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sabato 31 ottobre 2020

il nemico

Ci sono poesie che hanno bisogno di un nemico per vivere, di un antagonista contro cui scagliarsi come pietre. Alcune delle poesie più belle di Sanguineti, contenute in POSTKARTEN (1972-1977), sono così. In particolare, verso la fine, ce ne sono due, una accanto all’altra, contro Montale e Sciascia, esponenti di un’Italia vecchia da stracciare. Sanguineti che era militante integrato nel PCI voleva fortemente, sulla linea di Berlinguer e insieme ad altri come Calvino, che il partito potesse andare al Governo, muovendosi di conseguenza, persino coi compromessi, perché – diceva – solo operando dall'interno si potevano cambiare in meglio le cose. In questo modo si scontrava con un'altra ala degli intellettuali di sinistra, con Fortini e Sciascia, i quali ritenevano che l'unica maniera pulita di fare politica, in uno Stato come il nostro, fosse quella di non compromettersi in nessun modo col potere e continuare a fare opposizione dall’esterno, fare letteralmente i cani da guardia del sistema. Ne scaturì, su L’Espresso, uno scambio di opinioni educato ma non pacifico con Sciascia, in cui maturò una rottura fra i due. E Montale? Montale, inconsapevolmente, fu all’origine di quello scontro. Intervistato in merito al processo alle Brigate Rosse per cui sedici dei giurati chiamati a far parte dell’assise si dichiararono, con tanto di certificato medico, inabili all’incarico, coerentemente con la propria filosofia di vita il poeta disse che da un certo punto di vista lui capiva quelle persone perché anche lui, da cittadino, avrebbe avuto paura. Ne scaturì una querelle per cui da una parte gli integrati del PCI gli rimproveravano la vigliaccheria (avrebbe dovuto invece dire, da intellettuale e senatore, che prima di tutto veniva il dovere verso lo Stato, perché “lo Stato siamo noi”, come scrisse Cavino), e dall’altra gli eretici che difesero Montale il quale aveva espresso il timore del cittadino comune proprio di fronte ai mali di uno Stato di cui non solo non si riconosce come parte, ma che anzi ti è nemico, antagonista. Chi aveva ragione e chi torto? Entrambi e nessuno, mi pare. Perché, se è vero che Sanguineti aveva ragione nel principio – non si può fare opposizione a vita, lasciando sempre agli altri la possibilità di decidere anche per te –, è anche vero che la nostra storia ha dato ragione a Sciascia. Ma ancora, va detto che se c’è stato un intellettuale che voleva fare una rivoluzione per essere meglio integrato con gli altri fu proprio Sanguineti, il quale non riuscì mai né a fare una rivoluzione, né a integrarsi in niente e con nessuno, troppo colto per mettersi alla pari con le classi operaie per cui faceva politica, che manco capivano la sua lingua, e troppo militante per trovare una mediazione possibile con chi parlava la sua stessa lingua ma non condivideva l’uguale integralismo politico. (E infatti, non a caso, il suo antagonista per eccellenza, fu l’amato-odiato Pasolini, che gli era tanto più simile nel rigore, nella solitudine e nelle pulsioni di morte di quanto Sanguineti stesso avrebbe mai voluto/potuto ammettere).

lunedì 29 ottobre 2018

storia del mio lunedì

Oggi, come sempre, dovevo lavorare a un sacco di cose. Però, fra i vari impegni, avevo anche da scrivere, per dicembre, un raccontino di tre-quattro paginette per una rivista. Così, stamattina, mi sono svegliato presto con questa idea in testa, e mi sono detto: ho una mezz'ora di tranquillità, butto giù l'idea per il racconto e poi comincio col lavoro serio. Da allora, sto ancora sul racconto, che nel frattempo è diventato talmente lungo da essere ormai inutile per la rivista. Insomma, mi sono chiesto poco fa, ho perso una giornata di lavoro per cosa? Poi ho visto il tempaccio di fuori e mi sono ricordato dell'eterno Fortini: Nulla è sicuro ma scrivi! Perché scrivendo vedrai che forse non oggi, forse non domani, ma un giorno la butterai nel culo anche agli dei. Parola di poeta.

sabato 21 maggio 2016

estratti da una intervista del 1982 a franco fortini:

