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domenica 8 dicembre 2024

titoli di coda

GLI AUTORI RINGRAZIANO: Re Salomone - Aristofane - Esopo - Apuleio - Il Novellino - Le Mille e una notte - Giovanni Boccaccio - Geoffrey Chaucer - Pietro l’Aretino - Franco Sacchetti - Lo Straparola - Niccolò Machiavelli - Il Ruzante - Francesco De Quevedo - Francois Rabelais - G.B. Basile - I fratelli Grimm - H.C. Andersen - Anonimo Toscano - Pasquino - G.G. Belli - C. De Coster (Till Eulenspigel) - A. Petito - Neri Tanfucio - Pellegrino Artusi

(I meravigliosi titoli di coda di “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” di Mario Monicelli, 1984, dal racconto di Giulio Cesare Croce)

sabato 18 giugno 2022

la verità di sancho panza

Sancho Panza, che tra l’altro non si vantò mai della cosa, riuscì negli anni a sviare l’attenzione del suo demone, che poi chiamò don Chisciotte, somministrandogli ogni sera e di notte i più svariati romanzi cavallereschi, così che quello poi compì le imprese più dissennate ma senza danneggiare alcuno, perché distolto del suo obiettivo che avrebbe dovuto essere, in effetti, Sancho Panza. Uomo libero, impassibile, forse per un certo senso di responsabilità Sancho Panza seguì don Chisciotte nelle sue avventure, e da ciò ricavò, sino alla fine, grande e proficuo divertimento. 

Franz Kafka

martedì 26 maggio 2020

tre scrittori a cui ho pensato ieri

Ieri sera mi sono iscritto al canale di Rai 5 per vedere lo speciale su Malaparte tanto pubblicizzato. L’ho trovato carino anche se un po’ troppo spostato su La pelle e pochissimo invece su Viva Caporetto che è invece un libro centrale, o meglio ancora il libro centrale di Malaparte perché è quello che ci dice dove nasce non solo il suo fascismo ma anche il suo antifascismo. Perché va bene l’opportunismo – e Malaparte fu un vero opportunista – ma è anche vero che l’adesione al fascismo fu per lui, come per molti, il risultato della delusione maturata al fronte, nel primo conflitto mondiale, verso gli ambienti del potere italiani e il modo in cui sfruttavano i soldati considerati niente più che carne da macello: delusione che lo porterà prima ad aderire al fascismo, credendo potesse essere una cura per il malgoverno dei Savoia e poi ad allontanarsene quando invece di correggerlo il fascismo a quel potere aderì in pieno. In quella delusione subì anche un processo di disincanto e ammaliziamento per cui cominciò a pensare che se non puoi vincere il nemico (e lui non poteva vincere contro Mussolini) è sempre meglio sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio ed è lì che nacque l’opportunista che sappiamo. Tutto questo passaggio è saltato ed è venuto fuori un ritratto istrionico ma senza dramma e se a uno scrittore togli il dramma allora togli l’anima. 
Sempre sullo stesso canale Rai 5 però ho scoperto un’altra puntata di quel bel programma che è L’altro ‘900 dedicata a Parise, bella perché parte dalla casa di Parise a Salgaredo, una casa che lo scrittore amò molto e in cui nacquero i suoi Sillabari, senza la quale anzi i Sillabari avrebbero un diverso sapore perché lievitati in un altro forno, secondo una intuizione assai cara a Sergio Garufi. Ieri c’è stato il “compleanno” di Carver e tutti hanno tirato fuori i suoi libri e io mi chiedo sempre come mai i racconti dell’americano Carver sì e i tanti bei racconti di tanti italiani no, come se ci fosse un rifiuto inconscio. Quindi sarebbe un esercizio carino secondo me se ogni racconto di Carver che leggi, né leggi di contro uno di Parise o di qualsiasi altro italiano che preferisci, solo per ricordarti che ci sono altri paesaggi narrativi oltre a quegli alberghi pieni di cuochi divorziati che hanno problemi con l’alcol. Altri suoni, altre emozioni. Diciamo che Carver è come una pietra scagliata in un lago, c’è il tonfo del sasso che tocca l’acqua e poi affonda, il movimento delle onde concentriche. Parise invece è come una piuma che si posa sull’acqua leggera dopo un colpo di vento. Sono due modi diversi di toccare l’acqua ma hanno entrambi a che fare col liquido. 
Ancora Parise diceva questa cosa bellissima (la riporto a memoria): «Non si può essere completamente felici per scrivere, ma nemmeno completamente infelici». Questa cosa forse fa la differenza fra la grandezza drammatica di Carver e la leggerezza di Parise. Eppure, dovendo scegliere, non mi sento di invidiare Carver rispetto a Parise. Il primo era un uomo solo e fu salvato dall’amore di sua moglie Tess. Il secondo ebbe anche lui una moglie, ma ancora di più: «Menomale che ti ho conosciuto» gli dice un vecchio Raffaele La Capria (che di Parise fu amico) alla fine del documentario. E ho pensato, guardandolo, che bella una storia che comincia con la ricerca di una casa – Parise era orfano di padre e per questo passò buona parte della propria vita alla ricerca di una casa che fosse proprio sua, Salgaredo appunto – e finisce con un amico che ti ricorda con affetto. Mi sembra una vita riuscita, non completamente felice e nemmeno completamente infelice, e in mezzo scrittura e ancora scrittura e il colore verde dell’erba.

