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domenica 9 marzo 2025

solitudine e lettura

In generale chi dice che non legge perché non ha tempo vuole in realtà intendere che non è abbastanza solo. Trovare il tempo per leggere comporta soprattutto trovare una propria solitudine. Meno si riesce a essere soli, in famiglia, nel lavoro, con gli amici, meno spazio ci sarà per la lettura, perché alla fine quello che si stabilisce con la lettura – così come con ogni forma d’arte – non è un patto col tempo, ma un patto con l’altro, in questo caso con chi ha scritto il libro e ti chiede di dedicargli il tuo tempo nemmeno fosse un amante. Ma quanto amore serve verso un perfetto sconosciuto per mettere da parte ogni altro, e persino se stessi, e concentrarsi soltanto su ciò che dice?

martedì 3 dicembre 2024

caro michele

Ieri ho visto due film di Mario Monicelli, di quelli considerati minori. Uno abbastanza bruttino, La mortadella, del 1971, con protagonista la Loren che va negli Stati Uniti per sposarsi e si porta dietro come dono di nozze un prosciutto prodotto apposta per lei, che ovviamente le crea problemi alla dogana (in sostanza una buona idea per un cortometraggio dilatata oltremisura). L’altro, assai più serio, è Caro Michele del 1976, trasposizione dell’omonimo romanzo epistolare di Natalia Ginzburg, definito da molti come lento ed eccessivamente letterario, di certo non immediato, ma invece parecchio affascinante. Garboli definiva il romanzo come il resoconto di un “progressivo assideramento” e altrettanto fa il film adattandosi a quelle atmosfere sospese e irrisolte, a cui Monicelli contrappone la figura rivisitata di Mara, antipaticissima e invadente ragazza di Michele, interpretata da Mariangela Melato al suo top. Ne deriva un film sull’incomunicabilità che rappresenta la disgregazione di una famiglia borghese e dei suoi amici (tutti abbastanza anemici, patetici o stronzi) che nulla hanno da dirsi e nulla da sperare e così si aggrappano per sopravvivere alla figura evanescente di Michele, scappato all’estero e che mai si vedrà ritornare (simile a un Godot in minore) ovvero a quella di Mara che però, di contro, o li vampirizza o li respinge con la sua sfacciata vitalità, fino a restate cocciutamente sola; e in questo senso è da segnalare il finale della pellicola che è un dichiarato e parodistico omaggio a Tempi moderni di Chaplin. Il film è visivamente molto bello, specie in determinate sequenze invernali o di chiara derivazione pittorica, ma la sua caratteristica più sorprendente sta forse nel fatto di essere non solo uno dei meno monicelliani dei film di Monicelli, ma allo stesso tempo il più alleniano, anticipando la struttura e le atmosfere pregne di muta disperazione di certi film di Woody Allen degli Ottanta. Persino l’apparentemente italianissima Mara, trasposta in un film di Allen, non avrebbe nessuna difficoltà a passare per la classica ragazza ebrea sboccata e scroccona, come se ne incontrano tante nei suoi film. È come se certo umorismo e fatalismo yiddish fossero stati assorbiti da Monicelli dalle pagine della Ginzburg e trasposti in una pellicola che anticipa molte delle future soluzioni sceniche di Allen, e tutto questo negli anni in cui lo stesso Allen non aveva ancora compiuto il suo passaggio dal puro cinema comico a quello più meditativo e drammatico della sua maturità (Io e Annie è del 1977). Nota di merito a margine, la pregevole presenza come attore (nella parte del padre artista di Michele) del poeta Alfonso Gatto.



