli sfigati del rock, ho sempre avuto un debole per quelli che, pur avendo “tutte le carte in regola per essere un artista”, per vari motivi, sfortuna o una fragilità estrema, non ce l’hanno fatta, hanno inciso un disco o due poi sono tornati nell’ombra o si sono completamente autodistrutti, lasciando dietro di sé solo delle tracce del loro passaggio. Alcuni, come Nick Drake o Bill Fay, verranno riscoperti e poi osannati come geni incompresi, ma dei tanti altri passati e dimenticati senza speranza, i vari Judee Sill, Karen Dalton, David Wiffen, Jackson C. Frank o Jake Holmes, che sarà mai? La storia non fa giustizia di nulla e di nessuno, però, come scriveva Montale, lascia “sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli”. Proprio oggi ho scoperto l’esistenza di Tia Blake, folksinger americana giramondo che incide il suo primo disco quasi per caso, a Parigi, dà un solo concerto, poi sparisce nel nulla. Di lei resta quest’unica incisione che è una raccolta di undici standard folk nel solco del primo Dylan, ma chiaramente influenzati nel suono dalla nascente scena del folk revival inglese. Non è un album rivoluzionario, ma è abbastanza luminoso e piacevole da volerne condividere un pezzo, stasera, prima di farla ritornare nell’oblio.

venerdì 21 ottobre 2016

«give the anarchist a cigarette»

Iersera ho visto DONT LOOK BACK di D. A. Pennebaker, documentario che segue Bob Dylan nel suo tour londinese del 1965 poco prima della svolta rock. A parte il fatto che secondo me andrebbe inserito di diritto nella discografia di Dylan, come pura forza performativa che sprigiona dal Dylan in bianco e nero di quegli anni ’60: ogni gesto, ogni sbadiglio, in tutto ciò che fa Dylan è cool, angry, punk come non sarà mai più; a parte tutto questo fa una certa impressione vedere oggi come tantissimi fan si scusino con lui (si scusano davvero!) di non riuscire a volte a concentrarsi sulle sue parole perché distratti dalla musica! Dylan si schernisce: sono soltanto uno che suona la chitarra, eludendo così sia il suo ruolo di poeta che quello di guida sociale e politica. Qualcosa della sua insoddisfazione, però, trapela dalle sue esibizioni. Ti importa qualcosa di quello che canti? gli chiede il giornalista del Time, al che Dylan risponde incazzato: Non posso credere che tu mi stia facendo una domanda del genere. Eppure, quando alla fine i giornali gli danno dell’anarchico, ci resta quasi male: finalmente sono riusciti a trovare una parola per definirmi, dice con sarcasmo. Date una sigaretta all’anarchico, aggiunge, con una battuta entrata nell’immaginario popolare inglese, come se fosse l’ultima sigaretta di un condannato a morte. Perché di fatto, nell’universo dylaniano, tutto ciò che viene definito è già come se fosse un poco morto. Speriamo che la parola «poeta», con cui lotta da una vita, ora che ha vinto il Nobel non lo uccida del tutto.

giovedì 28 aprile 2016

rocksogno

Il mio sogno della scorsa notte. Vengo invitato a Putignano, a una serata in omaggio a Piero Ciampi. Ci vado e mi ritrovo seduto allo stesso tavolo con Prince, David Bowie e George Martin. Mi batte forte il cuore, ma loro mi snobbano, nemmeno mi guardano in faccia. Continuano a sorseggiare i loro cocktail e fissarsi senza spiccicare una sola parola. C’è anche Vasco Rossi, che si fa una birra, fuma, canticchia, tamburella le dita sul tavolo, ed è l’unico dei quattro a parlarmi. Gli chiedo cosa ci fa lui seduto lì con loro. “Sono morto anche io nel 2016, che ti credi?”. “Cristo, quindi sei un genio anche tu, alla fine?”. “La cosa più vicina a un genio che c’è in giro” mi risponde lui con orgoglio. Mi guardo intorno e mi viene un sospetto. “Ma quindi? Anche io sono un genio?”. “Tu no, non sei nemmeno morto… Ti è solo capitato di trovare il posto libero… Però continua a crederci, che forse, se ti impegni dico, non arrivi nemmeno a fine anno. E se te lo dico io, eeehh… In culo alla balena!” “In culo alla balena che c’entra, adesso?” “Nulla, mi piace. Va bene così, è la frase del giorno questa. In culo alla balena!” “Va bene Vasco, grazie, in culo alla balena anche a te!”

