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martedì 27 agosto 2024

testimonianza

Esce oggi per Ponte alle Grazie Accorgersi di essere vivi di Franco Arminio. Io da quando ne ho letto il titolo/slogan non riesco a smettere di metterlo a confronto, come possibile risposta, a Far finta di essere sani di Giorgio Gaber. I due estremi di ciò che siamo: da una parte la ricerca spasmodica di quei rari momenti emozionali in cui ci accorgiamo di essere vivi mentre facciamo finta di essere sani; e dall'altra, siccome in noi prevale la malattia, l'abitudine, invece di gustarceli fino in fondo, di fotografarli e postarli come rappresentazione ad uso degli altri del fatto che viviamo. La nostra vita appena vissuta ridotta a testimonianza postuma.

giovedì 27 giugno 2024

barba

Ieri pomeriggio ero a casa di Lino Angiuli che fra le altre cose me ne ha detta una molto carina sulla mia barba, ovvero che io è con la barba lunga che sono proprio io e do forma alla mia sostanza, mentre quando la taglio, quando sono senza la mia barba, è allora che sono un altro e non sempre mi assomiglio. Una cosa simile me la disse Franco Arminio un paio di mesi fa, disse che un poeta ha il dovere di curare anche il suo aspetto, intendendo per aspetto non la semplice apparenza, o il fatto di essere più o meno eleganti, ma di esprimere se stessi in una forma che cammini fianco a fianco coi tuoi versi e dia loro risonanza.

martedì 23 gennaio 2024

note su "tu sola sei vera"

Premesso che se uno vuole una immersione filologica all’opera di Scotellaro farebbe meglio a prendere il Baobab Mondadori a lui dedicato, ho dato una lettura all’introduzione di Arminio al libro uscito per Interno Poesia. Che a mio avviso ha dei pregi, o perlomeno ti lascia dei motivi di riflessione (se fossi Garboli ne tirerei fuori un saggio di 50 pagine), ma ha anche dei difetti. Il difetto maggiore è che Arminio tratta l’introduzione con eccessiva famigliarità e stringatezza, fa cioè una presentazione da poeta e non da curatore, con delle belle intuizioni (più intorno al testo che sul testo) di cui però lascia troppo spesso le possibili costruzioni all’intelligenza del lettore; in questi casi il lettore non vuole sentirsi più intelligente del curatore, vuole sentirsi stupido, vuole cioè un curatore che gli rivanghi e rimescoli la terra sotto i piedi, non che gli suggerisca delle tracce o che gli dica “queste sono vicende note, almeno agli addetti ai lavori” per passare velocemente ad altro. Va anche bene, come avverte, togliere le date sotto le poesie in una vicenda durata pochissimi anni in un paesaggio di riferimento (il mondo contadino lucano della metà del ‘900) collocato in un tempo fuori dalla storia (Levi), se il tuo interesse è decontestualizzare il verso dalla sua epoca e vedere come regge al trascorrere del tempo (anche perché mi pare che il sospetto di fondo, che si vuole fugare, è quello che Scotellaro venga letto più per la caratura eroica della sua figura che non per la bellezza dei suoi versi, più in chiave storico-politica che estetica); però almeno nell’intro qualche parola in più sull’uomo e sulle sue scelte appassionate e su come è entrato nella tua vicenda personale si sarebbe potuta dare. Perché una cosa è googlare il nome e leggere la bio su Wikipedia, un’altra è che un autore ti parli col cuore in mano della vita e dell’opera di un altro poeta con cui ha così evidenti punti di contatto, cosa che Arminio ha fatto invece con grande amore (e cura) per Gianni Celati: il pezzo scritto per Doppiozero alla sua morte in questo senso è esemplare. Questo nell’introduzione mi è mancato. Mentre il rimontaggio emotivo, o musicale, dei testi, per ciò che ho letto finora, non mi dispiace. Le prime poesie ad esempio, con un montaggio che ne scandisce una dietro l’altra alcune dedicate alla notte, o meglio alle ore poco prima dell’alba, quelle più buie ma che preannunciano il detto “è fatto giorno” hanno, così vicine, una più forte carica espressiva, ma tutta la raccolta è piena di una notte che almeno a me fa pensare a Goya, il Goya in bianco e nero delle incisioni, visto che nell’intro Arminio parla di “colore”, dove quello di Scotellaro non è certo lo stesso di Carlo Levi, indirizzato a tinte più pastose e ocra. Quasi in conclusione Arminio osserva come il tempo Scotellaro (come però anche quello di Bertolucci o di Guerra o di Buttitta) era ancora un tempo in cui si potevano mettere insieme “il fiato caldo dei contadini e le lettere ai poeti”, mentre oggi un poeta non sa nemmeno più dove trovarli i contadini. È vero. Io che vivo in un centro rurale del sud mi sono chiesto quanti contadini veri conosco, gente cioè che vive del proprio lavoro con la terra. Mio nonno era contadino e quindi grazie a lui ne ho conosciuti, ma se dovessi dire oggi chi c’è, forse ne conosco un paio al massimo, e tutti hanno l’età di mio padre. Ma un poeta che vive in una qualsiasi città d’Italia e che giornalmente scrive come me ad altri poeti, quanti contadini conosce? Quanti ne frequenta giornalmente? E come la considera questa, vittoria o sconfitta, o è indifferente? Per Arminio quella combattuta da Scotellaro, per quanto nobile, è stata una battaglia persa di un’Italia che non c’è più. Restano i suoi versi di cui, oltre all’integrità dell’uomo, si cerca di sondare l’attualità, o meglio la loro capacità di essere per noi, oggi, al di là del loro tempo. Nessuno, ad esempio, si chiede così insistentemente del tempo di Fortini o Luzi mentre legge i loro versi, perché i versi di Fortini o Luzi, così legati al loro tempo, sono “anche” al di là di quello. Succede anche per Scotellaro? Questo libro, mi pare, prova a sondare questa domanda. A un certo punto, mentre ripassavo al volo le sue poesie ho trovato la parola “zappatori”. Parlo per me, ma credo di averla sentita l’ultima volta anni fa, nel 2009, durante uno spettacolo di Gabriele Lavia sul “Sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi. Nel mio paese non la usa più nessuno, e almeno per me questa parola è già qualcosa di fuori dal tempo, ma in che modo è ancora tutto da capire.

