Visualizzazione post con etichetta perdita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta perdita. Mostra tutti i post

venerdì 22 luglio 2022

perdita

 Una delle esperienze più strane e straordinarie del fare l’editore di poesia è l’esperienza della perdita. In genere molta scrittura scaturisce da quella scintilla, perdi qualcosa e ne scrivi. Nella poesia questa perdita non viene stemperata nella struttura romanzesca, ma spesso è concentrata in diverse cariche esplosive disseminate lungo un testo breve. Dai fuoco alla miccia e il resto è una serie di esplosioni in serie e di ferite. Immagina la vita di un editore che, ad esempio, già sensibile al tema, in autunno dovrebbe pubblicare fra le altre due opere che parlano di perdita, in maniera spesso intima e commovente, entri da una porta nel dolore di una persona, tua simile, tua amica, lo attraversi e quando ne vieni fuori ti tuffi nel dolore di un altro tuo simile, tuo amico, per tirarne fuori un libro. È un continuo percorso nello scavo, in te, in loro, dove la differenza sostanziale fra i due la fa il linguaggio. Ti appigli a quello come a un salvagente, il linguaggio ti impedisce di affondare nell’umano e fraterno dolore. Poi esci dai libri, torni a fare il tuo lavoro, a fare i conti spicci con le entrate, con le uscite, con ciò resta di ogni libro dopo che è stampato e si tramuta in oggetto con un prezzo preciso e delle aspettative di vendita che spesso verranno deluse, ed entri in un nuovo circuito assai più prosaico, un nuovo tipo di perdita o di ammanco che fa rimbombare in terra quello dei libri che ti ostini a pubblicare non si sa più perché. L’editore è un santo. Altro che.

domenica 26 maggio 2019

qui dove non torna il conto del dolore...

Qui dove non torna il conto del dolore
di fronte a un panorama di immensa bellezza
che si apre sui ghiacciai

Balestrini non ci manca eppure
quanto manca alla domenica che piove
sulle urne elettorali
dove più ci manca il cuore di tornare
e non torna più il dolore non il conto
di lottare una vita intera per ridurci
a questa che non è cura ma supposta  
dove va fatto ciò che va fatto
perché più fatto di così si muore

Lo vedo oggi in mio padre  
padre politico alla rabbia d’amore
di chi non sa come dirla a parole
e si muove per forza di nervoso
«non mi avrete» dice «non mi avrete»
andando a votare per puro spirito di lotta
avendo già perduto ogni lotta
e digrigna i denti come un cane nella rabbia
stringe le chiappe per reprimere il dolore

Balestrini non ci manca eppure
quante ce ne avrebbe dette di parole
se solo avesse ancora parole da dire ma è morto



Il secondo e terzo verso sono tratti da Nanni Balestrini, Blackout

sabato 13 aprile 2019

la casa bianca

Stamattina, con la pioggia che amplifica le emozioni, ho letto un libro delizioso e commovente, tanto che passavo di continuo dal sorriso alle lacrime. Il libro si chiama La casa bianca, di Emanuele Andrea Spano, edito da Puntoacapo Editrice. Imbattersi in un poeta di Novi Ligure che scrive un libro sul paese in cui vivi (Locorotondo) è cosa rara e strana: da qui i sorrisi, ritrovando fra le sue pagine certi angoli per te famigliari (Sant'Anna, via Sabotino...). Allo stesso tempo Emanuele parla di qualcuno (che poi si fa qualcosa, qualcosa di sé almeno, e ancora più presente in quanto assente) di perduto e questo commuove, come chiunque abbia subito una uguale perdita può sapere. Nulla di nuovo forse, eppure essenziale. Un libro preciso, raccolto (o discreto, com'è il suo autore, com'è la copertina da lui scelta), distillato verso a verso, scritto benissimo, con Luzi (il Luzi di Su fondamenti invisibili) e Sereni (il Sereni di Stella variabile) come numi tutelari, da parte di un uomo che "non ha un paese a cui tornare", come scrive Salvatore Ritrovato in prefazione, ma proprio per questo dei paesi "sa cogliere il valore esistenziale". Se non ricordo male, lo presentiamo il 24 aprile alla Libreria L'angolo retto, anche se sinceramente di un libro così, salvo le poche note qui sopra, non si sa mai bene che dire, si ha sempre paura di eccedere, di sbavare. Leggetelo.

