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venerdì 14 marzo 2025

ha scritto solo canzoni

Leggo con fastidio la battuta di un signore che commentando la scelta di Guccini di partecipare alla manifestazione pro-Europa di domani a Roma lo irride scrivendo: “Cos’ha fatto mai Guccini nella vita a parte scrivere belle canzoni? Mica andava a salvare i feriti in guerra come Gino Strada”. Che è un commento stupido che ha preso più di cento di like. Purtroppo convivo da tutta la vita con questo pregiudizio, io come tutti coloro che pur non andando a salvare feriti in guerra provano a creare qualcosa di bello che dia gioia agli altri, i quali la danno troppo spesso per scontata. Si può essere o non essere d’accordo con le scelte politiche di Guccini, ma non gli si può dire con quella sottintesa sufficienza che nella vita ha scritto solo canzoni, come se scrivere canzoni fosse una cosa da poco. Perché, se davvero lo pensate, mi dovete anche giurare che quando state male, quando state bene, quando siete innamorati, o malinconici, quando siete sotto la doccia o andate a zonzo in auto, voi non cantate le vostre canzoni del cuore, no, voi che siete diversi non cantate niente, voi vi guardate sul telefono le foto dei feriti raccolti negli ospedali da campo di Emergency perché solo quando guardate quei feriti che vengono curati da qualcuno che non siete neanche voi vi sentite compresi, appagati e in pace con voi stessi e il mondo.

venerdì 20 dicembre 2024

volume

Prima ho visto un video in cui Guccini rispondeva a un’osservazione di Jovanotti secondo cui Gloria di Tozzi è altrettanto bella e può essere messa sullo stesso piano della sua Locomotiva. Guccini diceva che Gloria è bella e piace anche a lui, ma non sono sullo stesso piano perché dietro alcune canzoni di Guccini ci sono dei libri, c’è un livello culturale che dietro Gloria non c’è. Come dire che Gloria è bidimensionale e la Locomotiva è tridimensionale, viste di fronte sono belle uguali, ma se appena ti sposti di lato vedi la differenza che c’è fra le due. E i libri che leggi ti danno la misura dei passi che prenderai per spostarti di lato e capire questa differenza. Ecco, volevo dirlo, questo, ai tanti autori che mi scrivono ammettendo che loro non hanno mai letto i libri degli altri, o magari hanno letto un solo autore e se gliene consiglio altri storcono il naso o si chiudono a riccio come se gli stessi assegnando i compiti per le vacanze. Non è detto che se non leggi tu possa scrivere delle cose brutte, anzi, conosco moltissimi autori che pur non leggendo scrivono bellissime cose, ma è molto probabile che se non leggi nient’altro, ciò che scrivi mancherà di spessore, resterà una bella facciata che dà un’ombra sottile, ed è una cosa di cui ti accorgi, più che sulla singola poesia, sulla raccolta che ne fai, su come metti in connessione i testi, su tutto ciò che magari c’è ma non riesci a mostrare. Io almeno, se mi sposto di lato, mi accorgo sempre quando a una bella poesia manca dietro il volume e ogni volta me ne dispiace.

mercoledì 18 gennaio 2023

il post della tettona

Due ottave dal lunghissimo Lamento di Melchiorre di Carlo Porta, qui tradotto da Patrizia Valduga (ed. Einaudi, 2018). Leggendole mi sono chiesto, ma è solo una mia suggestione, se non fossero presenti anche a Guccini mentre scriveva la parte centrale della sua Avvelenata, con un ironico rovesciamento di genere, in cui Guccini prende il posto della Tettona, la donna di facili costumi che fa tanto soffrire il povero Melchiorre, mentre si auto-infligge gli insulti più truci e tragicomici che si chiudono in quel riferimento al bagno sempre occupato che è presente in entrambi i testi ("nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento" canta Guccini).



