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sabato 10 agosto 2024

la storia si ripete

Su “La Storia” di De Gregori concessa all'Enel per uno spot leggevo prima il commento di un lettore che si chiedeva, con tono quasi di rimprovero: Chissà che avrebbe fatto De André al posto suo. A me verrebbe da chiedere Chissà che avresti fatto tu, caro lettore, se l'avresti venduto o no un tuo lavoro artistico per soldi. E questo lo dico da sociologo dell’arte, una cosa che ogni tanto tiro fuori dal cassetto della laurea mai utilizzata, e che sostanzialmente è la materia che indaga i rapporti anche economici che legano artista, pubblico e committente, perché da che mondo è mondo chi fa arte la fa in primo luogo come lavoro, per venderla. Chi non vende i propri lavori o è ricco di suo, come Cézanne, oppure è un artista per hobby. Persino chi scrive un libro di poesie cerca di venderlo. Figurarsi chi scrive una canzone di successo. Poi certo ci sarebbe da chiedersi, perché tali discussioni ritornano ogni volta ci si trova di fronte ad opere che travalicano il proprio tempo e spazio, a chi appartiene davvero “La storia” di De Gregori, se a lui per averla scritta o a noi come pubblico, ma a questo punto ci sarebbe anche da chiedersi – e spesso il pubblico non se lo chiede affatto, o finisce per mercificare la questione proprio come l'Enel, riducendo il tutto a un semplice: Ho pagato il biglietto – cosa abbiamo fatto noi per meritarcela.

venerdì 21 aprile 2023

cambio

Accorgersi, attraverso i vari cambi stagionali del proprio guardaroba musicale, come si è passati nel giro di poco più di dieci anni dal piano esistenziale di Viva l'Italia di De Gregori a quello di L'assenza è un assedio di Piero Ciampi.

domenica 26 aprile 2020

quando un popolo canta

Ieri 25 aprile 2020 credo di aver sentito la mia Bella ciao preferita da molti anni a questa parte, nella versione cantata da Guccini con la voce tremante da vecchio, commovente nella sua purezza un po’ naif e insieme irriducibile. Guccini ne ha modificato il testo per attaccare, come fa da sempre, Berlusconi Salvini e i fasci della Meloni, e così cantando ha fatto incazzare la Meloni, ridando insomma alla canzone un senso politico che, devo dire la verità, mi sembra più divisivo che inclusivo: non il “25 è di tutti”, ma “tu no, tu non puoi, tu sei fuori”. Nella voce di Guccini non è più la canzone della grande festa popolare come spesso la viviamo, ma la viva testimonianza di qualcosa di irrisolto nella nostra identità di popolo. Io me la vivo spesso come un grande dubbio questa cosa, come una contraddizione: ma “se tu no, tu non puoi” mi chiedo, perché queste persone dovrebbero festeggiare, come rimproveriamo loro di non fare, una festa dove non sono gradite? Abbiamo fatto abbastanza per coinvolgerle, oppure no, non le volevamo proprio, perché ci faceva comodo avere un nemico che rafforzasse le nostre convinzioni? Io non lo so, e per dirla come Brecht: “solo i ciechi parlano di soluzioni, ma io ci vedo bene e non ho speranze per nessuno”. So che l’Italia che è venuta fuori dalla guerra non è più la loro, eppure è anche la loro perché un sacco di cose non sono state mai dette né risolte, perché come diceva Pasolini avremmo dovuto chiedere, avremmo dovuto voler sapere di più di quel che ci hanno detto, ma sapere non conveniva a nessuno, perché i puri, i veri puri di questa nazione, coloro che l’hanno fondata e la cui memoria inneggiamo il 25 aprile, sono stati una manciata, un “piatto di grano”, tutti gli altri bene o male da qualche parte sono saliti sul carro dei vincitori e hanno accettato dei compromessi per mantenersi vivi. Ieri però, nonostante la clausura, si respirava una bella atmosfera in questa Italia. Sospetto che per una volta sia stato merito del coronavirus, perché forse, se ci fosse stato il nulla osta, molta gente semplicemente sarebbe andata al mare a godersela la libertà invece di cantarla, ma che importa. Alla fine hanno cantato tutti, così la sera del 25 aprile del 2020 è arrivata la notizia della morte di Kim Jong-un e ho pensato che forse è vero, quando un popolo canta tutto insieme da qualche parte muore un dittatore.

