In generale chi dice che non legge perché non ha tempo vuole in realtà intendere che non è abbastanza solo. Trovare il tempo per leggere comporta soprattutto trovare una propria solitudine. Meno si riesce a essere soli, in famiglia, nel lavoro, con gli amici, meno spazio ci sarà per la lettura, perché alla fine quello che si stabilisce con la lettura – così come con ogni forma d’arte – non è un patto col tempo, ma un patto con l’altro, in questo caso con chi ha scritto il libro e ti chiede di dedicargli il tuo tempo nemmeno fosse un amante. Ma quanto amore serve verso un perfetto sconosciuto per mettere da parte ogni altro, e persino se stessi, e concentrarsi soltanto su ciò che dice?
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
domenica 9 marzo 2025
giovedì 30 gennaio 2025
l'architetto mancato
Ciascuno ha la sua storia particolare di scoperta del desiderio di scrivere, alcune meno facili della mia. Ma rifacendomi a una cosa che scriveva Cristina Simoncini sul fatto che le fa strano che si possa desiderare di scrivere senza aver desiderato prima di leggere, io sono convinto – da ciò che mi ricordo della mia stessa storia – di fare ciò che faccio perché mio padre, ferroviere, da bambino mi regalava dei libri. Ho ancora uno scaffale a casa con tutti quei volumi, ma fra gli altri, il primo ad avermi turbato al punto da farmi piangere su un libro, è stato ‘Il principe felice’ di Oscar Wilde, che forse era un po’ troppo intenso per un bambino, ma mi mise una spina nel cuore, come la rosa all’usignolo, che lì si è conficcata ed è rimasta. Era già un mood poetico, senza che lo sapessi, ma mi sono innamorato della poesia – ho proprio capito che fosse – alle medie, mentre sfogliavo l’antologia di italiano durante una spiegazione di matematica che mi annoiava. La prima poesia di cui ho sentito risuonarmi dentro i versi, uno per uno, è stata ‘I fiumi’ di Ungaretti, li ho imparati a memoria senza che nessuno me lo imponesse (“ho tirato su le mie quattr’ossa”, “stamattina mi sono disteso in una tomba d’acqua”, ecc.) e quei versi scabri e poi altri ancora che ho cercato sono cresciuti come funghi, attecchendo all’albero tutto intorno alle radici. Il primo poeta che ho amato non è stato Ungaretti, ma Federico Garcìa Lorca, che ho incontrato l’anno dopo, quando un giorno ci entrò in classe la nuova insegnante di italiano – una tipa a suo modo buffa, dall’aria disordinata, sempre di corsa, con gli occhiali spessi e l’alito pesante, l’entusiasmo di chi fa ciò che le piace – ed entrando ci chiese “vi va se adesso scriviamo delle poesie?”. Io giuro mi sono sentito battere così forte il cuore, di quel tipo di smania incontenibile che può prendere alla pancia solo i ragazzini, come avere le farfalle, come una gran fame che risale e ti si annoda in gola, io volevo esserci, volevo esserci dentro, in tutta quella roba. I miei compagni volevano essere nella squadra di calcio o pallacanestro, io volevo essere lì dove si scrivevano versi come “fu Marcel ma non era francese, e non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono”. Infatti scrissi una poesia, poi un’altra, e un’altra ancora, e le portai alla prof che mi disse: “Belle, ma si può fare di meglio. Hai mai letto 'Il maleficio della farfalla’?” perché la mia prof aveva quella cosa lì (socratica) di rilanciare ogni volta il discorso con una domanda. E di nuovo ricominciava a battermi il cuore! È stato allora che ha cominciato a battermi e da allora non ha più smesso. Lo volevo leggere sì “Il maleficio della farfalla”! Così un poco me li passava lei, un poco me li comprava mio padre spedito in libreria a ordinare libri di autori di cui non conosceva neanche il nome – mi ricordo nei primi anni del liceo un 'Tre pezzi d'occasione' di Beckett, tradotto da Fruttero e Lucentini, che pure mi influenzò parecchio –, e mai una volta che mio padre mi dicesse questo è troppo. “Questo qui, diceva sempre a mia madre orgoglioso, ci diventa architetto!”. Le cose poi, come si sa, sono andate in un’altra direzione.
