Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post

martedì 24 dicembre 2024

mozart

C’è tanta gente là fuori – lo so perché vi leggo – che si scandalizza o fa battutacce su Jovanotti che dice che Tony Effe e Mozart sono “colleghi” (non che sono sullo stesso livello, soltanto che fanno lo stesso lavoro); molti lo dicono senza nemmeno avere ascoltato l’intervista di Jovanotti, ma soprattutto – ed è peggio – senza nemmeno avere ascoltato Mozart, che da quel signore che era li avrebbe di sicuro apostrofati così: “Leccatemi il culo”.

giovedì 1 agosto 2024

la lunga storia di canzone

The patriot game è una canzone scritta dal folksinger irlandese Dominic Beham. Basata sulla melodia del tradizionale della fine del XVII secolo, One morning in may – che nell’originale parla di un soldato che dice addio alla sua bella mentre abbracciati ascoltano il canto di un usignolo – il testo parla della morte di Fergal O’Hanlon, militante dell’IRA in un’azione terroristica contro “la crudele Inghilterra”. Registrata nel 1958, divenne ben presto una delle sue canzoni più celebri. Con alcune censure al testo – che indignarono Beham – in particolare di una strofa che parlava del piacere di sparare ai poliziotti, divenne uno dei cavalli di battaglia nei live del gruppo americano Clancy Brothers. Fu tramite loro che Bob Dylan si avvicinò alla canzone. Nel 1963, riciclandone la melodia scrisse un nuovo testo, With God on our side, creando di fatto una nuova canzone che ne amplificava il messaggio per adattarlo alla realtà americana, criticandone la politica di aggressione adottata lungo l’intero arco della sua storia e giustificata dall’avere “Dio dalla propria parte”, ciò che poi sarebbe diventato il principio di “esportazione della democrazia”. In particolare, con un colpo di genio che Beham non capì e non gradì, ritenendolo una parodia della propria canzone, Dylan riprende alcuni suoi versi rovesciandone il significato. I versi di Beham, dedicati ad una sola persona, dicono esplicitamente: “My name is O'Hanlon, I've just gone sixteen” (“Il mio nome è O’Hanlon, ho appena compiuto sedici anni”) indentificando la voce narrante con quella del ragazzo ucciso nella lotta per la libertà dell’Irlanda. Ne fanno un eroe. Quelli di Dylan invece dicono: “Oh, my name, it ain't nothin', my age, it means less” (“Il mio nome non conta, e la mia età ancora meno”) perdendo nell’anonimato il possibile narratore, perché nella storia di soprusi che sta per raccontare non ci sono eroi, sono tutti indistintamente coinvolti come colpevoli e vittime. Poco dopo averla scritta Dylan incontrò Beham che lo accusò apertamente, assai prima di Joni Mitchell, di essere “un ladro e un plagiario” rifiutandosi di fargli causa per avergli soffiato la melodia, ma minacciando di prenderlo a pugni. Forse per via di quella lite, o forse perché la sentiva ormai troppo politicizzata per i suoi gusti, Dylan da metà anni ’60 in poi, evitò per molti anni di cantarla. La riprese, per quanto sporadicamente, a partire dai primi anni ’80, probabilmente su sollecitazione di Joan Baez che l’aveva in repertorio. Nel 1989 Behan morì, e nello stesso anno i Neville Brothers fecero una bellissima versione di With God on our side prodotta da Daniel Lanois, aggiungendo una strofa sulla guerra del Vietnam che mancava all’originale di Dylan e che egli stesso, ammirato, adottò.