giovedì 25 luglio 2024

io non conosco nessuno

Ieri, dopo la presentazione, si parlava con Ezio Sinigaglia di alcuni scrittori. Io continuavo a chiedergli, lo conosci quello? La conosci quella? Ezio mi ha risposto con una franchezza disarmante: Io non conosco nessuno. E non era falsa modestia, bastano cinque minuti con Ezio per accorgersene, gli manca proprio quel tipo di appetito. L'ho presa come ulteriore riprova della sua grandezza. Voglio dire, non stiamo parlando di un esordiente, ma di uno scrittore riconosciuto che è arrivato in finale anche a grossi premi. Eppure non conosce nessuno. Fa la sua vita molto ritirata fra Milano e la Sardegna. Scrive. Traduce. Accudisce il suo zoo. Che è il suo modo di fare letteratura. Dalla parte opposta, ci sono scrittori che conoscono e mettono in rete così tante persone che alla fine l'unico vero capolavoro che hanno scritto è il loro indirizzario. E quello è un altro modo di fare letteratura. In mezzo ci sono quelli che ondeggiano fra i due poli, come me, e vivono di continuo nel dubbio che stiamo sbagliando qualcosa.

lunedì 29 gennaio 2024

la mia vita e basta

Una signora sta seduta in treno davanti a me e parla senza sosta da cinque ore, al punto da farmi desiderare dei tappi di cera. Cos'ha da dire di così urgente da non potersi fermare neanche per bere? – Sto scendendo a casa per il funerale di mia madre. Non la vedo da ventidue anni. Non so perché ci sto andando. Mia madre era una donna egoista, mi ha rovinato la vita e mi ha reso debole e infelice ogni attimo della mia esistenza. Quando stavo con lei facevo finta di vivere ma ero morta dentro, ho dovuto andarmene per non uccidermi davvero. Lei non mi ha mai chiamato e anche io facevo finta che fosse morta. Eppure, stamattina, quando mi hanno avvisato non ho saputo resistere, ho dovuto prendere il primo treno per vederla morta davvero e provare a metterci una pietra sopra. E poi questi anni che dio mi darà voglio vivere la mia vita, e basta.

domenica 10 dicembre 2023

il pubblico

Ci sono quelli che si credono Hölderlin mentre scrivono i loro post in cui lamentano la propria lontananza e il dispregio del mondo, ma appena ti distrai stanno già pubblicando il selfie dall'ultima fiera o evento in corso, dove sono andati a promuoversi e mischiarsi coi loro simili. E guardandoli, a te ritorna in mente l'idea di Truffaut per cui gli artisti si dividono in due categorie: quelli che hanno bisogno della presenza del pubblico e quelli che non ne hanno bisogno. I veri Hölderlin non ne hanno bisogno, anzi ne hanno quasi timore. Gli altri si mordono le mani perché vorrebbero, ma non riescono a farne a meno.

sabato 19 agosto 2023

ritratto

Stamattina ho incontrato un amico che beve troppo. Alle dieci stava fuori dal bar e aveva già un bicchiere di rosso in mano. Stava seduto per terra davanti al bar. Mi ha chiamato, mi sono seduto per terra con lui. E siccome c’era una bella luce ho tirato fuori il telefono per fargli il ritratto. Lui s’è arrabbiato. – Uno che mi vuole bene il mio ritratto se lo fa nella testa e non col telefono. Non mi piace il telefono! – Gli ho detto che anche Paride mi diceva così. Mi ha sorriso. Poi abbiamo parlato di Mungione e di Franco il rosso, a cui invece il ritratto l’ho fatto. All’improvviso si è fatto scuro in volto. – Ma di che mi stai parlando. Sono morti, sono morti! Sono morti, hai capito? Io sono vivo, hai capito? Io sono vivo! Io non voglio nessuna foto da te! – Mi sono scusato, gli ho detto che non volevo offenderlo con l’idea di fargli il ritratto. – Ma io mi sento già le campane sulla testa, mi ha gridato. Mi sento le campane addosso! – Poi si è tolto le scarpe e mi ha scacciato lanciandomele dietro. – Lilloo-o-o! Ha cominciato a ululare scalzo per strada. Lilloo-o-o-o! Lilloo-o-o-o! E non si capiva più se era arrabbiato o piangeva.

