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venerdì 19 aprile 2024

vetro

Paris, Texas (1984) di Wim Wenders.

Non lo rivedevo dai tempi dell'università. All'epoca mi era piaciuto. Rivisto oggi mi sono sentito più vicino al protagonista e mi sono commosso pensando a come alcuni di noi, pur avendone la possibilità, sono incapaci di costruire la propria felicità. Si costringono a stare dall'altra parte del vetro.
 

 

giovedì 9 luglio 2020

mantenere la giusta distanza

Ho fatto un incontro in presenza
di me stesso
tenendomi a adeguata distanza
dal corpo

una parte di me mi diceva
vien qua fatti avanti
stringiti pure a me se hai paura

l’altra
si rifiutava di obbedire

come si fa con un genitore assillante
o con un amante
che ci ha troppo deluso

siamo ancora assuefatti al suo corpo
un fringuello di terra
la sua ombra.

lunedì 27 aprile 2020

le scuse

Sono incazzato nero. Per una volta che avevo una buona scusa per tenermi a distanza dal prossimo, non uscire più la sera o dare buca con classe ad amici e amanti (scusa, ma sai c’è la pandemia) insomma starmene per i fatti miei senza ogni volta cercare nuove causali, adesso arriva Conte e mi reintroduce questa cosa dei parenti stretti. Tradotto: l’invasione delle zie che vengono a trovarmi così hanno una scusa per uscir di casa. La scusa adesso sono diventato io.

giovedì 10 ottobre 2019

queste cose umane

Abbiamo diritto a un ultimo amore salvagente
che sollevi la nostra vanità di amanti e la sconvolga
in baci umidi e amplessi elementari dei corpi – mi diceva
la donna con cui mi masturbavo al telefono a 999 km
di distanza e mi chiamava dongiovanni. Non più corpo
ma voce ansimavo al telefono con forza e ansimava
lei con me nuda allo specchio e questo solo ormai
era l’amore a noi corrisposto. Non altro
mi diceva a 666 km un’altra che si odiava e
odiava gli impegni che la tengono a distanza
da queste cose umane – intuire comprendersi
chiamare anche solo per dire come stai e
non lasciarsi mai soli a parole. Vivo al km 0
del mio dolore e mi risveglia ogni mattina il mio gatto
– ho questa fortuna – che mi riporta indietro dal sonno
mordicchiandomi un dito con dispetto e a nulla valgono
i rimbrotti gli acciacchi l’accidia la malmostosa
inclinazione per l’altro che si aspetta in cambio un gesto
una ferita solo per dirsi vivo. Ma – chiede iracondo
il gatto – che ci resta senza quello? Rispondo:
Nulla. Nulla mai. Il silenzio. Il resto è quello. – E poi
si scatena la tempesta.

mercoledì 14 novembre 2018

sonetto scombinato

«Tanto più t’amo
quanto più mi sei lontano»
mi dicevi in quello strano
modo in cui tu sei.
Ché non concepivi sentimento
se non come movimento
spietato alla rinuncia.
«O tutto o niente!» aggiungevi
con fervore – ma in amore
soprattutto vale niente.
Extrema ratio in questo nostro
malintenderci: come leggi
ora che t’ho perso non
mi manchi.

venerdì 23 settembre 2016

fare festa


Sergio Endrigo al Premio Tenco 2001, credo nella sua ultima apparizione pubblica o comunque registrata.

giovedì 31 dicembre 2015

tema di smentita

È bello che in sogno noi
si riesca ancora a scopare.
Al telefono ieri mi leggevi di rane
di primi baci scoccati da un treno.
Né mi contavano «addio» fra i colpi
di tosse e di nebbia. Soltanto
con pena e malizia: «Lillo mio
chissà». Tema eterno di smentita ché
non «amico» mi chiamavi
ma per nome e mi baciavi
in una anonima stazione nuda
con me in sogno. Con me perduta.