venerdì 20 dicembre 2024
volume
Prima ho visto un video in cui Guccini rispondeva a un’osservazione di Jovanotti secondo cui Gloria di Tozzi è altrettanto bella e può essere messa sullo stesso piano della sua Locomotiva. Guccini diceva che Gloria è bella e piace anche a lui, ma non sono sullo stesso piano perché dietro alcune canzoni di Guccini ci sono dei libri, c’è un livello culturale che dietro Gloria non c’è. Come dire che Gloria è bidimensionale e la Locomotiva è tridimensionale, viste di fronte sono belle uguali, ma se appena ti sposti di lato vedi la differenza che c’è fra le due. E i libri che leggi ti danno la misura dei passi che prenderai per spostarti di lato e capire questa differenza. Ecco, volevo dirlo, questo, ai tanti autori che mi scrivono ammettendo che loro non hanno mai letto i libri degli altri, o magari hanno letto un solo autore e se gliene consiglio altri storcono il naso o si chiudono a riccio come se gli stessi assegnando i compiti per le vacanze. Non è detto che se non leggi tu possa scrivere delle cose brutte, anzi, conosco moltissimi autori che pur non leggendo scrivono bellissime cose, ma è molto probabile che se non leggi nient’altro, ciò che scrivi mancherà di spessore, resterà una bella facciata che dà un’ombra sottile, ed è una cosa di cui ti accorgi, più che sulla singola poesia, sulla raccolta che ne fai, su come metti in connessione i testi, su tutto ciò che magari c’è ma non riesci a mostrare. Io almeno, se mi sposto di lato, mi accorgo sempre quando a una bella poesia manca dietro il volume e ogni volta me ne dispiace.
martedì 10 dicembre 2024
prostituzione
Il mondo cambia e i lavori cambiano, questo si sa, così leggo post (sotto Natale!) di librerie in difficoltà, altre che chiudono e sulle prime penso che da una parte è forse un cambiamento fisiologico del mercato, visto l'aumento esponenziale del commercio online, poi mi torna in mente che siamo uno dei paesi fra i più ignoranti d'Europa, dove la gente legge sempre meno, capisce sempre meno, si imbarbarisce sempre di più; e forse il problema, mi dico, non è solo l'online, ma il fatto che semplicemente quando si parla di libri la gente non capisce più di che parliamo e a cosa servono. Questo sarebbe già di per sé abbastanza brutto, se non avessi letto subito dopo i risultati di un'inchiesta dove si dice che la forma di industria in maggior crescita oggi nel mondo non è quella legata alla guerra, come qualcuno sostiene, ma quella della prostituzione, o detto più elegantemente sex work: insomma, si legge di meno e ci si vende di più (soprattutto le donne e i minori, dal vivo oppure in rete), in un mondo sempre più sclerotizzato, dove da una parte si sessualizza qualsiasi cosa, persino l'allattamento materno, bombardandoci ogni secondo di video o vignette o battute volgari, dall'altra si assiste a scoppi di rabbia mediatica o si fanno dimostrazioni in piazza e grandi discorsi indignati contro la violenza di genere, dove spesso si punta il dito contro i mostri di turno senza capire bene cosa c'è dietro. E magari sarebbe più utile tornare a leggere Le relazioni pericolose.
martedì 3 settembre 2024
risveglio
Ogni mattina, appena mi sveglio, da un po' di tempo mi sono accorto di farmi sempre la stessa domanda, la mia prima domanda del giorno: Dovrei ringraziare di essere vivo? Ma senza nessuna nota polemica, o filosofica, proprio come pura domanda che mi viene sponaneo farmi nel ritrovarmi ancora qui con voi. Dovrei? Ne ho il dovere? Stamattina poi ripensavo alla ragazza che l'altro giorno mi ha detto di amare più di tutti Gio Evan, lei di sicuro lo fa e ringrazia lui, rubandogli una qualche frase per dirlo. Chissà, mi sono chiesto oggi come seconda domanda, forse dovrei cambiare letture, passare da Cioran e Canetti a Gio Evan e guadagnarci in Chiarezza, oppure come fanno i più, non leggere affatto, tranne forse i post sullo smartphone.