martedì 16 maggio 2017

orfeo

Ci sono donne d’istinto e piene di salute che pigliano nel branco i più dotati e scelgono soltanto bei cavalli di razza per lunghi accoppiamenti al sole. Altre si sentono dentro l’inferno, allora t’inseguono persino nel ricordo: «La tua voce, la tua voce io non me la scordo, ancora me la sogno, la tua voce che mi chiama». Perché nella voce dicono hai come una nota di luce, la traccia di un passaggio, ed è la scia di Orfeo che è sceso giù a salvarle.

sabato 23 luglio 2016

mi stringe in gola il sangue...

Mi stringe in gola il sangue.
Mi sanguina dal cuore.
Ogni tua cellula perduta si fa
goccia che risale. Sale e soffoca
dal cuore ma non passa.
Ristagna e secca
negli occhi senza pianto.
E brilla il mio rimorso.
Mi bagna il canto. Perché ti perdo?
Perché non ti ritrovo?

martedì 27 ottobre 2015

anna e la sua rosa

Non so per quale particolare meccanismo succedono queste cose, ma stamattina, all'improvviso, mi sono ricordato di una ragazza di cui ero un sacco preso al liceo. Si chiamava Anna, e visto che lei era lesbica e io, invece, ero il classico nerd, forse per questo stavamo sempre insieme, al punto che molti pensavano fossimo parenti, fratelli o cugini, certamente due sfigati. Noi ci giocavamo anche molto su questa storia. Lei vestiva come un uomo, giubbotto di pelle, jeans e capelli corti dietro col ciuffo alla Elvis, io, occhiali scuri, indossavo perennemente un cardigan nero e avevo in testa una sorta di pagliaio biondo stile Beatles, che oggi a sentirlo uno non ci crederebbe. Lei era una pittrice bravissima, appassionata di olio e di Caravaggio, io preferivo gli acrilici, i futuristi, Picasso e Paul Klee. Anna era innamorata, al punto da cascare per terra priva di forze, per la forza schiacciante di tanto amore, di una ragazza di nome Rosa, capelli lunghi da zingara e sguardo nero e intenso, che all'epoca tentennava fra lei e un altro ragazzo. Il classico triangolo, o quadrangolo, o vai a capire tu cos’era di preciso. Fatto sta che le sue paturnie Anna le raccontava a me, ore e ore di paturnie amorose per Rosa, sdoganate a Piazza Castello a Taranto, a un ragazzetto brufoloso che voleva solo baciarla e si accontentava di una fratellanza nella diversità per sentirsi meno solo. In terza liceo Anna era il mio centro, il mio faro, la mia migliore amica e la mia complice, poi, non so per quale particolare meccanismo succedono queste cose, l'ho persa di vista con l'università e stamattina all'improvviso, in un lampo di sole, dopo anni di dimenticanza mi sono chiesto: "Chissà che fine ha fatto, Anna?" L'ho anche cercata su Fb ma nulla, non c'è. Scomparsa col mio pagliaio e con quel bacio, l’unico, che mi è riuscito di strapparle, nemmeno per pietà, ma solo per fare ingelosire Rosa che ci guardava da lontano, non disse niente, ma poi se la rubò.

lunedì 4 maggio 2015

a una fessa (versione definitiva)

1. Merda

Ci sono donne leggere
talmente leggere che rasentano
il vuoto: pronta a prendere il volo
tu stai con loro.
In te sta il mio cuore annidato
disperato e pigolante implora a nutrimento
i vermi che gli avanzi come esche
o meglio ancora il guano che riversi
sulle teste dei tuoi amanti
(io sto con loro
allocchi o tordi ringalluzziti)
ogni volta che sul mondo ti sollevi
con grazia naturale. Lordi
di te della tua merda: loro
cantano le tue lodi al Signore.