 

sabato 17 settembre 2022

la locomotiva guccini

Ho visto l’intervista di Guccini a Propaganda Live. O meglio, ho visto la registrazione di Propaganda Live per via di Guccini. L’ho fatto perché ho letto che non tutti hanno apprezzato alcune sue uscite e che quello che cantava La Locomotiva si era ridotto a fare lo specchietto di Draghi e della Nato. Però Guccini è anche quello che ha detto (ieri) che lui non voterà Letta perché è un democristiano, che Conte non è la sinistra, e che la Meloni è una fascista ma se gli italiani la votano che se la godano pure come si sono goduti Mussolini. Non mi sembrano le parole di un vecchio rimbambito. Poi ha aggiunto, e questo forse ha dato più fastidio: “Ci sono i pacifisti della domenica, ci sono quelli ancora fissati con l’Unione Sovietica e ci sono quelli che citano il santo padre; io sono pro Ucraina, potevamo calarci le braghe e regalare l’Ucraina a Putin o dare una mano agli ucraini per resistere ai russi, io sono per non calarci le braghe”. Ecco, Guccini può piacere o no, è lecito, così come La locomotiva può piacere o no (a me come canzone non è mai piaciuta), ma quella non è una canzone di pace, è una canzone di follia e vendetta, se c'è una ingiustizia io non vengo a parlare con te, io mi lancio “a bomba contro l’ingiustizia”, non vengo a trattare, vengo ad ammazzarti insieme a me. Ecco, magari può non piacere come messaggio, ma Guccini è sempre stato quello lì, da sempre, uno molto emiliano, sanguigno, di pancia, non uno da “veniamo a patti”, ma tutto l’opposto, uno che se tu gli dai addosso ci scrive su L'avvelenata per fare il tuo nome e dire al mondo che spari cazzate.

domenica 26 aprile 2020

quando un popolo canta

Ieri 25 aprile 2020 credo di aver sentito la mia Bella ciao preferita da molti anni a questa parte, nella versione cantata da Guccini con la voce tremante da vecchio, commovente nella sua purezza un po’ naif e insieme irriducibile. Guccini ne ha modificato il testo per attaccare, come fa da sempre, Berlusconi Salvini e i fasci della Meloni, e così cantando ha fatto incazzare la Meloni, ridando insomma alla canzone un senso politico che, devo dire la verità, mi sembra più divisivo che inclusivo: non il “25 è di tutti”, ma “tu no, tu non puoi, tu sei fuori”. Nella voce di Guccini non è più la canzone della grande festa popolare come spesso la viviamo, ma la viva testimonianza di qualcosa di irrisolto nella nostra identità di popolo. Io me la vivo spesso come un grande dubbio questa cosa, come una contraddizione: ma “se tu no, tu non puoi” mi chiedo, perché queste persone dovrebbero festeggiare, come rimproveriamo loro di non fare, una festa dove non sono gradite? Abbiamo fatto abbastanza per coinvolgerle, oppure no, non le volevamo proprio, perché ci faceva comodo avere un nemico che rafforzasse le nostre convinzioni? Io non lo so, e per dirla come Brecht: “solo i ciechi parlano di soluzioni, ma io ci vedo bene e non ho speranze per nessuno”. So che l’Italia che è venuta fuori dalla guerra non è più la loro, eppure è anche la loro perché un sacco di cose non sono state mai dette né risolte, perché come diceva Pasolini avremmo dovuto chiedere, avremmo dovuto voler sapere di più di quel che ci hanno detto, ma sapere non conveniva a nessuno, perché i puri, i veri puri di questa nazione, coloro che l’hanno fondata e la cui memoria inneggiamo il 25 aprile, sono stati una manciata, un “piatto di grano”, tutti gli altri bene o male da qualche parte sono saliti sul carro dei vincitori e hanno accettato dei compromessi per mantenersi vivi. Ieri però, nonostante la clausura, si respirava una bella atmosfera in questa Italia. Sospetto che per una volta sia stato merito del coronavirus, perché forse, se ci fosse stato il nulla osta, molta gente semplicemente sarebbe andata al mare a godersela la libertà invece di cantarla, ma che importa. Alla fine hanno cantato tutti, così la sera del 25 aprile del 2020 è arrivata la notizia della morte di Kim Jong-un e ho pensato che forse è vero, quando un popolo canta tutto insieme da qualche parte muore un dittatore.