sabato 12 dicembre 2015

botta e risposta

La poesia sarà pure linguaggio universale (dicono e qui quasi non ci piove), ma io mi chiedo a volte, lo confesso di Magrelli, De Angelis, Buffoni, Cucchi, Nove, Cavalli, pure De Luca eccetera e tutti i miei colleghi che leggo e poi mi parlano (oggigiorno) della loro mezza età raggiunta quasi con stupore, del disgusto e del rimpianto della loro vita urbana (o mondana che sia), delle lotte clandestine o dichiarate dei loro vent'anni che furono i miei meno venti, del mondo che per loro è Europa e non cede alla speranza persino nel ricordo del nostro Meridione, dell'amore che non muore anche se poi gli comincia a morire intorno in geriatria e nei reparti tumorali, e la paura, e la serena accettazione della morte e nonostante ciò orgogliosi della propria piccolezza umana che si fa autorevolezza editoriale nei mantelli rossi superumani nascosti sotto i cappotti lunghi con le biro, pieni di parole-esplosivo ma privi di potere che possa cambiare le cose (così da dirsi voci con causa senza effetto), orgogliosi di sé e della propria scrittura che non cede nelle vendite e nelle invidie dei colleghi anche se cede qualche volta nel verso costipato in piccole scorregge di senso, orgogliosi delle baruffe e degli intrighi da concorso che daranno colore al melodramma dell’ormai prossima biografia, orgogliosi come bambini delle proprie amanti-figlie ladre di un talento intraducibile, io mi chiedo a volte, se li guardo e in loro mi specchio, ma che c'entrano quei poeti lì con me, coi miei problemi e la distanza chilometrica che, sempre più, si fa morale, che mi sanguina nelle gengive? E la risposta è (rabbiosa o sconfortata che sia): poco, anzi, quasi nulla.

mercoledì 11 novembre 2015

scrivo perché tu esista...

Scrivo perché tu esista,
ti scrivo
perché è un altro modo di inventarti
e perché tu sappia
che so godere di te anche da lontano.
Ti scrivo
perché una tua parola prenda forma;
ti scrivo
perché la nostra immaginazione
attenui la brace dei corpi;
ti scrivo in balia delle vocali,
immaginandoti fortemente.

Ti scrivo per farti trepidare,
ti scrivo perché ti si inumidiscano gli occhi,
ti scrivo perché tu smetta di essere una finzione.

Oggi ti dico una sola parola,
te la affido tra le ceneri
e il silenzio.

[Rafael Ángel Herra, Scrivo perché tu esista, trad. Franco Sepe, plumelia edizioni, 2011]

sabato 14 febbraio 2015

il lungo addio

Anche Gadda, scopro, come tanti, sostiene la necessità per uno scrittore di viaggiare. Non tanto per fare esperienze, che è un po’ la nostra visione ereditata da tanta letteratura americana. Quanto piuttosto perché viaggiando di continuo si riesce più facilmente a distaccarsi dalle cose, a lasciarsele alle spalle, perché ce ne resti soltanto la memoria. Perché solo attraverso la memoria si può scrivere bene di qualcosa, e non a caldo, in balia dei sentimenti. In questo modo la scrittura diventa quasi una forma di tortura, un lungo esercizio di presenza in assenza, dei propri fantasmi, dell’artista a se stesso e al proprio cuore, e tanto più forte è la presenza, e quindi l’opera che ne scaturisce, quanto più lunga è la distanza, e quindi lo sforzo di memoria che facciamo per colmare quel vuoto.

martedì 23 dicembre 2014

distanza

Ho avuto una discussione con una persona. Questa persona ce l’ha con me per determinati motivi, secondo me alquanto sciocchi, per lei importanti. Un problema mio di leggerezza che si è trasformato nell’ennesima tragedia verghiana. Il problema non è nemmeno questo, però. Il problema è che, dopo questo, ho capito di sentirmi come prosciugato verso gli altri. Ho fatto il conto e nell’ultimo anno ho litigato con sette otto persone diverse e per motivi più gravi. Per cui adesso, anche se dal punto di vista umano mi dispiace, da un punto di vista più concreto credo di aver colmato il secchio, e nella sostanza non me ne frega più nulla. Vuoi litigare con me, chiedo già al prossimo che verrà, allora perdonami se non ti darò il peso che meriti, ma ormai sarai per me solo l’ottavo, o il numero nove o il dieci. Solo un altro sulla lista. Con questo non sto cercando un nuovo motivo di scontro, non sto lanciando il sasso e nascondendo la mano. Sto solo dicendo come mi sento. E non mi sento per nulla vicino a chiunque.

lunedì 22 settembre 2014

girgenti qui piove fra gli appunti...

Girgenti
qui piove fra gli appunti
del mio viaggio
sulla terra di Sicilia
che ti ha fatta
e l’aria si riavvolge
intorno al tuo ombelico
come a un mare leggero
che soffia man mano
che soffio nel tuo orecchio
parole a doppia lama
che più sono gentili
e più vorrebbero scavarti
nel ventre per tema
di lussuria o di speranza
l’amore qui non c’entra
e la distanza
non affina che il dente
alla voglia
di una doppia solitudine
stracciata finalmente
nel buio.

domenica 6 luglio 2014

sui bordi

Non c’è la poesia
che consoli
persino quando tornate
perduti
in sogni che han sempre
colore di sabbia.

Siamo venuti
per parlare a lungo
sui bordi
amici senza più spazio
nei giorni.

Ma a distanza non siamo
che linee sottili
vibranti
al soffio dell’altro.

venerdì 20 giugno 2014

ti scrive così...

