Visualizzazione post con etichetta poeta. Mostra tutti i post
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sabato 2 novembre 2024

analisi di un profilo

Autore, presumibilmente maschio, fa un esperimento social buono come tanti: crea un profilo IG con una sigla astrusa al posto del nome, mette come foto profilo quello di una bella ragazza dallo sguardo vispo che a me pare fatta con l’AI, poi pubblica una serie di poesie piene di sperimentazioni linguistiche e assonanze ardite (e, devo dire, alcune molto belle) tutte fortemente allusive e riferite al sesso, e per questo prende millemila like da gente che di poesia ne capisce oppure no, ma tutti universalmente dediti alla pratica onanistica. Per riprendere la nota espressione di Bogart nel Falco Maltese, i suoi post sono “della stessa materia di cui sono fatti i sogni” (bagnati). Onde per cui, osservandolo, mi viene da dire che non sia un esperimento molto originale, ma riconferma l’eterna regola tipica del mercato che non esistono la poesia difficile e quella facile, esiste solamente il lettore più o meno gonzo: tanto più è gonzo il lettore, tanto meno sarà schizzinoso verso la poesia: l’importante è prenderlo per i bassi istinti, o come si diceva un tempo per i fondelli. E più sono bassi gli istinti che gli solletichi, più sarà alta la difficoltà della poesia che gli potrai proporre. A scanso di equivoci, da ciò che vedo, vale anche per le femmine.

giovedì 27 giugno 2024

barba

Ieri pomeriggio ero a casa di Lino Angiuli che fra le altre cose me ne ha detta una molto carina sulla mia barba, ovvero che io è con la barba lunga che sono proprio io e do forma alla mia sostanza, mentre quando la taglio, quando sono senza la mia barba, è allora che sono un altro e non sempre mi assomiglio. Una cosa simile me la disse Franco Arminio un paio di mesi fa, disse che un poeta ha il dovere di curare anche il suo aspetto, intendendo per aspetto non la semplice apparenza, o il fatto di essere più o meno eleganti, ma di esprimere se stessi in una forma che cammini fianco a fianco coi tuoi versi e dia loro risonanza.

mercoledì 28 aprile 2021

le tre verità di ogni poeta

Chissà perché tutte le volte che ti intervista uno che non la scrive sai già che fra le altre ti infilerà la fatidica domanda: «Che cos’è la poesia?» e tu ogni volta farai uno sforzo, arrampicandoti su tutti gli specchi, per non rispondergli la prima verità di ogni poeta: «E io che ne so?». Un po’ perché non vuoi essere scortese, un po’ per astuzia, perché sai che se lo dici gli verrà naturale chiederti: «Ma se non lo sai, perché la scrivi?» e tu non vuoi fare la figura dello scemo rispondendogli la seconda verità di ogni poeta: «Boh!». Alla terza verità non si arriva mai.

mercoledì 6 gennaio 2021

come viene percepito un poeta

BLOOM: (Parlando di Stephen Dedalus). Non sa cosa dice. Ha bevuto un goccio di troppo e non gli fa bene. Lo conosco. È un gentiluomo, un poeta. Uno a posto.

STEPHEN: (Annuisce, sorride, e ride). Signore, patriota, studioso e giudice di impostori.

SOLDATO CARR: Non me ne frega un cazzo di chi è.

SOLDATO COMPTON: Non me ne frega un cazzo di chi è.

(James Joyce, Ulisse, trad. Enrico Torrinoni, Newton Compton, 2012, pag. 570)