giovedì 12 novembre 2015

degi degi

Un pezzo molto particolare questo di Don Cherry, che fu stretto collaboratore e amico di Ornette Coleman e qui è all'apice della sua fascinazione per il Miles Davis elettrico. L'ironia sta nel fatto che Miles aveva "ideato" il jazz elettrico (poi fusion) proprio in opposizione alla rivoluzione Free di cui Coleman (e con lui Cherry) fu il maggior rappresentante. Il pezzo è contenuto nell'album Brown Rice del 1975, anno in cui un Miles ormai esausto e con vari problemi di salute si ritira dalle scene, e riscuote un grandissimo successo. Di lì a quattro anni Cherry completerà questo suo viaggio nel mondo del rock collaborando con Lou Reed a uno dei suoi pezzi più oscuri, The Bells, omaggio alla poesia visionaria di Edgard Allan Poe. 

venerdì 14 agosto 2015

let it be, let it bleed

L'ho letto adesso [QUI]: Keith Richards ha definito Sgt. Pepper spazzatura e una miriade di fan è partita con la polemica. Ma non ho capito dov'è la notizia che fa scandalo. 
Bob Dylan già nel 1967 paraculava Harrison per Sgt. Pepper, che non gli piaceva, trovandolo un po' vacuo. Harrison, che al contrario era innamorato del suo John Wesley Harding gli chiedeva quanto tempo ci avesse messo per registrare un disco così bello e Dylan gli rispondeva ridendo "sei ore circa", cosa inconcepibile per Harrison che con Sgt. Pepper aveva perso circa sei mesi. E lo stesso John Lennon, in una celebre e incazzosa intervista del 1971, disse: "Quello era un progetto di Paul e solo di Paul!" come per tirarsene fuori. 
La verità è che Sgt. Pepper (come molti critici hanno osservato) è più un prodotto della sua epoca che un'opera senza tempo, e come documento musicale del flower power è ancora splendido. Le cose imprescindibili dei Beatles, però, sono altre. La stessa Rolling Stones nella sua Storia del Rock fa notare come all'inizio degli anni '60 i Beatles fossero l'unico gruppo inglese ad avere radici rock'n'roll, in una Inghilterra che, dagli Stones agli Animals agli Yardbirds, non si era mai staccata dal blues revival. In questo senso i Beatles furono gli autentici apripista di una nuova corrente musicale che avrebbe portato all'altro grande filone della musica inglese, quello che va dai Who a Bowie ai Pink Floyd fino agli estremi di Elton John e del progressive. Contrapponendosi dunque all'evoluzione del blues rock operata dagli stessi Stones, Eric Clapton e Led Zeppelin. 
Fatto sta che Sgt. Pepper, spazzatura o no, lo copiarono praticamente tutti per far soldi, Rolling Stones compresi, prima di ricredersi, grazie proprio al lavoro di Keith Richards (e subito dopo la cacciata di Brian Jones), per tornare finalmente al blues sporco e cattivo delle origini.

giovedì 12 giugno 2014

anniversario 2

It was 20 years ago today che conosco Lou Reed. Prima dei Beatles, prima di Dylan e Neil Young, di Patti Smith, di Leonard Cohen, di Ciampi e De Gregori. Primo amore assoluto. Vent'anni è qualcosa di più di un'amicizia, è quasi un matrimonio. Me lo ricordo bene: una raccolta di pezzi suoi allegata a una rivista, copertina rossa, pezzi preferiti (dell'epoca): Berlin e Kill your sons. Poi sarebbero venuti tutti gli altri, dalla Banana a Magic and Loss. Vent'anni è un sacco di tempo, porcaccia miseria. Il tempo non dà tregua. Stasera La7 trasmette Quel che resta del giorno. Appunto. Domani è Sant'Antonio (votantonio! votantonio!), un anno esatto dalla morte di mio nonno. Sapete cosa faccio? Mi stacco dal pc e vado a farmi un giro. Per oggi non ci voglio più pensare. Domani è un altro giorno.

