Sono due badanti e ogni sera, all’angolo fra la bottega del fruttivendolo e la vecchia pescheria, si incontrano per fumare insieme l’ultima sigaretta della giornata e scambiarsi poche parole di conforto nella loro lingua madre. Hanno meno di trent’anni e stanno lì in tuta e pantofole, riparate dal vento, ridono piano, e quei suoni indecifrabili sono pronunciati a fil di labbra, con tatto e cautela estremi, quasi fossero preziosi vasi di terracotta pieni di brace, che si passano a turno per riscaldarsi.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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martedì 18 febbraio 2014
martedì 28 gennaio 2014
così
Nel freddo più freddo di gennaio
il cielo si è schiarito con un lampo
dopo giorni che m’intasava il cuore.
Siamo qui da soli alla fermata
che ridice ormai per sempre perduta
la tua corsa e se t’ho amata io
non abbastanza e non t’importa
non rovinare tutto ancora adesso.
Si condensano di fronte nella luce
trapassata da un neon le finestre
opache di vapore delle otto dove
un altro giorno muore in cucina
nell’orrore famigliare che ci siamo
per fortuna risparmiati. Così.
il cielo si è schiarito con un lampo
dopo giorni che m’intasava il cuore.
Siamo qui da soli alla fermata
che ridice ormai per sempre perduta
la tua corsa e se t’ho amata io
non abbastanza e non t’importa
non rovinare tutto ancora adesso.
Si condensano di fronte nella luce
trapassata da un neon le finestre
opache di vapore delle otto dove
un altro giorno muore in cucina
nell’orrore famigliare che ci siamo
per fortuna risparmiati. Così.
giovedì 26 settembre 2013
caffè in piazza
Se avessi dato retta a mio padre
invece che scrivere versi
(ma preso diploma da geometra
poi posto al Comune
chiedendo favori opportuni
al cugino assessore) adesso
invece che poetare in piazza sulle scale
aspettando nel sole uno stronzo
che m’offra un caffè
me ne stavo in ufficio a lavoro
a grattarmi beatamente lo scroto
come in tutti gli uffici del globo
fiero di me e del mio penare
dietro a un salario di fame
senza più l’ansia di un domani
ancora non accatastato. Amaro caffè
invecchiato.
invece che scrivere versi
(ma preso diploma da geometra
poi posto al Comune
chiedendo favori opportuni
al cugino assessore) adesso
invece che poetare in piazza sulle scale
aspettando nel sole uno stronzo
che m’offra un caffè
me ne stavo in ufficio a lavoro
a grattarmi beatamente lo scroto
come in tutti gli uffici del globo
fiero di me e del mio penare
dietro a un salario di fame
senza più l’ansia di un domani
ancora non accatastato. Amaro caffè
invecchiato.
mercoledì 11 settembre 2013
lamento
Settembre
ricominciano le fitte
nella schiena
come pugnalate inferte
dal lavoro
quando a sera
ho spremuto le speranze
e non ho più
che luce negli occhi.
Settembre
mese mite e infame
che promette
sconti sul destino
e si perde
nell’afa di un ricordo
e sono appena
sono appena
11 giorni.
ricominciano le fitte
nella schiena
come pugnalate inferte
dal lavoro
quando a sera
ho spremuto le speranze
e non ho più
che luce negli occhi.
Settembre
mese mite e infame
che promette
sconti sul destino
e si perde
nell’afa di un ricordo
e sono appena
sono appena
11 giorni.
lunedì 17 giugno 2013
la morte dei nonni
Uno è morto di sera, sognando la pioggia che oscura e rinfresca l’estate, ma senza avere più sete.
L’altro nel suo letto ortopedico, col becco rivolto alla finestra e le tende chiuse. Com’era bello nell’abito scuro, elegante come da tempo non si vedeva.
Fuori la strada è tappezzata di manifesti, annunciano la fine di un’era senza importanza, una storia di uomini che portano con sé pochi oggetti riposti negli angoli della bara: il tagliaunghie, il rasoio, lo spazzolino da denti, il cappello e il fazzoletto intonati, il portafogli di pelle consunta, gli occhiali, il mazzo di carte da gioco. L’orologio fermo ad un’ora. Le sigarette messe da parte, per un ultimo tiro, otto anni prima.