 

giovedì 22 giugno 2023

paese

Oggi, mentre facevo commissioni per il paese mi sono accorto di non amarlo, di provare un'ostile indifferenza per cui non lo odio ma se posso preferisco evitarlo. Conosco molta gente che dice "questo paese sarebbe bellissimo se non fosse per quelli che ci abitano", ma trovo che sia stupido. Certo non è un posto orrendo, e probabilmente una sessantina di anni fa era bello per davvero, ma la speculazione edilizia l'ha completamente rovinato e se togli il centro storico, curato malissimo, il resto del paese è uguale a qualsiasi altra periferia del mondo, pensata male e costruita peggio. Invece, secondo me, il paese era bello proprio per quelli che ci abitavano, che lo caratterizzavano, ciascuno col suo modo semplice e speciale. Quelle che chiamavano le "scresce", perché come i rovi ti si attaccavano addosso con le loro chiacchiere. Negli ultimi anni la maggior parte di queste persone si è ammalata o è morta e io quando esco non vedo più nessuno di loro, nessuno che mi sembri altrettanto interessante, e sinceramente di un paese con le case nuove, ma vuote, non so bene che farmene. Mi mette sempre più a disagio.

martedì 20 giugno 2023

rilke

Stanotte crisi di panico e insonnia. Per passare il tempo ho preso un libro dal comodino, "Lettere a un giovane poeta" di Rilke. Ho letto a caso "le opere d'arte sono di un solitudine infinita" e ancora "ami la sua solitudine e porti il dolore che essa procura" e ho pensato che a vent'anni queste frasi suonano come promesse romanticamente consolatorie, alla mia età che è più o meno il doppio di quella che aveva Rilke quando le scrisse ed è anzi più vicina a quella in cui morì, hanno più il sapore dell'inevitabile condanna, senza manco la consolazione di una buona dormita.

giovedì 13 aprile 2023

due anziani

Stamattina ho ascoltato la conversazione di due anziani che stavano cercando di prenotare una visita medica per lui, che comincia ad avere dei problemi di demenza senile. Lei lo teneva per mano e parlava con l'impiegato allo sportello che le indicava varie possibilità di visita, molte irraggiugibili perché lei non guida e non ci sono collegamenti ferroviari, e alla fine si è prenotata una visita a Bari fra due mesi ("la prima disponibile e devi dire grazie!") dove possono andare in treno, ovviamente con la Sud Est, sono circa 5 ore di corsa fra andata e ritorno (per 70 km di distanza!), con questa signora piccolissima ma dallo sguardo stanco e deciso che mi dice di avere anche paura perché non è mai stata a Bari e non sa dove andare. – E i figli? – I figli non scendono, mi dice, cume fascene pa fatigghie (come fanno col lavoro)? – Così le ho consigliato di pagare qualcuno per farsi accompagnare in auto, ma non l'ho vista convinta, forse ha paura di dover sborsare troppi soldi che non ha. Mi dice che chiederà il favore a un vicino. E più o meno, osservandoli, direi che è tutto qui il nostro futuro: i figli lontani, il lavoro che non c'è, la pensione minima, i vecchi lasciati da soli a sbrigarsela da soli in un paese sempre più lento, più difficile da capire, che non ha abbastanza ospedali, né mezzi, che non ha mai avuto treni per chi magari non può guidare, e guardacaso a non guidare sono sempre i più deboli o i malati. Quelli che, se sono fortunati, finiranno all'ospizio.

lunedì 27 marzo 2023

messaggio da un autore

«Buonasera, vorrei proporvi la mia raccolta poetica, selezionata come finalista in diversi premi senza mai vincerne uno, sono un autore isolano e isolato, abbastanza fallito da avere zero case editrici interessate ai miei progetti e abbastanza solo da inviare questo messaggio di sabato sera».