lunedì 8 gennaio 2024

il nemico

Stamattina ho letto un post scritto da una famosa scrittrice italiana (Policastro) contro un famoso scrittore (Arminio) il quale è molto amato dal pubblico, ma non particolarmente apprezzato da una parte del mondo letterario per come ha abbassato il livello e le ambizioni della propria ricerca stilistica per avvicinare un pubblico più ampio. Fra gli altri, sotto il post della Policastro, c’era un commento (Bortoli) che mi ha particolarmente colpito perché diceva più o meno così: “io non ce l’ho con Arminio perché è famoso, ma perché aveva talento, ha fatto molte belle cose, poteva farne ancora, ma si è venduto”. Sulla prima parte sono anche d’accordo, ma è su quel “venduto” che mi si è accesa una lampadina che non riesco a spegnere. Mi sono chiesto: Ci si vende a chi? Ma al nemico, al diavolo, alla parte avversa! E io continuo ad arrovellarmi su chi sia il nemico. È il successo? È il pubblico? È il mercato? (Ma il mercato non fa che assecondare i gusti del pubblico). È un pubblico più ampio, quindi è la massa? Sono quelli che pagano, i consumatori? Ma quindi i consumatori non sono pubblico? E quindi chi compra i dischi dei Beatles, che muovono milioni di copie, non sono pubblico? Chi è il nemico? È dove sta rispetto a me? Mi sta di fronte o di fianco? E da che parte sto io rispetto a un Arminio, ma anche rispetto a una altrettanto paradigmatica Policastro? Perché non avendo lo stesso loro pubblico che nobilita il mio curriculum, non sono sicuro che lei possa considerarmi un suo pari almeno quanto non sono sicuro che lo possa fare lui. Il talento non mente, diceva Benjamin, ma un talento senza pubblico non fa nessuna differenza sul piatto della bilancia. E quindi rispetto al pubblico, da che parte sto io? L’ho mai guardato in faccia? E se capitasse, lo riconoscerei? Gli ho mai chiesto cosa vuole da me, se qualcosa vuole? E mio dovere qual è? Vendermi ad esso, oppure tradirlo? E se lo incontro, cosa gli dirò? Continuo a chiedermelo, un po’ come mi chiedevo chi sono i barbari di Kavafis, in attesa di incontrarne uno.

