Mentre studio per la serata di venerdì di Disimpegno, che sarà in parte dedicata a Bartolo Cattafi attraverso un lavoro a tema del jazzista Gianni Gebbia, mi ritrovo a pensare ai tempi creativi di Cattafi poeta. Artista colmo di furori creativi, Cattafi era uno che preso dall’impeto scriveva 200 poesie in un anno, poi faceva silenzio per otto anni (nel senso che in otto anni non prendeva nemmeno la penna in mano, nemmeno per scrivere una lettera), poi il “tappo saltava” di nuovo e ne scrive altre 400 in dieci mesi, per poi fare silenzio per un altro certo numero di anni. Per molti di noi che scriviamo, cresciuti come siamo nell’ideale della parola “scavata nella carne” (Ungaretti) una simile abitudine è vista con forte diffidenza: 400 poesie in meno di un anno è una roba da dilettanti, senza controllo critico, buttate lì senza scavo emotivo o riflessione alcuna. Eppure Cattafi, che era anche pittore e alternava alla creazione in versi quella per immagini, secondo me applicava i tempi della pittura a quelli della scrittura, ovvero non guardava alla poesia come a una “poesia” ma come a un’impressione che in quel preciso momento si traduceva in parole, ma avrebbe potuto esprimersi anche in linee o impasti di colore. Non conosco nessuno che ha mai trovato scorretto un pittore che produce 400 quadri in meno di un anno, anzi, quella è vista come una forma di salute creativa: quello è un artista prolifico, si dirà, e se ha un mercato venderà molto. Chissà perché, invece, per la poesia si applica un filtro così diverso e stringente. Io ad esempio mi ricordo che c’è stato un periodo della mia vita in cui ero molto più prolifico di adesso, e scrivevo anche tre poesie in un giorno, e cambiavo loro le date perché un po’ mi vergognavo, mi sembrava che tre poesie in giorno fossero indice di un’eccessiva faciloneria.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
domenica 20 ottobre 2024
domenica 26 novembre 2023
longhi nella rivoluzione
Che cosa fosse l’arte moderna, in Italia, negli anni tra il 1910 e il 1915, al tempo degli articoli di Soffici sulla Voce, lo si può riassumere in una parola che non aveva ancora tutto il suo significato e i suoi sogni: era una rivoluzione – novità, giovinezza, scandalo, liquidazione del passato, negazione e rifiuto delle tradizioni, rovesciamento dei modi abituali di pensare. Longhi era vociano, futurista, avanguardista, e aveva sposato questa rivoluzione. «Courbet e Manet sono morti nel 1877 e nel 1884: Cézanne nel 1906: Renoir e Degas vivono ancora numi solitari e scontrosi spregiati come furono apprezzati e popolari Tiziano e Michelangelo», è questo rapporto solidale, entusiastico con un’arte di cui si può ancora sentire, nell’aria, la sopravvivenza e il messaggio di novità, a portare Longhi su posizioni appassionatamente formaliste; è la rivelazione cézaniana di «traiter la nature par le cylindre, la sphere, le cône» a fargli scoprire nei quadri di Caravaggio la «diagonale del cubo» e a fargli inseguire i triangoli di Antonello e gli «specchi lacuali» di forma e colore di Piero lungo tutta la penisola fino a Ferrara e Venezia. Sotto questo aspetto, la Breve storia [della pittura italiana] è un ago indicatore, l’indice di questa fusione tra principi metodologici idealisti e lettura dell’arte moderna. A volte, questa doppia sensibilità trascina la didattica longhiana verso intuizioni che si direbbero «creative», come nell’ekfrasis dello stile di Piero: «[…] intarsio variegato di zone placide e potenti che vivono della vita pullulante atomica sostanziata della memoria pittorica. Negli accordi di colore offre le più forti e delicate contrapposizioni di valore – in cui si manifesta il vero colorismo – dove un rosa pallido e un violaceo autunnale si accostano a qualche poderoso tono compositivo di rosso e marrone o di bruno», come si vede, un quadro di Morandi; ma, nel 1914, questi Morandi non esistevano ancora. Longhi ha visto con le parole là dove sarebbe andato il pennello.