sabato 18 aprile 2020

sogni agitati

Ho sul comodino da alcune settimane questo libro che ha scritto una mia amica, Amanda Bonaconsa, una raccolta di micro-racconti chiamata Alieni allo specchio (ed. Tre Civette, 2019). Stamattina ne ho letto uno che mi ha fatto ridere un sacco. Nel racconto un professore come tanti, di quelli che prova a darsi da fare in una scuola disastrata, viene scelto a sua insaputa, ovvero con la complicità del preside, come cavia di una ditta giapponese che costruisce robot umanoidi, a cui serve qualcuno su cui testare un nuovo prototipo chiamato “Studentessa tentatrice”. La studentessa, una piccola Lolita dallo sguardo torbido, lo seduce inviandogli delle appassionate poesie d’amore. Lui prima le oppone la ragione, poi si lascia andare al sentimento, infine viene salvato dal caso, poco prima di capitolare ai propri istinti e farla sua sulla cattedra, quando la studentessa robot viene ammazzata proprio da una poesia, un haiku giapponese sulla fine della primavera – ovvero, azzardo, sull’entrata nell’età adulta – che le provoca un “malfunzionamento” interno, mandandole in corto il sistema. Chiusa con morale del racconto, così come appuntato dal suo protagonista: “Un incaricato della ditta venne a ritirare il prototipo. La poesia mi aveva salvato, ma faccio sogni agitati da allora”.

martedì 19 novembre 2019

leggere racconti senza pregiudizi

Condizioni inalienabili perché qualcuno legga senza pregiudizi il tuo libro di racconti oggi in Italia, sono: 
1) che il libro di racconti faccia finta il più fortemente possibile di essere un romanzo a puntate; 
2) che tu più che un semplice autore sia un autore-personaggio le cui vicende personali inglobano lo stesso libro nella tua leggenda metropolitana (ma questo, va detto, funziona per tutti i sottogeneri della letteratura); 
3) che tu sia morto da non meno di vent’anni.

domenica 23 dicembre 2018

tu sei mio amico?

Nei casotti vari delle ultime settimane mi sono completamente dimenticato di segnalare che sul numero di novembre della rivista online Versante ripido era uscito un mio racconto inedito (QUI) che parla di tradimento e vendetta, argomenti che ben si confanno allo spirito più cruento del Natale. Scherzi a parte mi sembrava giusto segnalarlo, almeno prima dell'uscita del numero di dicembre, ringraziando la redazione per l'ospitalità. Poi, visto che mi dicono che sono un disastro nell'autopromuovermi, ne approfitto per ricordare che di miei racconti è uscita anche questa raccolta curata da Giovanni Turi per Stilo Editrice chiamata "La nostra voce non si spezza" (QUI). Lo so che a Natale si predilogo i libri di Bruno Vespa e le ricette della ex-Clerici-ora-Isoardi, ma alcuni amici mi dicono che lo stanno usando come regalo per Natale. Pensa te!

