Stanotte ho sognato che riprendevo la patente solo per comprarmi un camper in cui mi trasferivo a vivere piazzandomi nel bel mezzo del campo dietro casa, tipo la vecchietta nel furgone di Alan Bennett, e campavo affittando casa a dieci famiglie di emigrati che si suddividevano gli spazi con delle tende, dietro cui si ascoltava la cantilena del Corano gustando un caffè. Il mio amico Paolo veniva ogni tanto a cercarmi apposta per sfottermi e mi diceva: Vedo che ne hai fatta di strada, mi complimento.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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lunedì 5 settembre 2022
martedì 8 maggio 2018
scusi, dov'è la guerra?
Con alcuni amici abbiamo passato il pomeriggio divisi fra la tristezza e le risate, ricordando le tante storie che abbiamo vissuto con Paolo Favre, i suoi scazzi e i suoi entusiasmi, parlando della sua grandezza come giornalista, del suo rigore ferreo nei confronti della notizia e del coraggio dimostrato in più di una occasione in situazioni spesso pericolose. Paolo aveva parlato più volte della possibilità di montare un film con spezzoni dei suoi anni come inviato in Jugoslavia (di cui resta questo piccolo trailer, all'interno del quale è possibile vederlo, giovane e bello, che si aggira come freelance in un paese dilaniato dalla guerra). Ci sono altri documenti così in giro. Ci sono i suoi articoli spesso pubblicati dalle maggiori testate nazionali e a me aveva persino parlato della volontà di pubblicare un libro che aveva già pronto, una cosa folle per qualsiasi editore, un poema cavalleresco in ottave. Io gli dicevo, scrivi piuttosto un memoriale sui tuoi anni da inviato, che quello almeno vende. Ma lui insisteva: prima pubblicami il poema che mi è costato tanta fatica! Ecco, spero tanto che tutto quel materiale che racconta la sua vita perennemente al limite adesso non venga disperso ma raccolto e usato per fare quello che non è riuscito a lui, producendo un'opera che serva a ricordarcelo quand'era al suo massimo per rendergli l'onore che si merita come professionista e come uomo.
ciao paolo
Sei stato un grande giornalista e un pessima persona, ma pessima in maniera giusta, buona. Sempre diretto verso una nuova storia. Eri controcorrente, esagerato. Matto come pochi. Mi dicevi sempre che noi due non potevamo non essere amici, perché eravamo due porci. Però io dovevo farne di strada per raggiungerti, perché non reggevo l’alcol come facevi tu, e uno scrittore sobrio non s’è mai visto. Alcol e donne, non riuscivi a smettere di cacciarti nei guai. Però prima di tutto veniva il lavoro, la notizia. E come ti incazzavi quando non ti pubblicavo un pezzo. Eri l’unico a chiamarmi direttore con serietà, e mi dicevi poi, per incoraggiarmi: “Nel giornalismo non esiste democrazia. Tu ordina e io ti seguo, però ricordati che ci si può anche ammutinare”. L’ultima volta che ci siamo visti, quella del tuo ammutinamento, indossavi una camicia a fiori orrenda e ci siamo bevuti due grappe contro il freddo pungente. Mi hai abbracciato e mi hai detto: “Siamo sempre amici noi due, non preoccuparti”. Però non mi volevi più attorno. Eri già pronto al tuo ultimo viaggio, quello verso la solitudine. Sei stato un grande giornalista e un buon amico. E ti ho voluto bene, anche se starti dietro non è mai stato facile. Ciao Paolo.
martedì 27 novembre 2012
venerdì 25 febbraio 2011
martedì 14 settembre 2010
diario d'autunno
Parlare di autunno non è corretto. C’è ancora un sole che picchia e picchia giù duro. Eppure basta un semplice rovescio per far tornare in gola la malinconia, in forma di brutti rospi saltellanti e che mai mi staranno simpatici.
