Premio Mia Martini 2006. Fra gli ospiti c’è Franco Califano a cui chiedono di recitare uno dei suoi monologhi. Califano all’inizio sembra un po’ imbarazzato, dice che hanno un linguaggio poco “vaticanesco”, però cede e recita il meno spinto, «un monologo sul dubbio di una paternità che si chiama Pasquale l’infermiere». Prima di recitarlo lo introduce così: «ho scritto questi monologhi tantissimi anni fa, e perché io ero “poco” si chiamavano “le storielle di Califano”, e qualche moralista, finto moralista naturalmente, storceva il naso; poi, dopo, con l’aumentare del successo hanno cominciato a chiamarsi “monologhi”; quando sarò scomparso si chiameranno “sonetti”, perché in questo paese muori e sarà vera gloria». E qui, sulla parola “sonetti” ti rendi conto di quanto ci fosse alla base dei “monologhi” di Califano, che sono anche triviali, ma attingono a una tradizione colta e popolare insieme, in primis alle poesie in romanesco di Giuseppe Gioacchino Belli (che insieme al milanese Carlo Porta è stato forse il più grande poeta dell’Ottocento italiano), e sarebbe bello che i suoi tanti ascoltatori non solo lo riconoscessero a Califano, ma lo avessero letto insieme a lui.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
sabato 9 marzo 2024
mercoledì 18 gennaio 2023
il post della tettona
Due ottave dal lunghissimo Lamento di Melchiorre di Carlo Porta, qui tradotto da Patrizia Valduga (ed. Einaudi, 2018). Leggendole mi sono chiesto, ma è solo una mia suggestione, se non fossero presenti anche a Guccini mentre scriveva la parte centrale della sua Avvelenata, con un ironico rovesciamento di genere, in cui Guccini prende il posto della Tettona, la donna di facili costumi che fa tanto soffrire il povero Melchiorre, mentre si auto-infligge gli insulti più truci e tragicomici che si chiudono in quel riferimento al bagno sempre occupato che è presente in entrambi i testi ("nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento" canta Guccini).

