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domenica 20 ottobre 2024

prolificità

Mentre studio per la serata di venerdì di Disimpegno, che sarà in parte dedicata a Bartolo Cattafi attraverso un lavoro a tema del jazzista Gianni Gebbia, mi ritrovo a pensare ai tempi creativi di Cattafi poeta. Artista colmo di furori creativi, Cattafi era uno che preso dall’impeto scriveva 200 poesie in un anno, poi faceva silenzio per otto anni (nel senso che in otto anni non prendeva nemmeno la penna in mano, nemmeno per scrivere una lettera), poi il “tappo saltava” di nuovo e ne scrive altre 400 in dieci mesi, per poi fare silenzio per un altro certo numero di anni. Per molti di noi che scriviamo, cresciuti come siamo nell’ideale della parola “scavata nella carne” (Ungaretti) una simile abitudine è vista con forte diffidenza: 400 poesie in meno di un anno è una roba da dilettanti, senza controllo critico, buttate lì senza scavo emotivo o riflessione alcuna. Eppure Cattafi, che era anche pittore e alternava alla creazione in versi quella per immagini, secondo me applicava i tempi della pittura a quelli della scrittura, ovvero non guardava alla poesia come a una “poesia” ma come a un’impressione che in quel preciso momento si traduceva in parole, ma avrebbe potuto esprimersi anche in linee o impasti di colore. Non conosco nessuno che ha mai trovato scorretto un pittore che produce 400 quadri in meno di un anno, anzi, quella è vista come una forma di salute creativa: quello è un artista prolifico, si dirà, e se ha un mercato venderà molto. Chissà perché, invece, per la poesia si applica un filtro così diverso e stringente. Io ad esempio mi ricordo che c’è stato un periodo della mia vita in cui ero molto più prolifico di adesso, e scrivevo anche tre poesie in un giorno, e cambiavo loro le date perché un po’ mi vergognavo, mi sembrava che tre poesie in giorno fossero indice di un’eccessiva faciloneria.

martedì 9 luglio 2024

ciò che il pubblico vuole

Oggi è la Munro, ieri erano i "fascisti" Pirandello e Ungaretti, alcuni anni fa toccò a Montanelli con la sposa bambina, prima ancora a Penna e Pasolini coi loro fanciullini marchettari, e prima ancora a Céline o Malaparte ecc. in questa lunga catena dei peccati e delle colpe. Periodicamente viene fuori questa discussione per cui si scopre che gli artisti sono fondamentalmente uomini e donne pieni di difetti e tutt'altro che perfetti e si mette in discussione il valore esemplare della loro opera. Impregnati di ideologia romantica ci si dice che se l'artista non assomiglia all'opera allora l'opera è falsa. Ciò mostra sempre, implicitamente, la doppia morale del pubblico, la sua incapacità di leggere un'opera al di fuori del biografismo spicciolo e gossiparo della vita dell'autore e il suo bigottismo di fondo. Tutto questo però, mi dicevo stamattina, è destinato presto a finire. Fra un po' i romanzi li scriveranno direttamente le AI su commissione e allora non ci saranno più problemi morali con le debolezze e i lati oscuri degli artisti, perché l'AI non ha pulsioni sessuali, politiche o ideologiche. Le AI daranno al pubblico esattamente ciò che il pubblico vuole, glielo cuciranno addosso chiedendo il pagamento anticipato, e il pubblico forse finalmente per una volta chiuderà il becco.

mercoledì 26 giugno 2024

cosa non dovrebbe fare

Io devo essere sincero sono giorni che mi dico, da quando ho letto questa polemica sull'Ungaretti/Pirandello fascisti, che anche se condivido la necessità di rinnovare ogni singola cosa nella scuola, dai programmi alle prove di maturità, dalle modalità di scelta degli insegnanti a questa sorta di puzza al naso che hanno tutti per una sana bocciatura, di tutto ciò che condivido nei discorsi che gridano Basta e gridano Nuovo, devo dire che questa cosa di Ungaretti/Pirandello che vengono semplicemente bollati come fascisti non riesco a digerirla, forse perché come Calvino io pensavo che un classico non smette mai di dire ciò che ha da dire, e invece ora scopro che se il classico lo scrive un fascista non va bene, la trovo non dico nemmeno povera, o faziosa come pure credo sia per certi versi, ma così rozza come argomentazione che quando la dice chi insegna o scrive, e mi capita di leggerne di opinioni così, io penso che quegli insegnanti o scrittori fanno la prima cosa che non dovrebbe fare nessun insegnante o scrittore, invece di aprire le porte, le chiudono loro per tutti gli altri.