lunedì 8 agosto 2022

sala d'aspetto

Incontro Sandro dopo quasi due anni che non lo vedo. Mi fissa a lungo, che ti è successo mi chiede, sei dimagrito tantissimo, sei pallido più del solito. Resto sul vago, ho avuto un po' di problemi. Un bel tumore? mi chiede speranzoso. No, rispondo io. Peccato mi fa, se ce lo avevi anche tu mi sentivo meno solo, e comincia a parlarmi del suo. Alla fine, penso, dopo una certa età la vita diventa una sala d'aspetto.

giovedì 12 maggio 2022

dalla parte di chi ferisce

Ieri ho visto L'Agnese va a morire di Montaldo, per cui stanotte ho sognato qualcuno che mi sparava in faccia. Stamattina al risveglio lunga telefonata di un autore a terra, per dirmi che forse il libro che voleva fare non si farà più. Perché? Ci sono segni che mi danno cattivi auspici per il futuro, non voglio parlarne, mi viene la nausea solo al pensiero di dovermi spiegare con qualcuno. Questo dopo avermi tenuto un'ora al telefono. Lo consolo come posso, buttando nel cesso giornate di lavoro intorno al suo libro che nessuno mi ripagherà. Alle 12.30 sono già stufo di tutto. Stasera mi guardo Il giocattolo, sempre di Montaldo, magari è la volta che nel sogno cambio punto di vista e sono io che sparo, solo per capire che si prova a stare dalla parte di chi ferisce.


lunedì 4 aprile 2022

una vecchia

Le immagini di Bucha sono state tremende, né mi va di commentarle, ma ce n’è un’altra che mi ha colpito negli ultimi giorni ed è quella di una vecchia ucraina che ho visto in un servizio al Tg, una donna tozza, coi capelli bianchi, le gambe gonfie, il volto duro da contadina, che mi ha ricordato mia nonna. I russi le hanno bombardato la casa e la TV l’ha ripresa in un centro di accoglienza di Leopoli. Quella vecchia è un cadavere che cammina, perché è troppo vecchia sia per andare altrove a rifarsi una vita sia per ricostruirsi la casa. Quella vecchia è finita per sempre, anche se ancora respira, e forse un infarto sarebbe meglio di tutto ciò che la aspetta. In una situazione così io mi sarei già ammazzato. Lei invece, seduta pesantemente su un letto di fortuna, guardava dritta in macchina con lo sguardo duro e la bocca chiusa e piegata in basso. Forse crede in Dio e aspetta un segno, forse non si rassegna. Fatto sta che noi per quella vecchia non potremo fare nulla, tranne continuare a blaterare che Putin o che Zelensky o che la Nato o che l’Europa blablabla e ribadire l’ovvietà che la guerra è brutta, perché nel nostro piano delle cose quella vecchia contadina è l’ultimo dei problemi da affrontare. E la realtà è proprio questa.

domenica 30 gennaio 2022

una storia piccola piccola

C’è una vecchia amica di mia nonna che, da brava contadina, prende una pensione da fame. Per motivi di salute non può vaccinarsi, a causa dell’età non sa usare il computer, quindi è in ansia perché non sa come andare prendere la pensione che le serve per mangiare e per pagare l’affitto. Il medico di base, che l’aiuta poco e nulla, le ha detto che deve fare i tamponi che sono più affidabili ma che la donna non può permettersi. Non avendo figli si è risolta a chiedere aiuto a una ragazza senza lavoro che abita vicino a casa sua. La ragazza si terrà poi qualcosa della pensione per il “fastidio” di dover andare in posta con la delega e già che c’è le farà la spesa. Mio padre dice che se prima la vecchia, dovendo gestirsi da sola, si manteneva attiva, adesso che le danno una mano si chiuderà in casa perché non potrà più muoversi, e tempo quattro-cinque mesi rimbambirà del tutto e morirà qualche mese prima del dovuto. Perché i vecchi sono come motori accesi che girano per inerzia, una volta che li fermi si rompono.

