Oggi in macelleria ho incontrato una signora che si è comprata metà della carne in esposizione. Mi ha detto che sua figlia sta venendo a trovarla, ma visto che ora vive in Medioriente e si è convertita all'Islam, non sapendo bene che tipo di carne mangia o se segue o no il ramadan, prende un po' di tutto perché da noi si sa, se torna un figlio come minino è antipasto di prosciutti, ragù con le polpette e costatine arrosto. Insomma, le dico, stai cercando di corrompere tua figlia con le braciole al sugo e la ventresca. Voglio vedere se vinco io o il ramadan, mi dice. E se vince il ramadan? chiedo. Non ti preoccupare proprio, ho due bestie alte così a casa e quelle si mangiano tutto, altro che ramadan, dove stanno loro non si perde nulla.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
mercoledì 10 aprile 2024
sogno della campana
«Esistiamo nella stessa misura in cui gli altri hanno facoltà di dimenticarsi di noi» mi ha detto un prete incontrato a guardia della campana. Mi ero perduto in una tappa a caso di un viaggio personale, per il quale prendevo un treno ogni fine settimana e dopo qualche ora di attesa, in cui mi chiudevo in bagno per non guardare il paesaggio, scendevo alla prima stazione utile senza nemmeno sapere il nome della città prescelta. In questo caso, dopo un tragitto assai scomodo, stretto accanto a due donne, madre e figlia che si erano infilate con me per non pagare il biglietto, con la figlia assai molesta che continuava a parlare e agitarsi e pestarmi i piedi senza nemmeno scusarsi, ero finito in un luogo con un grande santuario dai colori caldi che si stagliava altissimo poco lontano dal centro. Attirato lì dalla sua bellezza, sono entrato nell’edificio al cui interno al posto dell’atrio c’era un immenso spazio vuoto e circolare, chiuso in alto e con sospesa al centro una enorme campana di un qualche strano metallo che non rifletteva le luci intorno ma ne emanava una tutta sua, per quanto fioca, ed era incapace di suonare, e tutt’intorno erano dei loggioni per assistere alla sua inerzia come se fossimo a teatro. Centinaia di fedeli o curiosi stavano affacciati sul vuoto in attesa anche solo di un sospiro. E anche io con loro ero finito in ombra in piccionaia con uno dei preti guardiani. «Vedi – mi spiegava – quella campana esiste proprio perché non suona. Se producesse un suono durerebbe talmente poco da spegnersi completamente nel giro di pochi istanti. C’è, ma in potenza, e se realizza quello per cui è nata allora non ha più ragione di essere, in quanto, dopo, è stata. Noi la lasciamo libera di scegliere come dare seguito alla sua esistenza. Infatti, se osservi in alto, non è legata a nessuna corda».
giovedì 29 settembre 2022
miracolo
Commissione ASL per l'invalidità civile a Putignano, ex-sanatorio di San Michele in Monte Laureto, vicino al santuario, che fra l'altro è un posto bellissimo. La stanza è piena zeppa di persone che aspettano di farsi visitare. E io che sto in fila con loro li guardo e continuo a chiedermi perché mettere gli uffici ASL in un posto così scomodo. Qui l'80% di quelli che vedo sono anziani con problemi di deambulazione e tu che fai? Infili l'ufficio in cima al santuario. Forse ci si aspetta che per miracolo, risalendo la stradina, buttino per aria i bastoni e comincino a saltellare per grazia di San Michele.
giovedì 8 aprile 2021
parla da sé
Ho appena letto una discussione in cui due persone riprendevano, ancora una volta, la questione irrisolta della poesia “Non ho smesso di pensarti” di autore anonimo, ma che i più attribuiscono a Bukowski. Ricorda un po’, in minore, la storia della poesia “L'amicizia” che tutti attribuiscono a Borges (anche Matteo Renzi) pur non essendo opera dell’argentino. La cosa assurda è che a questo stadio non conta più nulla il fatto che sia oggettivamente troppo melensa per essere di Buk, e nemmeno che lo abbia dichiarato persino Simona Viciani, che è la sua traduttrice italiana: nella considerazione comune ormai “Non smetto di pensarti” si è a tal punto legata alla sua figura, che continua testardamente a riciclarsi come una delle massime creazioni dell’autore americano, fino al punto che viene da chiedersi cosa piaccia tanto della sua opera poetica, se poi per molti il suo massimo capolavoro è un apocrifo scritto da un altro. Ma guai a mettere in dubbio la cosa, si rischia di non essere creduti. Così è successo a chi ha commentato il post con la poesia: “Non è di Bukowski”; al che un altro ha risposto: “Non può essere”; “Perché non può essere?” ha chiesto il primo. “Perché è troppo bella per non essere sua”, che è il tutto e per tutto un assoluto a cui non si può rispondere con la logica, perché sconfina nella fede: se è bella è perché l’ha scritta Buk, punto. Io non ci provo nemmeno a commentarla una risposta così, perché implica tante di quelle cose sul rapporto fra pubblico e poesia e su quello fra poesia e autorialità, che ne verrebbe fuori una cosa lunghissima. La risposta, già così, parla da sé.
