Mentre studio per la serata di venerdì di Disimpegno, che sarà in parte dedicata a Bartolo Cattafi attraverso un lavoro a tema del jazzista Gianni Gebbia, mi ritrovo a pensare ai tempi creativi di Cattafi poeta. Artista colmo di furori creativi, Cattafi era uno che preso dall’impeto scriveva 200 poesie in un anno, poi faceva silenzio per otto anni (nel senso che in otto anni non prendeva nemmeno la penna in mano, nemmeno per scrivere una lettera), poi il “tappo saltava” di nuovo e ne scrive altre 400 in dieci mesi, per poi fare silenzio per un altro certo numero di anni. Per molti di noi che scriviamo, cresciuti come siamo nell’ideale della parola “scavata nella carne” (Ungaretti) una simile abitudine è vista con forte diffidenza: 400 poesie in meno di un anno è una roba da dilettanti, senza controllo critico, buttate lì senza scavo emotivo o riflessione alcuna. Eppure Cattafi, che era anche pittore e alternava alla creazione in versi quella per immagini, secondo me applicava i tempi della pittura a quelli della scrittura, ovvero non guardava alla poesia come a una “poesia” ma come a un’impressione che in quel preciso momento si traduceva in parole, ma avrebbe potuto esprimersi anche in linee o impasti di colore. Non conosco nessuno che ha mai trovato scorretto un pittore che produce 400 quadri in meno di un anno, anzi, quella è vista come una forma di salute creativa: quello è un artista prolifico, si dirà, e se ha un mercato venderà molto. Chissà perché, invece, per la poesia si applica un filtro così diverso e stringente. Io ad esempio mi ricordo che c’è stato un periodo della mia vita in cui ero molto più prolifico di adesso, e scrivevo anche tre poesie in un giorno, e cambiavo loro le date perché un po’ mi vergognavo, mi sembrava che tre poesie in giorno fossero indice di un’eccessiva faciloneria.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
domenica 20 ottobre 2024
martedì 9 luglio 2024
ciò che il pubblico vuole
Oggi è la Munro, ieri erano i "fascisti" Pirandello e Ungaretti, alcuni anni fa toccò a Montanelli con la sposa bambina, prima ancora a Penna e Pasolini coi loro fanciullini marchettari, e prima ancora a Céline o Malaparte ecc. in questa lunga catena dei peccati e delle colpe. Periodicamente viene fuori questa discussione per cui si scopre che gli artisti sono fondamentalmente uomini e donne pieni di difetti e tutt'altro che perfetti e si mette in discussione il valore esemplare della loro opera. Impregnati di ideologia romantica ci si dice che se l'artista non assomiglia all'opera allora l'opera è falsa. Ciò mostra sempre, implicitamente, la doppia morale del pubblico, la sua incapacità di leggere un'opera al di fuori del biografismo spicciolo e gossiparo della vita dell'autore e il suo bigottismo di fondo. Tutto questo però, mi dicevo stamattina, è destinato presto a finire. Fra un po' i romanzi li scriveranno direttamente le AI su commissione e allora non ci saranno più problemi morali con le debolezze e i lati oscuri degli artisti, perché l'AI non ha pulsioni sessuali, politiche o ideologiche. Le AI daranno al pubblico esattamente ciò che il pubblico vuole, glielo cuciranno addosso chiedendo il pagamento anticipato, e il pubblico forse finalmente per una volta chiuderà il becco.
mercoledì 26 giugno 2024
cosa non dovrebbe fare
Io devo essere sincero sono giorni che mi dico, da quando ho letto questa polemica sull'Ungaretti/Pirandello fascisti, che anche se condivido la necessità di rinnovare ogni singola cosa nella scuola, dai programmi alle prove di maturità, dalle modalità di scelta degli insegnanti a questa sorta di puzza al naso che hanno tutti per una sana bocciatura, di tutto ciò che condivido nei discorsi che gridano Basta e gridano Nuovo, devo dire che questa cosa di Ungaretti/Pirandello che vengono semplicemente bollati come fascisti non riesco a digerirla, forse perché come Calvino io pensavo che un classico non smette mai di dire ciò che ha da dire, e invece ora scopro che se il classico lo scrive un fascista non va bene, la trovo non dico nemmeno povera, o faziosa come pure credo sia per certi versi, ma così rozza come argomentazione che quando la dice chi insegna o scrive, e mi capita di leggerne di opinioni così, io penso che quegli insegnanti o scrittori fanno la prima cosa che non dovrebbe fare nessun insegnante o scrittore, invece di aprire le porte, le chiudono loro per tutti gli altri.
mercoledì 31 marzo 2021
poesia di dario bellezza
Sono, ahimè, 25 anni oggi che è morto Dario Bellezza. Dico ahimè soprattutto perché per me la scoperta di Bellezza coincide con i miei anni di formazione, e quindi con la scoperta della vita. L’ho amato e lo celebro, nel mio piccolo, con la poesia (inedita in rete, mi pare, ma perfetta per i tempi) che chiude il primo libro suo che ho comperato, Poesie 1971-1996 (Mondadori). In tal senso, la prima vera poesia che ho amato è stata quella di Ungaretti, ma il primo poeta in carne e ossa è stato Dario Bellezza: da allora, nella mia testa, l’immagine di un poeta coincide fortemente con la sua. Bellezza era bello, cecato, bohémien, gattofilo, seduttore, pornografo, classicista e scroccone, tutte cose che nella vita ho provato a essere anch’io con minore classe e fortuna. Paradossalmente, l’ho visto in TV, al Maurizio Costanzo Show – e a Costanzo, nonostante molti oggi lo disdegnino, vanno riconosciuti questo e altri incontri fondamentali per la mia generazione, come quello leggendario con Carmelo Bene. Ecco quindi la poesia che chiude il libro. Viva la vita, la tua vita, angelo.