martedì 21 maggio 2024

pop

 Parlavo con un amico musicista di come sta cambiando la musica pop negli ultimi anni. – L’attenzione del pubblico è bassissima, consumano a una velocità assurda, così tutto è fatto per catturarlo nei primi 20 secondi, se ce la fai allora il brano ha una chance, se no li perdi. Così lasci perdere l’intro, perché tanto lo saltano, i pezzi ormai partono tutti col cantato, nei primi 30 secondi devi arrivare subito al ritornello, se no li perdi, anzi meglio se cominci subito con quello, molti ormai fanno così. Il solo è inutile, tanto lo saltano. Meglio se il pezzo finisce in due tre minuti, se la coda è troppo lunga saltano la fine e passano ad altro. – Mentre lo ascolto mi viene da pensare a Shine on you crazy diamond, l’intro più lungo e immersivo della storia del pop. – Ecco, mi dice lui, quello è l’esempio perfetto di cosa non si deve più fare oggi per avere successo, richiede troppa concentrazione e si perde un sacco tempo, se uno vuole quel tipo di situazione allora va su altri generi, come l’elettronica o l’ambient. – Insomma, la gente non vuole una canzone, ma un jingle pubblicitario. – Esattamente.

sabato 23 marzo 2024

parallelo

Film commovente, di grandissima bellezza visiva, La viaccia (1961) di Mauro Bolognini, con Jean Paul Belmondo, Pietro Germi e una Claudia Cardinale al culmine della sua bellezza, segna il passaggio dalla sua prima fase artistica, più originale sul piano dei contenuti attraverso le sceneggiature, spesso di Pasolini, alla seconda, dove si attiene a realizzare raffinate trasposizioni di opere letterarie, spostando il contenuto sullo stile, dove insomma il contenuto è lo stile. Non a caso il confronto con Visconti. Qui però le atmosfere rimandano ancora alla prima fase più nichilista e pregna di mal di vivere delle sue più recenti pellicole con Pasolini (non a caso torna la Cardinale come nel Bell’Antonio a dare volto a un amore tanto necessario quanto impossibile da trattenere). E infatti, lancio un parallelo, secondo me il finale con Jean Paul Belmondo che dopo aver dichiarato a sua madre che non può vivere senza di lei, attraversa correndo Firenze per rivederla sulle note della “Rapsodia per sassofono e orchestra” di Debussy ha secondo me una eco nel successivo Manhattan (1979) di Woody Allen, dove l’identica scena si ripete a New York sulla “Rapsodia in blue” di Gerswhin. Nel film di Bolognini questo amore è già segnato e infatti Ghigo (Belmondo) riuscirà a rivedere Bianca (Cardinale) scomparire dietro un vetro prima di allontanarsi per sempre, nel film di Allen, pur nell’imminente separazione, Allen offre una speranza a questo amore nell’ultima battuta di Tracy (Mariel Hemingway), “bisogna avere un po’ fiducia nella gente” e nel mezzo sorriso di Allen, uno dei suoi pochissimi su pellicola, che sembra quasi fare il verso a quelli così vulnerabili del giovane Belmondo.

domenica 24 dicembre 2023

una triste canzone di natale (che poteva essere ancora più triste)