martedì 12 dicembre 2023

la jura

Ne parlavo prima al telefono col Corsi, non so se sia stata una scelta concordata o meno – a me sulle prime ha lasciato perplesso – ma l’idea del titolo dell’intervista ad Arminio sul Corriere, sullo scrivere “dopo aver mangiato pesante” (corrispettivo prosaico dello scrivere con un peso sullo stomaco, o come si dice qui da noi con la jura addosso, il folletto che di notte ti si pianta sopra e ti toglie il respiro e il sonno) è stata una gran trovata pubblicitaria per farsi finalmente condividere un articolo proprio dai poeti che non lo amano, ma che sono forse quelli che, con lo scopo di irriderlo, l’hanno maggiormente spammato, più dei suoi stessi follower. Purché se ne parli dunque? Visto che nessuno legge più nessuno o quasi, mi verrebbe quasi di dire sì. Del resto il pubblico di Arminio, quello che gli compra effettivamente i libri, non è certo fra i poeti (che notoriamente comprano pochissimi libri di poesia), ma dall’altra parte, dalla parte proprio di chi odia i poeti, li trova ridicoli o non li capisce, non ne capisce i codici, ma ne sente ugualmente il bisogno (perché il poeta, vuoi o non vuoi, è un archetipo sociale: una società senza poeti è una società morta) e allora sceglie di affidarsi a quest’autore che asseconda un po’ troppo i gusti del suo pubblico, che non è il pubblico risicato dei poeti, con tutti ciò che ne consegue: io ad esempio non scorderò mai una volta che una signora, che evidentemente non frequenta abitualmente il mondo della poesia ma segue Arminio, lo rimproverò in un commento di aver scritto una (buona) poesia sulla morte, perché la morte è una cosa brutta e triste e non se ne dovrebbe parlare in versi. È uno strano cortocircuito, a modo suo. Di certo, e questo posso dirlo visto che mi ritrovo anch’io dall’altra parte della scena, di poeti che condividono con piacere interviste ad altri poeti che non siano loro o qualcuno dei loro o qualcuno che vogliono portarsi a letto, io ne conosco veramente pochi.

venerdì 17 marzo 2023

il pubblico

La mia giornata comincia con una foto di Franco Arminio da una sua presentazione a Roma piena zeppa di pubblico, cosa assolutamente non scontata visto che ormai anche le presentazioni vanno deserte. L’altro giorno, di contro, leggevo un post in cui ci si lamentava del fatto che sempre a Roma una presentazione di De Angelis per la sua traduzione di Lucrezio fosse andata “bene ma non benissimo”, e soprattutto gli mancavano intorno i poeti. Anche da Arminio mancavano i poeti, ma non se n’è accorto nessuno perché c’era il pubblico. Il punto direi che è proprio questo. Che te ne fai di appartenere alla setta dei poeti estinti se poi non vengono nemmeno alla tua presentazione, se non fanno gruppo con te? (E io stesso non potrei parlare, perché non faccio gruppo né coi poeti né col pubblico). Poi ce la prendiamo con Arminio, dicendo che in fondo se c’è pubblico significa che la sua non è poesia, ma è un’affermazione triste, perché stai implicitamente riconoscendo il fallimento di ogni poeta, la sua condanna a una solitudine egoistica e sospettosa, spesso venata dal desiderio implicito di essere compreso, di essere abbracciato dal pubblico al posto di Arminio, perché 𝘴𝘦 𝘪𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘱𝘰𝘦𝘵𝘢 𝘦 𝘭𝘶𝘪 𝘯𝘰, 𝘪𝘰 𝘮𝘪 𝘮𝘦𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘪̀ 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘪. La cosa ancora più triste, però, è proprio osservare Arminio, che dimostra cosa succede quando finalmente il pubblico ti abbraccia, e ti accorgi che non c’è nessun sollievo, nessuna vera soddisfazione in questo, Arminio è spesso infelice perché avere il dono effimero del pubblico da solo non basta. L’unica vera certezza, insomma, è l’infelicità di chi scrive.