2. Grazia

Grazia tua magnifica di donna
che preda di lussuria
ti fingi ragazzina nel piacere
e arrossisci sulle guance sculacciate.
Grazia tua leggera di passione
di passera o piccione che si bagna.
Grazia di giovane pollastra
generosa tutta cuore e rinomata.
Grazia d’esperta quaglia
o di fagiana imbellettata
apparecchiata sulla lingua e pronta
prim’ancora che tu dica
grazia di fringuella spalancata
da leccarsi baffi e dita.
Grazia di fava umida e salata.
Grazia di fregna che disseta e sfebbra.
Grazia celebrata sull’altare a pane e vino.
Grazia micidiale di zoccola vestita a festa.
Grazia indirizzata ad altro uccello
ad altra ciola che sorpassa in cielo.
Grazia surreale di tagliola. Potta.
Volgarmente di spaccazza fessa
di patonza grazia che ti strazia
nelle carni che ti stana nel tuo amore.
Grazia che ti rode che ti scava.
Grazia che ti chiava o non ti chiava.
Grazia più di sorca che di cuore
belva tutta nera di pelliccia
selva inferno: guaio senza uscita.
Grazia pisciatora e calamita.
Grazia tutta liscia e depilata. Pesca
e pesce fresco di giornata.
Grazia micia gonfia di burrata.
Grazia di gran porca e di giaguara.
Grazia che divora senza scampo.
Grazia dolcissima e infettiva
che smanetti senza guanto.
Grazia poi di prugna che si caca
e poi si perde nel rimpianto.
Grazia di grandissima baldracca mito
d’alata vacca o umanissima puttana.
Grazia ubriacante che fermenta
l’uva l’uva passa e la patata.
Grazia elementare ma tremenda
di fica rossa rosso sangue
fonte di peccato che consuma
ogni salvezza ogni perdono.
Grazia pavoncella mia di sgravo
e di tormento. Rotacismo. Inciampo.
Grilletto mio parlante e confidente.
Parolina tutta cosce
mette l’ali alla poesia.
Grazia ostia ragnatela e nebbia.
Bussola da naso. Quero sul mustazzo.
Grazia che congiura per averti
appena il tempo di venire e poi svanire
in tutta fretta. Mio sollazzo.
Grazia tua notturna di civetta. Strega
che se viene ruba tutto: il sonno gli anni
l’avvenire. La più non mia illibata
giovinezza. Fiore. Sprazzo.

martedì 17 marzo 2015

invece niente

Certe volte penso che le persone piuttosto che perderle preferirei vederle morire. Poi penso che il mio è un pensiero egoista e allora mi accontenterei di vederle soffrire, almeno un poco, per questa perdita, che già sarebbe tanto, la prova di un affetto mancato ai suoi cari. Invece niente, non si vede niente, non si sente mai niente. Nemmeno la banda.

sabato 20 settembre 2014

facce e nomi

Stasera mi sono accorto di non ricordarmi il nome di nessuno dei miei compagni di liceo, appena del mio compagno di banco. Di qualcuno ricordo il nome, di altri il cognome, ma tutto insieme no, di molti nemmeno il viso. Vale lo stesso per le medie o le elementari, o dei miei coinquilini all'università. Non ho conservato foto, né particolari ricordi che li riguardino. Mi stupisco a volte di gente che mi saluta con tanto calore ricordando giorni bellissimi passati insieme. Io non mi ricordo di nessuno di loro, o faccio fatica. È come se non avessi più una giovinezza, oppure se il presente si mangiasse giorno per giorno le persone che mi sono passate accanto. E mi chiedo: quanti di quelli che mi sono intorno adesso sopravviveranno ai vuoti della mia memoria? Già di qualcuno il viso comincia a farsi incerto.