giovedì 15 novembre 2018

morde

Quei momenti che hai scritto un racconto tutto emotivo, di pancia, che in parte parla di persone che conosci e in parte no, è pura invenzione, come è bene che sia, e tu poi lo rileggi e vorresti edulcorare alcune parti dell'invenzione perché sai che quelli che conosci si riconosceranno nella storia e se la prenderanno a male, non capiranno che è invenzione (non lo capiscono mai!). E tu sei lì che cerchi altre parole per dire l'uguale fatto ma con toni più educati e gentili, e il racconto s'agita, ringhia, si gonfia, rizza il pelo, mostra i denti poi morde. Come ti permetti, dice, come puoi? Come ti sentiresti tu se volessi tagliarti una gamba?

lunedì 29 ottobre 2018

storia del mio lunedì

Oggi, come sempre, dovevo lavorare a un sacco di cose. Però, fra i vari impegni, avevo anche da scrivere, per dicembre, un raccontino di tre-quattro paginette per una rivista. Così, stamattina, mi sono svegliato presto con questa idea in testa, e mi sono detto: ho una mezz'ora di tranquillità, butto giù l'idea per il racconto e poi comincio col lavoro serio. Da allora, sto ancora sul racconto, che nel frattempo è diventato talmente lungo da essere ormai inutile per la rivista. Insomma, mi sono chiesto poco fa, ho perso una giornata di lavoro per cosa? Poi ho visto il tempaccio di fuori e mi sono ricordato dell'eterno Fortini: Nulla è sicuro ma scrivi! Perché scrivendo vedrai che forse non oggi, forse non domani, ma un giorno la butterai nel culo anche agli dei. Parola di poeta.

mercoledì 1 agosto 2018

lupini

Un amico mi dice che “La nostra voce non si spezza” gli ha ricordato nello spirito “Vita dei campi” di Verga: stessa brevità e compattezza quasi monotematica, stesso gusto per i ritratti di sconfitti filtrati attraverso l’affetto e la pietà piuttosto che il cinismo, stessa fondamentale visione pessimistica e quasi immobile della vita. Cambia nel tono, ché io sono più ironico e mi prendo meno sul serio, perché mi manca una vera coscienza di classe. La mia voce si sente chiara e originale. Per il resto “Storia di cani” è una sintesi assai riuscita di “Rosso malpelo” e “Storia dell’asino di San Giuseppe”. Ora speriamo di riuscire a dare all’umanità un nuovo “I Malavoglia”. Io lo ringrazio e mi porto avanti con lavoro: per cominciare faccio scorta di lupini.

venerdì 25 maggio 2018

felicità

Una mia amica scrittrice oggi mi ha detto: Ho letto il tuo libro di racconti e mi è piaciuto tantissimo. Sono troppo felice per aver scoperto che scrivi così bene.
Io scherzando le ho detto: Perché, non ti fidavi?
Lei scherzando mi ha risposto: No.

lunedì 7 maggio 2018

torino oppure le patatine

Non ho molti amici a Torino e dintorni, però se qualcuno ci fosse oppure si trovasse a passare di lì venerdì 11, alle 16.15, allo Stand della Regione Puglia (Padiglione 2 – Stand K18) facciamo la prima presentazione ufficiale di La nostra voce non si spezza, questo libro che mi ha pubblicato Stilo Editrice con grande sprezzo del pericolo. L’editing è di Giovanni Turi, che lo presenta con me. La copertina è di Lucia Lodeserto. Dopo quella c’è già una data prenotata a Bari. Dopo Bari ce ne sarà forse una a Locorotondo, da decidere. Però sono anche disponibile a presentazioni in casa, a pranzo o a cena, per una tisana, o meglio ancora sul divano, con la birra. Voi chiamatemi, che io porto le patatine.