domenica 10 gennaio 2016

mentre il vento fa il solletico ai sogni

Quando Claudio Lolli cita i suoi punti di riferimento musicali in genere indica sempre i Beatles, Francesco Guccini e Piero Ciampi. Molti poi lo accostano, nel suo primo periodo, a Bob Dylan (in Italia basta che suoni la chitarra acustica e ti dicono che sei come Dylan). In realtà il primo Lolli ha più debiti verso Leonard Cohen che non verso Dylan, e nella sua particolare e bellissima “trilogia elettrica” (Ho visto anche degli zingari felici - Disoccupate le strade dei sogni - Extranei) il riferimento fortissimo è Neil Young, particolarmente quello di Zuma e American Stars ‘n’ Bars. Un altro punto fisso di quel periodo, mai ricordato adeguatamente (ed è strano vista la comune origine bolognese) è Lucio Dalla, in particolare il Lucio Dalla assai sperimentale dei dischi scritti con Roberto Roversi. Forse il brano in cui è più evidente questa influenza è I giornali di marzo, il cui titolo pare una evidente parodia della più famosa I giardini di marzo di Battisti, con un testo di forte impronta politica che è in realtà il cut up di vari titoli di giornale riguardanti i violenti scontri di piazza avvenuti a Bologna l’11 marzo 1977, e con un arrangiamento e un cantato che sono praticamente modellati su quelli di Dalla.