sabato 31 ottobre 2020
il nemico
Ci sono poesie che hanno bisogno di un nemico per vivere, di un antagonista contro cui scagliarsi come pietre. Alcune delle poesie più belle di Sanguineti, contenute in POSTKARTEN (1972-1977), sono così. In particolare, verso la fine, ce ne sono due, una accanto all’altra, contro Montale e Sciascia, esponenti di un’Italia vecchia da stracciare. Sanguineti che era militante integrato nel PCI voleva fortemente, sulla linea di Berlinguer e insieme ad altri come Calvino, che il partito potesse andare al Governo, muovendosi di conseguenza, persino coi compromessi, perché – diceva – solo operando dall'interno si potevano cambiare in meglio le cose. In questo modo si scontrava con un'altra ala degli intellettuali di sinistra, con Fortini e Sciascia, i quali ritenevano che l'unica maniera pulita di fare politica, in uno Stato come il nostro, fosse quella di non compromettersi in nessun modo col potere e continuare a fare opposizione dall’esterno, fare letteralmente i cani da guardia del sistema. Ne scaturì, su L’Espresso, uno scambio di opinioni educato ma non pacifico con Sciascia, in cui maturò una rottura fra i due. E Montale? Montale, inconsapevolmente, fu all’origine di quello scontro. Intervistato in merito al processo alle Brigate Rosse per cui sedici dei giurati chiamati a far parte dell’assise si dichiararono, con tanto di certificato medico, inabili all’incarico, coerentemente con la propria filosofia di vita il poeta disse che da un certo punto di vista lui capiva quelle persone perché anche lui, da cittadino, avrebbe avuto paura. Ne scaturì una querelle per cui da una parte gli integrati del PCI gli rimproveravano la vigliaccheria (avrebbe dovuto invece dire, da intellettuale e senatore, che prima di tutto veniva il dovere verso lo Stato, perché “lo Stato siamo noi”, come scrisse Cavino), e dall’altra gli eretici che difesero Montale il quale aveva espresso il timore del cittadino comune proprio di fronte ai mali di uno Stato di cui non solo non si riconosce come parte, ma che anzi ti è nemico, antagonista. Chi aveva ragione e chi torto? Entrambi e nessuno, mi pare. Perché, se è vero che Sanguineti aveva ragione nel principio – non si può fare opposizione a vita, lasciando sempre agli altri la possibilità di decidere anche per te –, è anche vero che la nostra storia ha dato ragione a Sciascia. Ma ancora, va detto che se c’è stato un intellettuale che voleva fare una rivoluzione per essere meglio integrato con gli altri fu proprio Sanguineti, il quale non riuscì mai né a fare una rivoluzione, né a integrarsi in niente e con nessuno, troppo colto per mettersi alla pari con le classi operaie per cui faceva politica, che manco capivano la sua lingua, e troppo militante per trovare una mediazione possibile con chi parlava la sua stessa lingua ma non condivideva l’uguale integralismo politico. (E infatti, non a caso, il suo antagonista per eccellenza, fu l’amato-odiato Pasolini, che gli era tanto più simile nel rigore, nella solitudine e nelle pulsioni di morte di quanto Sanguineti stesso avrebbe mai voluto/potuto ammettere).