domenica 2 agosto 2020

il prossimo

Il prossimo autore che pubblicheremo – sperando di fargli giustizia – sarà Roberto R. Corsi. Il Corsi ha questo paradosso: essere tanto gioviale come uomo quanto lucidamente tragico come poeta. Per di più non è facile da gestire: usa il verso alessandrino per esprimersi sui fatti di cronaca (!), ama i calembour e i giochi di parole, è pieno di collegamenti ipertestuali che spaziano dall’economia al cinema al campionato di calcio, legge e cita i poeti che sono ancora in vita (non mondadoriani e nemmeno einaudiani!) e soprattutto ha un vocabolario da spendere e lo spende senza far finta di essere uno che viene dalla strada: insomma, detto fra noi il Corsi è spesso troppo colto per l’odierno panorama italiano che ama il sentimentalismo spicciolo del “volemose bene” e confonde l’alessandrino con l’anacoluto di Carmelo Bene. Per questo motivo, il poeta tragico che è in Corsi si guarda intorno e come un Calimero, quasi vergognandosi di essere tragico – in un mondo che chiede la tragedia ma servita con ghiaccio – si nasconde sotto il guscio del suo eteronimo, si cummugghia come dicono in Sicilia: ne indossa la pelle, gli abiti, di quell’uomo così facile alla battuta, e stempera con una bella risata tutto il male che ci seppellirà.

venerdì 27 dicembre 2019

frollatura

Delle volte ho il fondato sospetto che voi tutti stiate aspettando che io muoia per cominciare finalmente a leggermi; anche perché, i buongustai lo sanno bene, il poeta frollato ha quel certo gusto in più.

lunedì 29 ottobre 2018

storia del mio lunedì

Oggi, come sempre, dovevo lavorare a un sacco di cose. Però, fra i vari impegni, avevo anche da scrivere, per dicembre, un raccontino di tre-quattro paginette per una rivista. Così, stamattina, mi sono svegliato presto con questa idea in testa, e mi sono detto: ho una mezz'ora di tranquillità, butto giù l'idea per il racconto e poi comincio col lavoro serio. Da allora, sto ancora sul racconto, che nel frattempo è diventato talmente lungo da essere ormai inutile per la rivista. Insomma, mi sono chiesto poco fa, ho perso una giornata di lavoro per cosa? Poi ho visto il tempaccio di fuori e mi sono ricordato dell'eterno Fortini: Nulla è sicuro ma scrivi! Perché scrivendo vedrai che forse non oggi, forse non domani, ma un giorno la butterai nel culo anche agli dei. Parola di poeta.

martedì 16 ottobre 2018

la cosa più vicina...

Pensavo che alla fine, per molti di voi, sono la cosa più vicina a un poeta che vi capiterà mai di incontrare. Poteva andarvi peggio. Poteva andarvi anche meglio, però.

sabato 13 ottobre 2018

mi dà fastidio se dici «poeta»

Mi dà fastidio se dici «poeta»
con l’ironia che batte
affettuosa e puntuale sul dente.
Mi appare desueta
formula di perdono
a ribadire ciò che non sono
più per te: un uomo la cui parola
ti ha portato fortuna.

lunedì 9 luglio 2018

il mio fallimento

Dove sta il mio fallimento? Nel fatto che sono un poeta, anche stimato, ma povero. Se avessi avuto la costanza di sopportare una moglie noiosa e tiranna, ma capace di praticare l’editing sul romanzo, avrei potuto conquistarmi una notorietà che non ho. Pur non mancandomi la vena narrativa, ne ho scritto uno solo, perché non sopporto di avere una tutrice. 

Valentino Zeichen, Diario 1999, Fazi 2018

domenica 3 giugno 2018

misteriosa

Le muse, proprio come gli amori, non te le scegli. Però capita in genere che ci siano più amori che muse nella vita di un uomo. Così nella mia vita ho perso la testa per un sacco di donne, ma di muse vere e proprie ne ho avute solamente due. Alla prima ho dedicato due libri di poesie, entrambi pubblicati. Per la seconda (nella foto, anno 2011) ho scritto invece un libro di poesie, due racconti e un romanzo, nessuno dei quali è mai stato pubblicato. La musa talvolta, proprio come nella foto, resta misteriosa, in primo luogo per chi ne scrive.

martedì 16 maggio 2017

status

Ma che bello quando mi scrivono a metà mattina per dirmi: proprio bello quel racconto porco che mi hai mandato. Capita sempre meno di frequente, soprattutto con gli addetti ai lavori. E quando capita poi, mannaggia, sono felice. Mi rovina lo status di poeta malinconico e ficodindia che non so quando né dove mi sono cucito addosso.

