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sabato 1 marzo 2025

poesia in rima

La poesia più brutta che credo di avere mai letto, di un cattivo gusto come pochi, l'ha pubblicata oggi un signore italiano, ed è una cacatina in settenari in rima baciata, che ricorda nel ritmo i fumetti di inizio Novecento del Corriere dei Piccoli, sul modello di Bilbolbul, che chi non lo ricorderà era un fumetto di taglio coloniale che raccontava le avventure africane di un piccolo "negretto" che quando si emozionava cambiava colore della pelle, una cosa oggi improponibile. Questo signore, ispirato dall'editoriale di oggi di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, si augurava nei suoi versi che dopo la "sgridata" di Trump che ha svelato la sudditanza di Zelensky alla Nato, gli ucraini rinsaviti, in questo "lieto giorno" facciano fare a lui e a quel "bel soggetto" di sua moglie la stessa fine di Mussolini (sottinteso: appesi per i piedi in piazza). Il fascismo, nelle intenzioni dell'autore, combattuto con lo stesso linguaggio irridente, fanatico e violento del fascismo, in cui si celebra con gioia la soppressione fisica del proprio nemico. Io l'ho trovata una cosa aberrante, una sorta di transfert in cui non c'è più differenza, né distanza, fra vittima assassino e spettatore, sono tutti malati di sangue. E leggendo la sua poesia, mi sono vergognato di scrivere in versi anch'io.

lunedì 24 febbraio 2025

il viaggio più lungo verso l'esistenza

Fra decine di articoli e discorsi che si ascoltano e spesso si contraddicono fino al punto che non si capisce più dove siano finite verità equilibrio e giustizia su quanto succede oggi in Ucraina, mi è venuto spontaneo tornare a rileggere un libro uscito alcuni mesi fa che dice sulla guerra più delle mille analisi che si potranno mai sentire. È, attenzione, un libro di poesie, scritto da Iya Kiva e tradotto da Yulia Chernyshova e Pina Piccolo, intitolato La guerra è sempre seduta su tutte le sedie (La vita felice, 2024). Scritto fra 2019 e 2024 è una sorta di reportage in versi, in presa diretta, dal cuore del paese in guerra, da parte di una donna nata in Donetsk che deve sopravvivere ogni giorno ai bombardamenti. È un libro duro, diretto, ma non sprezzante, che non rinuncia alla ricchezza di un linguaggio e di un immaginario tanto lirico quanto allucinato, in grado di declinare la guerra in ogni sua sfaccettatura. Evitando di trasformarlo in un atto di accusa, o mera propaganda, riesce a descrivere la guerra come uno stato esistenziale che si prende ogni spazio della vita (“e sono già tre ore senza guerra / sei ore senza guerra / e se non arriva la guerra prima che faccia notte / non possiamo fare il bucato senza la guerra”) che descrive la situazione di chi da troppo tempo vive con l’ansia del nemico alle porte, della prossima guerra in arrivo, di una violenza che matura nell’aria e ti scoppia in faccia. Vengono meno le case, le città, le foreste ucraine, viene meno il sonno nei rifugi, viene meno l’acqua la cui assenza si fa dolorosa siccità, non manca mai il sangue, né i morti che parlano continuamente coi vivi: “la guerra è la grande sconfitta della cultura / sussurrano queste parole […] ma la ruggine erbosa dei crimini di guerra cresce nelle loro bocche”. In questo modo, evitando qualsiasi retorica, l’opera riesce a scatenare nel lettore degli interrogativi a cui non c’è risposta. Anche accettando l’idea che ogni guerra è un corpo estraneo e mostruoso, come si perdona un crimine di guerra a chi lo commette? Che posto potrà avere domani alla mia tavola chi ha incenerito la mia casa? Nel suo restare perfettamente al centro della guerra, in quella bolla di distruzione dove il corpo raccoglie su di sé ogni cicatrice, ne fa memoria, il libro della Kiva è straordinario e terribile, perché sospendendo il giudizio sul nemico, l’odio catartico per il nemico che mai viene nominato, rivolgendo ogni suo pensiero alla guerra che assurge ad assoluto da cui non si potrà più uscire, dove l’Ucraina è trasformata in un ghetto “circondato di sangue e di grida di pianto”, dall’odio, sia quello russo, da un lato, sia quello nostro, dall’altro (“le porte chiuse d’europa che gettano una luce incerta”), assurge a una comprensione più alta e crudele della vita e della morte, dove “nel ghetto c’è ancora un fiume – non per annegare (anche se può capitare) / ma per guardare il cielo da tutte le rive”. Perché solo dal centro della guerra è possibile capire, gli altri sono discorsi “di chi non sa proprio niente”. Sembra un’opera cinica, ma è colma di pietà e di forza, in cui la domanda più urgente rimane: “Come fare a resistere?” e dunque: “Come fare a esistere?”. Leggetelo.