lunedì 13 febbraio 2023

savoir faire

Stanotte durante una colica, mentre mi rigiravo nel letto incapace di trovare una posizione umana, mi sono messo a scrollare il telefono per distrarre la mente dagli spasmi. Ho beccato un post di Franco Arminio appena pubblicato, erano le 3 o le 4, in cui si lamentava di dolori e ansie che gli impedivavo di dormire, così gli ho scritto un messaggio e poi il dolore si è fatto più forte e mi sono impasticcato per sedarlo. Dopo ho preso sonno ma mentre dormivo mi sono sognato di aver scritto ad Arminio una cosa piagnosissima in cui gli dicevo che gli ero vicino nel dolore e nella contrizione e lui faceva le corna come se gli stessi cantando il requiem. Stamattina nel dubbio, anche un po' imbarazzato, sono andato a controllare e in effetti sì gli avevo scritto, ma una cosa molto molto contenuta. Per fortuna il savoir faire ci salva sempre, pure con le coliche addosso.

martedì 22 novembre 2022

poesia e pensione

Oggi [su Facebook] Arminio ha scritto una bella poesia, o perlomeno a me è piaciuta, anche se Arminio secondo me è più poeta per altre cose che non scrivere in versi. Ma mentre la leggevo mi sono fatto i conti e ho pensato che pure Arminio, che viene spesso criticato per il suo successo, ma viene pur sempre dalla vecchia scuola, è diventato Arminio, o meglio il fenomeno Arminio, intorno ai 60 anni. Prima ha soltanto lavorato, come tutti, e più di tanti altri va detto, per arrivare a quel successo. Anche io, che ho 45 anni e non ne sono immune, punto ad arrivare a quel successo. Per cui mi sono dato altri 15 anni per riuscire nel mio piano, alla mia maniera (che è una maniera molto meno fisica di quella usata da Arminio), per riuscire a farmi amare od odiare dal pubblico, non restando fermo nella loro indifferenza. E ho pensato che in Italia forse per la poesia funziona un po' come per le pensioni, devi dare almeno 40 anni di contributi poetici per arrivare a un riconoscimento minimo che è un po' una pensione morale (quando ti dicono: hai fatto la fame ma l'hai fatta da poeta! Che culo!). I più scafati avranno anche un minimo riconoscimento economico, certo, e per i meno scafati c'è la legge Bacchelli che è una pensione sociale presa col pedigree da scrittore. Si arriva a pensione piena con quota 103, ovvero dopo 103 anni di sangue gettato sui versi e quella in genere se la godono gli editori che ti ristampano e gli eredi, che poi non vengono a trovarti nemmeno al cimitero.

martedì 8 novembre 2022

la questione

Oggi in libreria ho scoperto che Franco Arminio ha pubblicato il suo ultimo libro, Atleti, con HarperCollins Italia, che è la seconda casa editrice più diffusa nel mondo. Einaudi a confronto è quasi nulla. A uno può piacere o no come scelta, ma molto dice il fatto che HarperCollins ha un approccio assai pragmatico (come si vede anche dalle sue brutte copertine). Non si fanno differenze di genere. Sul sito c'è la narrativa italiana (cioè in lingua originale), la straniera (cioè in traduzione), la non-fiction (ovvero saggi e manualistica) e la narrativa per ragazzi (quella che vende). Punto. Il poeta non viene discriminato per ciò che scrive o perché va a capo, ma soltanto in base al fatto che venda o meno. Poi certo, alcuni diranno che Arminio non è un poeta, ma il bello è proprio questo, che ad HarperCollins non frega nulla della questione, per loro Arminio è un autore come tutti gli altri e ha le stesse possibilità di esprimersi sul mercato. Cosa che in Italia succede assai più raramente per una serie di preconcetti che coinvolgono tutti, dagli editori al pubblico, senza parlare degli stessi poeti, a cui piace fare la parte dei nobili esclusi.