Sarà Paolo, che mi ha chiamato per dirmi che è di nuovo in ospedale e ha deciso, ormai è sicuro, che come esce prende, si licenzia e torna in Jugoslavia, lì dove sono cominciati i suoi problemi, e io non so se essere più contento o triste, perché lì non ha davvero nessuno che gli starà accanto e quindi o la va o la spacca. O fa pace coi suoi demoni oppure si spara un colpo in fronte e la fa finita. E in tutto questo, non sapendo come comportarmi, io non dico nulla. Sto qui e lo guardo partire e comincio a credere che forse è meglio questo che restarsene a galleggiare in una bottiglia tutto triste e infelice com’è. Così non va bene.
Sarà che vado ubriaco io, perché qui vicino a cinquecento metri c’è una cantina che lavora a massimo regime per la vendemmia e dall’alba al tramonto non faccio che respirare aria di mosto. In fondo però tutto va bene. A guardarsi indietro, solo un anno fa stavo molto peggio di adesso. Non dovrei nemmeno lamentarmi. Qualcuno potrebbe anche arrivare a pensare che lo faccio per ottenere in cambio qualcosa, un po’ come i bambini che frignano perseguendo il loro scopo.
Sarà Paolo, che mi ha chiamato per dirmi che è di nuovo in ospedale e ha deciso, ormai è sicuro, che come esce prende, si licenzia e torna in Jugoslavia, lì dove sono cominciati i suoi problemi, e io non so se essere più contento o triste, perché lì non ha davvero nessuno che gli starà accanto e quindi o la va o la spacca. O fa pace coi suoi demoni oppure si spara un colpo in fronte e la fa finita. E in tutto questo, non sapendo come comportarmi, io non dico nulla. Sto qui e lo guardo partire e comincio a credere che forse è meglio questo che restarsene a galleggiare in una bottiglia tutto triste e infelice com’è. Così non va bene.
Sarà che vado ubriaco io, perché qui vicino a cinquecento metri c’è una cantina che lavora a massimo regime per la vendemmia e dall’alba al tramonto non faccio che respirare aria di mosto. In fondo però tutto va bene. A guardarsi indietro, solo un anno fa stavo molto peggio di adesso. Non dovrei nemmeno lamentarmi. Qualcuno potrebbe anche arrivare a pensare che lo faccio per ottenere in cambio qualcosa, un po’ come i bambini che frignano perseguendo il loro scopo.
E infatti, il mio buon amico Martino, che ha fatto? Come ha visto che cominciavo a fare il bambino lunatico e un po’ troppo erratico, ha preso e, per infondermi energia, mi ha regalato l'intera discografia di Bruce Springsteen, che finora avevo sempre snobbato per quella menata che è un po’ troppo “americano”. E devo dire che ci sono cascato di nuovo. Nel senso che, almeno il primo Springsteen (il classico 1975-87, da Born to run a Tunnel of Love, e con una strizzata d’occhio a Lucky Town del ’92) mi piace molto, anzi moltissimo. Come ho fatto a perdermelo per tutto questo tempo non lo so. Bruce Springsteen è un grande, e anche se voi ora mi direte “sai che bella scoperta” io ve lo dico uguale per lanciare questa semplice e fondamentale verità al mondo, e cioè: non è mai troppo tardi. Ci vuole solo un pizzico di fiducia e la musica giusta per darsi la carica.
Ascolto musica ad alto volume in questo autunno malinconico, Neil Young pre-grunge di fine ’80 inizi ’90 e ovviamente il Boss. Con degli amici stiamo anche organizzando un concerto per domani sera: Steve Potts trio. Steve Potts è un sassofonista americano, nato nel 1943, molto nero e molto cazzuto, che ha studiato con Eric Dolphy e, fra i tanti, ha suonato con John Coltrane ed Herbie Hancock, beato lui.
Lavoro senza sosta al giornale. Nelle pause da lavoro sogno una rivista tutta mia che raccolga esclusivamente racconti di viaggio. Qualcosa di molto americano con una grafica elegante e rigorosa, belle foto grandi a mezza pagina e in bianco e nero e i testi a fronte in lingua originale. Ce l’ho tutta in testa e se non le ho dato ancora forma è solo perché mi manca il nome. Io credo molto nei guizzi d’illuminazione per queste cose, nei colpi improvvisi di genio. Perciò aspetto il momento ma ancora non mi è venuto niente di buono.
