La lista degli amanti di Joni Mitchell sconvolge non tanto per la sua quantità, ma piuttosto per la sua qualità: Leonard Cohen, David Crosby, Graham Nash, James Taylor, Jackson Browne, John Guerin, Sam Shepard, Jaco Pastorius, Don Alias e Larry Klein, tra gli altri. Molte delle sue canzoni fanno riferimento a quegli amanti – A Case of You parla di Leonard Cohen; Coyote di Sam Shepard – e raramente lo fa in modi lusinghieri. In molte delle sue interviste contenute in Reckless Daughter (biografia della Mitchell scritta da David Yaffe e pubblicata da Crichton Books nel 2017), Mitchell è volgare e vendicativa. Chiama Larry Klein, il suo secondo marito, un “nano gonfiato”. E uno dei suoi produttori è definito “piccolo viscido coglione”. […] Yaffee raramente commenta l’abrasività della Mitchell, ma è pronto a sottolineare come il sessismo dilagante nell’industria musicale potrebbe averla spinta a ciò, in special modo quando Rolling Stone l’ha soprannominata “the Queen of El Lay” (la Regina di Cuori di Los Angeles).
(Sibbie O'Sullivan, “The Many Layers – and Lovers – of Joni Mitchell”, Washington Post, 10 ottobre 2017)
Stamattina, ascoltando questa canzone, ho ripensato a una intervista rilasciata da Joni Mitchell qualche anno fa. Era una intervista piena di amarezza in cui tirò fuori una polemica feroce contro Bob Dylan, dicendo che era un pessimo uomo (poco igienico anche) e un pessimo artista (un plagiario della peggior specie) che non si meritava il successo che aveva avuto più di lei, infinitamente più brava di lui ma messa da parte perché donna. Di recente, con l’ultimo film di Scorsese sulla Rolling Thunder Revue, è venuto fuori il video qui sotto, dove loro due suonano insieme Coyote a metà degli anni ’70, mettendo da parte, nel nome di una vecchia amicizia, quell’intervista e quella rivendicazione. Però, mentre un certo punto di Chronicles Vol. 1, o forse in una intervista (non ricordo di preciso), qualcuno chiede a Dylan se ci sono dei giovani che gli piacciono, che hanno raccolto la sua eredità, e Dylan parla a lungo – stupendo l’intervistatore – della nuova scena rap americana, dice che gli piace l’uso che fanno della parola questi ragazzi e il modo in cui la usano per rapportarsi col mondo; nella succitata intervista alla Mitchell qualcuno le fa la stessa domanda, e Joni risponde che no, non le pare dopo di lei qualcuno abbia fatto qualcosa di altrettanto bello o di paragonabile al suo lavoro con Mingus. Ecco, leggendo tale risposta ho pensato che sia una cosa veramente triste da dire, e piena di egocentrismo – molto più egocentrica di qualsiasi Dylan, e ce e vuole! Dà l’idea di una persona che si sente molto sola, non perché lo sia davvero, ma perché proprio non riesce a vedere chi c’è intorno.
Poco prima che il nostro amore finisse, mi hai detto
“Sono costante quanto la stella polare”
e io ho risposto “Costantemente nell’oscurità
dove si va?
Se mi vuoi, io sono al bar”
Sul retro di un sottobicchiere di cartone
nella luce azzurra di uno schermo tv
ho disegnato una mappa del Canada
oh il Canada
e ho schizzato il tuo ritratto per due volte.
Sei nel mio sangue come il sacro vino
e hai un sapore così amaro eppure così dolce
potrei bere un’intera cassa di te
e continuare a reggermi sulle mie gambe.
Sono una pittrice solitaria
vivo in una scatola di colori
mi spaventa il peccato
ma sono attratta da chi non ne ha paura.
Ricordo quella volta che mi hai detto
“Amare è toccarsi l’anima”
tu di sicuro hai toccato la mia
se parte di te sgorga fuori da me
in questi versi, talvolta.
Sei nel mio sangue come il sacro vino
e hai un sapore così amaro eppure così dolce
potrei bere un’intera cassa di te
e continuare a reggermi sulle mie gambe.
Ho incontrato una donna
parlava come te
conosceva la tua vita
i tuoi meriti e i tuoi peccati
e mi ha detto
“Va da lui, sta’ con lui se puoi
ma preparati a sanguinare”.