«La poesia è quella cosa, quel discorso che finge di dirti una cosa, ma in realtà, oltre quella cosa, ti dà se stessa. È come se tu dovessi mangiare quello che sta nel recipiente e il recipiente. E alla fine il recipiente diventa più importante di quello che sta dentro, anzi la forma fa tutt’uno col contenuto. Il linguaggio della poesia è quel linguaggio che in ogni punto contraddice l’uso comune. […] 
Una volta mi hanno fatto notare che io, quando scrivo in prosa, scrivo difficile. Io penso che in poesia bisogna scrivere semplice, e in prosa difficile. In che senso? A far difficile il discorso della poesia ci pensa la poesia. Invece la prosa, siccome il lettore è abituato a capire tutto e subito, devi fabbricare una quantità di ostacoli per costringerlo (lui che leggerebbe senza pensare) a fare il salto degli ostacoli. In poesia possono bastare i cento metri piani: è già tanto, quando arrivi non hai più fiato. Invece la prosa deve presentare un percorso complicato, uno slalom, che faccia pensare. In poesia tu non devi tanto pensare, quanto “essere”. La poesia tende al presente. “Verso” deriva dal latino versus, che vuol dire “ritorno”, vertere cioè tornare. Il verso è quello che torna. “Prosa” invece, viene da prorsus, che vuol dire: “andare avanti”. La prosa va avanti, procede. La poesia sembra procedere, in realtà fa un movimento circolare, torna indietro su se stessa. 
[…] Ci sono dei poeti che, arrivati a una certa età, è come se fossero dei corazzieri, cioè fanno parte di un corpo speciale rappresentativo di una nazione (ogni nazione ha i propri) e così hanno qualche vantaggio. Ora uno deve essere molto attento perché se accetti di fare il corazziere, sei finito, vuol dire che veramente non fai più paura a nessuno, che nessuno ha più paura di quello che puoi dire. Grazie al cielo, c’è ancora qualcuno che mi vuole morto: vuol dire che sono io. 
[…] Aggiungi che non sai mai che cosa vali: fai delle fatiche spaventose, ti impegni in tutta la vita in cose, che non sai quanto valgono. Se uno scrive un romanzo e ne vende centomila copie, guadagna un sacco di soldi, poi viene intervistato dalla televisione, magari baciato dalle attrici: sarà quanto meno come un cantante famoso. Ma se non hai questo, che fai? Il puro gratuito. Fai delle cose che non hanno valore economico. Scommetti su un valore più alto. È molto pericoloso. Tu sei pagato, però, in un modo indiretto. Per esempio, ti fanno scrivere sul giornale, di letteratura, perché sei l'autore di quei versi. Hai degli effetti indiretti. Tutto sta a vedere dove uno pone il proprio onore.» 

Per leggere l'intera intervista vai QUI.

lunedì 16 febbraio 2015

una storiella per spiegare il rapporto fra pasolini e fortini

Pasolini e Fortini devono fare la spesa.
Fortini vuole andare dal fruttivendolo all’angolo, che ha aperto da poco, è giovane, e c’ha le verdure biologiche. Pasolini invece vuole andare dal suo fruttivendolo in periferia, due chilometri fuori dal centro, che vende verdure sue e c’ha quel negozio da più di trent’anni, l’ha ereditato dal padre.
“A Pa’, sbrighiamoci, le prendiamo qua le verdure, sono buone, due minuti e siamo a casa a fare il sugo”.
“No, io voglio andare dal mio di fruttivendolo, c’ho un rapporto di fiducia con lui. Quello è giovane, non c’ha esperienza, non so che mi combina, non mi fido”.
“Sempre così tu. Mai un po’ di fiducia negli altri! nei giovani poi! Sei stato giovane anche tu, no? Falli sbagliare i giovani, se no non imparano!”
“Sono ancora giovanissimo, io! Ma poi penso a quel poverino che sta in periferia, è anziano, vende cose buone di campagna, gli dobbiamo dare una mano. Su, dai, allunghiamo un po’ e facciamo la spesa da lui!”
“A parte che adesso pompano tutto in campagna. Ma poi, scusa, il ragazzo che ha aperto il negozio da poco e si vuole costruire un futuro, non se la merita una mano? Guarda, c’ha pure le verdure biologiche!”
“Mmm, a me le verdure “biologiche”, non tanto mi convincono. Cioè, non sono contrario alla cosa in sé, ma mi dà fastidio l’etichetta. Mi sembra tanto una cosa alla moda, roba da hipster!”
“Che significa hipster?”
“Sono i figli dei capelloni”.
“Uh, madonna, ancora con sta’ storia stai. Certo che quando ti leghi una cosa al dito, tu! Comunque i giovani vanno aiutati, Pa’. Diamo una mano ai giovani! Stai dalla parte di qualcuno, per una volta!”
“Io sto dalla parte del fruttivendolo in periferia!”

mercoledì 3 dicembre 2014

la luna è una lampadina

Oggi ero di buon umore, così, bando all'avarizia, mi sono fatto un regalo: La Milano di Enzo Jannacci, capolavoro cantautorale del 1964. Volevo comprarmi anche l'edizione completa delle poesie di Franco Fortini (che di quel disco ha scritto un testo: Quella cosa in Lombardia, quella cosa per la cronaca è il sesso), ma quel gran fetente di Francesco Santoro (proprio l'autore di Piombo, che abbiamo pubblicato noi), quel fetente dicevo, è passato in libreria prima di me e si è comprato la mia copia!! Ma come si fa? Scherzi da prete, li chiamavano una volta. Se non fossimo entrambi poco pretici. Scherzi poetici allora, da poeti, che è qualcosa di molto simile all'essere nerd, o almeno suona così (Jannacci, Fortini: sai che palle si dirà il lettore medio o mediamente più giovane di noi, di quelli che "i morti lasciali ai morti e non li chiamare più!"). E infatti dovevo dire hipster, come Ginsberg. Ché la parola hipster, si sa, l'hanno inventata i nerd di domani, per pararsi il culo oggi.