Altro progetto: scrivere un romanzo. So già che parlerà di un ragazzino che ha la barba bianca, ho in mente l’idea ma sto ancora cercando il modo di svilupparla al meglio. Amanda mi ha detto che già qualcuno ha usato un’idea simile alcuni anni fa per un film con protagonista un bambino coi capelli verdi. Non che questo mi preoccupi troppo. Alla fine non è il tema a fare la differenza fra le storie, ma il modo in cui lo svolgi. È una questione di stile.
Ho un solo problema adesso, ed è il rumore intorno. C’è troppo rumore dove vivo e per scrivere serve silenzio e concentrazione, lo sanno tutti. Devi poter ascoltare le tue idee. Non come qui che è un continuo correre di macchine e vociare e lo scavatore sempre acceso dal cantiere di fronte. Così, se qualcuno vuole fare un atto de mecenatismo puro e disinteressato, può prendere e invitarmi a casa sua per un mesetto circa, il tempo di buttare già la prima bozza (la più dura) e poi gli prometto che gli dedico il mio libro. A me pare uno scambio equo. Cos’altro si può volere di più dalla vita che una dedica su un libro?
martedì 27 luglio 2010
viaggio di andata e ritorno con paolo (prima parte, con una divagazione musicale)
1
2
In cerca d’amore e musica
la mia intera vita è stata
Illuminazione
Corruzione
e tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi
tuffarsi giù a prendere ogni cosa che splende
proprio come fa un corvo nero che vola
nel cielo azzurro.
Ho conosciuto Paolo un paio di anni fa. Mi venne presentato allora da alcuni colleghi come “quello vero”, cioè un giornalista serio e non come noi che campavamo di piccola cronaca di provincia. Paolo era stato corrispondente di guerra per alcune delle maggiori testate nazionali per quasi vent’anni, poi nel ’94, in Bosnia, aveva dato di matto, detto basta a tutto quel sangue versato senza ragione e se n’era tornato in Italia. Si è preso casa a Cisternino, a 10 km da qui e si è messo in vacanza per circa dieci anni, fino a quando gli è tornata la voglia di scrivere ma tenendosi a distanza dall’orrore del campo di battaglia. Per cui alla fine ci siamo ritrovati a lavorare entrambi nel giornale di cui ora sono direttore.
Con Paolo siamo amici. Lui dice che è perché “siamo due porci”, io invece credo perché ci piace scrivere e raccontare storie. Ogni volta che puntualmente mi consegna il suo pezzo la prima cosa che mi dice è: “i miei soldi?” e la seconda “bene, io sono in vacanza fino al venti!” Due settimane fa Paolo, che vive solo e soffre di depressione, a causa dei troppi anni passati a fare il cronista di guerra, fra morti feriti paura e assassini nati, è stato ricoverato di forza in una clinica specializzata perché si temeva per la sua incolumità. Semplicemente ha dato fuori di matto e l’hanno rinchiuso. Era da un po’ che si vedeva che non stava bene, abbiamo provato a dargli una mano ma non siamo stati abbastanza bravi.
Ora è lì e ci deve rimanere per almeno altre due settimane. Né si può andare a trovarlo, senza essere suoi parenti. Non so perché ma nella mia testa mi sono fatto un’idea tutta mia di questo posto mutuata da un racconto di Carver, intitolato Da dove sto chiamando, in cui c’è questa clinica dispersa fra i monti, dove poter tagliare fuori il mondo e ricaricare le batterie, senza scocciatori o creditori intorno e ascoltando vecchie storie di Jack London che una volta è passato di lì. Roba un po’ troppo romantica per essere vera.
Ecco, ero un po’ giù per questo fatto, e per il fatto che il numero di agosto sarebbe stato il primo in due anni senza la firma di Paolo quando l’altra sera ho ricevuto una sua telefonata.