lunedì 31 agosto 2015

cantautori


Se non ci fosse stato Guccini ci saremmo accontentati di Vecchioni e di De André? Ci saremmo fatti bastare Claudio Lolli? Avremmo dandeggiato sulle note di Paolo Conte, raffinato melomane cosmopolita e provinciale? O avremmo seguito l’evoluzione e i deragliamenti di Alberto Camerini? I ripiegamenti pensosi di Finardi? La poesia di Antonello Venditti tra sguaiataggine e malinconia nazional-popolare? L’eclettismo di Lucio Dalla? Gli orientalismi di Franco Battiato? Il lirismo prezioso e vagamente stizzito di De Gregori? I baffi di Gino Paoli? La genialità cabarettistica del livido Lauzi?
I cantautori dei miei diciassette anni non erano poeti. Erano molto di più. E, su tutti, troneggiava Francesco Guccini, cantore di frati mai stati frati, di eroi già sbronzi al mattino, di giornate avvelenate, locomotive kamikaze, fiaccole anarchiche, silvie sbeffeggianti, pensionati cerimoniosi, tipi antisociali, annegati romantici, catene di monti coperte di abeti, uomini morti senza proferire l’ultima frase saggia, alberi giovani e forti, vecchie suore nere, sbornie, amori, krapfen e boiate, gatti, crisi non chiarite, religiose sonnolenze di orti, auto prese a rate, feste di compleanno finite male, libertari controllati da clero e Stato, antiche carte di corsari, angosciosi inverni cittadini, osterie, ragazze che se ne vanno, madri con forti emicranie serali, weltanschauung strambe, blue jeans vecchi e poche lire, figli dei fiori incuranti del domani, strade che corrono lunghe e diritte, bagasce che passeggiano nei viali, isole che si tingono d’azzurro (color di lontananza), belli con il vestito della festa, le luci dentro il buio, bikini amaranto, inquietanti nebbie, il tempo che dà e prende, stoviglie gozzaniane, Cristi eliotiani, Borges, Edgard Lee Masters, Hemingway, Omar Khayyam, Cartesio, Linus, ghirlande (per ornarti i capelli), albe come pugni in faccia, caffè della stazione, contadini curvi nei primi anni del secolo (scorso), lapilli, lamiere contorte, Americhe, vagoni dondolanti, uccelli iridati, budda, chela, animali mitici da bestiari, Marco Polo, antichi fasti, Jan Hus, roghi, peccati, espiazioni, tavoli di marmo, un cazzo in culo, dubbi di qualunquismo, il riso di chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura, stagioni di canzoni (e di facili illusioni), teoreti e preti, cazzate, case sul confine della sera, Gianni che nuota a vent’anni (ma lì avrà sempre vent’anni), conformisti radical-chic che apprezzano i film di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, gente bene, il colore rubino del vino sulla neve (perché lo cancellasti con il piede?), Mandrake, le urla dei bambini, bottiglie da aprire il giorno della laurea, le stesse cose viste sotto mille angoli diversi, lui (che si è ucciso per Natale), minestre riscaldate sulla stufa, liti con i vicini di casa, i pezzenti, le ali di una nuova forza, il progresso, la giustizia proletaria, ipocondrie, Cenne e Folgore, il mondo a capo chino, carnevali che impazzano, l’aprile crudele, chicchi d’uva grassi con le pance piene, fango, neri alberi, Benito, la Dc (ma di sinistra), futuri senza Ford, alcolizzati senza una lira in tasca, i fumetti, lavoro, casa, figli e consorte, coscienze pure, accuse di arrivismo, “andate e fate”, venerdì santi (prima di sera), visioni e frasi spezzettate, il Florìda, le catapecchie, la notte, il fiasco (se muoio rinasco finché non finirà), la mia chitarra romana (la pizza napoletana, l’azzurra marina), Fantoni Cesira (con il piacca), la signorina Argia, la Fiera di San Lazzaro, l’universo (creato a tempo perso da un vecchio con la barba bianca), la carne Simmenthal, voci di altre età, anelli al collo (che si stringono sempre più), aquiloni al vento (che a terra ricadranno), la grande bellezza di ottobre, il mosto e l’ebbrezza, le scelte fatte in piena libertà (quante ne hai fatte se ti muovi sempre dentro ad una prigione?), il vizio (di vivere) che ti ucciderà, tu (che forse giovane non sei stato mai), quell’amore – poi – reale, le canzoni di moda, Grazia, i cioccolatini, i cugini, i marinari, to peder (su l’us), laureati che contano più di cantanti, i libri.
Tutto questo i miei diciassette anni se lo trovarono nel piatto e lo sbranarono. Su questo la mia memoria si fece le ossa. Senza la lezione di Guccini (la lezione magistrale di un Maestro maiuscolo nella stazza e nella bravura affabulatoria) tanti di noi sarebbero un po’ diversi da come sono. Io dico un poco più poveri. E più spaesati e soli. 

Gianni Priano

martedì 16 ottobre 2012

keaton

Keaton, canzone scritta da Claudio Lolli e interpretata da Guccini in Signora Bovary del 1987, è l'esempio perfetto della differenza che corre fra talento e genio. Il bellissimo racconto picaresco di Lolli viene trasformato da Guccini in una più grande metafora del dolore e della solitudine degli artisti, attraverso l'aggiunta, alla fine della canzone, di un paio di strofe che all'improvviso sovrappongono gli ultimi giorni di un pianista di provincia (di cui parla il testo originale) a quelli del grande attore del cinema muto, ormai finito, e di cui il pianista aveva assunto, ironicamente, il nome e forse anche il destino...

mercoledì 11 novembre 2009

canzone per marian

(ovviamente sperando che Passero campi a lungo e in salute) ;)



E pensavo dondolato dal vagone
cara amica il tempo prende il tempo dà
noi corriamo sempre in una direzione
ma qual sia e che senso abbia chi lo sa.
Restano i sogni senza tempo
le impressioni di un momento
le luci nel buio di case intraviste da un treno.
Siamo qualcosa che non resta
frasi vuote nella testa
e il cuore di simboli pieno...