sabato 16 agosto 2014

fiori per il suo compleanno

Sono un fanatico dei contorcimenti del tempo. Sono di quelli, insomma, che crede che il tempo sia lineare solo all’apparenza, ma poi se fai attenzione tutto avviene un po’ a caso e in quel caso tu ci puoi trovare un ordine, un tuo ordine particolare con cui dare un senso al mondo e al suo trascorrere. Siamo in piena estate 2014, caldo denso e cielo terso, e Facebook mi notifica il compleanno di Cristiano de Gaetano, artista pugliese fra i più bravi che, se fosse ancora vivo, avrebbe la mia età. È morto di tumore a Taranto, coincidenza che, da qualche parte, dovrà pur significare qualcosa. Era la primavera del 2013. Non eravamo propriamente amici, e quindi, forse, non ho il diritto di parlare di lui. Ma è un ricordo che aggiungo agli altri, così che non vada perduto. L’ho conosciuto un qualsiasi giorno d’autunno del 2012. Sono stato portato al suo studio da un comune amico per fargli delle foto mentre discutevano di una possibile mostra. Aveva piovuto quel giorno e c’era una bella luce, molto particolare. Cristiano si presentò allo studio coi figli e cominciò a discutere subito col nostro amico della mostra, mentre i bambini inforcarono le biciclette e cominciarono a sfrecciare per le stanze. Io me ne andavo in giro fotografando gli ambienti e soprattutto i suoi figli che giocavano. Qualche volta fotografavo anche lui. Ma ogni volta che lo fotografavo faceva col viso un leggero movimento, quasi smorfia di disagio, e non conoscendolo mi chiedevo se la cosa gli desse fastidio o meno. Alcuni giorni dopo gli ho mandato le foto via mail. Mi ha risposto così: “Ho una faccia di merda”. In altre parole, faceva quelle smorfie non perché lo infastidivo, ma perché voleva venire bene in foto. Le foto dei suoi figli, invece, gli piacevano molto, e anzi, se volevo, andavano pubblicate, soprattutto il volto di Frida, sua figlia, che mostrava uno sguardo pieno, profondissimo, lucente. Era fiero dei suoi figli. Abbiamo chattato per circa un quarto d’ora in cui non mi ha parlato altro che di loro, Frida, Giordano e Lavinia, definendosi un padre “un po’ severo, ma giusto un po’”, un padre che provava a essere bravo anche se la sua vita sentimentale era “un gran casino”. Poi mi ha detto di tornare a trovarlo quando volevo, per fare altre foto ai suoi figli e anche a lui, ma non ci sono più tornato. Non ne ho avuto l’occasione. Dopo l’autunno l’ho incontrato una sola volta, a carnevale, a una mostra. Era allegro ma già molto dimagrito. Si sapeva già che stava male. Ho scritto una poesia per lui, e l’ho chiamata Inverno. Volevo fermare il tempo a poco prima che arrivasse primavera. Ma quella che più fortemente me lo fa pensare adesso, anche perché la stavo leggendo il giorno in cui il nostro comune amico, affranto, mi ha dato la notizia, è questa, di un monaco zen vissuto in Giappone all’inizio del 1200, chiamato Eihei Dogen: “i fiori muoiono quando ci rattrista perderli”. E per quel poco che l’ho conosciuto, credo che a Cristiano de Gaetano sarebbe piaciuta.

martedì 28 gennaio 2014

così

Nel freddo più freddo di gennaio
il cielo si è schiarito con un lampo
dopo giorni che m’intasava il cuore.
Siamo qui da soli alla fermata
che ridice ormai per sempre perduta
la tua corsa e se t’ho amata io
non abbastanza e non t’importa
non rovinare tutto ancora adesso.
Si condensano di fronte nella luce
trapassata da un neon le finestre
opache di vapore delle otto dove
un altro giorno muore in cucina
nell’orrore famigliare che ci siamo
per fortuna risparmiati. Così.