“Buonasera direttore” mi ha detto con la voce impastata, probabilmente dai farmaci. “Hai carta e penna? Oppure sei al computer?” Sono al computer, gli ho risposto. Ero seduto sul balcone, al tavolino, il cielo si stava scurendo e volevo godermi l’aria fresca mentre finivo di lavorare al giornale. “Allora prendi appunti” mi ha detto “questo va in prima pagina”. E mi ha dettato al telefono il suo pezzo, un articolo di circa duemila battute sull’anniversario della bomba su Hiroshima, dal titolo Noi non abbiamo paura della bomba, come la canzone dei Giganti. Un articolo cupo, notturno, pieno di violenza, di umanità e tristezza. Sentivo la sua voce strascicare al telefono, impallarsi per un paio di volte e poi sciogliere il nodo in gola con un nuovo flusso di parole e me la sentivo rimbalzare sottopelle, fra le ossa. Per un attimo mi è sembrato di rivivere in quei film di guerra, di cui Paolo è molto più esperto di me, in cui questo era l’unico modo per far arrivare una notizia dall’altra parte del mondo nel minor tempo possibile. Mi ha dettato il suo pezzo, poi si è raccomandato per la foto ed ha chiuso la telefonata. Una cosa incredibile.
L’ho sentito ieri sera poi, mi ha chiamato perché dice di sentirsi solo e di annoiarsi a morte. Ha dei libri con sé ma non gli va di leggere, non gli va di fare niente. Vuole solo ricaricare le batterie. Mi ha detto che stare troppo fermo non fa per lui. È un fatto genetico. Suo padre e suo nonno, anche loro erano corrispondenti di guerra. “La mia famiglia ha vissuto tutti i conflitti del secolo passato. Non siamo mai riusciti a fermarci troppo a lungo in un posto”. E come diavolo sei finito qui, gli ho chiesto? “È un bel posto questo. Mi piace. E poi, anche viaggiando, ti serve sempre una casa a cui tornare. Serve a darti un punto di vista quando scrivi.” Ascolta, c’è qualcosa che posso fare per darti una mano? “Portami 10 grammi di hashish, magari.” Paolo, non mi fanno entrare. “E allora tu fammeli portare da Sandra.” Sandra è una delle nostre redattrici, dal carattere aggressivo e piuttosto sensuale, e dalle scollature parecchio generose. Io ho riso di gusto. Come no, Paolo. Vuoi che dica a Sandra di portarti qualcos’altro a parte il fumo? “Dille di lasciare a casa la rabbia, e di portarmi un bel sorriso invece.” Sarà fatto, capo. “Mi mancate ragazzi, davvero. Voglio tornare a casa.”
Per questo, quando Paolo viene fuori di lì, anche se sarà incazzato nero perché ho messo il suo pezzo in decima e non in prima, gli ho promesso che compriamo una bottiglia di vino e festeggiamo il suo ritorno a casa, con una cena.
Con Paolo siamo amici. Lui dice che è perché “siamo due porci”, io invece credo perché ci piace scrivere e raccontare storie. Ogni volta che puntualmente mi consegna il suo pezzo la prima cosa che mi dice è: “i miei soldi?” e la seconda “bene, io sono in vacanza fino al venti!” Due settimane fa Paolo, che vive solo e soffre di depressione, a causa dei troppi anni passati a fare il cronista di guerra, fra morti feriti paura e assassini nati, è stato ricoverato di forza in una clinica specializzata perché si temeva per la sua incolumità. Semplicemente ha dato fuori di matto e l’hanno rinchiuso. Era da un po’ che si vedeva che non stava bene, abbiamo provato a dargli una mano ma non siamo stati abbastanza bravi.
