Alcuni poeti prima o poi finiscono in TV o nei cuori dei lettori, altri si muovono rasoterra, con un passaparola appena appena sussurrato. Ho cominciato a leggere la Annino perché me ne ha parlato Roberto R. Corsi, che l'amava quasi col pudore di un figlio. Proprio come ho conosciuto Bordini per l'amore di Francesca Santucci. Sono quegli incontri che restano perché si basano sulla condivisione di un segreto. Oggi leggo questo ritratto di Siti, e mi ritrovo scoperto e quasi liberato in questa frase della Annino: “la poesia mica bisogna amarla, bisogna odiarla”. Perché io la odio la poesia, con tutto me stesso, o meglio, la vivo in questo limbo lacerante di amarla e odiarla insieme, come Catullo. E non capisco chi dice di amarla e basta, perché se la ami e basta forse non ti ha fatto abbastanza male.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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sabato 5 febbraio 2022
martedì 12 giugno 2018
intervista
Ho appena letto una intervista a Tiziano Scarpa sul suo ultimo libro di poesie, Le nuvole e i soldi (Einaudi) in cui si ha la netta sensazione che intervistatore e intervistato vadano in due direzioni diverse. Per questo motivo non la linko, però mi hanno molto colpito due cose dette da Scarpa: la prima in cui asserisce che è più difficile trovare autori che si siano dedicati esclusivamente alla prosa o esclusivamente alla poesia che non il contrario (autori dedicatisi a entrambi i generi) come invece ci siamo abituati a credere; la seconda che gli piacciano alcuni classici come il Liber Catulliano o le Farfalle di Gozzano, che vanno oltre i luoghi comuni legati ai loro autori e alla semplice occasionalità amorosa. Opere che adoro anche io, e infatti cito qui un frammento finale delle Farfalle di Gozzano che mi sembra più riuscito e utile da leggere dell’intervista stessa:
Nessuno s’ebbe più palese il dono
d’elaborare la materia sorda
in un’essenza non mortale: anelito
di tutto ciò che vive sulla Terra
fluido strano ch’ebbe nome Spirito,
Pensiero, Intelligenza, Anima, fluido
dai mille nomi e dall’essenza unica.
Tutto di noi gli è dato in sacrificio:
la ricchezza del sangue, l’equilibrio
degli organi, la forza delle membra,
l’agilità dei muscoli, la bella
bestialità, l’istinto della vita.
(Guido Gozzano, Le farfalle)
lunedì 31 marzo 2014
nuove recensioni a viva catullo
Scoprire per caso in rete che
c'è la recensione di un mio libro sul sito di un liceo di Roma intitolato al nostro amico Catullo... figo,
ma come ci sono arrivati a me?
QUI cosa hanno scritto.
Temperamente è uno dei blog letterari più seguiti. Evidentemente c'è un ritorno di fiamma per il mio secondo libro, o forse finalmente cominciano a scoprirlo, perchè lo hanno recensito anche QUI. Ecco...
domenica 1 dicembre 2013
come una poesia prende vita
![]() |
| Chapel, di Rothko |
Breve storia di come nasce e si sviluppa una poesia in una comune domenica pomeriggio.
Tutto comincia con me che scrivo questo messaggio su Facebook, senza fare nomi ma all’indirizzo specifico di un amico che oggi mi ha dato bidone per un lavoro:
Avviso a tutti quelli che ogni giorno mi costringono a rincorrerli, procurandomi altri grattacapi e perdite di tempo oltre a quelli che già ho. Se nei prossimi giorni vi vengono i funghi alle parti intime non è perché la vostra igiene è scarsa (anche per quello magari), è perché ho fatto un patto col diavolo! Che vi venga la muffa lì dove non batte mai il sole, parti intime comprese.
Daniela, mia amica e lettrice, commenta così il post: “L’ispirazione catulliana di questa invettiva è disarmante!”
Stimolato da Daniela asciugo il messaggio e scrivo la poesia qui sotto, dibattendomi a lungo fra i vari sinonimi di “genitale” (pudenda, palle, ecc...) e la intitolo Catulliana:
Ti venga la muffa lì dove
non batte mai sole
per i giorni che costringi me
a incalzarti. Genitale compreso.
Sergio la commenta così: “Il caro Gaio Valerio ci andava giù anche più pesante”.
Lo stesso Sergio, però, si appassiona al progetto e decide di fare una traduzione in latino della poesia. Ne vengono fuori due esamentri assai più belli della mia quartina:
Lo stesso Sergio, però, si appassiona al progetto e decide di fare una traduzione in latino della poesia. Ne vengono fuori due esamentri assai più belli della mia quartina:
Mucor te corrumpat ubi lux semper perempta
propter perditos soles. Et lumbos ascribo.
Insomma, viene voglia a me di ritradurre la traduzione, ancor più essenziale e più ritmica del mio componimento.
Questa, alla fine, è la poesia:
Ti venga la muffa lì dove non batte mai sole
per i giorni perduti. Genitali compresi.
Insomma, viene voglia a me di ritradurre la traduzione, ancor più essenziale e più ritmica del mio componimento.
Questa, alla fine, è la poesia:
Ti venga la muffa lì dove non batte mai sole
per i giorni perduti. Genitali compresi.
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mercoledì 12 dicembre 2012
domenica 2 dicembre 2012
catullo, carme 43
Salve, ragazza che non hai naso piccino
né piede grazioso né occhi neri
né dita lunghe né alito fresco
né lingua sensata ed elegante
e amica di quel fallito di Formia.
E in provincia si dice che sei bella?
E a te la mia Lesbia si compara?
O tempi sciocchi e volgari!
né piede grazioso né occhi neri
né dita lunghe né alito fresco
né lingua sensata ed elegante
e amica di quel fallito di Formia.