la nostra voce non si spezza

Sono dieci anni che non pubblico con un altro editore. E questo è in assoluto il mio primo libro in prosa, non c'è una poesia manco per sbaglio. Il primo racconto di La nostra voce non si spezza (Stilo, 2018) è l’ultimo che ho scritto, l’anno scorso, e parla di un uomo chiamato Franco che ormai vive solo nei miei sogni. Una volta viveva nella casa accanto alla mia, ma di lui non resta più nulla, nemmeno una foto. Qualcuno lo avrà letto mesi fa, quando chiesi a chi volesse di darmi dei consigli. Ora sapete che parte di quei consigli sono stati utilizzati. Il racconto più vecchio, invece, l’ho scritto il primo maggio 2007 mentre guardavo il concertone in tv e pensavo alla sconcezza dei proclami sul lavoro. Nel racconto si parla di un cazzone che invece di cercarselo, il lavoro, si chiude in bagno con la scusa di una colite nervosa e passa il tempo leggendo Moby Dick. Però in origine il racconto si chiamava “Raoul” e quel cazzone leggeva Kenshiro aspettando l’occasione giusta per la sua vendetta di sangue. In mezzo ci sono un sacco di ritratti di persone che qualche volta mi fermano per strada per raccontarmi la loro vita. Nessun uomo è un’isola, diceva John Donne, e così di ogni storia che ho scritto (o che avrei voluto scrivere) ho sempre paura che non sia all’altezza delle persone che incontro e che mi sforzo di raccontare. In ogni caso, se chi lo leggerà mi dirà che ciò che viene fuori dal libro, per quanto modesto sia, non assomiglia alla mia vita, ma alla vita degli altri, sarebbe già un bel risultato.

lunedì 27 novembre 2017

motivazionale

Ho un fratello motivazionale, quando gli dico che sto lavorando a un libro di racconti mi fa: “Sei sicuro che sono racconti? Menomale, avevi rotto le palle con tutte quelle poesie! Poi fidati, non le leggeva nessuno, ti dicevano tutti che erano belle solo per gentilezza. Vedrai che adesso qualche copia la vendi!”

venerdì 27 gennaio 2017

bambini

I racconti della scuola di canto dove lavora mio fratello mi rattristano e qualche volta, lo ammetto, mi divertono. Per un saggio lui propone ai bambini un pezzo del quartetto Cetra di grande raffinatezza musicale e assai complesso. Ma un bambino si ribella: No, non mi piace, è antico! Mio fratello gli chiede cosa vuole cantare invece: il pezzo di Fedez e J-Ax che di raffinato non ha nulla ma lo rende popolare fra gli amici. Un altro invece se ne viene fuori con un pezzo di un gruppo rock inglese degli anni '80. Ha 9 anni. Mio fratello gli chiede se conosce l'inglese abbastanza bene da capire cosa sta cantando. Si scopre che il pezzo non riflette i suoi gusti ma gli è stato inculcato dal padre, cantante mancato che sta riversando su di lui le sue frustrazioni giovanili. Una bambina delle medie vuole cantate un pezzo che parla esplicitamente di sesso, ed è arrabbiata con mio fratello che si rifiuta di insegnarglielo. Un'altra vuole andare in tv e diventare una star. Studia una mezz'ora a settimana, in compenso si fa i video mentre canta languidamente in camera da letto, con tanto di commenti compiaciuti della mamma e della nonna, e ignora i suggerimenti di mio fratello, il primo dei quali dice: se vuoi diventare una cantante dovresti esercitarti tutti i giorni. Io da bravo ingenuo gli dico: ma fare qualcosa di Sergio Endrigo, una di quelle belle canzoni per bambini? Quel tipo di infanzia non esiste più, dice mio fratello amareggiato. I bambini esistevano una volta. Quelli lì sono animaletti da circo.