mercoledì 26 aprile 2017

due zingari

Me la sento in testa da ieri, quando ho visto un cane morto lungo l'autostrada e un altro che credo fosse il suo compagno che gli girava intorno toccandolo col muso e spronandolo a rialzarsi.

domenica 15 marzo 2015

il gioco delle tre carte

Mi sono accorto che da un po', sui link ad alcuni concorsi di poesia che spammano in rete, insieme all'onnipresente Merini compare la foto di Gabriel Garcìa Marquez. Non ho mai saputo che lui scrivesse poesie, eppure, non so come, nel pubblico indifferenziato dei poeti che non leggono poesia ma partecipano ai concorsi, Marquez acchiappa. A questo punto mi chiedo, per essere poeti basta scrivere una qualsiasi cosa e poi morire o bisogna scrivere almeno una bella cosa e poi morire? "Mussolini ha scritto anche poesie", notava acutamente De Gregori, che è conosciuto da tutti, persino dai non poeti. A questa stregua, mi dico, Marquez è tanto poeta quando Mussolini, giusto? E, meritocrazia a parte, chiunque scriva e si senta un pochino poeta può scegliere se sentirsi più affine a Marquez, alla Merini, oppure a Mussolini. In ogni caso invertendosi di posto, come nel gioco delle tre carte, il risultato non cambia.

sabato 8 dicembre 2012

guarda che non sono io



È da alcuni giorni che ascolto spesso, a ripetizione, Sulla Strada di De Gregori. L’ho ascoltato più volte per esserne convinto e alla fine il mio giudizio, personalissimo e opinabile, è questo: è carino, come tutti i suoi album, ma proprio come tutti i suoi album mi dà sempre l'impressione che da Miramare in poi De Gregori non sia più riuscito a fare un disco (pure imperfetto) in cui una volta entrato non vuoi più uscirne. Dopo sono stati bei dischi, che raccoglievano grandi canzoni, alcune volte grandissime. Ma la magia è finita. Ovviamente De Gregori, com'è giusto, mi ha già risposto ieri: Guarda che non sono io. E in effetti è proprio così.