domenica 27 febbraio 2022

i critici più severi

Mando una poesia d’amore a una ragazza. Mi risponde: Ma che cagata è? Le dico: È una poesia di Carlo Bordini! E lei: Ah scusami, pensavo fosse tua, allora è solamente brutta. Per farmi dispetto mi manda una poesia di Gio Evan che scrivendo “fai attenzione quando incontri una persona gentile” ha preso (fra ieri e oggi) 20.224 like e nemmeno uno “stronzo”. Roba che Arminio a confronto è un dilettante e tutti gli altri muti.

mercoledì 9 febbraio 2022

one man show

Ieri un amico mi scriveva che dopo le due letture di poesie a Sanremo si è scatenato un polverone, il solito, per capire chi è poeta o no. C’è chi dice che la Gualtieri è più poeta di Arminio e c’è chi dice che nessuno dei due, per diversi motivi, è poeta. C’è chi a questo punto tira in ballo Magrelli, di cui esce a breve il nuovo libro, dicendo che Magrelli è stato poeta nei suoi primi tre libri ma dopo quelli non più; ma a questa stregua ci sarebbe da chiedersi se è più poeta Magrelli che prova a sperimentare nuove formule e linguaggi con risultati non sempre all’altezza del suo nome, o De Angelis che è superbo nel riscrivere lo stesso libro da più di vent’anni, dando credito a chi dice che la poesia è soprattutto musealizzazione di se stessi in un procedimento collaudato. “Brand” è il termine per il mercato. Quando la poesia trova il suo brand vende. Ma chi può dire chi è poeta o no, e in base a quale criterio o gusto? Se le vendite non fanno testo, se il gusto del pubblico nemmeno, se quello degli addetti ai lavori è fazioso come pochi – e lo dico io che ci sto dentro, se la critica se ne sbatte e anche se non se ne sbattesse importerebbe a pochi (perché attenzione: se la critica dice che Arminio fa schifo è ok, ma se la stessa critica, ammesso che si accorgesse di te, dicesse che il tuo libro è insignificante quanto il suo, tu lo accetteresti?). Chi decide, insomma, chi è poeta o no? E come? Tutto questo parlare a vuoto mi ha fatto pensare a quando i giornalisti a metà anni 60 chiedevano a Bob Dylan – altro esempio di artista che non si è mai capito di preciso cos’è – di esprimersi sui cantanti di protesta della sua generazione, e lui rispondeva così: Sono 136, non uno di più non uno di meno. E allora i giornalisti, che non capivano lo scherzo, continuavano: E lei si considera un cantante di protesta? Io no, diceva Dylan, io sono un “One Man Show”, un uomo che fa il suo spettacolo tutto da solo. I giornalisti compiaciuti ridevano.

lunedì 6 dicembre 2021

nevica e ho le prove

 «Il mondo prima o poi smetterà di girare, e si fermerà in mezzo all’universo come un asino che s’impunta e non vuole più saperne di fare lo stesso giro». Ho comprato sabato mattina e letto ieri pomeriggio, in poche ore, “Nevica e ho le prove” di Franco Arminio (Laterza), che è un libro molto bello e strano, come un fuoco d’artificio che comincia con uno scoppio fortissimo dell’io e poi si frantuma e disperde in una miriade di ritratti sempre meno precisi, sempre più abbozzati, fino a perdersi nel vuoto di un parcheggio. Un libro dove in ogni pagina lo senti che non è (forse) un capolavoro, sospeso com’è fra reportage e autofiction, ma allo stesso tempo non riesci a staccartene perché è un continuo rilanciare poesia e vita, rassegnazione, entusiasmo di chi scrive per sola forza di aggrapparsi alla scrittura, soluzioni narrative avventurose e a tratti fuori dagli schemi, una scrittura con le palle, un libro che divaga senza perdersi, che si guarda senza compiacersi, che sa guardare giù verso l’abisso con l’autoironia degli indolenti, un libro che è nuovo e che allo stesso tempo ha il sapore di qualcosa di già visto, che si porta quell’odore addosso che sai essere anche il tuo, l’odore ammuffito di certo Sud, della cicuta che ti fai crescere dentro, l’odore sottile di fifa di ogni quarantenne imbrigliato in una disperazione senza uscita. Questo sapeva fare Arminio vent’anni fa, prima di perdersi nelle poesie d’amore, che a suo modo è anche un modo per uscirne, eppure quanto era più vero ed essenziale in questo libro, un libro che senti che viene dal secolo passato, non fosse altro che ogni frase – lo sai perché lo senti nello stile – è stata scritta a mano su un quaderno, fitta nella carta e nella carne, e non sopra un telefono o un pc.