Ti scrive così
per sentirti più sua
sulla lingua – che non sa
che tu sola conosci
come il codice del cuore
più segreto
quando dice ti amo – uno straniero
uno scrittore.

mercoledì 5 febbraio 2014

addio a siena 3. due amori senesi

Gli amori dei poeti sono storie – raccontano –
non credono a un per sempre che sia eterno
non durano più a lungo che nei versi.
“Se sapessi come sento Siena tutta tua!
Ti respiravo nelle strade ed ero disperato.”
Lo scrive Montale alla sua Clizia.
Non c’è scampo alla distanza
eppure c’è una nicchia per chiunque
se ci credi in cui salvarsi
lascia illesi i ricordi le emozioni
persino della voce vibrazioni
che tremano nei nostri giuramenti
dai piedi della torre indifferente altissima se non
per i piccioni. A ognuno il suo rifugio
secondo le sue ali. Pensa il nostro
è ancora lì nella sala
del Mappamondo al tempo in cui
Simone si arrampicava ogni mattina
su impalcature traballanti di pittore
a dipingere più in alto
delle stesse finestre una città vertiginosa
conquistata sul vuoto
il cielo blu reale o cobalto
surreale e perfettissimo di un mondo
tutto nostro in cui nasconderci
e tracciare nuove rotte e chiavistelli
per le porte che mai aprimmo.
“Presto ti mando l’amuleto
una nuova poesia
e una lettera lunghissima” è Montale
che piange contro il tempo
malfattore che rosicchia le sue lettere
avvelena le fonti della storia e toglie
corpo a Clizia. Offre i suoi
scongiuri come talismani. Ne capimmo
noi presto l’importanza
e tu infatti poi mi regalasti
fermo il tuo orologio da portare
sempre in tasca. “Non lo voglio
– mi scrivevi – il tempo
senza te sarà vuoto sarà vuota Siena
come un letto senza baci.”
Ti regalo io un ombrello per salvarci
a te creatura d’acqua per difenderci dal cielo
dalla pioggia che rattrista
il nostro ultimo saluto quando
meno illesa a goccia a goccia che partivo
dalla strada mi gridavi “vai solo! vai solo!”
per due volte e già sembrava un’eco
nel tempo nella storia che racconto.
“Forgive my prose. Quando
come ci rivedremo?” chiude Montale
il suo carteggio irrisolto con Clizia.

sabato 25 gennaio 2014

una favola sui gatti e sull'amore

Il secondo giorno di novembre, festa d’ognissanti, Giuseppe afferrò i due mici dal pelo grigio e lucido che da alcune settimane avevano scelto il suo giardino secco come casa, li infilò in un sacco e li portò via di lì, strappandoli a quel luogo.
Erano mesi che provava a cacciarli. Sono povero, diceva, sono quasi senza lavoro. Non posso mantenervi, diceva, non siete figli miei e poi mi costate troppo!
Loro lo fissavano da lontano, nascosti dietro i vasi dei gerani secchi, che come spugne di pietra fossile, bucherellati e leggeri, stavano sospesi in fondo al giardino. Rispondevano con gli occhietti insolenti: una casa non è dove ti mettono a stare, ma dove scegli di rimanere.
Lui era anche d’accordo, si impietosiva, passava loro un piattino con una parte del suo pranzo. Loro si avvicinavano circospetti e divoravano voracemente ogni cosa, perché quando si è piccoli la fame è tanta. Ma a volte il piatto era così misero che sbuffavano tutti e tre dispiaciuti.
I due mici mangiavano con gusto, e avevano gli occhi puntati dovunque, perché non si fidavano di nessuno e quando provavi ad avvicinarti sfrecciavano via dietro i vasi.
Però si stavano affezionando gli uni all’altro. I due nei loro giochi si avvicinavano sempre più alla casa, e talvolta Giuseppe se li ritrovava dietro la finestra, che lo fissavano incuriositi o allungavano una zampina in alto, lungo il vetro. Altre volte, quando lo pagavano qualcosa di più, per festeggiare comprava loro un pugno di croccantini, di cui si leccavano da terra perfino le briciole.
Poi si pentiva della spesa. Non va bene, diceva Giuseppe per convincersi, non va niente bene.
Andò avanti così fin dal primo giorno per quasi tre mesi. Fino a quando cioè – il giorno della festa dei morti – si erano lasciati accarezzare a lungo e con piacere sulla schiena, mentre leccavano il fondo del piatto. Gli avevano accordato la loro totale fiducia.
Giuseppe dormì male quella notte. I pensieri si arrovellavano dentro di lui. Già da un pezzo aveva maturato un suo piano di salvezza economica e, ora che le circostanze glielo permettevano, cominciava a mancargli la volontà, gli tremavano le gambe all’idea. Comportati da uomo! si diceva, chiuso nel suo letto, e poi si insultava a lungo per convincersi a prendere sonno.
Così il giorno dopo, due novembre festa d’ognissanti, con l’aria di chi non ha dormito affatto, Giuseppe, ormai intestarditosi nei suoi propositi, portò fuori un piatto delizioso, cucinato appositamente per loro e che lui invece non toccò, preferendo digiunare per quel giorno, che si godessero il loro ultimo pasto insieme.
Lo posò per terra e si mise alle loro spalle, approfittando della fiducia riposta in lui, per guardarli mangiare un’ultima volta e con la bocca girata in basso per la disapprovazione di sé. Poi, poco prima che finissero, si piegò su di loro e con due gesti rapidi, di cui quasi non si accorsero, li afferrò e li infilò nel grande sacco bianco e ruvido che teneva nascosto dietro la schiena, in cui si agitarono spaventati per un pezzo, ma senza quasi fiatare.
Quando furono sfiniti e il sacco si afflosciò fra le sue mani, lo infilò in auto e li portò molto lontano, che non riuscissero più a ritrovare la via di casa. Prese anche con sé, stretti in un tovagliolo di carta, dei croccantini di quelli che piacevano tanto a loro. Per tutto il tempo fece finta di non sentire il loro pianto sommesso dal cofano dell’auto, un pianto che gli straziava il cuore.
Li portò lontano, in campagna, da una sua amica che se ne stava sempre sola. Aveva una gran massa di capelli arruffati e l’aria stralunata delle streghe nei vecchi libri di favole, ma era una persona di buon cuore che amava gli animali.
Staranno bene qui, gli disse lei, c’è molto spazio per giocare, li farò mangiare tutti i giorni. Lui provò ad allungarle il fazzolettino dei biscotti, ma lei li rifiutò. Non le leggi mai le favole?, gli disse, non si danno i biscotti ai piccoli abbandonati, hanno il magico potere di riportarli a casa. Darò loro i miei biscotti invece, così si abitueranno al mio odore.
Poi Giuseppe tornò a casa da solo. E per tutto il resto del giorno li cercò dietro i vasi di gerani, e ogni volta che non ce li trovava, cercava di soffocare il rimorso che gli covava in pancia, o quella che si ostinava a chiamare fame, piluccando i loro croccantini.