mercoledì 4 dicembre 2013

20 anni oggi

Minkia l’ho letto ora, se no non me ne sarei mai accorto. 20 anni oggi che è morto Frank Zappa. Io me lo ricordo quando è morto, facevo il liceo, e mi rendo conto di cominciare a diventare vecchietto perché posso fare la conta: mi ricordo quando è morto lui, e poi Kurt Cobain, Battisti, De Andrè, George Harrison, da poco Lou Reed (che con Zappa, fra parentesi, si odiava)... Mi ricordo dov’ero quando se ne sono andati, cosa facevo, che cosa ho pensato. Di Zappa mi ricordo il coccodrillo in tv, con lui che nel servizio correva come un matto sul palco con la bacchetta da direttore d’orchestra e i baffi ad ancora.
Ecco, a 20 anni di distanza posso dire che se c’è una cosa che ho imparata da lui è questa. Quando durante una intervista gli chiesero quale genere musicale preferisse fra i tanti che praticava, Zappa, che nei suoi concerti faceva di tutto, dal doo wop al jazz alla classica, da Ravel agli AC/DC passando per i Beatles, rispose semplicemente: “Per me è tutta buona musica”. Un atto di coraggio grandissimo che equiparava i vari generi, gli artisti in virtù non della loro nobiltà o storia ma della semplice bellezza, del batticuore che riuscivano a procurarti.
L’ho sempre trovata una lezione insuperata di stile e di intelligenza, oltre che di libertà senza pregiudizi.

martedì 12 febbraio 2013

l'ultima spiaggia

Stanotte, sarà stato il whiskey, mi sono sognato una possibile mostra impossibile. Era ambientata su una spiaggia, qualcosa come una insenatura con gli scogli intorno che un po’ la isolasse. La zona della mostra era sorvegliata e ci si poteva accedere solo su invito. Su questo pezzo di spiaggia isolato e sorvegliato si teneva una festa. Per accedere alla festa era necessario indossare una maschera da scimmia. Infatti tutta la scenografia si ispirava al Pianeta delle Scimmie, solo che al posto della Statua della Libertà vi era un immenso riccio di mare, alto più di venti metri che occupava come un monolite la zona. L’happening consisteva nello stare lì ad aspettare il primo stronzo che sarebbe arrivato, sfidando o fregando la sorveglianza, senza una maschera. Il bello è che a sapere questo ero solo io, tutti gli altri invitati stavano lì a festeggiare con la maschera da scimmia e ad aspettare qualcosa che non sapevano, anche se di tanto in tanto, per lanciare degli indizi, dagli autoparlanti che trasmettevano musica si ripetevano, più volte, alcuni pezzi tipo Too Much Monkey Business di Chuck Berry, I’m waiting for the man dei Velvet Underground e Love me do dei Beatles. Titolo della mostra: L’ULTIMA SPIAGGIA.

giovedì 1 luglio 2010

tre pezzi dal vecchio blog

Questi sono tre pezzi che ho scritto all’incirca un anno fa (estate del 2009). Li avevo calcellati chiudendo il vecchio blog ma mi è stato chiesto da un amico di ripubblicarli, e visto che in questi giorni riesco a trovare pochissimo tempo per degli aggiornamenti, ho pensato di prendere due piccioni con una fava. Have fun!

PENSIERI SPARSI SULL’ULTIMO JOHNNY CASH

Probabilmente vi rivelo un’ovvietà ma ci sono pezzi che funzionano meglio di notte. Scrivo questo all’incirca all’una e qualcosa mentre ascolto a basso volume, per non disturbare i vicini, Man comes around di Johnny Cash. Sono sul balcone ma Cash mi ricorda che non siamo che acrobati sulla corda, che sotto di noi brucia l’inferno e dentro di noi si agita la bestia. Non c’è niente da fare, non si può non credergli con quella voce. Ho scoperto Cash l’anno scorso, in Francia. Il mio amico Giovanni era rimasto colpito dalla sua versione di Personal Jesus e si era comprato il disco. Buona parte del successo del pezzo, mi disse, era opera di John Frusciante, che l’aveva rielaborata in chiave acustica, ma anche Cash faceva la sua parte. Poi di sera, in albergo, lo ascoltammo e ne rimanemmo invischiati. Dico invischiati perché, e chi lo ha ascoltato lo sa bene, la sua voce è come il petrolio, è calda e densa e se appena ci metti dentro un piede non riesci più a liberartene, ci affondi lentamente. Da allora mi sono fatto tutti gli ultimi dischi di Cash, quelli della serie American Recordings, ed è straordinario ad ascoltarli come quest’uomo riesca a trasformare anche i pezzi più moderni in opere senza tempo, scarnificandoli fino all’osso, riportandoli all’essenziale.
Qualcosa di simile aveva fatto Dylan coi due dischi acustici dei primi ’90. In quei dischi Dylan prendeva canzoni più vecchie di lui e, scavando nel loro cuore fino a riportarne alla luce l’essenza, le riportava vive ed attuali ai nostri giorni. La poetica dei due artisti è in fondo la stessa. Per me quella è la migliore musica degli anni ’90, insieme a poche altre cose. Peccato che l’abbia scoperta molto più tardi e non quand’ero ragazzo e innamorato di band più rumorose. Avrebbe di sicuro, mi dico, modificato il mio sguardo. Ma in fondo c’è un’età per ogni cosa e forse all’epoca non l’avrei apprezzata abbastanza, magari l’avrei addirittura snobbata come irrimediabilmente noiosa. Non c’è rabbia nella musica dell’ultimo Cash. Nessuna voglia di spaccare il mondo. A che servirebbe, ormai? Meglio lasciarsi cullare dalla notte.
Ci incontreremo ancora, promette Cash alla fine, e a ben vedere è questo il tema alla base degli American Recordings: il confronto spietato col Tempo, l’ansia di trovare finalmente la Salvezza. Cash riscrive la propria storia attraverso la scelta di brani che spesso non sono suoi ma sente come tali e che, appartenendo all’immaginario collettivo, fanno ormai parte del patrimonio popolare. La sua storia in questo modo diventa la storia di tutti, la sua voce (per quanto straordinaria) diventa la voce di chiunque. È, tutto sommato, un concetto molto americano. Ed ecco perché: american recordings. L’opera di Cash si apre all'America, quel mondo sterminato, fino a perderlo in essa. Liberandolo. Offrendogli finalmente Salvezza.