venerdì 13 agosto 2010

mercoledì 14 aprile 2010

incontro e lamento di lunedì pomeriggio

La vita è l’arte dell’incontro, diceva Vinicius De Moraes. Io personalmente posso affermare di essere abbastanza bravo in quest’arte, e fortunato. Anche perché, come potete ben immaginare, molto spesso un incontro può portare ad altri incontri, non necessariamente fisici ma ugualmente emozionanti e significativi. Così è successo per me, ad esempio, con Dania e Pier Vittorio Tondelli.
Proprio per questo non sarò mai abbastanza grato a Martin e Paolo Vites e Sergio Pasquandrea, per avermi fatto riscoprire l’opera di Francesco De Gregori. Paolo e Sergio mi hanno prima incuriosito e poi entusiasmato, sui loro blog, con le loro parole appassionate e Martin, pur essendo un vero fan, mi ha fatto il santo regalo, in tempi non sospetti, dell’intera discografia del Principe ma senza pungolarmi o spingermi ad ascoltarla e aspettando che fossi io, naturalmente, ad avvicinarmi ad essa, come puntualmente è successo. Ma cosa si può volere di più da un amico?, dico io.
Non è che non conoscessi già De Gregori. Prendere e lasciare nei ’90 l’avevo ascoltato bene e mi piace ancora. Poi avevo ascoltato anche Rimmel è l’avevo trovato, fin dal primo ascolto, un capolavoro. Ma la mia conoscenza di lui finiva lì: le mie strade musicali erano altrove, si spingevano nel cuore dell’America di Bob Dylan e Lou Reed e il buon De Gregori venne presto messo da parte e dimenticato. È stato negli ultimi due o tre anni che, credo con l’arrivo della maggiore età, mi sono riavvicinato alla cultura musicale italiana e girando e rigirando, guardandomi attorno, mi sono ritrovato seduto accanto a De Gregori, sullo stesso identico treno, per scoprire con tutto l’entusiasmo del neofita che le mie strade musicali e le sue coincidevano alla perfezione fin dall’inizio, ed erano le stesse strade percorse un tempo “a girare l’Europa” da Bufalo Bill.
L’ultima di queste strade l’ho percorsa lunedì pomeriggio, quando ho ascoltato per la prima volta il disco che molti (come ho letto in giro) considerano il più ostico di De Gregori e che, a differenza di quanto si possa pensare sulle prime, non è uno degli album degli anni ’70, ma Il fischio del vapore, del 2002, cantato insieme a Giovanna Marini. Tutte canzoni che provengono dal repertorio della canzone popolare italiana e di cui De Gregori ridisegna gli arrangiamenti in un perfetto connubio fra vecchio e nuovo. Sono canzoni che per davvero, nell’animo, sembrano provenire da un’altra epoca, eppure trasudano un fascino tutto loro, particolare e si potrebbe dire senza tempo. Sono canzoni “politiche”, ma nel senso di canzoni con una visione nitida, netta, precisa, canzoni che prendono una posizione di fronte alla politica certo, ma ancora di più di fronte alla vita, da un’epoca in cui prendere una posizione decisa non era solo scomodo ma pericoloso.
Come operazione commerciale è di per sé affascinante perché, anche se ci sono numerosi gruppi che provano a recuperare la canzone popolare nel proprio repertorio, un intero disco di pezzi così “vecchi” in pieno 2000, proposto sul grosso mercato da un autore che comunque vende, come De Gregori, ha un grande valore per la diffusione di musica che, altrimenti, verrebbe dimenticata o resterebbe accantonata negli archivi di qualche musicologo. È questo che io mi aspetto faccia per me un artista, non certe apparizioni inutili a dibattere di se stesso o di nulla in televisione, ma che mi dia l’occasione continua di fare nuovi incontri, di arricchire me stesso di gente e della loro vita, delle loro storie. Ed ecco perché, per concludere, il pezzo dell’album che vi pubblico qui sotto, bellissimo, è della sola Giovanna Marini, una delle grandi esponenti della Cultura della nostra povera patria, così brava a dimenticarsi delle sue donne. Né sarò mai abbastanza grato a De Gregori per avermela fatta conoscere.

lunedì 7 dicembre 2009

pilota di guerra

È una canzone di De Gregori che conoscevo in versione live dall’album La valigia dell’attore ma che ho realmente scoperto sentendola nel suo contesto originario, l’album Terra di nessuno, uno dei dischi più notturni che mi sia mai capitato di ascoltare, grazie a Sergio del blog Ruminazioni. La metto spesso ultimamente e la sento così assolutamente mia da crederla quasi il mio ritratto. Yasemin mi dice che è ovvio, perché è stata scritta come omaggio ad Antoine de Saint-Exupéry, autore del Piccolo principe, col quale ho in comune sia il nome sia l’essere innamorato di una rosa.



Non per entrare nel merito del motore
ma ogni motore ha una musica ed io la so.
Così per sempre nel vento la farò cantare
per questa mia povera terra da sud a nord.
E quanto è solo un uomo lo so solo io
mentre volo sopra le ferite delle città.
E come un grande amore gli dico addio
e come è solo un uomo lo so solo io.

Oltre le nuvole, oltre le nuvole
o se possibile ancora un minuto più in là
con questa terra ai miei piedi
più scura e più nera a vederla da qua
ma un giorno il giorno tornerà.

Così la vita vola sotto le ali
e passa un’altra notte su questa guerra
e sulle case degli uomini tutti uguali
nel grande orfanotrofio della terra.
E a cosa serve un uomo lo so solo io
che spargo sale sopra le ferite delle città.
E come a un grande amore gli dico addio
e a cosa serve un uomo lo sa solo Dio.

Oltre le nuvole, oltre le nuvole
o se possibile ancora un minuto più in là
con questa terra ai miei piedi
più scura e più nera a vederla da qua
ma un giorno il giorno tornerà.