giovedì 13 agosto 2020

dice arminio

Dice Arminio: "I miei libri hanno vendite fuori quota rispetto alla poesia la cui tiratura media in Italia è sulle mille copie. 'Cedi la strada agli alberi' del 2017 ha venduto 40 mila copie e continua a vendere. 'L'infinito senza farci caso' del 2019 è oltre le 10 mila copie. E 'La cura dello sguardo' il giorno dopo l'uscita ha avuto la prima ristampa". 

Non so quanto siano attendibili i dati, ma io leggo e mi chiedo chi è che stampa più di mille copie di un libro oggi in Italia, escluse Mondadori o Einaudi? Io non lo faccio, non avrei nemmeno dove metterle, ditemi chi lo fa. E mi ricordo lo stesso Arminio che 10 anni fa a una presentazione, quando andai a farmi autografare la mia copia di Cartoline dai morti, quando gli dissi che mi interessavo di poesie mi disse: sei coraggioso, la poesia non vende nulla. Lo disse lui, per esperienza. Quindi non so come abbia fatto, non so cosa sia successo e non credo basti solo un buon ufficio stampa per arrivare a tutto questo, ma sono casomai tante circostanze che si assommano insieme e che secondo me andrebbero studiate, su di lui ma anche sulle esigenze del suo numeroso pubblico. Esigenze che come si è visto a volte lo ingabbiano. Spero sempre in una bella tesi di laurea a tema. Oppure niente, continueremo a dire che se Arminio vende è perché si è venduto e chi lo compra è un idiota, felici dei nostri 25 lettori blasonati ma chiedendo poi all'editore di fare i miracoli per vendere libri che non si vendono.

sabato 25 luglio 2020

ogni editore ha un prezzo

Ieri sera una signora assai amabile si è fermata vicino al tavolino dove tenevo i libri in esposizione e conversando amabilmente con me se li è guardati tutti, senza comprarne uno solo. Li prendeva, se li rigirava a lungo fra le mani (bellissimi, diceva) poi li rimetteva giù dopo essersi soffermata sul prezzo. Forse è un po' alto, mi ha suggerito amabilmente, visto che sono libri di poesie – e i libri di poesie, si sa, vendono meno – potresti abbassare il prezzo per incentivare il lettore. E io le ho risposto che secondo me ha perfettamente ragione, infatti i miei libri, con tutto che farli "bellissimi" mi costa un botto, spesso e volentieri li vendo a 10 euro e qualche volta a 5, invece che a 12 o a 13 euro – che è il prezzo comune di mercato – oppure a 18, come fa scandalosamente Mondadori, proprio per questo motivo. Ah, mi risponde, questo non lo sapevo. Poi mi chiede se ho l'ultimo di Arminio, che non ho perché non sono l'editore di Arminio – e che per la cronaca costa 16 euro – e alla fine se ne va portandosi via soltanto il mio biglietto da visita.

martedì 4 giugno 2019

i numeri

L'altra sera, durante una presentazione, una addetta ai lavori faceva notare una cosa interessante. Ovvero che il caso Franco Arminio poeta, e aggiungo poeta apposta intendendo che Arminio viene ormai riconosciuto dalla comunità soprattutto come poeta, non nasce con lui che scrive un libro fenomenale (cosa che peraltro è stata con Cartoline dai morti) ma nasce con un ufficio stampa che si innamora di un suo libro, Cedi la strada agli alberi, decide di investirci tutto il suo tempo e ci lavora intorno con tale amore e con tale strategia da imporlo all'attenzione del pubblico. In altre parole, anche lì dove si sostiene che la parola poetica è l'ultimo baluardo di quello spazio in cui lo scrittore è libero di fare quel che cacchio gli pare, un poeta c'è o meglio un poeta si fa notare e ascoltare nella misura in cui è affiancato da un buon ufficio stampa, proprio come qualsiasi altro. Allo stesso modo il gusto del pubblico non solo non ha alcun peso nella scelta perché in ogni caso il gusto è influenzabile e influenzato dall'operato di un buon ufficio stampa, ma quando viene influenzato nella misura giusta fa fare i numeri persino a un genere poco commerciale come è considerato la poesia.