martedì 21 gennaio 2014

complicazioni

In treno incontra un uomo, le sta seduto accanto, le sembra un uomo mite. Ci scambia due parole di convenienza per far passare il tempo. Lui dice di preferire viaggiare da solo, di amare il silenzio quando si muove per nuove città, di odiare le complicazioni nate da chiacchiere inutili con vecchi e nuovi amici. E comunque, aggiunge quasi per scusarsi, sua moglie lo ha lasciato da poco e questo ha cambiato un po’ tutto. Lei nemmeno gli risponde. Non le piace più la sua voce bassa. Pensa che uno fa così quando non sta bene con se stesso, e che viaggia da solo, forse, per costringersi ad ascoltarsi. Le viene quasi dispiacere per lui, anche se non può farci nulla. In stazione lo saluta con un cenno della mano, lieve ma educato. Lui le risponde attraverso il vetro appannato.

sabato 9 novembre 2013

mai scrivere d’amore

Dicono che un poeta non dovrebbe
mai scrivere d’amore. Non oggi
almeno, che piove, che la crisi
ci uccide nelle strade. È chiaro
che la mia non è poesia d’amore.
È solo la mia mancanza
ogni giorno d’una tua parte.

(Alessandro Canzian)

Alessandro Canzian vive a Maniago (Pordenone), ha la mia età, e già da alcuni anni ha fatto la scelta che sto facendo io in questi mesi, di dedicarsi alla poesia non solo nella scrittura ma anche attraverso la pubblicazione degli altri: è infatti il proprietario della Samuele Editore, Samuele dal nome di suo figlio. L'impegno che mette nella promozione della poesia e dei suoi autori è enorme ed ammirevole, e spesso i suoi rapporti editoriali si trasfmormano in vera amicizia. In una serie di foto che ho pubblicato un po' di tempo fa su alcuni autori conosciuti quando sono salito in Carnia per un festival di poesia lui manca. Era troppo schivo per posare.
Oggi pubblico questa poesia, e linko QUI la pagina del suo blog da cui è presa e che contiene una serie di versi nello stesso mood. Chi mi conosce e ha letto il mio Viva Catullo immaginerà facilmente che non potevo restarne insensibile.

sabato 28 settembre 2013

a dario

A Dario una quartina senza meta
per lui di cui rimangono due fogli
poesie scritte per me e ancora oggi
notizie della morte di suo padre.

lunedì 25 marzo 2013

una cassa di te



Poco prima che il nostro amore finisse, mi hai detto
“Sono costante quanto la stella polare”
e io ho risposto “Costantemente nell’oscurità
dove si va?
Se mi vuoi, io sono al bar”
Sul retro di un sottobicchiere di cartone
nella luce azzurra di uno schermo tv
ho disegnato una mappa del Canada
oh il Canada
e ho schizzato il tuo ritratto per due volte.

Sei nel mio sangue come il sacro vino
e hai un sapore così amaro eppure così dolce
potrei bere un’intera cassa di te
e continuare a reggermi sulle mie gambe.

Sono una pittrice solitaria
vivo in una scatola di colori
mi spaventa il peccato
ma sono attratta da chi non ne ha paura.
Ricordo quella volta che mi hai detto
“Amare è toccarsi l’anima”
tu di sicuro hai toccato la mia
se parte di te sgorga fuori da me
in questi versi, talvolta.

Sei nel mio sangue come il sacro vino
e hai un sapore così amaro eppure così dolce
potrei bere un’intera cassa di te
e continuare a reggermi sulle mie gambe.

Ho incontrato una donna
parlava come te
conosceva la tua vita
i tuoi meriti e i tuoi peccati
e mi ha detto
“Va da lui, sta’ con lui se puoi
ma preparati a sanguinare”.

giovedì 29 novembre 2012

i colori dei precipizi

Mi punge nell’occhio
uno spino di luce sfuggito
al gran male del mondo.

*

La primavera indossa il vespero più bello
mi crescono sulle unghie lune amare
anche un minuto solo di tregua
la mia miseria è farmi uccello
che canta all’alba
la sua vita in un pugno di piume.