giovedì 5 gennaio 2017

una storia che mi ha raccontato lou reed

La notte scorsa in sogno è venuto a trovarmi Lou Reed per farmi un regalo speciale. Si siede accanto a me sul letto e mi racconta la storia della piccola Lulu, un bambino bellissimo con voce di donna che ruba biancheria dal cassetto di sua madre perché da grande vuol fare la cantante come Billie Holiday. Sua madre, che invece vuole sedurlo e abusare di lui una volta che sia cresciuto abbastanza da avere rapporti, per impedirgli di realizzare il suo sogno e trasformarsi così in una donna, corrompe tutti i suoi amici per costringerli a lasciarlo da solo nella sua breve scalata al successo. Perché una scalata solitaria è una vittoria non riuscita. La storia, degna di Lou Reed, finisce con Lulu che fa botte col suo migliore amico Lester, innamorato follemente di sua madre, e ne esce malconcio, con un occhio nero e un ciuffo di capelli di Lester in mano. Li guarda confuso con l’occhio sano, e non sa capacitarsi che tutto ciò che gli resta del suo amico adesso sia un ciuffo di capelli.

giovedì 29 dicembre 2016

81

Nella città su cui governa la Principessa Sanguinaria, tutti gli uomini, una volta o l’altra, si innamorano della Principessa, e si presentano a corte per chiederla in moglie. Ella non dice mai di no, ma propone all’uomo che la chiede in moglie un quesito: qualche volta è complicato, qualche volta è semplice, proprio un quesito da scuola elementare. In ogni caso, il corteggiatore farà inevitabilmente un errore, forse un errore irrilevante, ma che non sfuggirà mai alla Principessa, e il corteggiatore verrà ucciso. Il giorno dopo si presenterà un nuovo candidato, e non avrà sorte diversa. In realtà, la Principessa è donna delicata, affettuosa, che niente di meglio desidererebbe che sposare un giovane senza casato né fortuna, e abbandonare quel suo terribile compito, giacché solo di un compito impostole si tratta. Infatti, la Principessa deve ubbidire ad un Re Sanguinario, che le suggerisce i quesiti, ne esamina la soluzione e le indica l’inevitabile errore, e insieme le comanda di procedere a giustiziare il temerario corteggiatore. Ma il Re Sanguinario a sua volta maledice il suo tristo compito, e nulla di meglio desidererebbe che leggere i classici, viaggiare in cerca di cattedrali antiche, e libri dimenticati dagli uomini. Non vorrebbe uccidere nessuno, e non di rado piange assieme alla sua cara Principessa, ma egli deve ubbidire all’Imperatore Sanguinario. Costui ogni settimana convoca il Re, e gli chiede quanti sono stati uccisi, e in che modo; e quando il Re gli descrive la sorte terribile di quei giovani incauti, egli ascolta assentendo, come se le cose andassero proprio nel modo che desidera, e alla fine si congratula con il Re, che in cuor suo si strappa i capelli e maledice se stesso e l’Imperatore. In realtà, l’Imperatore è un omaccione che ama la caccia, i buoni e grassi cibi, il vino e le cantate dopo cena; gioca con cani e gatti, e ci tiene ad essere generoso con i poveri; ma anch’egli deve ubbidire. Ogni mese egli lascia il castello e si reca in mezzo ai monti, davanti ad una caverna in cui non osa entrare; ma, fermo sulla soglia, racconta a voce alta quanta gente è stata uccisa e dove e come. Dall’interno una voce risponde con ringhi e mugghi, e potrebbe anche essere la voce di un drago, o di un vulcano, o di un fantasma. Stranamente, quella voce si placa in una sorta di mormorio, che ha in sé qualcosa di benevolo. Allora l’Imperatore si avvolge nel suo manto, e si incammina di nuovo verso il castello, chiedendosi a chi mai egli ubbidisca, se demonio o dio, o se quello stesso cui obbedisce sia un demonio che ubbidisce ad un dio, o dio fatto schiavo dal demonio. 