domenica 28 aprile 2024
statistiche alla mano
C'è un titolo che gira da un po' di giorni sui social: "Il 72% degli italiani si sente antifascista". Sembrerebbe incoraggiante finché non ti accorgi che, da un altro punto di vista, significa che almeno 1 italiano su 3 si sente fascista o afascista (termine coniato per sé da Giuseppe Berto, scrittore amatissimo e autore de "Il male oscuro"). Se la famiglia media italiana è composta da 3-4 individui vuol dire che statisticamente parlando ce n'è almeno 1 per famiglia. Il segreto, allora, per stare al sicuro, è mantenersi sotto la media del 3: o da single, oppure due antifascisti dichiarati per famiglia e per favore non fate figli che statisticamente quello che nasce è già segnato in partenza. Trovavo anche interessante la particolare simmetria di percentuali fra il 72% di antifascisiti e il 74% degli italiani che stando ai dati Istat legge almeno un libro all'anno (di questi ultimi però il 67% non arriva a leggerne 2 all'anno). Credevo fosse rilevante, finché non si è scoperto che quel 67% l'anno passato si è bruciato l'unica lettura con "Il mondo al contrario" del generale Vannacci, un libro non solo brutto dentro ma pure scritto male fuori. Altro che "male oscuro"!
martedì 23 gennaio 2024
note su "tu sola sei vera"
Premesso che se uno vuole una immersione filologica all’opera di Scotellaro farebbe meglio a prendere il Baobab Mondadori a lui dedicato, ho dato una lettura all’introduzione di Arminio al libro uscito per Interno Poesia. Che a mio avviso ha dei pregi, o perlomeno ti lascia dei motivi di riflessione (se fossi Garboli ne tirerei fuori un saggio di 50 pagine), ma ha anche dei difetti. Il difetto maggiore è che Arminio tratta l’introduzione con eccessiva famigliarità e stringatezza, fa cioè una presentazione da poeta e non da curatore, con delle belle intuizioni (più intorno al testo che sul testo) di cui però lascia troppo spesso le possibili costruzioni all’intelligenza del lettore; in questi casi il lettore non vuole sentirsi più intelligente del curatore, vuole sentirsi stupido, vuole cioè un curatore che gli rivanghi e rimescoli la terra sotto i piedi, non che gli suggerisca delle tracce o che gli dica “queste sono vicende note, almeno agli addetti ai lavori” per passare velocemente ad altro. Va anche bene, come avverte, togliere le date sotto le poesie in una vicenda durata pochissimi anni in un paesaggio di riferimento (il mondo contadino lucano della metà del ‘900) collocato in un tempo fuori dalla storia (Levi), se il tuo interesse è decontestualizzare il verso dalla sua epoca e vedere come regge al trascorrere del tempo (anche perché mi pare che il sospetto di fondo, che si vuole fugare, è quello che Scotellaro venga letto più per la caratura eroica della sua figura che non per la bellezza dei suoi versi, più in chiave storico-politica che estetica); però almeno nell’intro qualche parola in più sull’uomo e sulle sue scelte appassionate e su come è entrato nella tua vicenda personale si sarebbe potuta dare. Perché una cosa è googlare il nome e leggere la bio su Wikipedia, un’altra è che un autore ti parli col cuore in mano della vita e dell’opera di un altro poeta con cui ha così evidenti punti di contatto, cosa che Arminio ha fatto invece con grande amore (e cura) per Gianni Celati: il pezzo scritto per Doppiozero alla sua morte in questo senso è esemplare. Questo nell’introduzione mi è mancato. Mentre il rimontaggio emotivo, o musicale, dei testi, per ciò che ho letto finora, non mi dispiace. Le prime poesie ad esempio, con un montaggio che ne scandisce una dietro l’altra alcune dedicate alla notte, o meglio alle ore poco prima dell’alba, quelle più buie ma che preannunciano il detto “è fatto giorno” hanno, così vicine, una più forte carica espressiva, ma tutta la raccolta è piena di una notte che almeno a me fa pensare a Goya, il Goya in