Negli ultimi giorni mi sono studiato la storia, assai divertente, di un celebre standard di Natale, Have yourself a Merry Little Christmas, che almeno sul mercato americano è il sesto brano pop-natalizio più inciso di tutti i tempi, e non è poco. Molto del suo fascino agrodolce deriva dalla particolare mistura fra la malinconia della musica e l’ottimismo delle parole, le quali però sono il frutto di diversi compromessi produttivi successivi alla sua composizione. La canzone venne scritta in piena Seconda guerra mondiale, da un giovane compositore di Hollywood, Hugh Martin, che per età avrebbe potuto essere chiamato sotto le armi in qualsiasi momento; venne quindi scritta con l’ansia di dover partir soldato. Gli era stata commissionata per un film innocuo con Judy Garland, Meet me in St. Louise (1944), che parlava di una famiglia che si deve trasferire dal paesino a New York e dove lei è una ragazza che ha paura di perdere i vecchi amici e il fidanzatino (Tom Drake). L’idea della partenza alla base del film stimolò la vena creativa di Martin, ma ne venne fuori una canzone talmente triste (col primo verso che diceva “Cerca di passare un felice Natale, perché potrebbe essere l’ultimo”) che la Garland si rifiutò di cantarla e la canzone rischiò di essere cestinata perché invece l’autore la sentiva così sua che non voleva modificare il testo. A tal proposito ci sono due versioni della stessa storia su come poi vennero apportate le modifiche che ne fecero il successo commerciale che è diventato. In una, raccontata da Tom Drake (il fidanzatino della Garland nel film), Drake prese Martin sottobraccio e gli fece un discorso da adulto: “Senti, questa è una grande canzone ma non fare il testardo, lavoraci ancora, modifica il testo dove serve e vedrai che diventerà un successo”. Nella seconda, riferita da Hugh Martin, c’è Drake che lo afferra per il collo della camicia e gli sbraita contro: “Brutto figlio di zoccola, chi ti credi di essere? O aggiusti quella stronza canzone o giuro che ti appendo al muro!”. Non si sa di preciso come sia andata, fatto sta che Martin ci lavorò ancora, venendo incontro alle esigenze di produzione (col testo che da pessimista diventò speranzoso: “Datti la possibilità di passare un felice semplice Natale, lascia che il tuo cuore sia leggero, l’anno prossimo tutti i nostri problemi saranno finiti”) e la canzone rimaneggiata divenne in breve tempo così famosa, catturando evidentemente lo spirito del suo tempo, che lo stesso Martin, quando poi partì soldato per davvero e si scoprì che ne era l’autore, finì nel reparto musicale della sua compagnia, e non si fece un solo giorno di combattimento: quindi, possiamo dire, che la musica gli salvò la vita. A questo punto ci sarebbe da chiedersi se la sua canzone avrebbe avuto lo stesso successo se fosse rimasta fedele alle sue intenzioni esplicitamente malinconiche. Avrebbe toccato le stesse corde del pubblico? Chissà. Fatto sta che dieci anni dopo Frank Sinatra lo ricontattò perché voleva incidere una sua versione della stessa canzone, ma ritenendola ancora troppo triste, gli chiese di addolcirla ancora un poco, e Martin che aveva capito la lezione, seppur a malincuore rimise mano al testo. Così, coi diritti d’autore derivatigli da tutto questo lavoro che ha trasformato la sua canzone di Natale in un successo internazionale, ci ha campato il resto della sua vita.

mercoledì 9 agosto 2023

lo sciamano

Ho appena letto che oggi è morto Robbie Robertson che, almeno per me, è stato principalmente due cose: la chitarra del gruppo di Bob Dylan alla metà degli anni '60 (nei live selvaggi e mercuriali di "Judas!" e "Play fucking loud!") e quello che ha curato la colonna sonora di molti dei film di Martin Scorsese (da Re per una notte" a "The Irishman"). Poi ovviamente è stato anche il leader di The Band (quelli di The Weight e di The Last Waltz) e quindi, indirettamente, è stato quello che ha suggerito un sound al primo George Harrison e ad Eric Clapton dopo i Cream. Ma soprattutto Robbie Robertson era uno sciamano.

sabato 27 maggio 2023

eleganza

La brutale, cinica eleganza dei maestri della classica italiana non solo è refrigerante, ma fa rimpiangere che non vengano studiati a scuola come Verga. Ad esempio, Arturo Benedetti Michelangeli che dice: “In arte non c’è pietà. O vali, o vai fuori dai coglioni!” qualcosa da insegnare lo avrebbe.

venerdì 21 aprile 2023

cambio

Accorgersi, attraverso i vari cambi stagionali del proprio guardaroba musicale, come si è passati nel giro di poco più di dieci anni dal piano esistenziale di Viva l'Italia di De Gregori a quello di L'assenza è un assedio di Piero Ciampi.

sabato 18 marzo 2023

staccare gli italiani dal telefono

Ho letto adesso che tutte le date italiane dei concerti di Bob Dylan sono andate esaurite. I concerti di Dylan sono a pagamento: circa 140 euro a persona. Non solo, Dylan impone al pubblico di non usare il telefono durante il concerto, e di pagare a spese loro gli speciali sacchetti in cui chiudere e custodire i telefoni censurati: 5 euro a sacchetto. Siccome Dylan non è Lady Gaga, ma nemmeno i Maneskin, per me questa è la riprova di ciò che ho sempre pensato, che quando il pubblico piange miseria per comprare un cazzo di libro a 12 euro sta spudoratamente mentendo. E che se si vuole, in nome della cultura, si può fare anche questa cosa che sembra davvero impossibile per gli spettatori italiani: staccarli per due ore dal loro telefono e fargli sganciare soldi per farlo, proprio come quando vanno in terapia.