[Giorgio Manganelli, Centuria, Adelphi 2013]

sabato 5 novembre 2016

la goccia

Avere il mondo sotto gli occhi e non poterlo stringere. Ogni giorno che passa sotto il suo balcone, si sorprende a sollevare gli occhi – né può farne a meno – per fissare la sua biancheria stesa ad asciugare. Si vergogna un po’ dei suoi impulsi e se non sa dimenticarla, e del piacere che prova a riscoprire fra le altre le mutandine di pizzo che le ha regalato mesi prima. Gli sale un groppo in gola di rimpianto, e l’ansia di averle perdute per sempre, di non avere più il diritto di allungare la mano e prenderle, nonostante appaiano così vicine, pochi metri sopra di lui. È il turbamento di un attimo, poi tira dritto per non farsi notare dai vicini. Ma a certe ore del giorno, quando non c’è nessun altro in giro, senza quasi più pudore dà sfogo al desiderio. Si piazza sotto l’ombra leggera che appare una ragnatela invitante, fino a farsi sfiorare il capo e aspetta lì, chiudendo gli occhi nell’attesa, fino a sentirsele sgocciolare in fronte. Quando la prima goccia lo colpisce, lo pervade nella carne un brivido, come un neonato che venga battezzato dal suo ritorno. E assapora il suo lento scivolare sul volto, negli occhi, sul collo, che gli ricorda la carezza gentile del suo dito quando ancora lo cercava.

venerdì 4 novembre 2016

le ragioni del no


Nei giorni di sole Nino non riesce a resistere alla tentazione. Scende di casa, attraversa la strada ed entra nel negozio di mobili del figlio. Di mattina è quasi sempre vuoto, la clientela pochissima. Così ha non solo una stanza tutta per sé, ché già deve dividere casa con cognata e nipoti, la televisione perennemente accesa, le chiacchiere della vicina invadente, ma può anche scegliere fra i letti e i divani in fondo. In base all’umore del giorno ne sceglie uno più o meno esposto al sole, che entra dalla grande vetrata laterale. Toglie il lungo cappotto di panno scuro che ha comprato anni fa con sua moglie, poi si allunga sul divano o sul letto prescelto con la voluttuosa indolenza di una grossa lucertola, si lascia avvolgere dal tepore e in quel tepore si appisola ogni volta, per alcuni irrinunciabili minuti. La casa è fredda e fosse per lui terrebbe il cappotto tutto il tempo, ma sua cognata non vuole e lo rimprovera spesso perché lo tolga e si comporti un po’ da uomo. Così, per lui, il negozio si è trasformato nell’ultimo rifugio per la propria dignità.
Dopo aver dormito, Nino tira fuori dal portafogli i suoi foglietti, che sono il suo grande conforto, al punto che quando sua cognata ha provato a portarglieli via dicendogli che era ridicolo, si è opposto con tutte le sue forze fino a farla desistere. Li tira fuori e li rilegge, approfittando del silenzio, per correggerli fino a renderli perfetti. Oppure, se ha una nuova idea la appunta su quelli puliti che ha ritagliato dai vecchi quaderni di sua nipote. Sono epigrammi che non avranno mai una vera pubblicazione, ed esprimono soltanto la rabbia, la frustrazione per ogni sopruso o menzogna, tutta la sua insoddisfazione. Le alimenta con la forza inesauribile di giornali, trasmissioni, le chiacchiere in parrocchia o dal tabaccaio sotto casa. «Per tutto questo abbiamo vissuto e lottato?» chiede a se stesso e a sua moglie. Inetti e criminali al potere, razzisti, cialtroni, migranti e schiavi, terremotati, tedeschi, le banche che si mangiano tutto, la gente che invece di lottare seriamente si gratta oppure strepita, si piange adosso o ripete con violenza insensata slogan a tempo perso, fino a farlo vergognare di parlare la loro stessa lingua. Per tutti loro abbiamo vissuto e lottato?
E si sente crescere dentro come una furia che non sa più contenere, la scrive con forza, ma in rima. La appunta, col suo sangue gettato negli anni, in biglietti che si porta in tasca carichi di sdegno e di veleno, come pistole pronte all’uso. Il suo testamento morale: pistole civili, armate di parole che gridano: «Mi fate tutti schifo, voi servi, voi padroni senza nessun potere, i vostri discorsi che suonano come lo sciacquare delle stoviglie dopo una grande abbuffata e l’incredulità di quelli che sono rimasti a digiuno, ma zitti per tutta la vita mentre aspettavano gli avanzi».
E prega ogni sera, prima di addormentarsi, per le prossime elezioni, o per il referendum, uno dei tanti, ché arrivino il prima possibile. Ne pregusta già ogni passo, nel buio, nel poco tempo che gli resta. Sogna di dirigersi verso le urne a testa alta, guardare il mondo fiero, dall’alto, prima di tirare fuori il suo biglietto scelto per quel giorno. Far tremare la parete in alluminio sotto la sua terribile caustica matita, fino a consumarle la punta, mentre ricopia sulla scheda i suoi versi di rivolta, l’ultima occasione di far sentire il suo No al Paese, dopo che gli hanno abbassato la voce.