L’altro nel suo letto ortopedico, col becco rivolto alla finestra e le tende chiuse. Com’era bello nell’abito scuro, elegante come da tempo non si vedeva.
Fuori la strada è tappezzata di manifesti, annunciano la fine di un’era senza importanza, una storia di uomini che portano con sé pochi oggetti riposti negli angoli della bara: il tagliaunghie, il rasoio, lo spazzolino da denti, il cappello e il fazzoletto intonati, il portafogli di pelle consunta, gli occhiali, il mazzo di carte da gioco. L’orologio fermo ad un’ora. Le sigarette messe da parte, per un ultimo tiro, otto anni prima.
sabato 12 gennaio 2013
la passeggiata dopo cena
Hai lasciato i tuoi occhi cerchiati
di viola e santità senza memoria
nella tovaglia della sera
nella pancia macchiata del cucchiaio.
L’ultimo colpo di tosse
rubato al respiro affannoso
voleva disturbare ancora un poco
l’ordine dell’universo chiuso in casa
nel tragitto ormai condanna
fra cucina e bagno
prima di farti silenzio fioca notte
nel lumino della tua stanza e zoppicavi.
di viola e santità senza memoria
nella tovaglia della sera
nella pancia macchiata del cucchiaio.
L’ultimo colpo di tosse
rubato al respiro affannoso
voleva disturbare ancora un poco
l’ordine dell’universo chiuso in casa
nel tragitto ormai condanna
fra cucina e bagno
prima di farti silenzio fioca notte
nel lumino della tua stanza e zoppicavi.
martedì 8 gennaio 2013
domenica 2 settembre 2012
punizione
A un certo punto mio nonno, per dispetto, cominciò a pretendere di andare a dormire al tramonto, come le galline. Diceva di sentirsi solo e che dunque tanto valeva infilarsi sotto le lenzuola. Non era vero, ovviamente, c’eravamo. Ma se per caso gli stavamo troppo addosso si lamentava dell’eccesso di rumore e il più delle volte, di fronte alle nostre chiacchiere, se ne restava zitto, a fissarci divertito come si fa coi bambini. In verità, quella che chiedeva mio nonno era una compagnia costante ma silenziosa, presente ma che non disturbasse il flusso dei suoi pensieri, amore e dedizioni assoluti, a cui non dover dare necessariamente una risposta. Troppo per chiunque. Mio nonno andava a dormire, e per punirci si perdeva i piccoli accadimenti della sera, la gatta dei vicini che passava a reclamare la sua dose di biscotti, o la tartaruga che attraversava il giardino per venire a tuzzare alla nostra porta, mentre mio padre annaffiava le piante.
sabato 21 gennaio 2012
giovedì 11 agosto 2011
sabato 28 maggio 2011
lunedì 16 agosto 2010
martedì 27 luglio 2010
viaggio di andata e ritorno con paolo (prima parte, con una divagazione musicale)
1
2
In cerca d’amore e musica
la mia intera vita è stata
Illuminazione
Corruzione
e tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi
tuffarsi giù a prendere ogni cosa che splende
proprio come fa un corvo nero che vola
nel cielo azzurro.
Ho conosciuto Paolo un paio di anni fa. Mi venne presentato allora da alcuni colleghi come “quello vero”, cioè un giornalista serio e non come noi che campavamo di piccola cronaca di provincia. Paolo era stato corrispondente di guerra per alcune delle maggiori testate nazionali per quasi vent’anni, poi nel ’94, in Bosnia, aveva dato di matto, detto basta a tutto quel sangue versato senza ragione e se n’era tornato in Italia. Si è preso casa a Cisternino, a 10 km da qui e si è messo in vacanza per circa dieci anni, fino a quando gli è tornata la voglia di scrivere ma tenendosi a distanza dall’orrore del campo di battaglia. Per cui alla fine ci siamo ritrovati a lavorare entrambi nel giornale di cui ora sono direttore.