venerdì 21 maggio 2021

funghi

 Ieri a Bologna in Lettere si è parlato (anche) di John Cage, così, stimolato dalla chiacchierata, sono andato a leggermi alcuni aneddoti su di lui. Ce n’è uno bellissimo che ho letto dove nel 1959 Cage partecipa a “Lascia o raddoppia” di Mike Bongiorno come esperto di funghi. Non solo vince il premio, ma già che c’è gli chiedono di esibirsi in una performance. L’esibizione lascia allibiti sia il pubblico che lo stesso Mike, il quale (ancora ammirato per la sua competenza sui funghi) si avvicina a Cage e gli dice: “Bravissimo Sig. Cage, ora che ha vinto cosa farà, torna in America?”. Cage gli risponde: “Io vado, ma la musica resta”. E Mike: “Ah, lei se ne va e la sua musica resta qui? Ma non era meglio il contrario?”. Ecco, l’ho trovata la cosa più vicina che ci sia oggi in Italia al rapporto del pubblico con la poesia. Il poeta se è simpatico può rimanere, ma la poesia meglio di no. Il problema è quando il poeta è antipatico, non resta più nulla.

mercoledì 4 novembre 2020

solitudine

La discografia di Baden Powell, proprio come la sua vita, è parecchio disordinata. Brasiliano, figlio di schiavi, esule in Europa e poi negli USA, ha suonato dovunque, con chiunque (da Vinicius a Stan Gertz) mescolando chitarra classica, bossanova e jazz, prima di morire alcolizzato a 63 anni, lasciando una marea di registrazioni live, tantissime e spesso celebri canzoni scritte con e per altri, e appena una manciata di album in studio a suo nome, di cui trovo particolarmente evocativi i titoli: Tristezza, Poesia, Canto e Solitudine. 

venerdì 23 ottobre 2020

minnie

Minnie Riperton fu una cantante americana che raggiunse una certa notorietà nei primi anni '70, attirando l'attenzione (non solo artistica) e la collaborazione di Stevie Wonder, il quale nel 1974 le produsse un disco, Perfect Angel, e un singolo di enorme successo, Lovin' you (lalalalalala). All'apice del successo, la Riperton si ammalò e morì di cancro nel 1979, a 32 anni. Questo pezzo, invece, pieno di doppi sensi cantati con voce sapientemente innocente (will you come inside me?), viene dall'album successivo, Adventures in Paradise, del 1975. Lo ha scritto con Leon Ware che di lì a poco avrebbe composto I want you per Marvin Gaye, e si sente.

 

mercoledì 24 giugno 2020

pandemia critica

Io ho una mia teoria, che i primi 4 dischi di McCartney (da McCarntey del 1970 alla prima versione in doppio vinile di Red Rose Speedway del 1973 che poi venne tagliata e ridotta a disco singolo per imposizione della casa discografica), sono i suoi più belli perché ricchi di una leggerezza e di una grazia senza pari, l'equivalente in musica delle Songs of Innocence and of Experience di William Blake, ma soprattutto quelli dove McCartney ha provato realmente a fare qualcosa di nuovo rispetto ai Beatles, nel segno del minimalismo (oggi Indie) e di un certo dadaismo creativo (col ricorso, ad esempio, al linguaggio allusivo della filastrocca) che non solo non venne compreso, ma anzi venne ferocemente osteggiato e letteralmente affondato dalla critica che non gli perdonava lo scioglimento dei Beatles e fece fronte contro di lui. Per quasi cinque o sei anni questo fronte critico, foraggiato dall’astio con l’ex amico/rivale Lennon gli buttò addosso tanta di quella merda da seppellirlo: articoli che con tono di sufficienza dicevano che la sua musica era pessima, inutile, insignificante, che lui era un musicista finito se non proprio morto, che oltre McCartney c'era il nulla, finché alla fine McCartney (secondo me) si è rotto le palle per davvero, ha smesso di provarci, o forse ha solo perso la bussola e ha finito per dare alla critica esattamente quello che gli chiedevano: dei dischi carini, a volte spudoratamente commerciali, altre volte pregevoli, ma il più delle volte complessivamente insignificanti. Ci sono delle eccezioni ovviamente (io ad esempio ho molto affetto per London Town del 1978), ma è significativo che i dischi prodotti dal Macca da Flaming Pie in poi, anno 1997 (quando sull’onda della commozione per il progetto Anthology, riprese in mano la propria creatività sopita), sono tutti infinitamente superiori a quelli prodotti nei vent'anni prima. Ironia della sorte, oggi la critica, che ovviamente non si rilegge a dovere, sostiene che è un vero peccato che McCartney non abbia più ritrovato la grazia di quei primi dischi che sono stati certamente i suoi più belli (vedi RAM), come chiunque ha orecchie per intendere facilmente intende.