115° SOGNO DI PATTI SMITH

Ricordo come fosse stato appena ieri la prima volta che ho ascoltato Patti Smith. Mi ero comprato il disco dopo aver letto da qualche parte un articolo sulla sua vita, e come spesso mi succede mi ero innamorato di lei prima ancora di averla sentita. All’epoca, parlo della seconda metà dei ’90, l’unica maniera di ascoltarsi una cantante che ti interessava era farsi fare una cassetta da un amico più grande o beccare una qualche trasmissione sulla storia del rock in radio, ma già per quello ci voleva culo. Il più delle volte ritrasmettevano Because the night ma a parte il fatto che mi piaceva non è che mi dicesse molto della Smith. Io però m’ero innamorato e avevo deciso di scendere a patti col diavolo e investire i miei pochi risparmi in un CD. Del resto l’aveva detto anche Micheal Stipe, senza di lei la sua vita e la sua musica sarebbero state diverse, di sicuro peggiori, e senza i REM che mi accompagnavano sul primo treno del mattino per l’università anche la mia lo sarebbe di certo stata. E poi aveva o non aveva baciato Bob Dylan sul palco dopo un concerto? Insomma quella donna non poteva essere ignorata. Ero proprio innamorato.
Avevo vent’anni e comprai Horses, il suo primo disco, con tutta l’emozione del caso e ventimila lire. La copertina era bellissima e lei così cool! Opera del grande e perverso Robert Mapplethorpe, di cui avevo appena discusso durante l’esame di Storia della Fotografia. E poi c’erano John Cale alla produzione, e Lou Reed rannicchiato in un angolo nel collage del libretto. Insomma, ancora non lo avevo sentito e già mi sentivo a casa mia. Quello era un mondo che conoscevo bene. Ma la vera magia scoccò quando misi il disco nel lettore. Quando partirono pigre e avvolgenti le prime note al piano di Gloria e Patti pronunciò contro il Peccato i suoi versi più famosi (che non sto qui a ripetervi) cominciai a muovermi sulla sedia, non riuscivo a stare fermo, quando la sua voce si avvitava su se stessa mentre affermava che sentiva bussare alla sua porta provai quasi un brivido di piacere come se anch’io fossi lì ad aspettare ansimante dietro quella porta. Ma tutto il disco era fenomenale. Kimberly era dolcissima e in Free money si respiravano la notte e i suoi sogni. Ma il vero capolavoro per me rimaneva Land. Ogni volta che l’ascoltavo, per mesi da allora, non riuscivo a stare fermo, cominciavo a dimenarmi come un pazzo sulla sedia di fronte allo stereo, avevo le cuffie nelle orecchie e mio fratello più piccolo che alle mie spalle, senza capire, mi scimmiottava ridendo. Ma non m’importava. C’era violenza in quella musica e grazia. Era impossibile resistere. Per mesi chiunque passasse da casa mia doveva sentire Patti Smith. O sarebbe morto perdendosi per sempre qualcosa di grande. Non avete idea di quante persone ho convertito alla sua fede!