domenica 26 gennaio 2025

michele passato e michele futuro

Una poesia di Michele Trizio da Cenere del risveglio (Marco Saya, 2024). Per ragioni editoriali, oltre che di amicizia, di Michele ho letto prima le sue ultime proposte poetiche, che più vanno e più si fanno impalpabili e sperimentali, in cui vuoti, tagli e omissioni dicono quanto e più delle parole scritte; e poi questa sua prima raccolta pubblicata, che cronologicamente viene prima delle altre, e infatti ha un taglio più classico, descrittivo, colto, permeato di scorci e umori spesso crepuscolari (“Non c’è più spazio per concluderci” dice uno dei miei versi preferiti) per quanto già perfettamente organizzato secondo schemi che sono assolutamente suoi (Spazio, Tempo, Linguaggio, Lascito). Ne è derivato, almeno in me, un lieve straniamento per cui ogni tanto mi trovavo a chiedermi dove fosse nascosto il Michele Trizio che già conoscevo dai suoi inediti, il Michele del futuro insomma. Poi mentre leggevo, a pagina 41 è saltata fuori questa poesia che condivido, ed è una di quelle poesie che fanno da “ponte”, che stanno cioè perfettamente nel cuore dell’opera in corso, ma con la testa sono già lanciate verso quello che verrà. E qui mi sono illuminato.

 

 

venerdì 17 gennaio 2025

il latino

Latino sì latino no e io ancora oggi, 17 gennaio 2025, ricevo poesie scritte nell’italiano preunitario di Foscolo e Leopardi, spesso inviatemi via chat di IG o WhatsApp perché i più giovani, esattamente come i più anziani, non sanno come si compila una email.

sabato 4 gennaio 2025

poesia come resistenza

Chissà se tutti quelli che scrivono che la poesia è una forma di resistenza dentro di sé si immaginano come un piccolo partigiano armato che va per montagne e vicoli di città assediate sparando agli invasori che parlano un'altra lingua, un tempo detti barbari; oppure se, all'opposto, si credono proprio loro i barbari venuti a sconvolgere l'impero. E chissà che colonna sonora gli parte ogni volta nella testa.

domenica 29 dicembre 2024

arretratezza

Leggevo ieri una considerazione, secondo me giustissima e degna di riflessione, di Mira Jara Toledo a partire da come viene recepita la poesia di Carlo Bordini in Italia. Molti lo considerano un poeta sperimentale mentre in realtà Bordini è un poeta profondamente classico, ma questo non fa che svelare la profonda arretratezza del pubblico italiano, che non sa andare oltre la distinzione fra poesia "lirica (qualunque cosa voglia significare)" e tutto ciò che non è lirico, a cui viene sbrigativamente assegnata l'etichetta di poesia "di ricerca".