domenica 5 aprile 2020

il re nudo (tre tempi)

Michela Murgia in dialogo video con Chiara Valerio sul concetto di dipendenza fra testo e musica a partire dai libretti di Mozart scritti da Da Ponte, dice di Battiato (preso come esempio) che quello dei suoi testi è intellettualismo fine a se stesso, cioè non dice nulla, non va da nessuna parte nel significato, mette insieme tante belle citazioni ma poi finisce lì. Il significante, aggiunge la Valerio, sta nel suono applicato alle parole, come del resto succede nella maggior parte delle canzoni; Battiato ci mette in più il ritmo, il ballo: il suo è intellettualismo "ballabile". Non è necessario comprendere tutto.
Per la Murgia, però, questo è un demerito: un testo dovrebbe comunque significare, non può ridursi tutto a pura suggestione sonora, perché così diventa un "grande inganno", semplice edonismo, spesso inutile. Battiato non è così inutile (anche se la Murgia ammette di non arrivarci), ma credo che nelle sue intenzioni la scrittrice stesse provando ad accennare a qualcosa di assai più profondo sul senso e sul ruolo di un autore oggi, che non è riuscita a esprimere come avrebbe voluto. 
Infatti, poco dopo Ray Banhoff (giornalisa musicale) scrive un pezzo indignato su Rolling Stone in cui risponde alla Murgia: "Basta con questo approccio letterale da marxisti anni 70", basta con quest'idea che debba esserci per forza un significato. "Dobbiamo smettere di rompere le palle alla gente e farla sentire in colpa e ignorante", che scritto così è come ammettere che i testi di Battiato, anche se danno l'idea di significare qualcosa, mi fanno sentire non-ignorante proprio perché in fondo al cuore io so che non significano nulla, l'importante è che mi facciano "sognare" (dice proprio "sognare" rincarandone il carattere edonistico). A questo punto non so cosa sia più offensivo per Battiato, se l'opinione della Murgia o la difesa di Rolling Stone. 
Intanto, avverte il giornalista, si stanno organizzando i primi gruppi di fan pronti all'insulto verso la Murgia. Vincenzo Ostuni, che non ha voglia di vedersi il video Murgia+Valerio ma vuole capire cosa è successo, chiede sulla sua bacheca il riassunto della polemica, ovvero sintetizzare il dibattito critico in poche battute (alla Battiato, insomma). Qualcuno glielo spiega: "Battiato dice minchiate". Un follower commenta: "Oh, finalmente qualcuno lo ha detto". Il re dunque è nudo!

martedì 11 febbraio 2020

una questione di amore

Oggi mentre ascoltavo un disco che non c'entra nulla con loro, mi è venuto in mente che c'è tanta gente poverina che si perde in discussioni inutili da una settimana per il litigio di Bugo e Morgan e non sa che ci sono tantissimi altri musicisti italiani ma veramente bravi che andrebbero ascoltati, a cominciare dallo stesso Sergio Endrigo per cui i due hanno litigato; e per una volta devo dare ragione a Morgan quando dice che fare una cover è anche una questione di amore, non solo di riempire un buco in prima serata.