Con Paolo siamo amici. Lui dice che è perché “siamo due porci”, io invece credo perché ci piace scrivere e raccontare storie. Ogni volta che puntualmente mi consegna il suo pezzo la prima cosa che mi dice è: “i miei soldi?” e la seconda “bene, io sono in vacanza fino al venti!” Due settimane fa Paolo, che vive solo e soffre di depressione, a causa dei troppi anni passati a fare il cronista di guerra, fra morti feriti paura e assassini nati, è stato ricoverato di forza in una clinica specializzata perché si temeva per la sua incolumità. Semplicemente ha dato fuori di matto e l’hanno rinchiuso. Era da un po’ che si vedeva che non stava bene, abbiamo provato a dargli una mano ma non siamo stati abbastanza bravi.
Ora è lì e ci deve rimanere per almeno altre due settimane. Né si può andare a trovarlo, senza essere suoi parenti. Non so perché ma nella mia testa mi sono fatto un’idea tutta mia di questo posto mutuata da un racconto di Carver, intitolato Da dove sto chiamando, in cui c’è questa clinica dispersa fra i monti, dove poter tagliare fuori il mondo e ricaricare le batterie, senza scocciatori o creditori intorno e ascoltando vecchie storie di Jack London che una volta è passato di lì. Roba un po’ troppo romantica per essere vera.
Ecco, ero un po’ giù per questo fatto, e per il fatto che il numero di agosto sarebbe stato il primo in due anni senza la firma di Paolo quando l’altra sera ho ricevuto una sua telefonata.
“Buonasera direttore” mi ha detto con la voce impastata, probabilmente dai farmaci. “Hai carta e penna? Oppure sei al computer?” Sono al computer, gli ho risposto. Ero seduto sul balcone, al tavolino, il cielo si stava scurendo e volevo godermi l’aria fresca mentre finivo di lavorare al giornale. “Allora prendi appunti” mi ha detto “questo va in prima pagina”. E mi ha dettato al telefono il suo pezzo, un articolo di circa duemila battute sull’anniversario della bomba su Hiroshima, dal titolo Noi non abbiamo paura della bomba, come la canzone dei Giganti. Un articolo cupo, notturno, pieno di violenza, di umanità e tristezza. Sentivo la sua voce strascicare al telefono, impallarsi per un paio di volte e poi sciogliere il nodo in gola con un nuovo flusso di parole e me la sentivo rimbalzare sottopelle, fra le ossa. Per un attimo mi è sembrato di rivivere in quei film di guerra, di cui Paolo è molto più esperto di me, in cui questo era l’unico modo per far arrivare una notizia dall’altra parte del mondo nel minor tempo possibile. Mi ha dettato il suo pezzo, poi si è raccomandato per la foto ed ha chiuso la telefonata. Una cosa incredibile.
L’ho sentito ieri sera poi, mi ha chiamato perché dice di sentirsi solo e di annoiarsi a morte. Ha dei libri con sé ma non gli va di leggere, non gli va di fare niente. Vuole solo ricaricare le batterie. Mi ha detto che stare troppo fermo non fa per lui. È un fatto genetico. Suo padre e suo nonno, anche loro erano corrispondenti di guerra. “La mia famiglia ha vissuto tutti i conflitti del secolo passato. Non siamo mai riusciti a fermarci troppo a lungo in un posto”. E come diavolo sei finito qui, gli ho chiesto? “È un bel posto questo. Mi piace. E poi, anche viaggiando, ti serve sempre una casa a cui tornare. Serve a darti un punto di vista quando scrivi.” Ascolta, c’è qualcosa che posso fare per darti una mano? “Portami 10 grammi di hashish, magari.” Paolo, non mi fanno entrare. “E allora tu fammeli portare da Sandra.” Sandra è una delle nostre redattrici, dal carattere aggressivo e piuttosto sensuale, e dalle scollature parecchio generose. Io ho riso di gusto. Come no, Paolo. Vuoi che dica a Sandra di portarti qualcos’altro a parte il fumo? “Dille di lasciare a casa la rabbia, e di portarmi un bel sorriso invece.” Sarà fatto, capo. “Mi mancate ragazzi, davvero. Voglio tornare a casa.”
Per questo, quando Paolo viene fuori di lì, anche se sarà incazzato nero perché ho messo il suo pezzo in decima e non in prima, gli ho promesso che compriamo una bottiglia di vino e festeggiamo il suo ritorno a casa, con una cena.