Poi nel tempo ho ascoltato più o meno tutto di lei, non molto in effetti. In particolare ricordo il giorno in cui comprai Easter, un album di cui mi ha sempre stupito l’ampiezza dello sguardo nell’affrontare il tema dell’amore, descritto in tutte le sue forme. Davanti al negozio di dischi mi fermò una signora un po’ tocca che afferratomi con foga il braccio mi dette la missione di diffondere al mondo la notizia che l’unica volta che era stata con un uomo lei era stata bene! Vai e dillo a tutti! Io sorrisi, le promisi che l’avrei fatto poi entrai a comprarmi Easter, chiedendomi se anche la Smith avesse avuto quel fuoco dentro quando alla fine dei ’70 decise di lasciare la musica per dedicarsi alla famiglia. Personalmente trovo ancora straordinario che qualcuno che avesse vissuto quell’avventura eccezionale all’apice del successo decidesse così, di punto in bianco, di mollare tutto per dedicarsi a casa marito e figli. Mi dava l’idea di una persona che fosse realmente libera, ci vuole del fegato per rinunciare al successo. La cosa buffa fu scoprire, pochi mesi dopo l’essermi avvicinato a lei con tutta la fascinazione che si prova davanti a un mistero, che la Smith era da poco tornata a fare musica. Con molta discrezione, certo, ma lei era di nuovo con noi.
L’anno passato è uscito il suo ultimo disco, una raccolta di cover. Il singolo trainante è una sua personalissima versione di Smells like teen spirit dei Nirvana. Non piace a tutti e capisco perché. Cantata da lei quel pezzo assume tutto un altro significato e non so se Kurt Cobain l’avesse mai contemplato. Non è più la canzone di un ragazzo frustrato perché non sente di avere un posto nel mondo. È il pezzo di chi è sopravvissuto proprio a un mondo a cui, nonostante tutte le sue contraddizioni, oggi appartiene. Forse, se Cobain fosse invecchiato abbastanza l’avrebbe sentita e cantata anche lui a quel modo. Chissà?
La Smith ha sempre detto di essere prima di tutto una poetessa. Ora, per uno strano caso del destino, un caso poetico di quelli che se li leggi nei libri o vedi nei film ti dici “bello sì ma inverosimile”, Patti Smith che per tutta la vita ho inseguito attraverso i suoi dischi, i suoi bellissimi ritratti fotografici e i fugaci articoli di giornale che leggevo con devozione ogni qual volta mi capitavano per le mani, si ritroverà a passare di qui fra quindici giorni, proprio il 4 luglio, per cantare a cinque minuti da casa mia, in un paesino di sogno frequentato per lo più da giapponesi affamati di souvenir chiamato Alberobello. Quando l’ho saputo sono quasi caduto dalla sedia, proprio come quando ero ragazzo e mi dimenavo ascoltando Land. Per me è qualcosa di più di un fan che vede per la prima volta uno dei suoi artisti preferiti. No, qui è questione di riuscire finalmente a toccare il tempo con mano, e la grazia. Averla lì davanti agli occhi, sentirla cantare e credere che ti guardi dritto in faccia, proprio te, e che finalmente il mondo con un po’ di giustizia abbia riannodato i fili di alcune delle sue molte storie appositamente perché un giorno tu possa raccontarlo.