mercoledì 16 settembre 2020
le solite domande senza uscita
Ogni volta mi dico che non dovrei farlo, eppure finisco sempre per leggere i commenti a certi fatti, solo per vedere fin dove si può cadere in basso. Stavolta è capitato in merito alla morte di don Roberto Malgesini, ucciso ieri a Como da un uomo con problemi psichici, un emigrato irregolare, senza casa, solo e abbandonato, che veniva assistito da don Roberto insieme a tanti altri. Come al solito, certi commenti sono più agghiaccianti della morte stessa. Quando va bene la gente parla di “morte assurda”, altrimenti don Roberto “se l’è cercata”, per alcuni la colpa è tutta di questi “immigrati e dallo Stato che non li caccia via”, per altri don Roberto era “un martire incompreso” per via del suo impegno. Ma Malgesisi non era un martire, era un uomo con gli attributi che aveva ben chiaro il proprio ruolo, più di quanto fosse chiaro a tanti altri, perché se il compito di un sacerdote è praticare il Vangelo ‘anche’ aiutando gli ultimi, ovvero coloro che sono esclusi dalla rete di protezione sociale, i reietti, allora lui assolveva perfettamente al proprio compito, assumendosi con coraggio i rischi del suo ruolo, e in tal senso sì, se l’è cercata. Ma non c’è assurdità in questo, né scandalo. C’è il senso ultimo di una Chiesa, quando è sana. Casomai, bisogna chiedersi, e con forza, chi è che non ha assolto al proprio dovere, chi ha permesso che una persona con problemi psichici – e non ce ne sono pochi in Italia, spesso abbandonati a se stessi, o alle cure delle famiglie in affanno o di pochi centri che li accolgono vita natural durante – com’è possibile che una persona con problemi psichici, e pericolosa, sia stata lasciata sola, dimenticata al punto da richiedere l’intervento di don Roberto. E ancora, chi avrebbe preferito che don Roberto si facesse i cazzi propri, venendo meno al dovere morale di soccorrere il prossimo, e per questo facendogli il vuoto intorno? Chi, per non prendersi quella responsabilità, preferisce che tanta gente in difficoltà, che è malata, matta, sola o abbandonata, o addirittura pericolosa per se stessa e per gli altri, diventi invisibile per sempre, o fino a quando non finisce all’improvviso al notiziario? E perché, nonostante tutto questo, abbiamo bisogno di parroci come don Roberto che si occupano di persone con tali problemi al posto nostro, accollandosi il peso di fare da cuscinetto fra quelle persone, fra quel tipo di disperazione, sofferenza e solitudine, e noi, la cosiddetta società sana, che non vede il male e, quando può, indossa i paraocchi e lo tiene rinchiuso a chiave?
domenica 23 agosto 2020
la cultura non salverà un bel niente
Inizio a non sopportare più quelli che dicono che la cultura salverà questo paese. Siamo tutti moralmente convinti che la cultura salverà questo paese, ma non si capisce come, forse scendendo dal cielo come una fiammella sulle nostre teste, come fa lo spirito santo. Forse ci crediamo anche, ma è appunto una convinzione ottimistica, un dovere morale più che una gioia del cuore, quasi un impegno, come una volta era un dovere andare a messa la domenica mattina. E gli impegni pesano, tanto più che, fondamentalmente, a noi della cultura non ce ne frega nulla, siamo onesti. Così la deleghiamo ad altri, in modo da sentirci la coscienza a posto perché qualcuno ci deve pensare e ci pensa anche per noi; e ogni tanto ricordandoci, con piglio affaristico, di chiedere un rendiconto dei risultati, anche economici, con tanto di premialità aziendale per i generi più redditizi: la cultura del cibo ad esempio è sul podio, enormemente più prestigiosa di quella del libro, che non è nemmeno l’ultima della lista; il cinema se la passa male, la musica così così, come la poesia, ma sempre meglio del teatro, che è quasi morto; il teatro d’opera è morto del tutto ma resta lì come un santino; quella paesaggistico/architettonica non è più nemmeno considerata cultura: tanto è vero che è soggetta senza vergogna da più di settant’anni a scempi di ogni tipo, dall’abusivismo edilizio delle periferie, alla distruzione di massa di opere già esistenti ma che “non vediamo più” in questo paese che un po’ è un cantiere a cielo aperto e un po’ un porcile senza muri di contenimento. Cantiere e porcile ogni tanto si incontrano e lì periodicamente succede qualche disastro che ci ricorda come l’etica non sia soltanto una parola da cercare sul vocabolario, prima di tornare nel dimenticatoio della cultura. Ma tutto questo succede sempre e soltanto per causa nostra, perché a furia di delegare gli altri di cose che dovrebbero starci a cuore, dimenticandoci di preciso cosa abbiamo intorno, ci siamo fatti tutti ciechi, e allora abbiamo cominciato ad affidarci alla santa provvidenza che prima o poi scenderà dal cielo e risolverà ogni cosa, ogni bruttura. Se questa nostra povera cultura è ridotta ormai a un commercio della fede – una cosa indegna perché la riduce, la depotenzia –, se è ridotta all’osso, all’elemosina, alla pietà dei poveri, è perché a parole sì, ma non l’amiamo, ci sta sul culo più che nel cuore, ci pesa pure il nome. Uno dice cultura e l’altro sbuffa! E non lo dico ai politici, non lo dico ai potenti, lo dico a mio padre, al mio vicino, al mio migliore amico, al mio futuro sindaco, al fruttivendolo, a quello che mi commenterà questo post (se arriverà a leggerlo tutto), perché io la vedo ogni giorno, sulla mia pelle, la differenza che passa fra chi dice di amare i libri e chi li legge davvero. L’amore fatto a parole è tanto bello ma è una finzione. La cultura non salverà un bel niente, fidatevi, è già tanto che si salvi Lei da noi.