sabato 2 novembre 2019

protestose canzoni per bambini

Oggi stavo ascoltando La ballata di Sacco e Vanzetti (musiche di Morricone, parole di Joan Baez), così quasi per caso, in random, sono passato a sentire l’omonimo album di Woody Guthrie, il folksinger vagabondo padre di tutti i cantautori impegnati americani. Guthrie che teneva fortemente al suo progetto su Sacco e Vanzetti, ma era un artista assai pignolo e non amava i compromessi, non si sentì soddisfatto dalle registrazioni – che invece erano perfette! – e si rifiutò di pubblicarlo. L’album, registrato fra 1946 e 1947, venne stampato nel 1960, quando affetto dal morbo di Huntington, Guthrie era ricoverato in ospedale e prossimo alla morte. Degli altri tre album da lui realizzati in vita e ritenuti abbastanza buoni da venire pubblicati uno è il seminale Dust Bowl Ballads, del 1940 (che fece un sacco innervosire Steinbeck per un pezzo in esso contenuto, Tom Joad, che riassumeva in sei minuti il suo romanzo di quasi 500 pagine Furore); gli altri due, e questa è stata la scoperta sorprendente per me, sono Nursey Days e For Mother and Child (entrambi registrati nel 1947 ma pubblicati nei primi anni ‘50), due album di canzoni per bambini fra i 4 e i 6 anni, attraverso le quali i bambini potevano imparare l’alfabeto e a far di conto. In un periodo di fortissima depressione economica e feroci diseguaglianze sociali, usare la propria musica a favore dei più piccoli l’ho trovato un gesto di grande luminosità e bellezza, forse non più duraturo ma di sicuro più politico di tutte le “protestose” canzoni di protesta che ha scritto in vita sua quell’uomo ferreo e intransigente che era Woody Guthrie.

lunedì 23 settembre 2019

coyote

Stamattina, ascoltando questa canzone, ho ripensato a una intervista rilasciata da Joni Mitchell qualche anno fa. Era una intervista piena di amarezza in cui tirò fuori una polemica feroce contro Bob Dylan, dicendo che era un pessimo uomo (poco igienico anche) e un pessimo artista (un plagiario della peggior specie) che non si meritava il successo che aveva avuto più di lei, infinitamente più brava di lui ma messa da parte perché donna. Di recente, con l’ultimo film di Scorsese sulla Rolling Thunder Revue, è venuto fuori il video qui sotto, dove loro due suonano insieme Coyote a metà degli anni ’70, mettendo da parte, nel nome di una vecchia amicizia, quell’intervista e quella rivendicazione. Però, mentre un certo punto di Chronicles Vol. 1, o forse in una intervista (non ricordo di preciso), qualcuno chiede a Dylan se ci sono dei giovani che gli piacciono, che hanno raccolto la sua eredità, e Dylan parla a lungo – stupendo l’intervistatore – della nuova scena rap americana, dice che gli piace l’uso che fanno della parola questi ragazzi e il modo in cui la usano per rapportarsi col mondo; nella succitata intervista alla Mitchell qualcuno le fa la stessa domanda, e Joni risponde che no, non le pare dopo di lei qualcuno abbia fatto qualcosa di altrettanto bello o di paragonabile al suo lavoro con Mingus. Ecco, leggendo tale risposta ho pensato che sia una cosa veramente triste da dire, e piena di egocentrismo – molto più egocentrica di qualsiasi Dylan, e ce e vuole! Dà l’idea di una persona che si sente molto sola, non perché lo sia davvero, ma perché proprio non riesce a vedere chi c’è intorno.

mercoledì 3 luglio 2019

musica per organi caldi

Al bar due amici mi chiedono:
"Ma fai una presentazione questo fine settimana?"
"Sì, Giovanni Laera, un poeta di Noci..."
"Ah!" mi dice uno dei due, "l'unico poeta di Noci per me è Enantino, non ce ne sono altri..."
"Infatti è lui..."
"Come è lui?"
"Sì, sono l'editore di Enantino" e gli passo il libro da guardare.
"Cazzo, lo adoro Enantino, se organizzi un concerto ci vengo subito!"
"E se faccio la presentazione del libro?"
"Se organizzi un concerto ci vengo subito!"
"Sì, ma se faccio la presentazione del libro?"
"Se organizzi un concerto ci vengo subito..."