mercoledì 22 maggio 2019

cartolina apocrifa

Stanotte ho sognato di scrivere questa cartolina apocrifa, nello stile di quelle bellissime di Franco Arminio in Cartoline dai morti
«Adesso mi ricordo quella volta che sono uscito dal medico sapendo che avevo un tumore grosso come una mela che mi cresceva dentro e che, se andava bene, mi restavano sei mesi di vita. Ho guardato il cielo e ho pensato che era così bello che c’era da piangere, invece non so perché ridevo».

sabato 27 aprile 2019

arminio

Ogni volta che vedo quelli che comprano e leggono i libri di Franco Arminio e poi non li mettono in pratica, mi chiedo sempre cosa ci leggono dentro e cosa ci vanno cercando.

giovedì 6 settembre 2018

arminio e l’assalto alle librerie

Leggo che Arminio per il 15 vuole lanciare un assalto alle librerie, cioè scatenerà il suo pubblico verso gli scaffali di poesia delle librerie per convincerli a comprare uno o più libri, e se svuotate gli scaffali allora dimostrerete che la poesia si può vendere. Io resto perplesso di fronte a simili azioni. Non posso negare che potrebbero avere un certo richiamo mediatico – e Dio solo sa quanto ogni cosa (ogni più piccola cosa) serva al settore – ma continuo a chiedermi a chi giova una azione così? A me e tanti piccoli editori come me che fanno fatica a essere presenti nelle librerie, soprattutto in quelle di catena, a nulla o quasi. Ai lettori di poesia, che la poesia già la comprano per fatti loro, non cambierà la vita in nessun modo. Ai non lettori di poesia che lo fanno solo per Arminio nemmeno, perché andranno lì senza avere dei mezzi critici adeguanti, e senza sapere cosa di preciso gli “serve” finiranno per comprare il solito classico usato sicuro (Leopardi o la Dickinson), il libro sdoganato dai media (la Szymborska, la Merini, Cento poesie d’amore a Ladyhawke) o al massimo qualcuno di ancora vivo sulla bianca Einaudi, o sullo Specchio o sugli Oscar Mondadori, confidando nel marchio. Nemmeno serve troppo ad Arminio, perché credo che quelli che lo seguono già li comprino i suoi libri senza bisogno degli assalti. Mi chiedo, allora, quanti andranno lì chiedendo Tomada o Amendolara o Cremonte o Cattaneo, quelli che se vai in Feltrinelli non li conosce nemmeno il commesso, ma sono bravi, bravi davvero, solo che devi scavare per trovarli, e quando poi li trovi non li lasci più andare. Certo non è colpa di Arminio, che a modo suo ci prova. Eppure io di Arminio mi ricordo una sera a Cisternino che passeggiavo con lui e con un bambino figlio di amici, e lui guardando il cielo e la luna piena cominciò a recitare per noi, a memoria, versi di Stella Variabile di Sereni con una cura, come se reggesse fra le mani un uovo delicato che ci porgeva, quella cura che è frutto dell’amore. Fu un momento di grande intimità, e allora mi dico, ma se invece di progettare assalti alle librerie, che sono gesti appariscenti, belli da sentire, ma di fatto cambiano poco le cose, se facesse sempre così, se a ogni incontro, oltre a cantare col pubblico, recitasse a suo piacere Sereni o Caproni o Scotellaro o Pietro Gatti o chi gli pare, e poi chiedesse: «Lo conoscete Scotellaro? No? Ora ve lo racconto a modo mio», quanto bene che farebbe alla poesia, quanto bene a chi lo segue.