Ora è lì e ci deve rimanere per almeno altre due settimane. Né si può andare a trovarlo, senza essere suoi parenti. Non so perché ma nella mia testa mi sono fatto un’idea tutta mia di questo posto mutuata da un racconto di Carver, intitolato Da dove sto chiamando, in cui c’è questa clinica dispersa fra i monti, dove poter tagliare fuori il mondo e ricaricare le batterie, senza scocciatori o creditori intorno e ascoltando vecchie storie di Jack London che una volta è passato di lì. Roba un po’ troppo romantica per essere vera.
Ecco, ero un po’ giù per questo fatto, e per il fatto che il numero di agosto sarebbe stato il primo in due anni senza la firma di Paolo quando l’altra sera ho ricevuto una sua telefonata.
“Buonasera direttore” mi ha detto con la voce impastata, probabilmente dai farmaci. “Hai carta e penna? Oppure sei al computer?” Sono al computer, gli ho risposto. Ero seduto sul balcone, al tavolino, il cielo si stava scurendo e volevo godermi l’aria fresca mentre finivo di lavorare al giornale. “Allora prendi appunti” mi ha detto “questo va in prima pagina”. E mi ha dettato al telefono il suo pezzo, un articolo di circa duemila battute sull’anniversario della bomba su Hiroshima, dal titolo Noi non abbiamo paura della bomba, come la canzone dei Giganti. Un articolo cupo, notturno, pieno di violenza, di umanità e tristezza. Sentivo la sua voce strascicare al telefono, impallarsi per un paio di volte e poi sciogliere il nodo in gola con un nuovo flusso di parole e me la sentivo rimbalzare sottopelle, fra le ossa. Per un attimo mi è sembrato di rivivere in quei film di guerra, di cui Paolo è molto più esperto di me, in cui questo era l’unico modo per far arrivare una notizia dall’altra parte del mondo nel minor tempo possibile. Mi ha dettato il suo pezzo, poi si è raccomandato per la foto ed ha chiuso la telefonata. Una cosa incredibile.
L’ho sentito ieri sera poi, mi ha chiamato perché dice di sentirsi solo e di annoiarsi a morte. Ha dei libri con sé ma non gli va di leggere, non gli va di fare niente. Vuole solo ricaricare le batterie. Mi ha detto che stare troppo fermo non fa per lui. È un fatto genetico. Suo padre e suo nonno, anche loro erano corrispondenti di guerra. “La mia famiglia ha vissuto tutti i conflitti del secolo passato. Non siamo mai riusciti a fermarci troppo a lungo in un posto”. E come diavolo sei finito qui, gli ho chiesto? “È un bel posto questo. Mi piace. E poi, anche viaggiando, ti serve sempre una casa a cui tornare. Serve a darti un punto di vista quando scrivi.” Ascolta, c’è qualcosa che posso fare per darti una mano? “Portami 10 grammi di hashish, magari.” Paolo, non mi fanno entrare. “E allora tu fammeli portare da Sandra.” Sandra è una delle nostre redattrici, dal carattere aggressivo e piuttosto sensuale, e dalle scollature parecchio generose. Io ho riso di gusto. Come no, Paolo. Vuoi che dica a Sandra di portarti qualcos’altro a parte il fumo? “Dille di lasciare a casa la rabbia, e di portarmi un bel sorriso invece.” Sarà fatto, capo. “Mi mancate ragazzi, davvero. Voglio tornare a casa.”
Per questo, quando Paolo viene fuori di lì, anche se sarà incazzato nero perché ho messo il suo pezzo in decima e non in prima, gli ho promesso che compriamo una bottiglia di vino e festeggiamo il suo ritorno a casa, con una cena.
2
Io ascoltavo Paolo e, credo ispirato dal suo discorso, ho messo nel lettore Hejira di Joni Mitchell.