sabato 8 gennaio 2022

che cos'è la solitudine

In un bel documentario del 2012 di Adolfo Conti, Gli anni delle immagini perdute, basato sui diari di Valerio Zurlini, viene denunciato lo stato di solitudine vissuto dal regista bolognese negli ultimi sei anni di vita, abbandonato dall’industria culturale così come da molti suoi colleghi (eletta schiera) e ridotto a scrivere sceneggiature per dei film mai realizzati, su cui nessun produttore voleva investire, in cui nessun attore voleva recitare. Zurlini era un autore di riconosciuto talento (La prima notte di quiete, Il deserto dei Tartari), ma veniva considerato un uomo dal carattere assai poco accomodante. Era avvinto infatti da una malinconia incurabile, e per questo venne relegato alla censura e al silenzio. Scrive Zurlini nei suoi diari che arriva un momento nella vita di un uomo in cui quest’uomo incontra il suo cupio dissolvi. In quel caso il mondo culturale che ha intorno dovrebbe farsi carico di questo dolore, stargli accanto per affiancarlo di fronte al vuoto, offrigli un appoggio, una spalla, una mano, anche solo una parola d’affetto. Ma questo non succede quasi mai, perché stare accanto a una persona affacciata sul baratro è qualcosa che richiede molto impegno, e coraggio. Ci sarà tempo, dopo, per gli elogi, per l’affetto, per sbandierare una comprovata amicizia. Intanto che ciascuno se la sbrighi da solo coi suoi demoni. Scriveva Zurlini amareggiato: “Siamo in mano a servi di servi, a mediatori avidi di mance, a politici incanagliti e ciechi, e quanti film non si sono fatti né si fanno né si faranno perché la nostra è l’arte meno libera del mondo. Mentre arte è sinonimo di libertà, di creazione, di pietà e di gioia”. In questi giorni che si è saputo della morte di Peter Bogdanovich e ieri di Vitaliano Trevisan ho pensato a lui.

giovedì 25 novembre 2021

un super natale senza i tuoi

Voi scherzate ma questa è la volta che finalmente ho un buon motivo per diventare Novax, soltanto per avere la scusa di farmi un Natale in santa pace, ovvero da Nosocial, e senza più l'ansia di dover uscire, dover fare il cenone, di rivedere i parenti che vedo solo a Natale, di dover fare gli auguri anche se non ci credo, di farmi prendere dall'ansia di dove vai a capodanno e poi trovare una scusa per non andarci, e di cosa regalo o non regalo, di rivedere gli amici che tornano per tre giorni lampo e o li prendo o non li prendo al volo, non dovermi accollare l'estenuante forzatura di dover sorridere sempre a Natale per dire che sì, quando siamo insieme tutto va bene, anche se non sei sicuro, ma a Natale ci tocca essere buoni! Guarda il bicchiere mezzo pieno. Sinceramente lo dico. Il Super Green Pass è manna dal cielo per quelli come me. Se non vuoi vederli, il presidente Draghi sta con te.

venerdì 23 luglio 2021

la vittima

Oggi mentre guardavo al Tg un servizio sul delitto di Voghera ho pensato che in un mondo migliore del nostro un assessore (così come un comunissimo cittadino) non va in giro armato a fare il giustiziere della notte, ma anche che una persona con dei problemi psichici, italiana o marocchina che sia, non viene lasciata da sola a vagare per strada. Quello ha sparato, ma la vittima siamo stati noi a lasciarla da sola con lui.