lunedì 23 dicembre 2024

il peso dei cieli

Sono giorni che continuo a pensare a Cognetti. L’ultima volta l’ho sentito giusto un anno fa con uno scambio di messaggi. “Un abbraccio da Chinatown” mi scriveva, citando un film molto amato da entrambi. Ho sempre pensato a Cognetti come una sorta di Hemingway, nello stile, nei gesti, persino nel modo in cui beve la grappa. Vederlo sbarbato nell’intervista televisiva me lo ha reso più fragile, quasi femminile nella delicatezza del volto. Ha ragione a dire che non ci si deve vergognare della depressione. Io mi vergogno di credermi così intelligente e non capire mai niente degli altri. Solo adesso, saputo del suo male, mi è tornato in mente uno dei suoi libri più belli, “L’Antonia” uscito nel 2021, in cui ricostruisce la vicenda di Antonia Pozzi attraverso le sue lettere e poesie. Un libro delicatissimo centrato sul mistero di questa fratellanza nata fra due milanesi a distanza di un secolo. Io lo leggevo e pensavo a Hemingway: “Va bene la montagna, va bene Milano, ma cosa c’entrano fra loro due tipi così diversi?”. Eppure la poesia – è la prima cosa che impari – non sei tu che la scegli, è lei che sceglie te. Vedere il mondo con gli occhi dei poeti quasi mai è una cosa bella, la poesia fa male a chi la scrive e scava nel dolore di chi legge, non ti salva la vita; però ti fa sentire meno solo, a un livello talmente profondo, con una tale densità, che chi non la frequenta non può capire. «La mia anima di oggi, la mia anima dell’anno passato, si sono ritrovate senz’urto e restano ancora abbracciate» scrive la Pozzi in una lettera trascritta da Cognetti nel suo libro. Io credevo ingenuamente che Cognetti avesse il merito di riportare alla ribalta l’universo della Pozzi – col suo aggrovigliamento di pace naturale sconfinata e inferno interiore, le sue notti coltivate di fiori evanescenti, i suoi cimiteri piantati di croci nere e di bimbi mai nati, le eterne illusioni d’amore. Invece, mi accorgo solo adesso, c’era un rapporto di interdipendenza fra i due, dov’era lei che dava a lui, era lui che aveva più bisogno di lei e della sua lingua più concisa, e tutto questo per interrogarla, per sapere come si stava dentro tutto quel vuoto, chiedere se c’era un modo per ritrovare l’accordo perduto fra la sua anima dell’anno passato e quella presente, condividere con lei il peso dell’urto. «E resto come un pioppo nudo / a sopportare / con scarne braccia / tutto il peso dei cieli».

sabato 21 dicembre 2024

ad nòta

A me per esempio Baldini quando lo leggo mi dà sempre come una vertigine dentro, in cui mi immagino la morte come un qualcosa che soffia sul corso, ti cade addosso come una piuma, nemmeno la senti, così quando arriva è quasi per caso, non se ne accorge nessuno, io per primo, e siccome non sarò pronto me ne andrò in qualche modo sconcio, che ne so coi pantaloni calati, e non gliene importerà a nessuno, nemmeno a me.

venerdì 20 dicembre 2024

volume

Prima ho visto un video in cui Guccini rispondeva a un’osservazione di Jovanotti secondo cui Gloria di Tozzi è altrettanto bella e può essere messa sullo stesso piano della sua Locomotiva. Guccini diceva che Gloria è bella e piace anche a lui, ma non sono sullo stesso piano perché dietro alcune canzoni di Guccini ci sono dei libri, c’è un livello culturale che dietro Gloria non c’è. Come dire che Gloria è bidimensionale e la Locomotiva è tridimensionale, viste di fronte sono belle uguali, ma se appena ti sposti di lato vedi la differenza che c’è fra le due. E i libri che leggi ti danno la misura dei passi che prenderai per spostarti di lato e capire questa differenza. Ecco, volevo dirlo, questo, ai tanti autori che mi scrivono ammettendo che loro non hanno mai letto i libri degli altri, o magari hanno letto un solo autore e se gliene consiglio altri storcono il naso o si chiudono a riccio come se gli stessi assegnando i compiti per le vacanze. Non è detto che se non leggi tu possa scrivere delle cose brutte, anzi, conosco moltissimi autori che pur non leggendo scrivono bellissime cose, ma è molto probabile che se non leggi nient’altro, ciò che scrivi mancherà di spessore, resterà una bella facciata che dà un’ombra sottile, ed è una cosa di cui ti accorgi, più che sulla singola poesia, sulla raccolta che ne fai, su come metti in connessione i testi, su tutto ciò che magari c’è ma non riesci a mostrare. Io almeno, se mi sposto di lato, mi accorgo sempre quando a una bella poesia manca dietro il volume e ogni volta me ne dispiace.