venerdì 21 ottobre 2016

«give the anarchist a cigarette»

Iersera ho visto DONT LOOK BACK di D. A. Pennebaker, documentario che segue Bob Dylan nel suo tour londinese del 1965 poco prima della svolta rock. A parte il fatto che secondo me andrebbe inserito di diritto nella discografia di Dylan, come pura forza performativa che sprigiona dal Dylan in bianco e nero di quegli anni ’60: ogni gesto, ogni sbadiglio, in tutto ciò che fa Dylan è cool, angry, punk come non sarà mai più; a parte tutto questo fa una certa impressione vedere oggi come tantissimi fan si scusino con lui (si scusano davvero!) di non riuscire a volte a concentrarsi sulle sue parole perché distratti dalla musica! Dylan si schernisce: sono soltanto uno che suona la chitarra, eludendo così sia il suo ruolo di poeta che quello di guida sociale e politica. Qualcosa della sua insoddisfazione, però, trapela dalle sue esibizioni. Ti importa qualcosa di quello che canti? gli chiede il giornalista del Time, al che Dylan risponde incazzato: Non posso credere che tu mi stia facendo una domanda del genere. Eppure, quando alla fine i giornali gli danno dell’anarchico, ci resta quasi male: finalmente sono riusciti a trovare una parola per definirmi, dice con sarcasmo. Date una sigaretta all’anarchico, aggiunge, con una battuta entrata nell’immaginario popolare inglese, come se fosse l’ultima sigaretta di un condannato a morte. Perché di fatto, nell’universo dylaniano, tutto ciò che viene definito è già come se fosse un poco morto. Speriamo che la parola «poeta», con cui lotta da una vita, ora che ha vinto il Nobel non lo uccida del tutto.

martedì 28 giugno 2016

morte di un poeta

Per qualche strano motivo l’espressione «morte di un poeta» suona sempre un po’ più concreta che non «vita di un poeta». Sarà perché «vita» e «poeta», come vocaboli, sono quasi sinonimi nella loro nobile indeterminatezza. Mentre «morte» – anche come vocabolo – è qualcosa di ben definito, quasi quanto è definito il prodotto stesso del poeta, cioè una poesia, che ha come elemento principale il suo ultimo verso. Un’opera d’arte, quale che sia la sua sostanza, è una corsa verso il traguardo, ed è il traguardo, l’epilogo, a deciderne la forma e a negarle la risurrezione. Dopo l’ultimo verso di una poesia non c’è più posto per nulla, se non la critica letteraria. Così, quando leggiamo un poeta, partecipiamo alla sua morte o alla morte delle sue opere. […] 
Un’opera d’arte vorrebbe sempre sopravvivere al suo autore. Si potrebbe dire, parafrasando il filosofo, che scrivere poesia è un modo, anch’esso, di esercitarsi a morire. Ma, a parte la pura necessità linguistica, ciò che spinge a scrivere non è tanto una preoccupazione per la caducità della propria carne quanto l’impulso a salvare certe cose del proprio mondo – della propria civiltà personale, della propria continuità non-semantica. L’arte non è un’esistenza migliore, ma è una esistenza alternativa; non è un tentativo di sfuggire alla realtà, ma il contrario, un tentativo di animarla. È uno spirito che cerca la carne ma trova parole. 

[Iosif Brodskij, Il figlio della civiltà, trad. Gilberto Forti, in Fuga da Bisanzio, pag. 71-72, Adelphi 1987]

mercoledì 17 settembre 2014

girgenti

Se un giorno, poeta, vorrai
scrivere senza censure
di una stupida senza più denti
un’adorabile canaglia
ecco il mio nome: Girgenti
Elena, di professione
blasfema, bevitrice, culo d’oro,
avvocato e infermiera,
cuoca rinomata, cuore
per i cuori come il tuo, affamati.

La parte di te che preferisco
è il baffo sottile da gatto
la vibrissa che vibra nascosta
sul tuo sorriso e muta
in base ai giorni alla tensione
o come adesso pigramente
dall’alto del mio tavolo
mi guardi indifferente / finto indifferente
da brava cacciatrice.