mercoledì 31 marzo 2021

poesia di dario bellezza


Sono, ahimè, 25 anni oggi che è morto Dario Bellezza. Dico ahimè soprattutto perché per me la scoperta di Bellezza coincide con i miei anni di formazione, e quindi con la scoperta della vita. L’ho amato e lo celebro, nel mio piccolo, con la poesia (inedita in rete, mi pare, ma perfetta per i tempi) che chiude il primo libro suo che ho comperato, Poesie 1971-1996 (Mondadori). In tal senso, la prima vera poesia che ho amato è stata quella di Ungaretti, ma il primo poeta in carne e ossa è stato Dario Bellezza: da allora, nella mia testa, l’immagine di un poeta coincide fortemente con la sua. Bellezza era bello, cecato, bohémien, gattofilo, seduttore, pornografo, classicista e scroccone, tutte cose che nella vita ho provato a essere anch’io con minore classe e fortuna. Paradossalmente, l’ho visto in TV, al Maurizio Costanzo Show – e a Costanzo, nonostante molti oggi lo disdegnino, vanno riconosciuti questo e altri incontri fondamentali per la mia generazione, come quello leggendario con Carmelo Bene. Ecco quindi la poesia che chiude il libro. Viva la vita, la tua vita, angelo.

Di nuovo ecco la ripetizione:
non so a chi potrà interessare, detto
in prosa, dopo aver fornicato con pentole
e fornelli. Sono diventato un perfetto
casalingo, chiuso in casa, sognando
Dio o il misticismo. Scorro le novità
librarie: Teresa D’Avila, San Giovanni
della Croce: ma la mia croce qual è?
I gatti ridono sornioni, dentro
una cassetta, la loro casetta:
i giochi di parole mi stuccano, le rime
mi inquietano come muse spente e annegate:
la vita passa davanti alla stufa
di ghisa, eroina delle mie giornate.
Non so abbandonarmi al flusso del tempo:
la poesia è tutta digerita. Fuori
febbraio annuncia primavera;
partirò per la Sicilia, la Poesia
resterà unica padrona di Roma.
Telefonando avrò notizie,
scongiurerò eventi, crescite e rinascite,
sempre di meno in questo mondo infetto.

(Dario Bellezza, da Proclama sul fascino, 1996)

lunedì 1 giugno 2020

ungaretti, uomo di penna

Cinquanta anni fa moriva Ungaretti, senza il quale oggi semplicemente non scriverei poesie. E L'allegria per me resta un libro spledido e di rottura (con più debiti verso la poesia orientale che francese ed europea), ma aggiungo che col senno di poi non tutto ciò che ha scritto mi piace più. Di lui restano anche alcune spiritate interviste di quando i poeti ancora andavano in TV e una comparsata in un film di Pasolini in cui parlava del suo approssimarsi alla morte. Restano l'amicizia pura con Apollinaire, di cui fu al capezzale di morte, la prefazione di Mussolini, l'odio per Quasimodo che considerava un imitatore, e di contro alcune bellissime e appassionate lettere d'amore per la giovane Bruna. Era un uomo ambizioso, vitale e pieno di contraddizioni, ma va detto che di fronte a Ungaretti non si poteva restare indifferenti, ti spingeva a prendere una posizione. Per questo lo voglio ricordare anche con una parodia di alcuni suoi celebri versi scritta da Giacomo Noventa (che, va detto, ne dedica una gemella a Montale che gli stava ugualmente sulle scatole, in quanto poeta di successo e quindi di potere, in un'epoca in cui i poeti contavano ancora qualcosa nel mondo editoriale). 

Ungaretti 
uomo di penna 
ti basta un’Accademia 
per farti coraggio.

domenica 22 settembre 2019

il funerale di apollinaire

Novembre 1918. Giuseppe Ungaretti era in licenza a Parigi. Prima di ritornare in linea a Bligny, egli domandò ad Apollinaire che cosa voleva che gli riportasse dal fronte alla sua prossima licenza. Apollinaire disse: «Un mazzo di sigari toscani». 
L’armistizio è firmato dopo pochi giorni. Ungaretti torna a Parigi. Corre dall’amico a portargli i «toscani». Apollinaire è steso sul letto. La giornata è caldissima. Il suo povero corpo grasso comincia a decomporsi. 
Nemmeno la morte riuscì a placare la «iella» che perseguitava Apollinaire. Lo stesso giorno morì anche Edmondo Rostand. Due giorni dopo, due funerali di poeti traversavano a passo d’uomo le strade di Parigi. 
Vestita da carnevale, la polacca seguiva il feretro del figlio. Agli ingenui che cercavano di confortarla, essa ribatteva: «Mio figlio un poeta? Dite piuttosto un fannullone. Rostand: ecco un poeta!». 
Nello spazio di un mese la morte portò via anche lei. 