martedì 15 maggio 2018

sull’utilità o meno di cantare azzurro

Nelle ultime settimane mi è capitato per vari motivi di assistere più volte a delle presentazioni di Franco Arminio in cui, nel momento culminante dell’incontro, canta col pubblico. La performance in genere comincia con Azzurro di Paolo Conte (per sciogliersi) e continua con un canto del luogo secondo un canovaccio bene codificato. Lo stesso Arminio, nell’ultimo incontro in cui ho assistito parlava di “ritualità” richiamando certi schemi della liturgia rivisti in chiave laica. Quello che fa non solo è bello e coinvolgente, ma riesce a spezzare il rigido muro della convenzionalità in cui il pubblico assiste intimidito al dialogo fra autore e relatore per un rapporto diretto, molto fisico, con lo stesso pubblico, che apprezza. Si adatta, inoltre, molto bene alla sua personalità e al suo bisogno di istrionismo, e quindi in sé, in ciò che fa, non c’è nulla di male, anzi. Per quanto, come lui stesso ammette, i “saccenti della poesia” storcano il naso, richiamando le stesso polemiche che animarono la vittoria del Nobel da parte di Bob Dylan. Con una differenza, Dylan era ed è sempre stato un cantante con maggiore o minore forza poetica in base ai gusti. Arminio è un poeta che si presta alla canzone. Il dubbio, devo dire lecito, non è tanto in ciò che fa Arminio, ma in cosa recepisce il pubblico che già di per sé è ineducato al linguaggio poetico e forse in questo caso viene del tutto fuorviato. Molti di coloro che assistono alle performance di Arminio non sono lettori abituali di poesia, sono lettori di Arminio che comprano il suo libro perché è scritto da Arminio, non perché è di poesia. Lì dove invece uno compra Montale o Caproni (ad esempio) perché vuole la poesia di Montale, la poesia di Caproni ecc. Anzi, in questo modo non si avvicineranno alla poesia ma la troveranno sempre più noiosa di quello che è, perché Arminio ha mostrato loro cosa può essere una serata di poesia in cui si canta Azzurro. Quello che si teme è che Azzurro alla fine dei conti diventi il fine e non il mezzo, che il pubblico vada lì perché si canta tutti insieme e non per discutere di letteratura e idee. Il che è bello nell’ottica dell’evento, meno in quella della letteratura. Arminio dice che la cosa è fatta per ritrovare una convivialità di popolo in linea con la sua poetica e anche per alleggerire la serata, per coinvolgere chi la poesia non la legge. Ma è davvero giusto? E se uno la poesia la legge e volesse approfondire determinate tematiche, come fa a sottrarsi al rituale di gruppo? E poi, cosa resta nel lettore a parte Azzurro? Me lo chiedo senza avere una risposta. Non sono che dubbi i miei, nati al Salone. Durante il quale, quest’anno, era presente una scrittrice enorme come Herta Müller. Mi sono chiesto, di fronte al silenzio quasi religioso (a sua volta rituale) con cui veniva ascoltata: ma se Herta Müller venendo qui, invece di parlare della sua opera e di cosa la ispirava, avesse detto al popolo dei suoi lettori: ok, adesso cantiamo Azzurro per ritrovare un po’ di intimità, poi facciamo un canto in torinese, poi ne facciamo uno tradizionale del mio paese, poi vi leggo una o due pagine da un mio libro e ce ne andiamo tutti a casa, ecco, mi sono chiesto, ma il popolo dei lettori della Müller (un popolo preparato sui suoi libri) sarebbe stato altrettanto contento del popolo della poesia di Arminio? E se il popolo della poesia che va da Arminio per cantare si fosse trovato di fronte a una presentazione di Andrea Zanzotto, che usava un linguaggio complesso, stratificato, ammantandolo di ironia, ma senza mai banalizzarlo, richiedendo invece una continua attenzione, mentre affrontava tematiche importanti come quella ecologica, che avrebbe pensato: che bello oppure che palle? Questo mi sono chiesto, senza puntare il dito contro Arminio che fa semplicemente il suo lavoro, ma interrogandomi sugli scopi e i desideri del pubblico. Non è che a volte è proprio il popolo della poesia che aggira l’ostacolo del linguaggio, intanto che va a una serata di “poesia”, e si rifugia nel canto puro e semplice per evitare di parlare e di pensare, di esigere le cose ben più serie che ogni buon verso racchiude?