Con Paolo siamo amici. Lui dice che è perché “siamo due porci”, io invece credo perché ci piace scrivere e raccontare storie. Ogni volta che puntualmente mi consegna il suo pezzo la prima cosa che mi dice è: “i miei soldi?” e la seconda “bene, io sono in vacanza fino al venti!” Due settimane fa Paolo, che vive solo e soffre di depressione, a causa dei troppi anni passati a fare il cronista di guerra, fra morti feriti paura e assassini nati, è stato ricoverato di forza in una clinica specializzata perché si temeva per la sua incolumità. Semplicemente ha dato fuori di matto e l’hanno rinchiuso. Era da un po’ che si vedeva che non stava bene, abbiamo provato a dargli una mano ma non siamo stati abbastanza bravi.
Ora è lì e ci deve rimanere per almeno altre due settimane. Né si può andare a trovarlo, senza essere suoi parenti. Non so perché ma nella mia testa mi sono fatto un’idea tutta mia di questo posto mutuata da un racconto di Carver, intitolato Da dove sto chiamando, in cui c’è questa clinica dispersa fra i monti, dove poter tagliare fuori il mondo e ricaricare le batterie, senza scocciatori o creditori intorno e ascoltando vecchie storie di Jack London che una volta è passato di lì. Roba un po’ troppo romantica per essere vera.
Ecco, ero un po’ giù per questo fatto, e per il fatto che il numero di agosto sarebbe stato il primo in due anni senza la firma di Paolo quando l’altra sera ho ricevuto una sua telefonata.
“Buonasera direttore” mi ha detto con la voce impastata, probabilmente dai farmaci. “Hai carta e penna? Oppure sei al computer?” Sono al computer, gli ho risposto. Ero seduto sul balcone, al tavolino, il cielo si stava scurendo e volevo godermi l’aria fresca mentre finivo di lavorare al giornale. “Allora prendi appunti” mi ha detto “questo va in prima pagina”. E mi ha dettato al telefono il suo pezzo, un articolo di circa duemila battute sull’anniversario della bomba su Hiroshima, dal titolo Noi non abbiamo paura della bomba, come la canzone dei Giganti. Un articolo cupo, notturno, pieno di violenza, di umanità e tristezza. Sentivo la sua voce strascicare al telefono, impallarsi per un paio di volte e poi sciogliere il nodo in gola con un nuovo flusso di parole e me la sentivo rimbalzare sottopelle, fra le ossa. Per un attimo mi è sembrato di rivivere in quei film di guerra, di cui Paolo è molto più esperto di me, in cui questo era l’unico modo per far arrivare una notizia dall’altra parte del mondo nel minor tempo possibile. Mi ha dettato il suo pezzo, poi si è raccomandato per la foto ed ha chiuso la telefonata. Una cosa incredibile.
L’ho sentito ieri sera poi, mi ha chiamato perché dice di sentirsi solo e di annoiarsi a morte. Ha dei libri con sé ma non gli va di leggere, non gli va di fare niente. Vuole solo ricaricare le batterie. Mi ha detto che stare troppo fermo non fa per lui. È un fatto genetico. Suo padre e suo nonno, anche loro erano corrispondenti di guerra. “La mia famiglia ha vissuto tutti i conflitti del secolo passato. Non siamo mai riusciti a fermarci troppo a lungo in un posto”. E come diavolo sei finito qui, gli ho chiesto? “È un bel posto questo. Mi piace. E poi, anche viaggiando, ti serve sempre una casa a cui tornare. Serve a darti un punto di vista quando scrivi.” Ascolta, c’è qualcosa che posso fare per darti una mano? “Portami 10 grammi di hashish, magari.” Paolo, non mi fanno entrare. “E allora tu fammeli portare da Sandra.” Sandra è una delle nostre redattrici, dal carattere aggressivo e piuttosto sensuale, e dalle scollature parecchio generose. Io ho riso di gusto. Come no, Paolo. Vuoi che dica a Sandra di portarti qualcos’altro a parte il fumo? “Dille di lasciare a casa la rabbia, e di portarmi un bel sorriso invece.” Sarà fatto, capo. “Mi mancate ragazzi, davvero. Voglio tornare a casa.”
Per questo, quando Paolo viene fuori di lì, anche se sarà incazzato nero perché ho messo il suo pezzo in decima e non in prima, gli ho promesso che compriamo una bottiglia di vino e festeggiamo il suo ritorno a casa, con una cena.