Hejira è un disco importante per me. È stato ascoltandolo che ho pensato per la prima volta all’idea di opera come viaggio. Da allora, le grandi opere d’arte per me (che siano libri o dischi o film o che altro volete) devono essere prima di tutto e sempre un viaggio, non solo dell’autore. Mentre leggi o ascolti o guardi, devi sentire che ti stanno portando da qualche parte, non solo come flusso di idee ma proprio fisicamente, che ti assorbono, che così come ti danno del loro allo stesso modo si prendono qualcosa di te, che quella ruga nuova che troverai domani mattina sul tuo viso è anche il risultato del vostro toccarvi reciproco, così come le macchie d’unto delle dita sul cd o sulla copertina del libro, le pieghe agli angoli della pagina o le tracce del passaggio di biscotti sgranocchiati mentre leggi, le sottolineature a matita o i graffi sulla custodia del disco. Tante piccole cose che servono a dire che siamo vivi e che occupiamo uno spazio, oppure che lo spazio occupa noi, ci pervade. Altrimenti non vale, l’arte diventa una cosa astratta, non ha più niente a che fare con la vita. Quel tipo di arte, se c’è, non mi interessa.
Lo so, mi direte adesso, ho scoperto l’acqua calda. Ma è che certe cose oltre a pensarle le devi sentire sulla pelle, ci devi credere. E io non ci ho creduto finché non ho sentito le dita di Jaco Pastorius sollevarsi dalle casse dello stereo, gonfiarsi come una grande bolla d’aria, nera e densa per la stanza, e arrivare a toccarmi e carezzarmi la pelle da quando il basso fa la sua comparsa su Coyote, brano di apertura di Hejira fino all’ultimo assolo di Refuge of the roads, il pezzo conclusivo, e passando per la mitica Black crow. Lo stesso tocco si ripete per quasi metà dell’album, unico ma mai uguale a se stesso, se non per il calore che senti risalirti in petto e commuoverti man mano che il viaggio fra le tracce procede con le ombre della sera.
La Mitchell, parlando di Hejira, disse di aver composto tutti i pezzi on the road, in solitudine da una costa all’altra degli Stati Uniti e di averli incisi pur sapendo che mancava ancora qualcosa, che il suono che aveva in testa immaginando la musica non era ancora stato raggiunto. Capì cosa mancava solo quando ascoltò per caso Pastorius, che fino ad allora aveva suonato sempre e solo jazz, e prontamente gli chiese di sovraincidere il suo basso a quattro dei nove brani del disco. Queste sovraincisioni cambiarono per sempre il suono della Mitchell, che da lì in poi abbandonò il folk cantautorale dei primi anni per i nuovi sperimentali territori del jazz. A noi resta il diario di questo viaggio crepuscolare, fatto in giro per l’America, alla ricerca non solo di un suono ma soprattutto di nuovi stimoli e motivi, nuova libertà espressiva, di nuove strade verso il cuore per raccontarne le emozioni. Dopo Hejira, che la Mitchell ancora oggi reputa il suo lavoro più rappresentativo, nulla fu più come prima, di sicuro nulla fu più facile come un tempo.
Quanto a me, da quel primo ascolto (è già passato qualche anno) ho applicato la mia teoria, intuita fra le tracce di quel disco, a tutte le opere che mi sono capitate sottomano e non mi sono perso mai più nel distinguere fra quelle da poter considerare un viaggio nella vita e quelle che, per quanto divertenti e meritevoli, erano semplicemente una passeggiata per me, e non bisognava dare loro troppa importanza. Fiesta, Tonight’s the night, Altri libertini, Terra di nessuno, Gli spietati o I fiumi di Ungaretti ad esempio, sono stati tutti dei viaggi fantastici, importantissimi. Altre cose sono passate non lasciandomi nulla. Altre le sto ancora vivendo e spero che non finiscano mai di attraversarmi.
Da un po’ di tempo, sarà che il tempo passa e crescendo si diventa selettivi, ho cominciato ad applicare la stessa teoria alle persone. E funziona uguale, perfetta. Non me ne sono mai pentito.