Di nuovo ecco la ripetizione:
non so a chi potrà interessare, detto
in prosa, dopo aver fornicato con pentole
e fornelli. Sono diventato un perfetto
casalingo, chiuso in casa, sognando
Dio o il misticismo. Scorro le novità
librarie: Teresa D’Avila, San Giovanni
della Croce: ma la mia croce qual è?
I gatti ridono sornioni, dentro
una cassetta, la loro casetta:
i giochi di parole mi stuccano, le rime
mi inquietano come muse spente e annegate:
la vita passa davanti alla stufa
di ghisa, eroina delle mie giornate.
Non so abbandonarmi al flusso del tempo:
la poesia è tutta digerita. Fuori
febbraio annuncia primavera;
partirò per la Sicilia, la Poesia
resterà unica padrona di Roma.
Telefonando avrò notizie,
scongiurerò eventi, crescite e rinascite,
sempre di meno in questo mondo infetto.
(Dario Bellezza, da Proclama sul fascino, 1996)
lunedì 1 giugno 2020
ungaretti, uomo di penna
domenica 22 settembre 2019
il funerale di apollinaire
domenica 21 luglio 2019
la lettera di uno scroccone sincretico
giovedì 18 luglio 2019
sotto il naso
mercoledì 19 giugno 2019
naufragi
domenica 16 giugno 2019
farsi strada
domenica 24 giugno 2018
la notte di san giovanni
giovedì 22 dicembre 2016
ponti
giovedì 11 febbraio 2016
inferno
mercoledì 12 agosto 2015
mike, ungà e la poesia in italia
domenica 24 maggio 2015
ricordanza
In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia
[Valloncello dell’Albero Isolato, 16 Agosto 1916]
domenica 17 giugno 2012
note fra i versi di "odi et amo" di catullo

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Perché mi accade, forse te lo chiedi.
Non so, ma accade lo sento, e mi lacera.
Questo perché la poesia esprime lo stato emotivo di un animo ancora immaturo o regredito all’immaturità per forza di un sentimento enorme, devastante, impossibile da affrontare con le comuni armi della logica, dell’esperienza, che se ammessa, accettata, determinerebbe l’evolversi della storia in storia passata, finita, l’elaborazione del suo lutto.
Gli studenti, che come Catullo sono portati alla vita, alla pienezza per quanto contrastata della giovinezza, la sentono istintivamente loro ma spesso non sono i grado di smontarla in pezzi, comprenderne i meccanismi interni e apprezzarne fino in fondo la bellezza. Spesso, con l’avanzare dell’età, con la crescita, questi celebri versi vengono regrediti allo stato di boutade nei ricordi liceali al pari del famigerato “m’illumino d’immenso” di Ungaretti.
Molti credono, o vengono portati a credere, che la chiave della poesia, ciò che la rende così forte, assoluta, stia tutta nella schiettezza del sentimento (o risentimento) espresso, nella pulizia formale che la contraddistingue, nella purezza del distico che dice quel che c’è da dire senza fronzoli. In buona parte è vero. Eppure la sua forza, la forza di ogni poesia, non sta tanto nelle parole scritte, quanto nelle parole non scritte, in ciò che non viene detto a voce alta, sono quelle parole che evocano i mondi emotivi in cui spesso ci piace perderci o addirittura identificarci. Sono quelle che accendono, qui, la fiamma della disperazione, l’urgenza di fissarla sulla carta.
In questo caso, a dispetto della potenza espressiva scaturita da un incipit epocale, il senso vero, rivelatore, della poesia nasce da una proposizione secondaria che spesso non viene messa abbastanza a fuoco: fortasse requiris, “forse te lo chiedi”, eccola la chiave dello scrigno. Fortasse requiris, cioè: sono sicuro che non lo stai facendo però spero ugualmente, con tutto me stesso, che tu adesso te lo stia chiedendo, che tu mi stia pensando.
Il dubbio resta insolubile, e da tale dubbio nasce la lacerazione che porta il poeta a odiare e amare allo stesso tempo, amare per una necessità insanabile dell’anima, odiare per l’incapacità di accettare la realtà, che lo porta piuttosto a negare, a vivere nel limbo doloroso e rassegnato di quel nescio, non so, non voglio sapere, della naturalità selvaggia (egoistica, immatura) di un sentimento che “accade” ma non vuole razionalizzarsi perché razionalizzarlo significherebbe ucciderlo, e con esso uccidere la speranza, per quanto già in cancrena.
sabato 4 settembre 2010
a un poeta del secolo passato
tornando a casa stanchi
accartocciati, doloranti
facchini o camerieri, giornalai
senza coraggio o l’allegria
di una nuova traversata.
Soldati a corto di cordiale, dunque
ci basta il cambio del pigiama
per sognare un’altra vita, una
nuova identità d’insetti,
scarafaggi che divorano la rosa
e le succhiano bellezza dal midollo.