IL WEEKEND PERDUTO

Tutto comincia nell’autunno del 1973. John Lennon viene mollato da Yoko Ono per un altro.
Distrutto dalla separazione, sfinito da una campagna denigratoria orchestrata dal governo degli Stati Uniti, che lo definisce un comunista per espellerlo dal paese, Lennon si trasferisce a Hollywood e comincia a bere per dimenticare, abbandonandosi ai gesti più idioti e violenti e autodistruttivi, e lasciandosi dietro una scia di disfacimento e di disastri tali da rovinarsi quasi la carriera. John in quell’autunno del 1973, come lui stesso ammetterà poi, impazzisce, diviene completamente folle di gelosia e d’amore. In seguito chiamerà quel lungo periodo di confusione e furia weekend perduto. Il weekend in realtà dura diciotto mesi, finché, come in una fiaba, alla fine del 1974 Yoko Ono pentita torna per salvarlo col suo bacio stregato. Nel frattempo Lennon scende all’inferno, saggia i confini del suo dolore e ne fa arte. Fondamentale in questo è il sodalizio con Phil Spector, produttore geniale che, intenzionato a produrre un disco di cover di vecchi successi dei primi ’60, lo coinvolge in una collaborazione. Per una volta Lennon sarà interprete e non necessariamente autore delle canzoni. Lennon, spossato dalla separazione, senza nessuna voglia di comporre, prontamente accetta l’offerta e i due si mettono al lavoro.
Purtroppo per Lennon, Spector è ancora più folle di lui. I suoi metodi di lavoro, per quanto portino a risultati straordinari, sono alquanto bizzarri e soprattutto lunghissimi: ore e ore ogni giorno vanno perdute per registrare una traccia su cui poi, a notte fonda, Lennon (che nell’attesa beve fino a ubriacarsi) dovrà registrare la sua parte vocale. In più di un’occasione i due finiscono per fare a botte. Una volta vengono addirittura cacciati via dallo studio di registrazione. Un’altra volta Spector, che gira armato, spara a Lennon, mancandolo. Lennon, del tutto ciucco, gli risponde: “Phil cazzo, sparami dove vuoi, ma non vicino alle orecchie! Mi servono per cantare!” (Per la cronaca Spector, che ha il vizietto, alcuni anni dopo proverà a sparare anche a Leonard Cohen). Alla fine il progetto viene abbandonato perché Spector scompare dopo aver causato un brutto incidente stradale e Lennon, in parte riappacificato con la propria musa, si mette al lavoro su delle nuove canzoni, quelle che poi finiranno in Walls and Bridges (1974).
Nel 1975 lui e Yoko Ono tornano insieme e John decide di rinunciare alla musica per dedicarsi alla famiglia. Il resto è storia. Di quel weekend con Spector ci restano una manciata di tracce, che verranno alla luce solo dopo la morte di John. Alcune sono completamente scomposte, come in Just Because, in cui Lennon comincia per cantare e finisce per fare profferte sessuali a una delle coriste: “voglio succhiarti i capezzoli, baby!” Altre, come Here we go again, sono dei veri e propri capolavori. La mia preferita rimane però Be my baby, un famosissimo brano delle Ronettes che in quella maniera così dolce e innocente tipica dei primi anni ’60, allude a una classica storia d’amore adolescenziale. Nella versione di Lennon, talmente ubriaco da essere privo di qualsiasi filtro davanti al microfono, questa canzone per ragazzi diventa una cosa seria, da grandi, il grido disperato di un uomo sconfitto dalla vita che chiede solo di poter tornare a casa. Soprattutto nel finale, così angosciato che poi verrà sfumato in fase di mixaggio, la sua voce si carica di una tale tensione drammatica da metterti i brividi addosso. Appare ovvio che quando canta “sii mia” non lo fa per un’ipotetica ragazza o per il suo pubblico. Canta esclusivamente per Yoko, dall’inferno in cui è sceso, pazzo d’amore e gelosia.

martedì 25 maggio 2010

sotto la cenere

I’m losing you è una canzone strana. Come tematica e livello di incazzatura sembra più vicina alla produzione di Lennon dei primi anni ’70, quello a cavallo fra fase punk e la moglie che lo lascia. Però sta sul suo ultimo disco, accreditato alla pari fra lui e Yoko ritornata a casa. Anche la versione che vi metto qui sotto ha una sua storia tutta particolare. Di gran lunga superiore a quella poi inserita nell’album Double Fantasy (quello di Woman, per intenderci), è stata realizzata coi Cheap Trick, gruppo coi controcazzi che venne inizialmente chiamato per registrare con Lennon e poi inspiegabilmente licenziato dopo una sola seduta. Il perché non si sa, visti i risultati. Qualcuno insinua che al solito ci si è messa di mezzo Yoko (definita da Rick Nielsen, leader del gruppo, “una fottuta strega”). Qualcun altro invece sostiene che fu una scelta di produzione, perché si intendeva puntare su un suono più dolce, pop, e lo stesso Nielsen ammette che non sempre il sound della band riusciva ad amalgamarsi con tutte le sfumature del cantato di John. Fatto sta che per noi lennoniani la sua pubblicazione, a vent’anni di distanza, è stata manna dal cielo, la riprova che, al di là di quello che andavano dicendo i suoi detrattori per via delle sue ultime cose, e cioè che Lennon come artista rock era finito, la scintilla del genio bruciava ancora violenta sotto la cenere e talvolta, se stimolata a dovere, veniva fuori senza compromessi. E poi il video è fighissimo.



Canzone in risposta a quella pubblicata sul blog di Sergio Garufi.