Alberto Savinio, Souvenirs, Adelphi, 2019

domenica 21 luglio 2019

la lettera di uno scroccone sincretico

«Compagno generosissimo e buono […] colmo di soccorrevoli intuiti dietro le sue iridi ferme, color pervinca, da parer quelle d’un matematico o di un denegante contabile, mentre la contabilità e la denegazione sono sconosciuta disciplina al suo cuore e ignota prassi per un portafoglio sincrético e a un tempo idealmente scucito» scriveva quel gran paraculo di Carlo Emilio Gadda a Ungaretti nel 1953, dopo un convegno in Spagna dove il conto al ristorante lo pagava sempre Ungaretti che dei due era il più ricco e anche il meno tirchio.

giovedì 18 luglio 2019

sotto il naso

Ieri mi ha chiamato un autore per presentarmi il suo lavoro. Mi ha detto di aver riscritto Ungaretti. Perché? "Perché mi sembrava sbagliato". All'inizio mi è venuto da ridere. Poi ci ho ripensato. Perché no? Alla fine il vero postmoderno non è quello? Anzi, forse bisognerebbe osare, andare oltre, lasciar perdere i facili modelli. Ma prendere il libro di un contemporaneo, di un altro autore vivente che si pensa (o non si pensa) sbagliato e riscriverglielo sotto il naso.

mercoledì 19 giugno 2019

naufragi

Oggi leggendo di Ungaretti nelle tracce di maturità ho pensato che (anche se è vero che il divario fra ciò che siamo e quello che scriviamo e dunque come ci raccontiamo è sempre più ampio) sia stata proprio una bella scelta, assai in linea coi tempi se si pensa che L'allegria è in fondo il diario di un affricano figlio di migranti italiani che arriva in Italia per cercare fortuna e viene catapultanto nel disastro umano della prima guerra dove si barcamena giorno per giorno per restare in vita (Allegria di naufragi era il primo titolo, di chi deve mantenersi allegro, vivo, persino di fronte al naufragio suo e della sua epoca). Oggi certo non c'è una guerra effettiva, ma il naufragio c'è tutto e lo avvertiamo. Quanto a Sciascia, anche se è un autore che amo, Il giorno della civetta è carino ma ancora molto "romanzato". Aspetto il giorno in cui qualcuno avrà le palle di proporre il Sciascia degli anni '70, quello del Contesto o di Todo modo o di Nero su nero, quello tragico della fine dello Stato, anche se dubito che i ragazzi che si fermano nei programmi alla seconda guerra, potrebbero mai capirci qualcosa. Poi ci si chiede dove nasce il disinteresse e il diasmore per la politica, la fine dello Stato appunto.

domenica 16 giugno 2019

farsi strada

Stanotte ho fatto un sogno in cui sono finito ad una festa. Era una festa radical chic, piena di artisti e scrittori famosi, e poiché era piena di gente importante e io ero sicuro di essere finito lì per sbaglio, mi sono innervosito e ho cominciato a combinare una sacco di disastri, rovesciavo bicchieri, inciampavo, il cibo mi cadeva dal piatto, sporcavo dovunque. A un certo punto, imbarazzato da me stesso, mi sono messo in un angolo, e così mi sono accorto di essermi seduto vicino a Ungaretti, che stava comodo su un divanetto all'ombra mentre sorseggiava acqua e limone. Ho cominciato a parlargli e gli ho chiesto cosa deve fare oggi un artista per farsi strada nel mondo, e lui mi ha detto: "Ecco, il proprio tempo fotografarlo senza eccedere, ma viverlo sempre intensamente." (Lo so di preciso perché subito dopo mi sono svegliato e l'ho segnato sul quaderno che tengo sul comodino per non scordarmelo).

domenica 24 giugno 2018

la notte di san giovanni

Ieri sera, bello carico di vino, leggevo Ungaretti in un jazzilo e ricordavo a chi mi ascoltava che il grande poeta nostrano era in realtà un immigrato egiziano arrivato qui per mare. La gente annuiva commossa e anche io per la commozione mi sono fatto un secondo piatto di pasta.