bianco e nero delle incisioni, visto che nell’intro Arminio parla di “colore”, dove quello di Scotellaro non è certo lo stesso di Carlo Levi, indirizzato a tinte più pastose e ocra. Quasi in conclusione Arminio osserva come il tempo Scotellaro (come però anche quello di Bertolucci o di Guerra o di Buttitta) era ancora un tempo in cui si potevano mettere insieme “il fiato caldo dei contadini e le lettere ai poeti”, mentre oggi un poeta non sa nemmeno più dove trovarli i contadini. È vero. Io che vivo in un centro rurale del sud mi sono chiesto quanti contadini veri conosco, gente cioè che vive del proprio lavoro con la terra. Mio nonno era contadino e quindi grazie a lui ne ho conosciuti, ma se dovessi dire oggi chi c’è, forse ne conosco un paio al massimo, e tutti hanno l’età di mio padre. Ma un poeta che vive in una qualsiasi città d’Italia e che giornalmente scrive come me ad altri poeti, quanti contadini conosce? Quanti ne frequenta giornalmente? E come la considera questa, vittoria o sconfitta, o è indifferente? Per Arminio quella combattuta da Scotellaro, per quanto nobile, è stata una battaglia persa di un’Italia che non c’è più. Restano i suoi versi di cui, oltre all’integrità dell’uomo, si cerca di sondare l’attualità, o meglio la loro capacità di essere per noi, oggi, al di là del loro tempo. Nessuno, ad esempio, si chiede così insistentemente del tempo di Fortini o Luzi mentre legge i loro versi, perché i versi di Fortini o Luzi, così legati al loro tempo, sono “anche” al di là di quello. Succede anche per Scotellaro? Questo libro, mi pare, prova a sondare questa domanda. A un certo punto, mentre ripassavo al volo le sue poesie ho trovato la parola “zappatori”. Parlo per me, ma credo di averla sentita l’ultima volta anni fa, nel 2009, durante uno spettacolo di Gabriele Lavia sul “Sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi. Nel mio paese non la usa più nessuno, e almeno per me questa parola è già qualcosa di fuori dal tempo, ma in che modo è ancora tutto da capire.
domenica 10 dicembre 2023
illusione
Trovo sempre più inquietante/irritante, quando si rilancia un appuntamento legato alla presentazione di un libro, che si scriva, ci troviamo lì per "parlare" del libro. "Presentare" ormai è considerato triste e paludato, se lo presenti è una cosa troppo seria, impegnativa, per secchioni. E allora, più informalmente, "ne parliamo". E così si parla per un paio d'ore del libro, ci si mette eleganti, si fanno discorsi più o meno seri, più o meno frivoli, si fa i simpatici, si ride molto, ci si vende al pubblico che non compra il libro, compra te e quello pacchetto tutto incluso, e poi visto che ti ha comprato pretende di essere tuo amico, vuole che lo saluti per strada, e se domani ti rincontra che ti ricordi di lui/lei come lui/lei si ricorda di te, ti rinfaccia la dedica, e se non ti ricordi poi dirà che ti sei montato/a la testa. Ma il libro, invece, dovrebbe essere solamente letto; e se ne parli, cercando di non spoilerarlo troppo, è come se implicitamente ammettessi che il libro da solo non riesce a dire tutto quello che deve dire, non assolve al suo dovere che è, dovrebbe almeno, essere il discorso stesso. Vivere nonostante te, che gli fai ombra. Ma allora, se non ne dobbiamo parlare, come lo diciamo che il libro è bello e vale la pena comprarlo? Leggendolo, semplicemente, a voce alta. Prima di tutto quello, misurare il libro sulla tenuta della scrittura. Molti scrittori non chiedono che quello, non di essere simpatici, ma di essere lettori, leggere e basta. Si mettono lì e ti leggono il libro, una parte, magari raccontando qualche aneddoto su questo o quel passaggio, proprio come facevano i nostri genitori da piccoli, e se il libro è buono, proprio come da piccoli, il lettore dirà ne voglio ancora e lo comprerà, o dovrebbe almeno, soltanto per quello. (Ovviamente lo so che mi illudo).
