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venerdì 23 settembre 2022

il pro

Autore mi si propone dicendo di aver coniato un nuovo genere, la Proesia, chiamata così perché fonde prosa e poesia. Nel senso di prosimetro o di prosa poetica? Boh, anche perché la raccolta proposta è piena di poesie, ma nessuna in prosa. Non ero nemmeno intenzionato a scrivere questo post perché ho come regola di non svelare particolari che possano ricondurre agli autori che mi contattano. Se non fosse che parlandone col Corsi mi ha rivelato che di proeti è pieno il mondo. Infatti, cercando in rete mi sono accorto che di sedicenti creatori della proesia ce ne sono tantissimi. Ero il solo a non saperlo. Il Corsi addirittura mi rivela che per alcuni di loro il pro- è usato come premessa non alla prosa ma, prosaicamente, alla scorreggia.

sabato 5 febbraio 2022

odio

Alcuni poeti prima o poi finiscono in TV o nei cuori dei lettori, altri si muovono rasoterra, con un passaparola appena appena sussurrato. Ho cominciato a leggere la Annino perché me ne ha parlato Roberto R. Corsi, che l'amava quasi col pudore di un figlio. Proprio come ho conosciuto Bordini per l'amore di Francesca Santucci. Sono quegli incontri che restano perché si basano sulla condivisione di un segreto. Oggi leggo questo ritratto di Siti, e mi ritrovo scoperto e quasi liberato in questa frase della Annino: “la poesia mica bisogna amarla, bisogna odiarla”. Perché io la odio la poesia, con tutto me stesso, o meglio, la vivo in questo limbo lacerante di amarla e odiarla insieme, come Catullo. E non capisco chi dice di amarla e basta, perché se la ami e basta forse non ti ha fatto abbastanza male.

mercoledì 12 gennaio 2022

una resa dei conti

Ha ragione il Corsi quando dice – come ha fatto poco fa con me – che la chiusura del blog di poesia della Rai ha un po’ il sapore di una resa dei conti. Resa dei conti di una cultura che dà una parte esalta retoricamente l’idea stessa di poesia come genere sommo nella terra di Dante, Petrarca e Mussolini (che “ha scritto anche poesie”), ma poi nei fatti chiude le porte in faccia senza problemi a chi la pratica e pubblica, e a dispetto delle apparenze non sono pochi. Si assiste così a questa specie di resa generale al mercato, in tutte le sue possibili declinazioni: da quella della rivista di Crocetti che si accasa con Feltrinelli realizzando un po’ il sogno di tutti i piccoli editori, che sbolognano un’indipendenza dall’industria culturale in attesa che l’industria culturale se li mangi per fare pace coi conti in rosso; a quelle di giornali e blog letterari che dedicano sempre meno spazio, sempre meno competente, sempre più annoiato alla poesia, genere che non sanno leggere né nel cuore né nella forma. Quanti sono oggi gli spazi più o meno ufficiali che dedicano uno spazio alla poesia: poco più di una decina. Il più potente, la televisione, se va bene la tratta alla stregua di un circo, se va male le sbadiglia in faccia. Quanti editori di poesia ci sono oggi in Italia? Pochissimi nella qualità e moltissimi nel numero, eppure tutti in continuo affanno. Perché (considerata la quantità assurda, nauseante, di autori che si propongono)? Perché i libri di poesia a dispetto di tutto questo circo di scrittori o sedicenti tali non si vendono, o meglio non li compra nessuno, manco per fare i regali a Natale. Prima almeno si recensivano, adesso nemmeno più quello. Del resto dove li recensisci? Su quale sito? Poi si parla di poesia come dell’ultimo spazio di libertà di chi scrive perché non è condizionato dal mercato. Ma sono chiacchiere. Se un libro non lo vendi e non lo recensisci è come se non esistesse, diventa un fallimento che pesa. E poi meno spazio non implica più libertà, indica maggiore necessità di amicizie e favori per avere quei cinque minuti di celebrità per i quali, tutti, pubblichiamo libri. Altrimenti li terremmo chiusi nel cassetto. Non c’è più uno spazio adeguato di espressione, di dialogo e confronto. E questo non è sano. Quanto senso ha, ormai, per un editore, pubblicare un autore – per quanto bravo sia – che non sa autopromuoversi, o vendersi, o mettersi in posa ammiccante, o che non ha i giusti amici nei siti giusti per dire almeno che ci siamo sui giornali, visto che manchiamo quasi del tutto sugli scaffali delle librerie? Io non lo so e me lo chiedo di continuo come editore. Come lettore nemmeno mi dovrebbe interessare, visto sono nato nella terra di Dante, Petrarca e Mussolini (che “ha scritto anche poesie”) e questo certo dovrebbe bastarmi.