Ho conosciuto Paolo un paio di anni fa. Mi venne presentato allora da alcuni colleghi come “quello vero”, cioè un giornalista serio e non come noi che campavamo di piccola cronaca di provincia. Paolo era stato corrispondente di guerra per alcune delle maggiori testate nazionali per quasi vent’anni, poi nel ’94, in Bosnia, aveva dato di matto, detto basta a tutto quel sangue versato senza ragione e se n’era tornato in Italia. Si è preso casa a Cisternino, a 10 km da qui e si è messo in vacanza per circa dieci anni, fino a quando gli è tornata la voglia di scrivere ma tenendosi a distanza dall’orrore del campo di battaglia. Per cui alla fine ci siamo ritrovati a lavorare entrambi nel giornale di cui ora sono direttore. Con Paolo siamo amici. Lui dice che è perché “siamo due porci”, io invece credo perché ci piace scrivere e raccontare storie. Ogni volta che puntualmente mi consegna il suo pezzo la prima cosa che mi dice è: “i miei soldi?” e la seconda “bene, io sono in vacanza fino al venti!” Due settimane fa Paolo, che vive solo e soffre di depressione, a causa dei troppi anni passati a fare il cronista di guerra, fra morti feriti paura e assassini nati, è stato ricoverato di forza in una clinica specializzata perché si temeva per la sua incolumità. Semplicemente ha dato fuori di matto e l’hanno rinchiuso. Era da un po’ che si vedeva che non stava bene, abbiamo provato a dargli una mano ma non siamo stati abbastanza bravi. Ora è lì e ci deve rimanere per almeno altre due settimane. Né si può andare a trovarlo, senza essere suoi parenti. Non so perché ma nella mia testa mi sono fatto un’idea tutta mia di questo posto mutuata da un racconto di Carver, intitolato Da dove sto chiamando, in cui c’è questa clinica dispersa fra i monti, dove poter tagliare fuori il mondo e ricaricare le batterie, senza scocciatori o creditori intorno e ascoltando vecchie storie di Jack London che una volta è passato di lì. Roba un po’ troppo romantica per essere vera. Ecco, ero un po’ giù per questo fatto, e per il fatto che il numero di agosto sarebbe stato il primo in due anni senza la firma di Paolo quando l’altra sera ho ricevuto una sua telefonata. “Buonasera direttore” mi ha detto con la voce impastata, probabilmente dai farmaci. “Hai carta e penna? Oppure sei al computer?” Sono al computer, gli ho risposto. Ero seduto sul balcone, al tavolino, il cielo si stava scurendo e volevo godermi l’aria fresca mentre finivo di lavorare al giornale. “Allora prendi appunti” mi ha detto “questo va in prima pagina”. E mi ha dettato al telefono il suo pezzo, un articolo di circa duemila battute sull’anniversario della bomba su Hiroshima, dal titolo Noi non abbiamo paura della bomba, come la canzone dei Giganti. Un articolo cupo, notturno, pieno di violenza, di umanità e tristezza. Sentivo la sua voce strascicare al telefono, impallarsi per un paio di volte e poi sciogliere il nodo in gola con un nuovo flusso di parole e me la sentivo rimbalzare sottopelle, fra le ossa. Per un attimo mi è sembrato di rivivere in quei film di guerra, di cui Paolo è molto più esperto di me, in cui questo era l’unico modo per far arrivare una notizia dall’altra parte del mondo nel minor tempo possibile. Mi ha dettato il suo pezzo, poi si è raccomandato per la foto ed ha chiuso la telefonata. Una cosa incredibile. L’ho sentito ieri sera poi, mi ha chiamato perché dice di sentirsi solo e di annoiarsi a morte. Ha dei libri con sé ma non gli va di leggere, non gli va di fare niente. Vuole solo ricaricare le batterie. Mi ha detto che stare troppo fermo non fa per lui. È un fatto genetico. Suo padre e suo nonno, anche loro erano corrispondenti di guerra. “La mia famiglia ha vissuto tutti i conflitti del secolo passato. Non siamo mai riusciti a fermarci troppo a lungo in un posto”. E come diavolo sei finito qui, gli ho chiesto? “È un bel posto questo. Mi piace. E poi, anche viaggiando, ti serve sempre una casa a cui tornare. Serve a darti un punto di vista quando scrivi.” Ascolta, c’è qualcosa che posso fare per darti una mano? “Portami 10 grammi di hashish, magari.” Paolo, non mi fanno entrare. “E allora tu fammeli portare da Sandra.” Sandra è una delle nostre redattrici, dal carattere aggressivo e piuttosto sensuale, e dalle scollature parecchio generose. Io ho riso di gusto. Come no, Paolo. Vuoi che dica a Sandra di portarti qualcos’altro a parte il fumo? “Dille di lasciare a casa la rabbia, e di portarmi un bel sorriso invece.” Sarà fatto, capo. “Mi mancate ragazzi, davvero. Voglio tornare a casa.” Per questo, quando Paolo viene fuori di lì, anche se sarà incazzato nero perché ho messo il suo pezzo in decima e non in prima, gli ho promesso che compriamo una bottiglia di vino e festeggiamo il suo ritorno a casa, con una cena.