giovedì 19 ottobre 2023
cretineria
Devo essere sincero, certi giorni leggo dei post o dei commenti di persone che notoriamente leggono libri, o dicono di leggere libri, ma talmente cretini, che non mi pare ci sia nessuna differenza con quelli di chi non legge libri, e mi sento quasi un truffatore a insistere così tanto in questa ciarla che leggere ci rende migliori perché forse non è vero, forse siamo tutti (chi più chi meno) cretini, democraticamente cretini, anche quelli che si credono meno cretini degli altri, anche tu che mi stai leggendo, e comunque un cretino può restare cretino anche se ha letto Stella Maris o La casa del mago.
martedì 22 agosto 2023
il fine
Certi giorni penso che dovrei chiudere la casa editrice solo per riprendermi il piacere di leggere un libro senza l'ansia di doverlo vendere. Non sono nato editore, ma leggo da quando cominciano i miei ricordi. La lettura accompagna la mia vita. L'editoria mi è cascata addosso quasi per caso, ma non è il fine. Il fine per me resta soltanto l'esperienza della lettura.
giovedì 17 agosto 2023
quando leggo, quando scrivo
Quando soffro scrivo e quando non soffro leggo. Leggere mi piace più che scrivere, ma mi sveglio ogni mattina col bisogno di scrivere qualcosa.
giovedì 20 luglio 2023
il lavoro editoriale
Ogni tanto qualcuno mi dice: “Eh, ma che ci vuole? Dai un’occhiata ai primi due o tre testi e lì capisci subito se è un buon lavoro o meno”. Va bene, ma dopo che hai fatto questo e ti restano scremati 52 libri dignitosi di persone che sanno scrivere, tu che fai? Li pubblichi tutti? Alcuni editori farebbero così, chiedendo all’autore di contribuire alle spese di stampa e addio remore selettive e problemi di natura economica (peraltro sono buoni libri, quindi non si parla nemmeno di pubblicare scartini). Altri preferiscono rileggerli per bene per farsi un’idea migliore del progetto, puntando su quanto gli piace il libro più ancora che sul suo potere di marketing. Per arrivarci, però, quando hai 52 manoscritti davanti, anche a leggerne uno al giorno per valutarli con la giusta attenzione e poi metterli a confronto, non servono forse due mesi di lavoro? Per arrivare a cosa? A sceglierne 3 o 4 da pubblicare (scatenando spesso il risentimento degli altri 48 scartati) che, se anche andrà bene, non venderanno mai abbastanza copie da compensarti per tutto questo tempo speso a sceglierli e per tutto il tempo dopo utilizzato per trasformare un’idea in un oggetto commerciale senza mercato? Davvero, certe volte penso che il lavoro editoriale sia qualcosa a metà tra K. (colpevole e pieno di rimorsi per qualcosa che non ha saputo fare, ma nemmeno lui sa definire) e Tafazzi, con la prevalenza del secondo sul fronte economico.
domenica 23 aprile 2023
polvere di sole
Una foto del 2018, quando per quella cosa strana che gli altri chiamano Giornata del Libro (ma strana per me, visto che ogni mia giornata è dedicata a quello) leggevo Polvere di sole di Tonino Guerra in piazza Vittorio a Locorotondo (durante un evento organizzato dalla libreria L'Approdo). C'era persino un pubblico che qui sembra ascoltarmi, in realtà si godeva il sole di metà aprile e approfittava delle sedie per sonnecchiare.
sabato 15 aprile 2023
attenzione
Autore che avevo rifiutato mi scrive a distanza di mesi riproponendomi la stessa opera: Lo so che mi avete detto no, ma secondo me il libro è perfetto così. Per cui se non vi è piaciuto credo dipenda da voi, forse siete stati frettolosi. Secondo me dovreste rileggerlo con più attenzione.
domenica 2 aprile 2023
noia
Tremenda questa cosa che la maggior parte dei libri dopo una certa età ti annoiano tutti... Come nel matrimonio, il vero miracolo da un certo momento in poi è trovarne uno che come lo cominci lo finisci...
sabato 25 marzo 2023
altre due cose sullo strega
lunedì 20 febbraio 2023
humor nero
Oggi pensavo che ci sono centinaia di libri là fuori che sono stati pubblicati e non sono mai stati letti da nessun altro che dal loro editor, o dall’editore se si parla di realtà piccole come la mia. Libri scritti per un lettore soltanto, il lettore-editore, che poi è quello che molti autori ringraziano per primo nell’ultima pagina. Quella che anticipa i necrologi.