sabato 12 giugno 2021

fascetta

Roberto R. Corsi che ha letto in anteprima la mia prossima raccolta, mi ha scritto la fascetta che invoglierà i poeti veri a leggermi e dice: «Con questo libro hai toccato qualche vetta di tristezza in più».

domenica 2 agosto 2020

il prossimo

Il prossimo autore che pubblicheremo – sperando di fargli giustizia – sarà Roberto R. Corsi. Il Corsi ha questo paradosso: essere tanto gioviale come uomo quanto lucidamente tragico come poeta. Per di più non è facile da gestire: usa il verso alessandrino per esprimersi sui fatti di cronaca (!), ama i calembour e i giochi di parole, è pieno di collegamenti ipertestuali che spaziano dall’economia al cinema al campionato di calcio, legge e cita i poeti che sono ancora in vita (non mondadoriani e nemmeno einaudiani!) e soprattutto ha un vocabolario da spendere e lo spende senza far finta di essere uno che viene dalla strada: insomma, detto fra noi il Corsi è spesso troppo colto per l’odierno panorama italiano che ama il sentimentalismo spicciolo del “volemose bene” e confonde l’alessandrino con l’anacoluto di Carmelo Bene. Per questo motivo, il poeta tragico che è in Corsi si guarda intorno e come un Calimero, quasi vergognandosi di essere tragico – in un mondo che chiede la tragedia ma servita con ghiaccio – si nasconde sotto il guscio del suo eteronimo, si cummugghia come dicono in Sicilia: ne indossa la pelle, gli abiti, di quell’uomo così facile alla battuta, e stempera con una bella risata tutto il male che ci seppellirà.

mercoledì 6 novembre 2019

tre discorsi semiseri sul lavoro intellettuale

Stamattina, con Roberto R. Corsi – che ho da poco ribattezzato Cavallo Corsi, in quanto scopro della scuola della Cavalli, ovvero dedicarsi idealmente alla flânerie per tutto il giorno e scriverne poesie a sera – si parlava di lavoro per quelli come noi, che scrivono. Lui convinto mi dice: «Io non ho mai avuto il problema che il lavoro mi piacesse a tal punto da farlo gratis, preferirò sempre una passeggiata! (sottinteso: a farmi sottopagare)». 
Rispondo tirando fuori dal cappello ragioni sociologiche legate all’ambiente in cui sono cresciuto: «Io lavoro quasi sempre gratis, mi accorgo, perché farsi pagare per un lavoro intellettuale è peccato mortale (in quanto lavoro di serie B), ma non fare nulla piuttosto che darsi da fare è peccato mortale due volte, insomma come la fai la sbagli e l’unica cosa seria era andare a fare il muratore». 
Su tutto questo mette una pietra mio fratello, che non scrive ma guadagna: «Io, se mi chiami per un lavoro, mi faccio pagare anche solo per venire a parlarti, e se non ti va bene puoi andartene a fanculo. Io non lavoro coi disperati, tu sei solo una merda!». Il sei una merda in effetti è gratuito, ma posso dire per esperienza diretta di mio fratello che funziona sempre.

mercoledì 9 ottobre 2019

sulle cozze di corsi

Difficilmente mi capita oramai, con un contemporaneo, di dover tornare sul suo libro dopo averlo letto la prima volta. Mi è successo di recente con Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi (italic, 2015), libro che in piena linea col titolo – che a me, l’autore lo sa, non piace proprio – offre numerosissimi e gustosi spunti coi quali si è costretti necessariamente a sporcarsi le mani. La natura salace – spesso divertente e ricca di calembour, rime, battute (e battutacce) e giochi di parole: il mio preferito nella rima passeri/Casseri della pur mesta Cozza n. 32 – la rende una lettura godibile e stilisticamente assai coesa, più di quanto, a una prima lettura, la varietà dei temi trattati possa far pensare; e nell’uso sapientissimo del verso che vive di evidenti rimandi alla forma classica della Satira (nel suo continuo oscillare fra intimo e pubblico con accenti moralizzanti, ma senza troppe speranze), e nelle vivaci incursioni nel più moderno stile diaristico dei postmoderni, perlomeno nei suoi accenti più intellettualisticamente borghesi (Sanguineti, mi è parso, su tutti). Eppure, allo stesso tempo, lo sguardo basso, concreto, spesso impietoso, autoironico fino all’autodenigrazione dell’autore, lo rende un lavoro accorato e a tratti disperato. Ne emerge infatti, nascosta dietro la risata, l’insanabile solitudine di un uomo troppo umanamente partecipe per assolversi da qualsivoglia colpa; troppo intelligente per non sentirsi estraneo a qualsiasi impegno o gruppo; e allo stesso tempo troppo (poco) serio per non cogliere la vacuità di tale atteggiamento e farne, anche a proprie spese, dell’ironia.