2
Io ascoltavo Paolo e, credo ispirato dal suo discorso, ho messo nel lettore Hejira di Joni Mitchell.
Hejira è un disco importante per me. È stato ascoltandolo che ho pensato per la prima volta all’idea di opera come viaggio. Da allora, le grandi opere d’arte per me (che siano libri o dischi o film o che altro volete) devono essere prima di tutto e sempre un viaggio, non solo dell’autore. Mentre leggi o ascolti o guardi, devi sentire che ti stanno portando da qualche parte, non solo come flusso di idee ma proprio fisicamente, che ti assorbono, che così come ti danno del loro allo stesso modo si prendono qualcosa di te, che quella ruga nuova che troverai domani mattina sul tuo viso è anche il risultato del vostro toccarvi reciproco, così come le macchie d’unto delle dita sul cd o sulla copertina del libro, le pieghe agli angoli della pagina o le tracce del passaggio di biscotti sgranocchiati mentre leggi, le sottolineature a matita o i graffi sulla custodia del disco. Tante piccole cose che servono a dire che siamo vivi e che occupiamo uno spazio, oppure che lo spazio occupa noi, ci pervade. Altrimenti non vale, l’arte diventa una cosa astratta, non ha più niente a che fare con la vita. Quel tipo di arte, se c’è, non mi interessa.
Lo so, mi direte adesso, ho scoperto l’acqua calda. Ma è che certe cose oltre a pensarle le devi sentire sulla pelle, ci devi credere. E io non ci ho creduto finché non ho sentito le dita di Jaco Pastorius sollevarsi dalle casse dello stereo, gonfiarsi come una grande bolla d’aria, nera e densa per la stanza, e arrivare a toccarmi e carezzarmi la pelle da quando il basso fa la sua comparsa su Coyote, brano di apertura di Hejira fino all’ultimo assolo di Refuge of the roads, il pezzo conclusivo, e passando per la mitica Black crow. Lo stesso tocco si ripete per quasi metà dell’album, unico ma mai uguale a se stesso, se non per il calore che senti risalirti in petto e commuoverti man mano che il viaggio fra le tracce procede con le ombre della sera.
La Mitchell, parlando di Hejira, disse di aver composto tutti i pezzi on the road, in solitudine da una costa all’altra degli Stati Uniti e di averli incisi pur sapendo che mancava ancora qualcosa, che il suono che aveva in testa immaginando la musica non era ancora stato raggiunto. Capì cosa mancava solo quando ascoltò per caso Pastorius, che fino ad allora aveva suonato sempre e solo jazz, e prontamente gli chiese di sovraincidere il suo basso a quattro dei nove brani del disco. Queste sovraincisioni cambiarono per sempre il suono della Mitchell, che da lì in poi abbandonò il folk cantautorale dei primi anni per i nuovi sperimentali territori del jazz. A noi resta il diario di questo viaggio crepuscolare, fatto in giro per l’America, alla ricerca non solo di un suono ma soprattutto di nuovi stimoli e motivi, nuova libertà espressiva, di nuove strade verso il cuore per raccontarne le emozioni. Dopo Hejira, che la Mitchell ancora oggi reputa il suo lavoro più rappresentativo, nulla fu più come prima, di sicuro nulla fu più facile come un tempo.
Quanto a me, da quel primo ascolto (è già passato qualche anno) ho applicato la mia teoria, intuita fra le tracce di quel disco, a tutte le opere che mi sono capitate sottomano e non mi sono perso mai più nel distinguere fra quelle da poter considerare un viaggio nella vita e quelle che, per quanto divertenti e meritevoli, erano semplicemente una passeggiata per me, e non bisognava dare loro troppa importanza. Fiesta, Tonight’s the night, Altri libertini, Terra di nessuno, Gli spietati o I fiumi di Ungaretti ad esempio, sono stati tutti dei viaggi fantastici, importantissimi. Altre cose sono passate non lasciandomi nulla. Altre le sto ancora vivendo e spero che non finiscano mai di attraversarmi.
Da un po’ di tempo, sarà che il tempo passa e crescendo si diventa selettivi, ho cominciato ad applicare la stessa teoria alle persone. E funziona uguale, perfetta. Non me ne sono mai pentito.