mercoledì 18 dicembre 2024

classifica

Guardando la classifica degli autori più letti di Interno Poesia, quasi tutti defunti, l’autore che è dentro di me spera di morire quanto prima per aggiungersi a loro, e così finalmente leggerete anche lui. L’uomo che sta fuori dall’autore, invece, con meno romanticismo e più scaramanzia, spera che morite prima voi.

lunedì 2 dicembre 2024

la superficie

"A volte vorrei essere la superficie" scrive Levante, sottolienandolo due volte col rosso, nel suo nuovo libro di poesie collage e dipinti, intitolato Opera quotidiana e orgogliosamente pubblicato da Rizzoli, a cui non si può dir nulla perché bisogna anche fare cassa. Ma io che l'ho sfogliato vorrei anche risponderle (senza sembrare il solito maschio) che non capisco questa finta modestia, giacché da ciò che ne ho letto questo libro è tutta superficie, visivamente splendido sotto l'aspetto grafico e illustrativo, ma al grado zero dello scavo intimo, tanto più se a scriverlo (e questo forse è il lato per me più deludente) è una giovane donna di 37 anni, che scrive appunto: "Parola, sei una magia che mi accade / l'emozione mi esplode nelle viscere e nelle viscere ti trova", oppure si chiede "A che binario mi aspetta la vita? E perché proprio al 23?" o rivendica uno spazio con banalità: "Carissima/ stella nera/ principessa inquieta/ nel regno dei maschi/ hai/ la colpa di essere/ un cervello a cuore aperto/ con passo leggero/ avanza ancora/ questa è la tua voce/ alzala" (quest'ultimo realizzato come un collage di parole ritagliate dai giornali che tutto ha da invidiare a un Balestrini). Ecco, io senza voler sembrare il solito maschio del regno dei maschi che se la prende con una donna più giovane perché ha successo, vorrei anche dirle che sì, io un po' ci rosico sapendo che la pubblica Rizzoli con un libro così debole nei contenuti, e che mi dispiace anche un po' per voi: per voi poetastri che magari siete altrettanto superficiali, ma non avendo lo stesso potere commerciale da spendervi non potete che mandare il vostro libro a me (che vi cestinerò); e per voi, poeti e poetesse che ci provate a trovare un vostro spazio editoriale, ma purtroppo avete sbagliato i tempi, e dalla parola che si fa magia nelle viscere siete già passati intorno ai quattordici anni.

lunedì 18 novembre 2024

la finestra

Ci sono interi film che non valgono il finale de Gli anni ruggenti di Luigi Zampa, opera che il regista (più celebre per le commedie con Alberto Sordi che per i suoi film di impegno civile scritti con Brancati) amava particolarmente. All'epoca della sua uscita venne sottovalutato. Il film è un riadattamento italiano di un testo teatrale di Gogol, L'ispettore generale, ambientato nel Suditalia fascista (fra Ostuni e Matera con una toccata ad Alberobello). Il finale della pellicola, però, è originale e tinge tutta l'opera di un senso di mestizia e di poesia.

 

giovedì 14 novembre 2024

raffaello baldini

 C’è un mio amico che mi chiama raramente ma quando succede lo fa per un motivo speciale tipo l’ultima volta che gli era nata una figlia mentre oggi era in fila alla cassa del supermercato e anche se ci pensava già da ieri gli è venuta proprio in quel momento con la gente intorno che vociava questa voglia di dirmi che lo devo proprio leggere l’ultimo libro di Paolo Nori nel quale Nori dice che per lui sicuramente il più grande poeta italiano è stato Raffaello Baldini che non scriveva nemmeno in italiano ma scriveva nel dialetto di Santarcangelo e poi traduceva in italiano e Nori lo ha letto spesso sia in dialetto sia in italiano per se stesso e per gli altri e alla fine ci ha scritto questo libro per dire di questo suo amore e il mio amico allora mi ha mandato la foto di due pagine in particolare in cui Nori riporta e commenta una poesia di Baldini che parla appunto di un amore che non nasce a Venezia o Firenze o a Parigi o a Berlino ma sul vagone del treno un po’ prima di Forlimpopoli ed è questo dice Nori che lo rende davvero grande Baldini e cioè che un amore in Baldini possa nascere sul treno un po’ prima di Forlimpopoli ma con una tale delicatezza che a pensarci è la stessa cosa del mio amico che mi chiama con la voce gonfia di entusiasmo per dirmi devi leggerlo questo libro è bellissimo mentre è in fila alla cassa del supermercato.