giovedì 22 dicembre 2016

ponti

Leggo tanti che si lamentano dell'italiano scritto coi piedi qui sui social, ma devo dire che forse più che quello a me fa orrore l'altro, l'italiano standardizzato che parlano gli altri, quelli che lo imparano a scuola e non hanno mai una scintilla di genio o di meraviglia mentre scrivono, un attimo di illuminazione nella parola, che Ungaretti descriveva come "scavata nella mia vita come un abisso". Questa gente che parla nella stessa maniera da sempre, che si ricicla all'infinito senza mai provare a giocarci con le parole, senza provarle mai in bocca, senza modulare una frase per inseguire un suono, una emozione, senza provare l'emozione dell'errore e stanno sempre lì a rimproverarti per ogni refuso come se fosse una colpa, un attentato alla lingua mentre si perdono la possibilità di esplorare nuove direzioni, mi fanno paura. Sono i controllori della morte della lingua quelli, gente senza ali e senza fantasia che Gadda, da buon ingegnere, disprezzava con tutte le sue forze mentre progettava ponti spericolati lanciati sopra il tempo.

giovedì 11 febbraio 2016

inferno

Ho fatto un sogno. Io e Ungaretti (l’Ungaretti del Dolore) ce ne andavamo in giro per le catacombe di Roma cercando la tomba segreta di Bela Lugosi. Nostro compagno di viaggio e nostra guida era Ascanio Celestini, anche lui alla ricerca della seconda pizza di un vecchio film in bianco e nero sui mostri, inghiottita da quell’inferno. Quanta gente ammazzata ci sta sepolta sotto Roma, quante ombre che si aggirano infelici. E quanti artisti senza nome (poeti e saltimbanchi) ci fermavano per raccontarci la loro storia. Ungaretti, nervoso, scuoteva il capo e li guardava commosso, e diceva loro: “È il nostro destino di uomini, l’umiltà e la perdita” ma senza segno di consolazione nella voce. E prendeva appunti di tutti loro, per restituirgli almeno una parola di commiato alla nostra uscita.

mercoledì 12 agosto 2015

mike, ungà e la poesia in italia

Scrive Alberto Casadei in uno degli infiniti interventi sul futuro della poesia che in questi giorni intasano i giornali: “Ho sempre considerato molto significativo, sui destini della poesia in Italia, un piccolo episodio raccontato da Mike Bongiorno in una sua intervista televisiva. Pare che, quando presentava «Lascia o raddoppia», un giorno capitasse negli studi Giuseppe Ungaretti, che il giovane Mike non conosceva nemmeno di nome. Notò comunque il grande ossequio che tutti i tecnici e in generale i presenti profondevano verso questo signore già un po’ attempato, e capì che anche lui si doveva adeguare. La nuova cultura massmediatica e quella umanistica s’incrociarono per un momento, e la seconda riceveva ancora il massimo rispetto dalla prima.” Poi l’autore prova a descrivere, in breve, gli infiniti danni che la Scuola della seconda metà del secolo scorso ha inflitto alla nostra cultura umanistica e fa delle proposte condivisibili ma che non interessano a nessuno che comandi. Mi verrebbe da dire che oggi l’Italia è piena di Mike Bongiorno che si credono Giuseppe Ungaretti (e spesso frequentano Lettere). Addio mio Novecento. 

L’articolo di Casadei si può leggere QUI.

domenica 24 maggio 2015

ricordanza

Il 24 maggio 1915, esattamente un secolo fa, l’Italia entrava in guerra. Una guerra per certi versi edulcorata dalla nostra memoria storica, o soppiantata nelle cronache dalla successiva, forse perché meno facile da addomesticare all’etichetta “buoni contro cattivi” che ha invece caratterizzato l’altra. Restano i libri a raccontarla, in tutto il suo tremendo splendore e la sua insensatezza. Guerra tutta di chiaroscuri, di cialtronerie e bassezze infinite, di politica infame e sorda alle voci straziate di tanti giovani sacrificati alla gloria degli altri, voci che chiedevano quale colpa avessero da venir gettati così nel tritacarne. I meno ingenui, i borghesi partiti volontari, provavano a dare un senso al loro destino e dopo i primi schiaffi di realtà si ritrovavano invecchiati prematuramente e pronti a lasciare al mondo il loro testamento. «Partiti sotto un diluvio di fiori, eravamo ebbri di rose e di sangue» scrive dalle linee nemiche un giovane ingannato dal romanticismo della guerra (Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale). Ma non era il solo. Altre opere bellissime, con cui siamo cresciuti, scritte in quel conflitto sono state il romanzo senza lieto fine di un ausiliario americano che diserta per amore di un’infermiera (Addio alle armi di Ernest Hemingway), e il reportage senza sconti di un giornalista che irride l’inadeguatezza del nostro comando militare (Viva Caporetto! di Curzio Malaparte). Ma soprattutto dobbiamo ricordare un libro piccolo scritto sul campo di battaglia, come un diario che celebrasse in poesia ogni nuovo giorno di sopravvivenza: Il Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti (diventato poi L’allegria). Pubblicato nel 1916 quel libro più di tutti perforò, proprio come fece la guerra con l’Europa ottocentesca, il petto gonfio della lirica ufficiale e reinventò il mondo a partire dal suo atomo, ovvero dalla semplice parola. 