*

Tu non sapevi scrivere
ma quante cose avresti voluto lasciare
parlavano i tuoi occhi azzurrissimi
i segni sul viso a contenere vite

le tue mani grandi tenevano fermo il mio corpo
non la morsicatura alla lingua

soltanto erano più bianchi i tuoi capelli
pallidi e trasparenti gli occhi
ma ancora belli e profondi
stille di olio Santo nel letto della tortura

un bacio sospeso al mio male
nei tuoi pugni quella sera ho messo il mio cuore

e una lettera
(tu non sapevi leggere…)


Le poesie che pubblico vengono da I colori dei precipizi, poemetto del 2011 di Michelangelo Camelliti sulla malattia che crea distanza, e che tanto mi ricorda certe mie ricerche (e vicende) attuali.
Ho incontrato Camelliti una sola volta nella mia vita, a Roma nel 2007, gli avrò parlato meno di cinque minuti. Era l’8 dicembre e lui era vestito di bianco, con una bella sciarpa di seta viola e portava i sandali. Aveva la barba lunga ma curata, e io pensai che fosse il classico poeta radical-chic. Un anno dopo, tramite un comune amico, è diventato l'editore del mio primo libro. L’ho sentito al telefono per concludere l’accordo e, a distanza, era già una persona più seria, pratica, parlava con disinvoltura di soldi. Per la verità all’inizio mi ha scambiato per un altro, Lillo Gullo, famoso poeta siciliano, e io pensai chissà, mentre mi parlava, forse vuole Gullo e non me, ha fatto il numero sbagliato e ora mi pubblica per non ammettere l’errore. Il dubbio mi è rimasto, anche perché altri, poi, mi hanno assicurato che è un gran distratto.
Ora lo ritrovo qui, fra queste righe dedicate a suo padre, accomunato da una tristezza che conosco bene ma che in fondo non è la mia, perché, per quanto se ne dica, ognuno è solo nel proprio dolore. E anche se troviamo qualcuno, per scelta o per caso, con cui riusciamo ad aprirci ed esprimere così l’un altro dei sentimenti che sembrano simili, fraterni, è solo roba di poco, un’ora, un istante di pura comprensione, perché le immagini non combaciano mai perfettamente. Per questo di tali istanti dobbiamo essere grati, sono beni preziosi.

martedì 25 maggio 2010

sotto la cenere

I’m losing you è una canzone strana. Come tematica e livello di incazzatura sembra più vicina alla produzione di Lennon dei primi anni ’70, quello a cavallo fra fase punk e la moglie che lo lascia. Però sta sul suo ultimo disco, accreditato alla pari fra lui e Yoko ritornata a casa. Anche la versione che vi metto qui sotto ha una sua storia tutta particolare. Di gran lunga superiore a quella poi inserita nell’album Double Fantasy (quello di Woman, per intenderci), è stata realizzata coi Cheap Trick, gruppo coi controcazzi che venne inizialmente chiamato per registrare con Lennon e poi inspiegabilmente licenziato dopo una sola seduta. Il perché non si sa, visti i risultati. Qualcuno insinua che al solito ci si è messa di mezzo Yoko (definita da Rick Nielsen, leader del gruppo, “una fottuta strega”). Qualcun altro invece sostiene che fu una scelta di produzione, perché si intendeva puntare su un suono più dolce, pop, e lo stesso Nielsen ammette che non sempre il sound della band riusciva ad amalgamarsi con tutte le sfumature del cantato di John. Fatto sta che per noi lennoniani la sua pubblicazione, a vent’anni di distanza, è stata manna dal cielo, la riprova che, al di là di quello che andavano dicendo i suoi detrattori per via delle sue ultime cose, e cioè che Lennon come artista rock era finito, la scintilla del genio bruciava ancora violenta sotto la cenere e talvolta, se stimolata a dovere, veniva fuori senza compromessi. E poi il video è fighissimo.