Hejira è un disco importante per me. È stato ascoltandolo che ho pensato per la prima volta all’idea di opera come viaggio. Da allora, le grandi opere d’arte per me (che siano libri o dischi o film o che altro volete) devono essere prima di tutto e sempre un viaggio, non solo dell’autore. Mentre leggi o ascolti o guardi, devi sentire che ti stanno portando da qualche parte, non solo come flusso di idee ma proprio fisicamente, che ti assorbono, che così come ti danno del loro allo stesso modo si prendono qualcosa di te, che quella ruga nuova che troverai domani mattina sul tuo viso è anche il risultato del vostro toccarvi reciproco, così come le macchie d’unto delle dita sul cd o sulla copertina del libro, le pieghe agli angoli della pagina o le tracce del passaggio di biscotti sgranocchiati mentre leggi, le sottolineature a matita o i graffi sulla custodia del disco. Tante piccole cose che servono a dire che siamo vivi e che occupiamo uno spazio, oppure che lo spazio occupa noi, ci pervade. Altrimenti non vale, l’arte diventa una cosa astratta, non ha più niente a che fare con la vita. Quel tipo di arte, se c’è, non mi interessa.
Lo so, mi direte adesso, ho scoperto l’acqua calda. Ma è che certe cose oltre a pensarle le devi sentire sulla pelle, ci devi credere. E io non ci ho creduto finché non ho sentito le dita di Jaco Pastorius sollevarsi dalle casse dello stereo, gonfiarsi come una grande bolla d’aria, nera e densa per la stanza, e arrivare a toccarmi e carezzarmi la pelle da quando il basso fa la sua comparsa su Coyote, brano di apertura di Hejira fino all’ultimo assolo di Refuge of the roads, il pezzo conclusivo, e passando per la mitica Black crow. Lo stesso tocco si ripete per quasi metà dell’album, unico ma mai uguale a se stesso, se non per il calore che senti risalirti in petto e commuoverti man mano che il viaggio fra le tracce procede con le ombre della sera.
La Mitchell, parlando di Hejira, disse di aver composto tutti i pezzi on the road, in solitudine da una costa all’altra degli Stati Uniti e di averli incisi pur sapendo che mancava ancora qualcosa, che il suono che aveva in testa immaginando la musica non era ancora stato raggiunto. Capì cosa mancava solo quando ascoltò per caso Pastorius, che fino ad allora aveva suonato sempre e solo jazz, e prontamente gli chiese di sovraincidere il suo basso a quattro dei nove brani del disco. Queste sovraincisioni cambiarono per sempre il suono della Mitchell, che da lì in poi abbandonò il folk cantautorale dei primi anni per i nuovi sperimentali territori del jazz. A noi resta il diario di questo viaggio crepuscolare, fatto in giro per l’America, alla ricerca non solo di un suono ma soprattutto di nuovi stimoli e motivi, nuova libertà espressiva, di nuove strade verso il cuore per raccontarne le emozioni. Dopo Hejira, che la Mitchell ancora oggi reputa il suo lavoro più rappresentativo, nulla fu più come prima, di sicuro nulla fu più facile come un tempo.
Quanto a me, da quel primo ascolto (è già passato qualche anno) ho applicato la mia teoria, intuita fra le tracce di quel disco, a tutte le opere che mi sono capitate sottomano e non mi sono perso mai più nel distinguere fra quelle da poter considerare un viaggio nella vita e quelle che, per quanto divertenti e meritevoli, erano semplicemente una passeggiata per me, e non bisognava dare loro troppa importanza. Fiesta, Tonight’s the night, Altri libertini, Terra di nessuno, Gli spietati o I fiumi di Ungaretti ad esempio, sono stati tutti dei viaggi fantastici, importantissimi. Altre cose sono passate non lasciandomi nulla. Altre le sto ancora vivendo e spero che non finiscano mai di attraversarmi.
Da un po’ di tempo, sarà che il tempo passa e crescendo si diventa selettivi, ho cominciato ad applicare la stessa teoria alle persone. E funziona uguale, perfetta. Non me ne sono mai pentito.
In cerca d’amore e musica
la mia intera vita è stata
Illuminazione
Corruzione
e tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi
tuffarsi giù a prendere ogni cosa che splende
proprio come fa un corvo nero che vola
nel cielo azzurro.
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