sabato 9 novembre 2024

regalare libri di poesia

 Ieri è passato a trovarmi Domenico, che ha fatto qualche anno fa l'alternanza scuola-lavoro con me e adesso studia medicina a Bologna, e un po' per interesse suo un po' perché spero di avergli lasciato qualcosa, continua a frequentare la poesia, ma come mi ha detto ieri si diverte più a leggere quella degli altri che a scriverla e come fa ogni volta che viene a trovarmi mi porta il libro scritto da un altr* che gli è particolarmente piaciuto. E stavolta mi ha portato questo.

 



mercoledì 23 ottobre 2024

difesa

E no che non mi strappi
dai denti
questa fetta di pane
quest’osso
questo pezzo di mondo
non abbaio non ringhio non digrigno
ti zompo addosso
le ossa ti sfondo.

(Bartolo Cattafi)

il lettore raddoppiato

Alcuni giorni fa leggevo un commento interessante – non mi ricordo di chi – a un post sullo Strega Poesia in cui si diceva sostanzialmente che per quanto un poeta si impegni, per quanto talento abbia, nel mondo editoriale di oggi sarà sempre considerato uno scrittore di serie b. Infatti, si faceva un esempio, quando nei talk show invitano uno scrittore come opinionista, invitano sempre un romanziere, mica un poeta, e questo perché c’è l’idea sottaciuta che i poeti vivono fuori dal mondo e i romanzieri no. Eppure, pensavo oggi, chi frequenta la poesia è un lettore raddoppiato rispetto a chi pratica soltanto i romanzi, perché uno che respira in prosa spesso riesce a leggere le cose soltanto in prosa, gli mancano proprio le chiavi logico-emotive possedute dall’altro, mentre uno che respira in poesia per forza di cose sa leggere sia in versi che in prosa, che sono proprio due modi diversi di interpretare le cose. Non a caso, molti fra i romanzi più belli sono scritti da persone che prima ancora scrivevano in versi e pubblicavano raccolte di poesie che nessun altro voleva leggere.

domenica 20 ottobre 2024

prolificità

Mentre studio per la serata di venerdì di Disimpegno, che sarà in parte dedicata a Bartolo Cattafi attraverso un lavoro a tema del jazzista Gianni Gebbia, mi ritrovo a pensare ai tempi creativi di Cattafi poeta. Artista colmo di furori creativi, Cattafi era uno che preso dall’impeto scriveva 200 poesie in un anno, poi faceva silenzio per otto anni (nel senso che in otto anni non prendeva nemmeno la penna in mano, nemmeno per scrivere una lettera), poi il “tappo saltava” di nuovo e ne scrive altre 400 in dieci mesi, per poi fare silenzio per un altro certo numero di anni. Per molti di noi che scriviamo, cresciuti come siamo nell’ideale della parola “scavata nella carne” (Ungaretti) una simile abitudine è vista con forte diffidenza: 400 poesie in meno di un anno è una roba da dilettanti, senza controllo critico, buttate lì senza scavo emotivo o riflessione alcuna. Eppure Cattafi, che era anche pittore e alternava alla creazione in versi quella per immagini, secondo me applicava i tempi della pittura a quelli della scrittura, ovvero non guardava alla poesia come a una “poesia” ma come a un’impressione che in quel preciso momento si traduceva in parole, ma avrebbe potuto esprimersi anche in linee o impasti di colore. Non conosco nessuno che ha mai trovato scorretto un pittore che produce 400 quadri in meno di un anno, anzi, quella è vista come una forma di salute creativa: quello è un artista prolifico, si dirà, e se ha un mercato venderà molto. Chissà perché, invece, per la poesia si applica un filtro così diverso e stringente. Io ad esempio mi ricordo che c’è stato un periodo della mia vita in cui ero molto più prolifico di adesso, e scrivevo anche tre poesie in un giorno, e cambiavo loro le date perché un po’ mi vergognavo, mi sembrava che tre poesie in giorno fossero indice di un’eccessiva faciloneria.