Canzone in risposta a quella pubblicata sul blog di Sergio Garufi.

mercoledì 24 marzo 2010

lou reed e l'amore - rachel

È Lou Reed stesso a svelarci come conobbe Rachel. La incontrò nell’autunno del 1974 in un bar di New York e se ne innamorò a prima vista, poi la abbordò e se la portò a casa per fare delle cose a tre con la donna con cui conviveva. La donna se ne andò e Rachel rimase. A testimonianza di quest’incontro ormai mitico restano varie interviste e alcune canzoni, fra cui Crazy feeling su Coney Island baby del 1976 e la prima parte della suite di Street Hassle.
Ma gli aneddoti sulla coppia Lou-Rachel sono così tanti che ci si potrebbe scrivere un libro intero. Uno dei preferiti di Lou riguarda il periodo in cui si chiusero nel Gramercy Park Hotel per permettergli di scrivere e registrare Coney Island baby, l’album del suo rilancio commerciale dopo che, in un impeto di orgoglio artistico, aveva dato alle stampe nel 1975 Metal Machine Music, più di un’ora di sola chitarra distorta: per molti un capolavoro assoluto, per altri semplicemente inascoltabile. In questo aneddoto una mattina la cameriera entrò in camera senza sapere che Lou e Rachel erano a letto. La cameriera entrò, vide Rachel, quella che riteneva la “signora Reed” nuda e cominciò a lanciare una serie di urletti sconvolti prima di scappar via dalla stanza. Reed rise per giorni al ricordo di quella scena. Il fatto è che Rachel in realtà si chiamava Tommy ed era un bellissimo travestito. Aveva sangue per metà indiano e per metà messicano, la pelle scura, era silenziosa e forte, capace di tener testa persino alle intemperanze di Lou, che in quegli anni per molti erano davvero insopportabili, a causa della droga che acuiva in lui la crudeltà e il cinismo. Questo, disse poi Reed, non succedeva con Rachel perché lei era cresciuta per strada, era stata in riformatorio e poi in prigione, insomma aveva la pelle dura (e le palle, aggiungerei io). Lei gli rimaneva sempre e comunque accanto, non parlava quasi, e gli offriva amore incondizionato e una spalla a cui appoggiarsi nei momenti di smarrimento. Non stupisce che, al di là dei suoi disturbi comportamentali tipici di un drogato forte, anche lui fosse del tutto preso da lei. A questo amore senza confini Lou dedicò uno dei suoi album più romantici e sinceri, Coney Island baby, in cui, come ammise in seguito, ritrovò dopo anni l’entusiasmo per la forma semplice e perfetta del rock’n’roll: tre accordi, due chitarre, basso e batteria.
La maggior parte delle canzoni dell’album sono sentite dichiarazioni d’amore a una persona, Rachel appunto ma anche, più sottilmente, a un mondo, quello della fauna da bar dei bassifondi da lui molto frequentati in quegli anni, come si avverte soprattutto in pezzi come Kicks o Charley’s girl. A parte ciò la canzone più importante dell’album rimane la title track, un pezzo doo-wop recuperato dall’adolescenza di Reed e completamente riscritto per l’occasione, in cui Lou rivede tutta la propria vita alla luce di quell’incontro fondamentale. Coney Island baby è lenta e avvolgente, meravigliosamente romantica, e se quando uscì venne in parte paraculata per i suoi riferimenti omosessuali, in breve si impose come un inno alla “gloria dell’amore” e non solo per il movimento gay di New York.