scatola nera

Serve molto coraggio per mantenersi lucidi e soli come cani, ovvero per essere appena appena più liberi. Non è facile e ci si può anche sbagliare: uno crede di star fuori dal coro ed è già schierato al controcanto, come niente sta già all’opposizione, solo un gruppo un po’ più grande di persone schierate come un nuovo battaglione in campo. Tenersi integri e sani è già un miracolo che ti chiede una perenne messa in discussione, ammette la contraddizione e persino l’idea che ci si possa sbagliare e ci si debba scusare. È questo il vero scoglio che ci frega tutti, perché piuttosto che ammettere l’errore e scusarsi molti di noi, per semplice orgoglio, sarebbero pronti a farsi impalare. E senza considerare gli insulti dietro l’angolo: perché ti diranno che non sei coerente, che non sei vero, che non sei sincero, perché un uomo vero ragiona a scatola chiusa per essere meglio incasellato nella nuova modalità di lettura del mondo via scrolling. Ma tu vai avanti lo stesso cercando di capire, sperando che un giorno esaminando la scatoletta nera che ti porti in testa ricostruiranno i fatti, e dopo il disastro diranno che a modo tuo ci hai provato.

sabato 27 marzo 2021

coraggio

Ieri sera stavo vedendo questo film, La strada scarlatta di Fritz Lang, 1945, rifacimento americano di La cagna di Jean Renoir. Nel film Edward J. Robinson, pittore dilettante senza fortuna, viene raggirato da una coppia di malviventi i quali riescono a vendere i suoi quadri a una prestigiosa galleria, presentandoli come opera della donna del gruppo, l’avvenente Joan Bennett. Il pittore, scoperta la cosa, non si arrabbia, anzi le dice: «È una fortuna questa, se mi fossi presentato io alla galleria, non mi avrebbe dato retta nessuno, non avrei venduto nulla. Invece grazie a te, adesso so di avere talento». Questa scena tremenda/patetica mi ha fatto pensare a due cose. Prima cosa, assai elementare, che nell’arte, proprio come per la vendita porta a porta degli aspirapolvere, è molto vero che il talento arriva prima se ti presenti meglio. E poi, per estensione (dovuta alla lettura di Di Ruscio), che a molti pare quasi avventurosa questa storia dell’autore che viene riscoperto tardi, o addirittura post mortem, la vedono come qualcosa di avvincente nella sua biografia di maledetto e di incompreso che stava lì ad aspettare noi, proprio noi, che siamo invece arrivati dopo, per riscattarlo con il nostro amore postumo. Invece è orribile, spaventosa. Pensate all’enorme spreco di energie creative di una mente non sollecitata da un riscontro, quante opere ci siamo persi perché un artista pensava che non valesse più la pena provarci. Occorre un coraggio straordinario per continuare a crederci, per vivere tutta la propria vita col dubbio di avere o no talento, senza una parola di conforto, soli come cani, con la gente intorno che fa finta di non vederti, ti evita se non gli servi, ti evita anche solo per non dirti che ne pensa del tuo lavoro (e questo lo so, perché io per primo a volte non ce la faccio a dare una risposta a tutti). Non è vero che il tempo è galantuomo, succede solo per alcuni fortunati. Ma per ciascuno di loro che ora si prende il nostro amore, ce n’è un altro da qualche parte, nostro contemporaneo, che vive e respira insieme a noi, al quale stiamo negando la nostra attenzione, volutamente o distrattamente che sia, in attesa che se il suo carico lo pigli qualcun altro.

mercoledì 4 novembre 2020

solitudine

La discografia di Baden Powell, proprio come la sua vita, è parecchio disordinata. Brasiliano, figlio di schiavi, esule in Europa e poi negli USA, ha suonato dovunque, con chiunque (da Vinicius a Stan Gertz) mescolando chitarra classica, bossanova e jazz, prima di morire alcolizzato a 63 anni, lasciando una marea di registrazioni live, tantissime e spesso celebri canzoni scritte con e per altri, e appena una manciata di album in studio a suo nome, di cui trovo particolarmente evocativi i titoli: Tristezza, Poesia, Canto e Solitudine.