mercoledì 26 ottobre 2016

l'uscita


«Il fatto che esista una parola, “sogno”, non significa e non implica che la realtà abbia un’alternativa». 

Iosif Brodskij, Lettera a Orazio 

Percorriamo da ore un lungo corridoio in pietra, o ponte coperto da un’altissima volta e «sospeso sul nulla, ma solido», come ci dice la guardia che ci accompagna verso l’uscita col fare svagato e un po’ sbuffante, ma colloquiale, di tutte le guardie annoiate e costrette a un lavoro ingrato. Ho provato a farle domande, ma non ha risposto a nessuna, aggirandole coi suoi sinceri apprezzamenti alla meraviglia architettonica di quel corridoio. Ma è così lungo e impervio, insensato e pieno di curve inattese che si avvolgono e avvitano e aggrovigliano su se stesse in una sorta di labirinto serpentesco, che appare più il delirio di un ingegnere folle che l’opera grandiosa che ci dipinge la guardia entusiasta. Siamo in tre con la guardia. Ci accompagna un bambino che non conosco ma si stringe a me senza mai guardarmi in viso, e mi assomiglia al punto da essere il mio ritratto di quando avevo la sua età, la stessa aria malinconica, lo stesso sguardo privo di sorriso di quand’ero bambino. La guardia, parodiandoci, ci chiama la sacra famiglia mancata, mancandoci appunto una donna.
La volta, senza alcuna forma di illuminazione, emana una sorta di luminescenza muschiosa dalle pareti, che mi lascia ammirato. La guardia ci dice che è così perché riflette la luce che si propaga dall’uscita, ormai non troppo lontana. Non le credo più, da quanto tempo ci costringe, senza violenza ma con decisione che non ammette lamentele, a quella marcia forzata. È un cammino di ore indirizzato verso la nostra morte, lo sappiamo, eppure non ci opponiamo, ormai rassegnati alla fine. Certo, preferirei non essere costretto a quella prova massacrante. Mi sento come spossato, come se le gambe non riuscissero più a reggermi e per un attimo credo che sia in bambino a furia di appendersi a me a togliermi ogni forza. Vorrei scrollarmelo di dosso, cacciarlo via, ma poi mi prende pietà di lui e lo lascio perdere. Mi volto indietro, per un attimo come richiamato da una voce, ma è un’illusione, e mi chiedo dove sia sua madre, dove la sua vera famiglia, e perché è stato affidato a me in quelle ultime ore che ci coinvolgono. Poi lascio perdere anche le domande e mi concentro unicamente sulla voce querula della guardia, sulle sue chiacchiere per ammazzare il tempo che ci resta.
Arriviamo dunque alla fine del corridoio o ponte, di fronte a un enorme e solido muro all’apparenza senza uscita. E ci dirigiamo verso un angolo, incontro a una porticina strettissima e irregolare che sembra essere stata scavata nella spessa parete cieca con un punteruolo di fortuna. È talmente stretta come uscita da sembrarci ridicola. E noi dovremmo passarci attraverso? Ma come? Forse potrebbe il bambino, ma io? Provo a spiegarlo alla guardia, ma lei si dice convinta del contrario, è possibile.
Ci invita a chinarci e ad allungare la testa attraverso quella finestrella per ammirare, dopo tale cammino, cosa finalmente ci aspetta. Gli obbediamo e restiamo come paralizzati, meravigliati da tanto splendore. Siamo sospesi, è vero, chilometri sopra il mare, quasi nello spazio aperto. Ma persino la Terra sotto di noi, che pare farsi sempre più lontana, si illumina della stessa luminescenza diafana del corridoio in cui siamo. Mi volto, di nuovo armato di domande, verso la guardia, che adesso mi punta contro una pistola per precauzione, ma continua a sorridermi da un’adeguata distanza di sicurezza.
«Si può sapere dove siamo? Cosa ci aspetta? Vuoi davvero che saltiamo di sotto da quella altezza?» chiedo, facendomi finalmente coraggio, e alle mie parole il bambino sembra stringermi ancora di più a me, e mi bacia la mano che intanto si è posata sulla sua guancia umida, per scaldarlo.
La guardia mi sorride, comprensiva, e tira fuori dalla tasca una corda d’oro che mi passa. «Non dovete lanciarvi di sotto, dovete calarvi con questa e andrà tutto bene. Ma occorre fiducia».
Ma la corda mi appare troppo corta per calarci di sotto, e resto immobile.
Lui mi sorride per la terza volta e mi rivela: «Siamo nella pancia del Signore, questo è il suo intestino. Tocca a voi, adesso, dargli un senso».
Il bambino comincia a tremare contro il mio corpo, si stringe di più, sempre di più a me, fino a farmi male. Io fisso la corda che mi appare ancora troppo corta, non so decidermi, mi chiedo se a un certo punto ci sarà una magia, e come potremo mai uscire da quella fessura strettissima nel muro. Allora sento il grilletto della pistola che viene caricato. Osservo la canna puntare minacciosa verso di noi.
«Ora pregate» ci ordina.