Hejira è un disco importante per me. È stato ascoltandolo che ho pensato per la prima volta all’idea di opera come viaggio. Da allora, le grandi opere d’arte per me (che siano libri o dischi o film o che altro volete) devono essere prima di tutto e sempre un viaggio, non solo dell’autore. Mentre leggi o ascolti o guardi, devi sentire che ti stanno portando da qualche parte, non solo come flusso di idee ma proprio fisicamente, che ti assorbono, che così come ti danno del loro allo stesso modo si prendono qualcosa di te, che quella ruga nuova che troverai domani mattina sul tuo viso è anche il risultato del vostro toccarvi reciproco, così come le macchie d’unto delle dita sul cd o sulla copertina del libro, le pieghe agli angoli della pagina o le tracce del passaggio di biscotti sgranocchiati mentre leggi, le sottolineature a matita o i graffi sulla custodia del disco. Tante piccole cose che servono a dire che siamo vivi e che occupiamo uno spazio, oppure che lo spazio occupa noi, ci pervade. Altrimenti non vale, l’arte diventa una cosa astratta, non ha più niente a che fare con la vita. Quel tipo di arte, se c’è, non mi interessa.
Lo so, mi direte adesso, ho scoperto l’acqua calda. Ma è che certe cose oltre a pensarle le devi sentire sulla pelle, ci devi credere. E io non ci ho creduto finché non ho sentito le dita di Jaco Pastorius sollevarsi dalle casse dello stereo, gonfiarsi come una grande bolla d’aria, nera e densa per la stanza, e arrivare a toccarmi e carezzarmi la pelle da quando il basso fa la sua comparsa su Coyote, brano di apertura di Hejira fino all’ultimo assolo di Refuge of the roads, il pezzo conclusivo, e passando per la mitica Black crow. Lo stesso tocco si ripete per quasi metà dell’album, unico ma mai uguale a se stesso, se non per il calore che senti risalirti in petto e commuoverti man mano che il viaggio fra le tracce procede con le ombre della sera.
La Mitchell, parlando di Hejira, disse di aver composto tutti i pezzi on the road, in solitudine da una costa all’altra degli Stati Uniti e di averli incisi pur sapendo che mancava ancora qualcosa, che il suono che aveva in testa immaginando la musica non era ancora stato raggiunto. Capì cosa mancava solo quando ascoltò per caso Pastorius, che fino ad allora aveva suonato sempre e solo jazz, e prontamente gli chiese di sovraincidere il suo basso a quattro dei nove brani del disco. Queste sovraincisioni cambiarono per sempre il suono della Mitchell, che da lì in poi abbandonò il folk cantautorale dei primi anni per i nuovi sperimentali territori del jazz. A noi resta il diario di questo viaggio crepuscolare, fatto in giro per l’America, alla ricerca non solo di un suono ma soprattutto di nuovi stimoli e motivi, nuova libertà espressiva, di nuove strade verso il cuore per raccontarne le emozioni. Dopo Hejira, che la Mitchell ancora oggi reputa il suo lavoro più rappresentativo, nulla fu più come prima, di sicuro nulla fu più facile come un tempo.
Quanto a me, da quel primo ascolto (è già passato qualche anno) ho applicato la mia teoria, intuita fra le tracce di quel disco, a tutte le opere che mi sono capitate sottomano e non mi sono perso mai più nel distinguere fra quelle da poter considerare un viaggio nella vita e quelle che, per quanto divertenti e meritevoli, erano semplicemente una passeggiata per me, e non bisognava dare loro troppa importanza. Fiesta, Tonight’s the night, Altri libertini, Terra di nessuno, Gli spietati o I fiumi di Ungaretti ad esempio, sono stati tutti dei viaggi fantastici, importantissimi. Altre cose sono passate non lasciandomi nulla. Altre le sto ancora vivendo e spero che non finiscano mai di attraversarmi.
Da un po’ di tempo, sarà che il tempo passa e crescendo si diventa selettivi, ho cominciato ad applicare la stessa teoria alle persone. E funziona uguale, perfetta. Non me ne sono mai pentito.
In cerca d’amore e musica
la mia intera vita è stata
Illuminazione
Corruzione
e tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi
tuffarsi giù a prendere ogni cosa che splende
proprio come fa un corvo nero che vola
nel cielo azzurro.
martedì 13 luglio 2010
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