lunedì 2 gennaio 2023
le domande di un lettore
Ciao Antonio, ho seguito il tuo consiglio e a Natale ho preso un libro di Pasolini. Ho preso Petrolio. È scritto molto bene. Sono al capitolo 10 e finora c’è uno che a me sembra Pasolini che adesca le bambine per strada e per eccitarsi si sbottona i pantaloni e mostra loro il pene. Sono sicuro che c’è un significato nascosto, ma qual è?
sabato 5 novembre 2022
what work is
Facciamo una lunga fila nella pioggia
alla Ford Highland Park. Per un lavoro.
Sai cos’è un lavoro – se sei grande abbastanza
per leggere qui sai com’è lavorare,
anche se magari non lo fai.
Ma lasciamo perdere te. Questa roba
parla di gente che aspetta, passando
da una gamba all’altra. Di quando senti
una pioggia sottile che ti bagna i capelli
come fa la nebbia, e che ti confonde
la vista finché ti sembra di vedere
tuo fratello, forse dieci posti più avanti.
Ti pulisci gli occhiali con le dita,
e ovviamente è il fratello di qualcun’altro,
con le spalle più strette del tuo
ma con la stessa posa dinoccolata
e dimessa, lo stesso sorriso che
non maschera la cocciutaggine, lo stesso
rifiuto, triste, di darla vinta alla pioggia,
alle ore buttate via ad aspettare,
al pensiero che a un certo punto, più avanti,
c’è un uomo che sta aspettando per dirti “No,
oggi non assumiamo”, per qualsiasi
ragione voglia. Vuoi bene a tuo fratello;
all’improvviso, adesso, puoi appena
sopportare l’amore che ti sommerge
per tuo fratello, che non è vicino a te,
o dietro di te, o davanti a te,
perché è a casa a cercare di smaltire
col sonno il turno di notte alla Cadillac
così può alzarsi prima di mezzogiorno
a studiare tedesco. Lavora otto ore
per notte così può cantare Wagner,
l’opera che odi di più, la musica
peggiore che sia mai stata inventata.
Quand’è stata l’ultima volta che gli hai detto
che gli vuoi bene, che gli hai stretto le spalle
larghe, hai aperto bene gli occhi e gli hai
detto quelle parole, e magari gli hai dato
un bacio sulla guancia? Non hai mai fatto
una cosa così semplice, così ovvia,
non perché sei troppo giovane, o troppo
scemo, non perché sei geloso e nemmeno
avaro o incapace di piangere davanti
a un altro uomo – no, è solo che non sai
cosa vuol dire lavorare.
(da What Work Is, 1991, traduzione di Giuseppe Genna)
mercoledì 20 aprile 2022
touché
Ieri credo, non ricordo su che testata, Nicola Lagioia diceva una cosa molto intelligente in un articolo che pure parlava d’altro, l’orribile guerra e come la viviamo/vediamo. Diceva, come chiusa del pezzo, che oggi in Italia abbiamo una lunga schiera di candidati a nuovi Pasolini ma nemmeno un Calvino. Touché. Ho questa sensazione che Calvino sia un po’ passato di moda, anche se un paio di libri suoi (Palomar su tutti) sono sempre bellissimi, ma nemmeno Pasolini è così letto come sembra. Più che altro, con lui, è forte la tentazione del j’accuse, con quella punta di masochismo privo di vera ironia che agli italiani – in fondo tutti cattoliconi fin nel midollo – piace così tanto. Ecco che stamattina, come cura per tutto questo, mi è capitato fra le mani il più elegante e perfido Flaiano, spesso rassegnato ma per questo mai violento, anche nei suoi momenti di massima infelicità. Flaiano puoi leggerlo in bagno senza perdere il filo del discorso e permette sempre di cavarsela con una battuta che per brevità puoi rivenderti su twitter. Meno Pasolini e più Flaiano, dunque? Ne verremo certamente migliorati. Questa, ad esempio, l’ho letta poco fa: “Ma è in questa solitudine prossima al delitto che nascono i pittori e i poeti della domenica” (da Diario degli errori).