Cesare Garboli, Breve vita del giovane Longhi (Scritti servili, minimum fax, 2023)
giovedì 23 luglio 2020
questi che noi veggián pittori
che giá mille e mill’anni in pregio furo,
le cose che son state, coi pennelli
fatt’hanno, altri su l’asse, altri sul muro.
Non però udiste antiqui, né novelli
vedeste mai dipingere il futuro:
e pur si sono istorie anco trovate,
che son dipinte inanzi che sian state.
(Ariosto, Orlando furioso, canto XXXIII)
lunedì 9 novembre 2015
tecnica e stile
È solo che per Pasolini, così come per gli impressionisti, e dopo gli impressionisti per Van Gogh, che a sua volta fu da loro guardato con sospetto (e così per altri che come loro hanno trovato posto nel Salone dei Rifiutati della storia), non si parla mai di tecnica ma di linguaggio, che è diverso, o di stile, personalissimo, o di poetica. Non a caso Pasolini parla del suo come di «Cinema di Poesia», definizione tanto impalpabile quanto suggestiva per indicare qualcosa che, per quanto discutibile, non si può giudicare coi normali parametri della logica.
lunedì 24 febbraio 2014
a metà giorno
minuscolo perso anche lui nella nebbia
al tempo della Cina imperiale
che senza più nome senza gloria
dopo aver terminato il suo volo di piume danzanti
sulla seta inchiostrata si solleva
dal tavolino di lavoro sgranchisce le ginocchia i polsi
e si avvia soddisfatto al mercato
fuori dal silenzio ovattato in cui scatena
la sua concentrazione comprerà
qualcosa di speciale per la cena
avendo già concluso a metà giorno
la sua vita ancora lunga di lavoro.
mercoledì 5 febbraio 2014
addio a siena 3. due amori senesi
non credono a un per sempre che sia eterno
non durano più a lungo che nei versi.
“Se sapessi come sento Siena tutta tua!
Ti respiravo nelle strade ed ero disperato.”
Lo scrive Montale alla sua Clizia.
Non c’è scampo alla distanza
eppure c’è una nicchia per chiunque
se ci credi in cui salvarsi
lascia illesi i ricordi le emozioni
persino della voce vibrazioni
che tremano nei nostri giuramenti
dai piedi della torre indifferente altissima se non
per i piccioni. A ognuno il suo rifugio
secondo le sue ali. Pensa il nostro
è ancora lì nella sala
del Mappamondo al tempo in cui
Simone si arrampicava ogni mattina
su impalcature traballanti di pittore
a dipingere più in alto
delle stesse finestre una città vertiginosa
conquistata sul vuoto
il cielo blu reale o cobalto
surreale e perfettissimo di un mondo
tutto nostro in cui nasconderci
e tracciare nuove rotte e chiavistelli
per le porte che mai aprimmo.
“Presto ti mando l’amuleto
una nuova poesia
e una lettera lunghissima” è Montale
che piange contro il tempo
malfattore che rosicchia le sue lettere
avvelena le fonti della storia e toglie
corpo a Clizia. Offre i suoi
scongiuri come talismani. Ne capimmo
noi presto l’importanza
e tu infatti poi mi regalasti
fermo il tuo orologio da portare
sempre in tasca. “Non lo voglio
– mi scrivevi – il tempo
senza te sarà vuoto sarà vuota Siena
come un letto senza baci.”
Ti regalo io un ombrello per salvarci
a te creatura d’acqua per difenderci dal cielo
dalla pioggia che rattrista
il nostro ultimo saluto quando
meno illesa a goccia a goccia che partivo
dalla strada mi gridavi “vai solo! vai solo!”
per due volte e già sembrava un’eco
nel tempo nella storia che racconto.
“Forgive my prose. Quando
come ci rivedremo?” chiude Montale
il suo carteggio irrisolto con Clizia.