PELLEGRINAGGIO

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio

Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia

[Valloncello dell’Albero Isolato, 16 Agosto 1916]

domenica 17 giugno 2012

note fra i versi di "odi et amo" di catullo


Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.


Odio e amo. Perché mi accade, forse te lo chiedi.
Non so, ma accade lo sento, e mi lacera.


Odi et amo. Non sono un latinista ma ho sempre pensato che molti traduttori affrontino questa poesia da un punto di vista sbagliato: volendo usare una metafora, la guardano dall’alto anziché dal basso e così la apprezzano, ne capiscono i meccanismi ma non la sentono mai per davvero.
Questo perché la poesia esprime lo stato emotivo di un animo ancora immaturo o regredito all’immaturità per forza di un sentimento enorme, devastante, impossibile da affrontare con le comuni armi della logica, dell’esperienza, che se ammessa, accettata, determinerebbe l’evolversi della storia in storia passata, finita, l’elaborazione del suo lutto.
Gli studenti, che come Catullo sono portati alla vita, alla pienezza per quanto contrastata della giovinezza, la sentono istintivamente loro ma spesso non sono i grado di smontarla in pezzi, comprenderne i meccanismi interni e apprezzarne fino in fondo la bellezza. Spesso, con l’avanzare dell’età, con la crescita, questi celebri versi vengono regrediti allo stato di boutade nei ricordi liceali al pari del famigerato “m’illumino d’immenso” di Ungaretti.
Molti credono, o vengono portati a credere, che la chiave della poesia, ciò che la rende così forte, assoluta, stia tutta nella schiettezza del sentimento (o risentimento) espresso, nella pulizia formale che la contraddistingue, nella purezza del distico che dice quel che c’è da dire senza fronzoli. In buona parte è vero. Eppure la sua forza, la forza di ogni poesia, non sta tanto nelle parole scritte, quanto nelle parole non scritte, in ciò che non viene detto a voce alta, sono quelle parole che evocano i mondi emotivi in cui spesso ci piace perderci o addirittura identificarci. Sono quelle che accendono, qui, la fiamma della disperazione, l’urgenza di fissarla sulla carta.
In questo caso, a dispetto della potenza espressiva scaturita da un incipit epocale, il senso vero, rivelatore, della poesia nasce da una proposizione secondaria che spesso non viene messa abbastanza a fuoco: fortasse requiris, “forse te lo chiedi”, eccola la chiave dello scrigno. Fortasse requiris, cioè: sono sicuro che non lo stai facendo però spero ugualmente, con tutto me stesso, che tu adesso te lo stia chiedendo, che tu mi stia pensando.
Il dubbio resta insolubile, e da tale dubbio nasce la lacerazione che porta il poeta a odiare e amare allo stesso tempo, amare per una necessità insanabile dell’anima, odiare per l’incapacità di accettare la realtà, che lo porta piuttosto a negare, a vivere nel limbo doloroso e rassegnato di quel nescio, non so, non voglio sapere, della naturalità selvaggia (egoistica, immatura) di un sentimento che “accade” ma non vuole razionalizzarsi perché razionalizzarlo significherebbe ucciderlo, e con esso uccidere la speranza, per quanto già in cancrena.

sabato 4 settembre 2010

a un poeta del secolo passato

Non più soldati, Ungà, ma reduci
tornando a casa stanchi
accartocciati, doloranti
facchini o camerieri, giornalai

senza coraggio o l’allegria
di una nuova traversata.
Soldati a corto di cordiale, dunque
ci basta il cambio del pigiama

per sognare un’altra vita, una
nuova identità d’insetti,
scarafaggi che divorano la rosa
e le succhiano bellezza dal midollo.