E in provincia si dice che sei bella?
E a te la mia Lesbia si compara?
O tempi sciocchi e volgari!
domenica 17 giugno 2012
note fra i versi di "odi et amo" di catullo

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Perché mi accade, forse te lo chiedi.
Non so, ma accade lo sento, e mi lacera.
Odi et amo. Non sono un latinista ma ho sempre pensato che molti traduttori affrontino questa poesia da un punto di vista sbagliato: volendo usare una metafora, la guardano dall’alto anziché dal basso e così la apprezzano, ne capiscono i meccanismi ma non la sentono mai per davvero.
Questo perché la poesia esprime lo stato emotivo di un animo ancora immaturo o regredito all’immaturità per forza di un sentimento enorme, devastante, impossibile da affrontare con le comuni armi della logica, dell’esperienza, che se ammessa, accettata, determinerebbe l’evolversi della storia in storia passata, finita, l’elaborazione del suo lutto.
Gli studenti, che come Catullo sono portati alla vita, alla pienezza per quanto contrastata della giovinezza, la sentono istintivamente loro ma spesso non sono i grado di smontarla in pezzi, comprenderne i meccanismi interni e apprezzarne fino in fondo la bellezza. Spesso, con l’avanzare dell’età, con la crescita, questi celebri versi vengono regrediti allo stato di boutade nei ricordi liceali al pari del famigerato “m’illumino d’immenso” di Ungaretti.
Molti credono, o vengono portati a credere, che la chiave della poesia, ciò che la rende così forte, assoluta, stia tutta nella schiettezza del sentimento (o risentimento) espresso, nella pulizia formale che la contraddistingue, nella purezza del distico che dice quel che c’è da dire senza fronzoli. In buona parte è vero. Eppure la sua forza, la forza di ogni poesia, non sta tanto nelle parole scritte, quanto nelle parole non scritte, in ciò che non viene detto a voce alta, sono quelle parole che evocano i mondi emotivi in cui spesso ci piace perderci o addirittura identificarci. Sono quelle che accendono, qui, la fiamma della disperazione, l’urgenza di fissarla sulla carta.
In questo caso, a dispetto della potenza espressiva scaturita da un incipit epocale, il senso vero, rivelatore, della poesia nasce da una proposizione secondaria che spesso non viene messa abbastanza a fuoco: fortasse requiris, “forse te lo chiedi”, eccola la chiave dello scrigno. Fortasse requiris, cioè: sono sicuro che non lo stai facendo però spero ugualmente, con tutto me stesso, che tu adesso te lo stia chiedendo, che tu mi stia pensando.
Il dubbio resta insolubile, e da tale dubbio nasce la lacerazione che porta il poeta a odiare e amare allo stesso tempo, amare per una necessità insanabile dell’anima, odiare per l’incapacità di accettare la realtà, che lo porta piuttosto a negare, a vivere nel limbo doloroso e rassegnato di quel nescio, non so, non voglio sapere, della naturalità selvaggia (egoistica, immatura) di un sentimento che “accade” ma non vuole razionalizzarsi perché razionalizzarlo significherebbe ucciderlo, e con esso uccidere la speranza, per quanto già in cancrena.
Questo perché la poesia esprime lo stato emotivo di un animo ancora immaturo o regredito all’immaturità per forza di un sentimento enorme, devastante, impossibile da affrontare con le comuni armi della logica, dell’esperienza, che se ammessa, accettata, determinerebbe l’evolversi della storia in storia passata, finita, l’elaborazione del suo lutto.
Gli studenti, che come Catullo sono portati alla vita, alla pienezza per quanto contrastata della giovinezza, la sentono istintivamente loro ma spesso non sono i grado di smontarla in pezzi, comprenderne i meccanismi interni e apprezzarne fino in fondo la bellezza. Spesso, con l’avanzare dell’età, con la crescita, questi celebri versi vengono regrediti allo stato di boutade nei ricordi liceali al pari del famigerato “m’illumino d’immenso” di Ungaretti.
Molti credono, o vengono portati a credere, che la chiave della poesia, ciò che la rende così forte, assoluta, stia tutta nella schiettezza del sentimento (o risentimento) espresso, nella pulizia formale che la contraddistingue, nella purezza del distico che dice quel che c’è da dire senza fronzoli. In buona parte è vero. Eppure la sua forza, la forza di ogni poesia, non sta tanto nelle parole scritte, quanto nelle parole non scritte, in ciò che non viene detto a voce alta, sono quelle parole che evocano i mondi emotivi in cui spesso ci piace perderci o addirittura identificarci. Sono quelle che accendono, qui, la fiamma della disperazione, l’urgenza di fissarla sulla carta.
In questo caso, a dispetto della potenza espressiva scaturita da un incipit epocale, il senso vero, rivelatore, della poesia nasce da una proposizione secondaria che spesso non viene messa abbastanza a fuoco: fortasse requiris, “forse te lo chiedi”, eccola la chiave dello scrigno. Fortasse requiris, cioè: sono sicuro che non lo stai facendo però spero ugualmente, con tutto me stesso, che tu adesso te lo stia chiedendo, che tu mi stia pensando.
Il dubbio resta insolubile, e da tale dubbio nasce la lacerazione che porta il poeta a odiare e amare allo stesso tempo, amare per una necessità insanabile dell’anima, odiare per l’incapacità di accettare la realtà, che lo porta piuttosto a negare, a vivere nel limbo doloroso e rassegnato di quel nescio, non so, non voglio sapere, della naturalità selvaggia (egoistica, immatura) di un sentimento che “accade” ma non vuole razionalizzarsi perché razionalizzarlo significherebbe ucciderlo, e con esso uccidere la speranza, per quanto già in cancrena.
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