2
Io ascoltavo Paolo e, credo ispirato dal suo discorso, ho messo nel lettore Hejira di Joni Mitchell. Hejira è un disco importante per me. È stato ascoltandolo che ho pensato per la prima volta all’idea di opera come viaggio. Da allora, le grandi opere d’arte per me (che siano libri o dischi o film o che altro volete) devono essere prima di tutto e sempre un viaggio, non solo dell’autore. Mentre leggi o ascolti o guardi, devi sentire che ti stanno portando da qualche parte, non solo come flusso di idee ma proprio fisicamente, che ti assorbono, che così come ti danno del loro allo stesso modo si prendono qualcosa di te, che quella ruga nuova che troverai domani mattina sul tuo viso è anche il risultato del vostro toccarvi reciproco, così come le macchie d’unto delle dita sul cd o sulla copertina del libro, le pieghe agli angoli della pagina o le tracce del passaggio di biscotti sgranocchiati mentre leggi, le sottolineature a matita o i graffi sulla custodia del disco. Tante piccole cose che servono a dire che siamo vivi e che occupiamo uno spazio, oppure che lo spazio occupa noi, ci pervade. Altrimenti non vale, l’arte diventa una cosa astratta, non ha più niente a che fare con la vita. Quel tipo di arte, se c’è, non mi interessa. Lo so, mi direte adesso, ho scoperto l’acqua calda. Ma è che certe cose oltre a pensarle le devi sentire sulla pelle, ci devi credere. E io non ci ho creduto finché non ho sentito le dita di Jaco Pastorius sollevarsi dalle casse dello stereo, gonfiarsi come una grande bolla d’aria, nera e densa per la stanza, e arrivare a toccarmi e carezzarmi la pelle da quando il basso fa la sua comparsa su Coyote, brano di apertura di Hejira fino all’ultimo assolo di Refuge of the roads, il pezzo conclusivo, e passando per la mitica Black crow. Lo stesso tocco si ripete per quasi metà dell’album, unico ma mai uguale a se stesso, se non per il calore che senti risalirti in petto e commuoverti man mano che il viaggio fra le tracce procede con le ombre della sera. La Mitchell, parlando di Hejira, disse di aver composto tutti i pezzi on the road, in solitudine da una costa all’altra degli Stati Uniti e di averli incisi pur sapendo che mancava ancora qualcosa, che il suono che aveva in testa immaginando la musica non era ancora stato raggiunto. Capì cosa mancava solo quando ascoltò per caso Pastorius, che fino ad allora aveva suonato sempre e solo jazz, e prontamente gli chiese di sovraincidere il suo basso a quattro dei nove brani del disco. Queste sovraincisioni cambiarono per sempre il suono della Mitchell, che da lì in poi abbandonò il folk cantautorale dei primi anni per i nuovi sperimentali territori del jazz. A noi resta il diario di questo viaggio crepuscolare, fatto in giro per l’America, alla ricerca non solo di un suono ma soprattutto di nuovi stimoli e motivi, nuova libertà espressiva, di nuove strade verso il cuore per raccontarne le emozioni. Dopo Hejira, che la Mitchell ancora oggi reputa il suo lavoro più rappresentativo, nulla fu più come prima, di sicuro nulla fu più facile come un tempo. Quanto a me, da quel primo ascolto (è già passato qualche anno) ho applicato la mia teoria, intuita fra le tracce di quel disco, a tutte le opere che mi sono capitate sottomano e non mi sono perso mai più nel distinguere fra quelle da poter considerare un viaggio nella vita e quelle che, per quanto divertenti e meritevoli, erano semplicemente una passeggiata per me, e non bisognava dare loro troppa importanza. Fiesta, Tonight’s the night, Altri libertini, Terra di nessuno, Gli spietati o I fiumi di Ungaretti ad esempio, sono stati tutti dei viaggi fantastici, importantissimi. Altre cose sono passate non lasciandomi nulla. Altre le sto ancora vivendo e spero che non finiscano mai di attraversarmi. Da un po’ di tempo, sarà che il tempo passa e crescendo si diventa selettivi, ho cominciato ad applicare la stessa teoria alle persone. E funziona uguale, perfetta. Non me ne sono mai pentito.
In cerca d’amore e musica la mia intera vita è stata Illuminazione Corruzione e tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi tuffarsi giù a prendere ogni cosa che splende proprio come fa un corvo nero che vola nel cielo azzurro.