domenica 19 gennaio 2014

le distanze

Anche le persone vuote emanano luce, a volte splendida. Ed è la bellezza della vita, la condanna delle persone piene, attirate a colmare le distanze, a riempire le falle. Dovrebbero invece stare separate, le persone piene e le persone vuote. Le prime soffriranno sempre per le inevitabili incomprensioni, le seconde non capiranno mai perché si piange.

sabato 23 novembre 2013

le previsioni

Le previsioni dicono pioverà
sul nostro tavolo a lungo
mentre seduti accanto siamo
senza toccarci. Tu sfili una scarpa
in silenzio con leggerezza
che invidio. Affetti omelette.
Perché mi chiedi perché
su tutto l’aceto balsamico?
Per nascondere il vuoto al palato
perché neppure le uova ormai
ci dicono più nulla di noi.

sabato 16 novembre 2013

dignità e matte risate



Per quanto sia indifendibile a più livelli, è difficile per un non pugliese riuscire a capire il profondo senso di tradimento che qui si prova per il comportamento di Nichi Vendola. Non riguarda l’essere o meno di sinistra, o anche quello certo, ma soprattutto Vendola per molti di noi (della mia generazione almeno) era la speranza di qualcosa di piccolo ma integro, qualcosa che aveva a che fare, una volta tanto, con le idee e con i sentimenti, prima ancora che con gli interessi di qualcuno e col cinismo sterile di tanti altri.
Persino di fronte agli scandali che di volta in volta sono venuti fuori negli ultimi anni, c’era ancora il dubbio che oltre gli errori politici e le brutte figure si potesse ancora trovare, quasi intatta, quella coerenza intima, profonda, dell'uomo. Invece, la risata quasi imbarazzata, untuosa, che abbiamo ascoltato nelle ultime ore, da lui non ce la saremmo mai aspettata e a molti di noi ha fatto male.
È vero, le cose sono sempre più complesse di come sembrano, tutti hanno diritto a difendersi, ma quella risata, più ancora di ciò che è stato detto, ha scavato un solco profondo, una ferita non rimarginabile.
Cade Vendola, sepolto sotto la sua stessa risata, e con lui vengono meno, ed è assai peggio, molte delle energie migliori che, bene o male, era riuscito a tirarsi dietro nella sua corsa. Perché, e questo va ricordato, Nichi Vendola non è (stato) semplicemente, come in molti ora sostengono per delegittimarlo, un uomo politico come tanti, è stato un simbolo, un leader, e anche per questo il danno è ancora più grave.
Speriamo davvero che si dimetta. Lo deve alla dignità di chi lo ha votato e difeso, almeno quanto alla sua.