Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
giovedì 22 luglio 2021
mercoledì 16 settembre 2020
le solite domande senza uscita
Ogni volta mi dico che non dovrei farlo, eppure finisco sempre per leggere i commenti a certi fatti, solo per vedere fin dove si può cadere in basso. Stavolta è capitato in merito alla morte di don Roberto Malgesini, ucciso ieri a Como da un uomo con problemi psichici, un emigrato irregolare, senza casa, solo e abbandonato, che veniva assistito da don Roberto insieme a tanti altri. Come al solito, certi commenti sono più agghiaccianti della morte stessa. Quando va bene la gente parla di “morte assurda”, altrimenti don Roberto “se l’è cercata”, per alcuni la colpa è tutta di questi “immigrati e dallo Stato che non li caccia via”, per altri don Roberto era “un martire incompreso” per via del suo impegno. Ma Malgesisi non era un martire, era un uomo con gli attributi che aveva ben chiaro il proprio ruolo, più di quanto fosse chiaro a tanti altri, perché se il compito di un sacerdote è praticare il Vangelo ‘anche’ aiutando gli ultimi, ovvero coloro che sono esclusi dalla rete di protezione sociale, i reietti, allora lui assolveva perfettamente al proprio compito, assumendosi con coraggio i rischi del suo ruolo, e in tal senso sì, se l’è cercata. Ma non c’è assurdità in questo, né scandalo. C’è il senso ultimo di una Chiesa, quando è sana. Casomai, bisogna chiedersi, e con forza, chi è che non ha assolto al proprio dovere, chi ha permesso che una persona con problemi psichici – e non ce ne sono pochi in Italia, spesso abbandonati a se stessi, o alle cure delle famiglie in affanno o di pochi centri che li accolgono vita natural durante – com’è possibile che una persona con problemi psichici, e pericolosa, sia stata lasciata sola, dimenticata al punto da richiedere l’intervento di don Roberto. E ancora, chi avrebbe preferito che don Roberto si facesse i cazzi propri, venendo meno al dovere morale di soccorrere il prossimo, e per questo facendogli il vuoto intorno? Chi, per non prendersi quella responsabilità, preferisce che tanta gente in difficoltà, che è malata, matta, sola o abbandonata, o addirittura pericolosa per se stessa e per gli altri, diventi invisibile per sempre, o fino a quando non finisce all’improvviso al notiziario? E perché, nonostante tutto questo, abbiamo bisogno di parroci come don Roberto che si occupano di persone con tali problemi al posto nostro, accollandosi il peso di fare da cuscinetto fra quelle persone, fra quel tipo di disperazione, sofferenza e solitudine, e noi, la cosiddetta società sana, che non vede il male e, quando può, indossa i paraocchi e lo tiene rinchiuso a chiave?
domenica 19 luglio 2020
dal retro
venerdì 27 settembre 2019
venerdì 14 giugno 2019
chiesa
lunedì 30 aprile 2018
la necessità del rituale
martedì 26 dicembre 2017
abiura
venerdì 24 novembre 2017
prima linea
giovedì 9 novembre 2017
la salute del papa
sabato 2 settembre 2017
potere e verità
venerdì 25 agosto 2017
vangelo
giovedì 29 settembre 2016
sacralità (a mantova)
Un ulivo a Mantova.
venerdì 27 novembre 2015
sogni ai sempliciotti
venerdì 14 agosto 2015
capriccio
domenica 7 giugno 2015
cemento
domenica 24 maggio 2015
pranzo in famiglia
domenica 21 settembre 2014
cose davvero imbarazzanti
sabato 15 marzo 2014
l’asola della giacca nuova
Il confessionale nella chiesa è una baracchetta d’abete pitturata di rosa, coi tarli che mangiano anche i chiodi. Io mi sono seduto per provare se il prete stava comodo. Era una domenica pomeriggio e un ragno dondolava in fondo al filo che scendeva da un imbuto di seta. E mi sono addormentato.
Poi mi è venuta voglia di conoscere il prete che per vecchiaia si era ritirato da tutte le funzioni e abitava in campagna vicino alla pineta di Ravenna. Volevo che mi dicesse qual era stata l’ultima sua confessione a Montebotolino. Aveva ottant’anni e le mani tremolanti erano farfalle che prendono il volo.
Senza nominare nessuno, ha detto che una mattina alle cinque, i piedi bagnati perché aveva camminato sopra l’erba imbiancata dalla brina, una vecchia si era subito inginocchiata al confessionale.
Con voce commossa gli ha raccontato che la sera prima di una festa aveva cucito l’asola della giacca nuova di suo marito perché non ci mettesse un fiore per fare lo sbruffone davanti alle altre donne. E adesso le dispiaceva.
(Tonino Guerra, da Il libro delle chiese abbandonate)
mercoledì 5 febbraio 2014
miracolo (a siena)
venerdì 12 aprile 2013
strage
All’inizio passeggiavano lentamente, guardandosi intorno con curiosità, coi loro pancioni candidi per la piazza, e presto, quasi fosse Venezia, divennero i soggetti preferiti dei turisti armati di fotocamera, addirittura impararono a mettersi in posa in cambio di un pezzetto di pane.
A forza di pane e di riso, ingrassarono al punto di smettere di volare e zampettavano come galline, ancora tondi e buffi, avanti e indietro per quella che ormai era diventata la loro aia, andando a rifugiarsi negli angoli per dormire, sotto i balconi, dove nidificarono al suolo.
Nacquero così nuovi uccelli che, seguendo l’esempio dei genitori, non impararono mai a volare. Erano troppi per la piazza, la quale presto venne ricoperta di escrementi, piccole macchie nere bianche o gialline che crepitavano sotto i piedi quando passavi. Persino le loro belle piume, adesso che si trascinavano al suolo, erano lorde di cacca.
L’odore era insopportabile, soprattutto d’estate. E quando, a causa della sporcizia, i matrimoni finirono, vedevi gli uccelli muoversi per la piazza come impazziti dalla fame, muovendo il collo a scatti e picchiando il becco contro il pavimento vuoto, se non di escrementi, consumandolo a forza di beccate, ma incapaci di migrare.
I loro vicini umani, ormai stanchi e al limite della sopportazione, quando capirono che né Nunzio né il parroco né quelli del Comune sapevano come risolvere il problema, decisero di fare da sé. Pagarono l’accalappiacani per radunare nella piazza, una mattina, tutti i randagi da portare al canile, e li scatenarono su di loro per farne strage.
Dopo la mattanza, quando i cani furono allontanati, ai pochi uccelli superstiti, che ancora scappavano intorno terrorizzati, senza più voce, senza più vie di fuga, le piume intrise di sangue sulle zampette tremanti e inciampavano sui cadaveri dei loro compagni mutilati dai morsi, venne spezzato il collo. Quando Nunzio, impotente, da lontano vide la scena, i suoi occhi si inumidirono, ma riuscì solo a dire: che peccato.