mercoledì 16 ottobre 2024

respiro

Mi pare lo avesse scritto in un post Simone Burratti, ma è vero, lo dico per esperienza, quasi il 90% delle proposte che mi arrivano sono scritte da insegnanti, o comunque persone legate al mondo degli studi e si sente, bene o male si sente, non solo nel vocabolario, ma proprio nel respiro, nell’intonazione, al punto che nella maggior parte dei casi tu leggi le prime righe della raccolta e sai già che quello che scrive è uno che lavora nella scuola: ce ne sono così tanti che dopo un po’ non ci pensi più, l’orecchio si abitua al ronzio generale e abbassa la soglia di attenzione su ciò che è buono o no, perché tanto il suono generale è quello. Poi delle volte arriva qualcosa di inconsueto, tipo la proposta di un operaio o di un bracciante agricolo o di un cameriere o di uno che è stato in prigione, e allora te ne accorgi della differenza, perché c’è molta meno gente che scrive e respira a quel modo e anche se non è detto che sia per forza migliore o che si meriti la pubblicazione, perlomeno senti che è diverso, diventa una boccata d'aria e tu ti senti più completo soltanto nel leggerli. Quando capita mi chiedo che respiro ho io che faccio l’editore, se sono più vicino al professore o all’artigiano, oppure se proprio per quello che faccio c’è qualcosa che mi stacca dal resto, e cosa posso imparare da loro. Per questo penso che tutti dovrebbero scrivere poesie, anche chi fa tutt’altro nella vita, non solo perché ne hanno il diritto, ma proprio perché anche loro sono necessari alla poesia, le danno fiato, le movimentano il respiro.

sabato 5 ottobre 2024

filosofia di vita

La mia povera filosofia di vita non ha super pensieri da offrire, è tutta fatta di poesia. Più vado avanti nel tempo e più comincio a sentire come l’idea di paesologia, che pure ho sentito mia, intesa come immersione poetica nella vita dei paesi, nei suoi vuoti e pieni, nella riscoperta e riappropriazione dei piccoli centri con tutto il loro carico di dignità e tragedia, sia stata in parte superata dall’idea di umanesimo vegetale (come definito da Angiuli), che sposta l’uomo e i suoi bisogni da lato, fuori dal centro, per dare nuovo respiro alla terra, alla natura. Sono entrambe validissime possibilità di lotta contro il mostro consumistico che si sta mangiando tutto, pure i nostri piedi. Ma forse, o almeno me ne sto sempre più convincendo, dovremmo cominciare a lasciare la presa. Anche qui dove tutto sembra lentamente morire. Così forse le zone abbandonate del nostro Paese non vanno ripopolate, ma solo lasciate andare, sgomberate dalla nostra presenza, lasciate in pace nell'idea che forse non ci vogliono, che non hanno affatto bisogno di noi, e che quando non ci saremo più noi, ci sarà comunque qualcos’altro. Perché ogni volta – e questa è una delle poche cose certe che sappiamo – eliminato l’uomo resta la natura che si riprende tutto cancellando pian piano le tracce del nostro passaggio. Lasciare andare il mondo a se stesso allora, cercando di non dare troppo fastidio, questa è la mia idea di vita oggi. Starmene da lato ad osservarlo. Se pensiamo al pianeta come qualcosa che vive anche senza di noi, è abbastanza funzionale, almeno agli interessi del pianeta. Basta guardare i segni, imparare a leggerli. Nelle mie zone, ad esempio, man mano che i giovani vanno via e la popolazione invecchia, stanno pian piano ritornando i lupi, che erano stati completamente estinti nel XVII secolo. Per qualcuno questa è una sciagura e per qualcun altro un segno.

mercoledì 2 ottobre 2024

lattughe

Se il 2 ottobre di soli 5 anni fa mi avessero detto che un giorno avrei trovato più divertente piantare le lattughe nell'orto che pensare ai libri miei e degli altri non ci avrei creduto, o mi sarei rifiutato di crederci. In compenso là fuori sta scoppiando l'ennesima guerra e rifacendo mio il pensiero della Cavalli le mie lattughe non salveranno il mondo, esattamente come le mie poesie. Così non so più dire, ormai, se la mia sia stata una vittoria, oppure una sconfitta.