sabato 30 aprile 2016

la caccia

Non si vive più senza sesso, mi dice lei dopo l’incidente che l’ha ridotta così, sbattuta sul divano in shorts col lungo gesso che la immobilizza e un gatto che si affila le unghie all’altezza del ginocchio. Accarezza con lentezza esasperata e provocante una delle stampelle appoggiate al bracciolo e passa – senza successo – a lamentarsi di sé, di noi, come fa quand’è realista, e passo io a trovarla per prepararle qualcosa da mangiare al posto mio, che so un brodino. Attacca a parlare con voce lunga e appuntita, e come ogni volta non mi resta che distrarmi, per non cadere vittima dei suoi piani. E accade, in quel momento, che una scena inattesa si aggrappi alla finestra con un frullo d’ali. 
Un pettirosso crolla in picchiata sulla zanzariera e vi si aggrappa, si arrampica con le zampette tremanti in cerca di salvezza, infilando come può le unghie fra le maglie della rete. Sarà l’impressione che mi fa la scena nel ricordo, oppure il suo spasimo illuminato dal primo sole d’estate, ma il suo corpicino mi appare verde elettrico, quasi quello di un canarino dal cui petto sgorghi una macchia ininterrotta di sangue in superficie. Dietro di lui una grossa gazza nera con riflessi bluastri sul capo e sulla punta delle ali, si posa sul parapetto in attesa, da brava cacciatrice, e sollevando la coda molla con gusto un escremento fumante fra le zampe solide. Il pettirosso la nota e con un ultimo slancio disperato spicca il volo e riparte con una traiettoria ad arco sopra la testa della gazza, verso la siepe di sotto. 
La gazza, con un balzo compiaciuto, riparte e si lancia giù dal parapetto, lo insegue planando sicura fino al cespuglio della siepe dove s’è infilato, tuffandosi al suo interno mentre lo bracca quasi per gioco. Il cespuglio trema al loro passaggio ed esplode per il volo di altri uccelli nascosti. Decine di volatili, lunghi nemmeno un dito, che punteggiano l’aria come una manciata di semi. E intorno altre gazze ballano sui campi appena falciati che cominciano a scaldarsi per la prima estate. 
Non si vive più senza sesso, mi ricordo questo, e il volo che mi ha distratto dal suo discorso. E il tono sempre più sarcastico, e angustiato, e avvelenato, poi rabbioso, della sua voce. Il tentativo, frustrato, di lanciarmi addosso il gatto. Poi il suo grido di guerra mentre mi caccia di casa, e il lancio della sua stampella e il tonfo sulla porta, che si richiude alle mie spalle mentre scappo.