L’amore di Lou e Rachel durò tre anni, né si conoscono i motivi della rottura. Si potrebbe dire che le storie nascono e muoiono di continuo. Se non fosse che quando si parla di un artista c’è sempre il rischio che queste storie vengano poi sublimate nella sua opera. Così successe anche per la fine del loro rapporto. All’inizio furono pochi pezzi, sempre nello stile “classic rock” di Coney Island baby, cose come Wait o Slip away, che poi divenne la terza parte della suite di Street Hassle, del 1978, in cui Reed lamentava la perdita della persona amata. Fu il suo produttore Clive Davis a suggerirgli, ascoltando i due minuti di Slip away di allungare il pezzo perché aveva delle potenzialità. A quello che ne sappiamo noi dalle cronache, Reed gli rispose piccato qualcosa come: “Ma che cazzo ne capisci tu di musica, pezzo d’idiota ignorante, ecc…” poi andò a casa, si mise alla macchina da scrivere e allungò il pezzo, trasformandolo in una suite per archi e chitarra elettrica e trasportando il sentimento di confusione e rabbia per la fine del suo grande amore in un oscuro racconto di strada alla Raymond Chandler. Il racconto è diviso in tre parti. Nella prima viene riscritto in maniera piuttosto sensuale il loro primo incontro nel bar con una modifica significativa: nella storia raccontata da Reed adesso è lei che adesca lui. Nella seconda parte interviene un terzo personaggio (sempre interpretato vocalmente da Lou): l’affittacamere di un albergo a ore che, dopo quella che viene descritta come una morte per overdose, quella di lei, consiglia al ragazzo protagonista del racconto di sbarazzarsi del corpo trasportandolo verso la strada e lasciandolo lì, in modo che qualcuno lo investa e sembri solo un altro “incidente stradale” (Street Hassle appunto). In questa parte della suite il cinismo di Reed arriva a punte altissime quando l’affittacamere, cercando di consolarlo, definisce qualsiasi rapporto d’affetto come una malasorte: “bad luck”.
A questo punto, dopo un assolo di chitarra, interviene il coro, come nelle tragedie greche. Questo coro è interpretato da Bruce Springsteen. Il nuovo cantore delle strade d’America stava registrando nello stesso studio di Lou Reed, al piano di sotto, e venne intercettato da questi apposta per recitare poche semplici strofe, che sottolineassero la verità della canzone e l’amarezza della vita e come in fondo “la vita sia piena di canzoni tristi”. A questo coro si attaccano finalmente i due minuti composti in origine, a caldo, da Lou. Sono i più sentiti del pezzo, quelli cantati col cuore in mano e con la voce che trema di dolore e pianto. Come abbiamo già detto altrove, raramente Reed è così diretto nell’esprimere i suoi più intimi sentimenti. “L’amore se n’è andato, portando via i miei anelli dalle dita” canta Lou ed è come se dicesse: “portandosi via tutte le promesse che mi ha fatto”. È commovente. Mai più Reed si aprirà così tanto (emotivamente parlando) in una canzone. E proprio per questo, e per l’altissima qualità musicale e narrativa del pezzo, per molti Street Hassle rimane il suo capolavoro assoluto come artista, se non proprio come autore di canzoni.



L’amore se n’è andato
portando via i miei anelli dalle dita
e non c’è altro che mi sia rimasto da dire
ma oh quanto, oh quanto ne ho bisogno
ritorna amore, ho bisogno di te amore
oh per favore non fuggire via
ho bisogno di te così tanto da star male
per favore non fuggire via

Negli anni ’80 poi, quando Reed si fu del tutto disintossicato e cercò di indirizzare la propria poetica verso nuove forme di intimità domestica, in parte rinnegò questo amore, di sicuro non ne parlò mai più senza una certa difficoltà. Certo è possibile che tutto questo fosse più il risultato della negazione di una grande sofferenza che non di un passato “imbarazzante”. Fatto sta che in Heavenly arms, bellissimo pezzo del 1982, scritto per la nuova compagna Sylvia Morales, a un certo punto canta: “solo una donna può amare un uomo” che superficialmente può sembrare un riempitivo, se non fosse che qui si parla di Lou Reed, uno dei più grandi scrittori rock, e quindi è facile pensare che non sia un verso casuale: sembra più una dichiarazione di intenti. Ed è anche vero che spesso, in seguito, nelle interpretazioni live della suite l’ultima parte scomparirà del tutto e la canzone si fermerà sempre a quell’oscuro “bad luck”. Di Rachel, così come per la terza parte della suite, dopo la storia con Lou non si seppe più nulla. Di lei ci restano soltanto, come prove della sua esistenza, alcune foto con Lou di cui una si intravede sulla copertina di un disco (quello in alto, sotto il titolo) e il suo nome pronunciato alla fine di Coney Island baby. Nient’altro. Qualcuno racconta che sia morta di AIDS nei primi anni ’90. E qualcuno sostiene che fra le tracce di Magic & Loss, del 1992, il disco più bello e maturo di Reed, quello dedicato alla morte degli amici e a come affrontare il senso di perdita che ne viene, almeno una traccia sia dedicata a lei. Ma su questo Lou non si è mai espresso.